Stranger things

I Kastelruther Spatzen stanno vivendo un successo planetario senza precedenti. Da quando il loro brano Ich sag’s Dir mit Musik è stato inserito in primo piano nell’ultima stagione di Stranger Things, la band sudtirolese sta macinando un successo dopo l’altro, guadagnando più di 2 milioni di dollari grazie alle royalties derivate dallo streaming. E mentre in tutto il mondo nascono sempre più cover band dei “passeri di Castelrotto”, al prossimo Kastelruther Spatzen Open Air sono già previste più di 500mila persone. “Faremo invidia a Vasco Rossi” hanno dichiarato gli organizzatori.

Autore: Roberto Tubaro

Edoardo e Martina: in viaggio e sui social

“Viaggiare e ancora viaggiare. Perché viaggiare è vita, ci arricchisce e ci fa conoscere nuove realtà.” È questo l’invito che, Martina Intragnano e Edoardo Maltauro, due ragazzi di Laives di 20 e 21 anni, rivolgono al proprio pubblico, formato – su Instagram – da più di 30 mila persone.

I due ragazzi, condividendo sui social numerose esperienze di viaggio, hanno fatto di una loro passione un loro lavoro. Sembrerà strano ma la decisione di aprire su Instagram un ‘profilo di coppia’ dove condividere paesaggi e posti più o meno famosi, prese vita in piena pandemia, un momento non ottimale per poter viaggiare… “Dopo aver scoperto il nostro amore per l’avventura, durante il periodo Covid abbiamo scelto di caricare sui social alcune foto scattate insieme. Solitamente – raccontano i due viaggiatori – creiamo dei brevi video dove andiamo a spiegare come raggiungere un determinato posto per scattare belle foto e vivere delle esperienze speciali.” La comune passione per la natura ha portato i due giovani non solo a recuperare un contatto con il territorio a loro più vicino – montagne e laghi – ma pure ad esplorare altre regioni d’Italia: “Essendo, noi due, fidanzati, con l’aumentare dell’intensità del nostro rapporto è aumentato anche il desiderio di allargare il nostro ‘raggio d’azione’. Ci piace il viaggio a 360 gradi e crediamo che ogni luogo possieda una propria unicità. Forse, è vero, riusciamo a raccontare meglio la nostra terra, ma siamo entusiasti di poter andare dovunque.”
E sulla possibilità che il mondo dei social diventi il loro unico lavoro a tempo pieno, dicono: “Si potrebbe vivere di questo, se uno lo desidera, con determinazione e l’esperienza acquisita nel tempo, impara a creare contenuti interessanti capendo cosa funziona e cosa no. Il nostro video con più visualizzazioni – ben 1.9 milioni – racchiude parecchi contenuti e, in pochi secondi, mostra 8 panorami dell’Alto Adige assolutamente da ammirare”.

Nonostante la valorizzazione dei luoghi a loro più vicini, che continueranno ad approfondire nei prossimi mesi, Edoardo e Martina hanno avuto alcune occasioni per uscire dall’Italia. “Bucarest, Parigi e Budapest. I contenuti da noi proposti – dicono – variano a seconda del viaggio, dalle inquadrature dei posti più famosi dei tre Stati ai consigli sugli itinerari da fare o da prendere come spunto. Inoltre, a fine agosto, andremo a svolgere il nostro primo viaggio al di fuori dell’Europa: a Bali. Il nostro grande sogno, dopo l’Indonesia, è fare un Safari in Africa, impegnandoci a svolgerlo in modo sostenibile e nel rispetto dell’ambiente.” Un’attenzione, la loro, che mantengono costantemente, evitando eccessivi spostamenti in aereo.
Quelli che, Edoardo e Martina, forniscono attraverso i loro social, però, sono solo consigli e, come tengono a ricordare, non sono paragonabili a un viaggio vissuto in prima persona: “Le emozioni non si vivono attraverso lo schermo di un telefonino. Può sembrare un paradosso, ma la nostra speranza è proprio quella che, guardando i nostri contenuti digitali, le persone spengano il cellulare e si mettano in viaggio.”

Autore: Andrea Dalla Serra

Un bolzanino in gita a Cinecittà

Un viaggio “rovente” a Roma, all’interno del più importante stabilimento italiano di produzione cinematografica.

Dopo aver visitato Cinecittà, ci si rende conto che c’è un filo rosso che collega tutti i luoghi, i personaggi e gli oggetti che si incontrano durante il tour: il suo nome è ”magia”. Risulta infatti subito magica l’atmosfera che si respira già all’ingresso, quando ci si ritrova nel grande parco alberato a tu per tu con l’imponente “Venusia”, la scultura raffigurante un viso di donna, utilizzata da Fellini per le scene di apertura del film “Il Casanova”. Proseguendo ci si imbatte nella “carrozza della fata dai capelli turchini” e nel “cavallo a dondolo gigante” del “Pinocchio” di Benigni. L’incantesimo continua quando si accede a due grandi set permanenti: il primo riproduce perfettamente il foro romano e il secondo proietta il visitatore all’interno del tempio di Gerusalemme. Impossibile non provare ammirazione per le capacità artistiche dei grandi scenografi e delle 250 maestranze che qui lavorano, artigiani dalle doti sopraffine, capaci di riprodurre qualsiasi scenario utilizzando pochi e semplici materiali: legno, cemento, vetroresina, metalli vari.
E un leggero brivido si prova anche passando davanti al mitico teatro 5, con i suoi 2800 mq il più grande dei 19 teatri di posa di Cinecittà. Non sono le sue imponenti misure a renderlo magico, ma il fatto che il mitico Federico Fellini lo elesse a sua seconda casa, facendo addirittura trasformare parte dei camerini in un miniappartamento in cui si ritirava per poter contemplare il teatro vuoto e trarre così l’ispirazione per immaginare nuovi mondi con cui riempirlo.
Eh già…Fellini. Fellini è praticamente un sinonimo di Cinecittà: senza nulla togliere ai tanti fantastici artisti che qui hanno lavorato (ben raccontati nella mostra permanente offerta ai visitatori) e agli oltre tremila film prodotti dagli anni trenta del ‘900 ad oggi, il vero padrone di Cinecittà è ancor oggi Federico Fellini, tant’è che si ha la sensazione che, con la sua telecamera, si aggiri ancora per gli studios. Del resto quando gli chiesero in quale città avrebbe preferito vivere, Fellini rispose “Cinecittà”, che lui, non a caso, chiamava anche “La fabbrica dei sogni”.

Autore: Massimo Antonino

Polpette di tonno e ricotta

INGREDIENTI

230 g tonno
200 g ricotta
20 g acciughe
20 g capperi
50 g pangrattato
8 g prezzemolo
2 uova
50 g parmigiano
Pepe nero q.b.
Sale q.b.

PREPARAZIONE

Ora procediamo alla preparazione di questo semplicissimo antipasto: unite ricotta, parmigiano, tonno, acciughe, capperi, prezzemolo, pangrattato e alla fine le uova.
Mescolate il tutto finchè il composto non risulta omogeneo e successivamente aggiungete sale e pepe.
Se il composto risultasse troppo compatto vi consigliamo di aggiungere un goccio di latte, invece se dovesse risultare troppo morbido vi consigliamo di aggiungere del parmigiano.
Create poi delle palline di circa 30 g schiacciandole leggermente.
Passatele nel pangrattato.
Posizionatele su una teglia con carta forno, aggiungete sopra alle polpette un filo d’olio e cuocete in forno a 200 gradi per 15 minuti o fino a duratura.

VARIANTE

Nella panatura provate ad aggiungere dei semi di sesamo, daranno un tocco in più al vostro antipasto.

L’amore per il prossimo

Qui Intervista a Ivan Pierotti , personaggio poliedrico che muove i primi passi come Ufficiale dell’esercito passando per molti altri settori, Ivan Pierotti si dedica poi all’attività sanitaria Dopo alcuni anni di servizio in area critica, soccorso aereo internazionale ed altri cinque anni di Università a Bologna, ha aperto Medical Center Merano, una struttura privata con una visione nuova nel contesto sanitario. Ad oggi, tra i vari progetti, si occupa di sostegno umanitario in vari Paesi colpiti dalla guerra.

La cosa che mi piace di me.
Non sono molto autocelebrativo e difficilmente sono soddisfatto di me.

Il mio principale difetto.
Non sono capace di dimenticare chi fa un torto: a me o agli altri.

Il mio momento più felice.
Quando ho potuto abbracciare mio figlio in Terapia intensiva, sapendo che sarebbe tornato a casa.

La persona che ammiro.
Malvina: perché oltre ad essere tutto quello che si può volere da una moglie è un’ottima professionista e la persona più onesta che conosca.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“Hagakure” di Yamamoto Tsunetomo: anche leggendolo mille voltescopriremmo sempre qualcosa di nuovo su noi stessi.

La mia occupazione preferita.
Il lavoro, perché è una continua ricerca, un confronto con se stessi, per superare le difficoltà e trovare soddisfazione nel far stare bene gli altri. 

Il paese in cui vorrei vivere.
Un paese semplice, con persone pacifiche e disposte a vivere per la società prima che per se stessi. Se lo conoscessi ci sarei già.

Non sopporto…
Arroganza, ipocrisia e falsità. Ma forse più di tutto non sopporto la stupidità.

Per un giorno vorrei essere…
Una persona dall’intelligenza superiore, per vedere le cose da prospettive diverse e comprendere quello che oggi non riesco. 

La mia paura maggiore.
Il tempo: che si esaurisca quando ancora non sono soddisfatto di me.

Sono orgoglioso quando…
Ogni volta che metto il bene collettivo davanti al mio.

Il mio motto.
“Le persone forti si fanno valere ma le persone più forti si battono per gli altri”. 

Dove mi vedo fra dieci anni.
In viaggio “on the road” con la famiglia.

L’ultima volta che ho perso la calma.
La perdo ogni volta che vedo la mancanzadi rispetto.

Da bambino sognavo…
Di diventare un pilota. Poi ho capito che non è dal cielo che si possono affrontare i problemi ma con i piedi ben piantati a terra in mezzo alle persone. 

Un compleanno speciale per Lettera 7

Il giorno sette del mese sette alle ore sette: ha scelto di giocare con una data “palindroma” -ovvero leggibile sia da destra a sinistra che viceversa- l’associazione letteraria “Lettera 7” per festeggiare ovviamente… i sette anni di attività! Un momento storico davvero, che non si poteva certo non celebrare a dovere…

La festa per questo speciale annivaersario si è svolta presso la Sala degli Artisti nel bar Naomi di Salorno. Un bel momento ci convivialità tra l’affiatato gruppo di appassionati e appassionate di letteratura, che non si è mai arreso di fronte alle difficoltà di questi anni. Nonostante la chiusura della sede del Cafè letterario di via Marconi a Laives nel 2020, a causa della crisi pandemica, l’associazione ha infatti continuato ad organizzare appuntamenti culturali in diversi comuni della Bassa atesina. Ricordiamo che Lettera 7 è nata come libera associazione nell’agosto del 2015 a Bolzano, in un caffè in piazza Walter, e raccoglie “letterate e letterati intrepidi, conoscitori e ricercatori di prosa e poesia, tenaci difensori dei libri di carta” da tutta la provincia.
La festa per i sette anni coincide anche con la pubblicazione del volume “Bolzano Nuvole” di Roberto Marino, iniziatore e anima dell’associazione. Così descrive l’autore la sua ultima “creatura”. “Un libro particolare, al quale ho dedicato ventisette mesi di lavoro letterario. Uno sforzo mentale per scrivere delle vicende reali, alcune; ed altre immaginarie, molte… Sostanzialmente, un libro che rappresenta della poesia romanzata, cioè dell’arte poetica vista come stile di vita”.
Nel volume le esperienze personali di Marino si intrecciano ad altre storie di diversi personaggi come il signor Mannè, il passero Sebastian, la signora Nill. Ma si racconta anche di una particolare testimonianza di fede religiosa e delle guerre, in varie parti del mondo,”di quelle guerre delle quali sembra che l’umanità non possa proprio starne senza”, continua Marino.

Autrice: Caterina Longo

Il saltar guardiano dei campi della Bassa

Chi – ahimè – ha superato il mezzo secolo di vita (o, forse, qualche annetto in più), ricorderà bene una figura tanto caratteristica quanto oscura che un tempo si aggirava nelle campagne della Val d’Adige. Da Termeno a Caldaro, da Ora a Laives (ma anche nel Burgraviato e in parte della Venosta), un uomo appartato e silenzioso, temuto da grandi e piccini, spesso avvolto in strani abiti e in un manto di mistero…

Questo misterioso personaggio gironzolava notte e giorno tra piante da frutto e vigne – ovviamente nei mesi in cui i colorati e profumati frutti pendevano dai rami in attesa di essere raccolti o l’uva matura stava per essere vendemmiata. Il periodo canonico della sua attività andava dal 25 luglio (“Jakobi”) o dal 10 agosto (“Lorenzi”) all’11 novembre (“Martini”), quando concludeva il suo mandato e gli veniva elargita la ricompensa.
Quest’uomo (un tempo doveva essere giovane, robusto e, pure, celibe) non parlava con nessuno, compariva all’improvviso e ti fulminava con lo sguardo: se per caso avevi in mano un piccolo frutto o in bocca un misero chicco d’uva, dovevi subirne, quando andava bene, la severa reprimenda. Sì, perché egli era il guardiano dei frutti, il “saltar” o “Saltner”, come veniva chiamato – in nome e per conto dei proprietari dei frutteti (un tempo la comunità o signorotti vari, poi semplici contadini) che lo ingaggiavano.
Dalla notte dei tempi, per così dire, attraverso tutto il medioevo e fino agli anni sessanta del secolo scorso, questo “spaventa-ladruncoli” vivente vigilava sui raccolti in un determinato territorio chiamato saltaria o, in tedesco, “Hut” (dal verbo hüten, che significa custodire, sorvegliare). Ogni maso della “Hut” deteneva un elemento della sua “divisa” assai suggestiva (ricordava vagamente il costume degli indiani d’America), arricchita da piume di uccelli, pelli di scoiattolo, code di volpe, denti di cinghiale.
Il suo armamento tradizionale consisteva in una roncola, un’alabarda e, in tempi più recenti, in una scacciacani.
Ma chi era, dunque, questo saltar o saltaro? Da che cosa gli derivava la sua autorità? Il nome deriva dalla parola latina volgare “saltarius” e questa da “saltus”, che sta per bosco, pascolo, podere. Questa figura amministrativa era presente soprattutto in Lombardia e in Trentino-Alto Adige e un tempo la sua funzione non era semplicemente quella di guardiano dei raccolti, ma anche di guardaboschi. Anche i pascoli erano sottoposti alla sua vigilanza ed egli riconduceva nel proprio ambito gli animali che avevano sconfinato.
Il fatto curioso è che questa figura a metà strada tra un vigile e una guardia forestale fu introdotta nel nostro territorio e nel nostro ordinamento giuridico dai Longobardi. Presso questo popolo germanico, arrivato in Italia nel VI secolo e stabilitosi anche a Trento e nella Bassa Atesina (il confine, assai elastico, tra il ducato longobardo di Trento e i territori dei Baiuvari tagliava in due la valle dell’Adige tra Bronzolo e Laives ma, come detto, pare che i Longobardi fossero arrivati anche nel meranese), i “saltarii”, nominati nella legge di Liutprando, rappresentavano il livello più basso degli ausiliari del giudice: erano insomma una sorta di guardia che sorvegliava il territorio, acciuffava i ladruncoli e li consegnava agli sculdasci (in longobardo skuldheis, comandante ai debiti, in quanto incassava le multe – da cui il tedesco Schultheiß, sindaco) ai regj e ai gastaldi. Arrestava anche gli assassini e i ladri in generale.
Le pene, per costoro, non erano “leggere” come quelle odierne: al primo furto, il ladro veniva condannato a due o tre anni di carcere sotterraneo; se non poteva pagare l’ammenda veniva consegnato al derubato, che era libero di farne quello che voleva.
Al secondo furto veniva tosato, picchiato e marchiato in fronte, al terzo venduto “fuori provincia”. Forse proprio il ricordo di questa severità ha trasformato i saltari dei tempi passati nell’uomo nero per antonomasia del “Gasinde” (termine longobardo poi diventato il tedesco Gesindel, gentaglia) di ogni epoca.

Autore: Reinhard Christanell

Lavoratori stagionali e guerra in Ucraina

Da diversi mesi i media riportano il grido di allarme degli imprenditori sulla mancanza di personale – specializzato e non- nel settore turismo e ristorazione (ma non solo), che si è aggiunto alle difficoltà post pandemia, ai rincari delle materie prime e alle incertezze della guerra in Ucraina. Abbiamo chiesto a Reinhard Dissertori, presidente del Bauernbund per la Bassa, se questa crisi si rifletterà anche sui lavoratori stagionali per la prossima raccolta mele.

Con la crisi, molti lavoratori e lavoratrici del settore turismo si sono infatti ricollocati, lasciando un “buco” nel settore che sembra non volersi ricolmare. Una situazione che per i consumatori si sta traducendo in prezzi di alberghi cresciuti (secondo l’Unione nazionale consumatori, del 9,7% rispetto all’anno passato e non solo: come noto gli aeroporti di Olanda e Germania nelle ultime settimane sono letteralmente collassati, con una cancellazione dei voli mai vista prima). Una crisi del turismo certo, che però tocca anche altri settori, come l’edilizia e l’agricoltura. Ci siamo chiesti quindi se questa situazione sta avendo o avrà delle ripercussioni anche a livello locale, proprio per quanto riguarda i lavoratori stagionali.
Un momento di crisi con gli stagionali c’era stato già nell’autunno scorso:durante la raccolta delle mele, per via del mancato riconoscimento della vaccinazione, molti lavoratori dai paesi dell’Est erano tornati a casa improvvisamente – ma la situazione era poi rientrata gradualmente.
Abbiamo chiesto a Reinhard Dissertori, presidente del Bauernbund della Bassa atesina, se la mancanza di personale stagionale si sta facendo sentire sui campi. “Al momento la situazione è tranquilla, in giugno non abbiamo bisogno di tanti lavoratori. Rimane invece incerta la situazione per la raccolta delle mele: dal 10 agosto si inizia con la raccolta delle gala e può essere che ci siano delle difficoltà e che dobbiamo contare di più sulle nostre forze.”

Come mai?
“Per un effetto domino: i lavoratori stagionali impiegati nella raccolta qui in Alto Adige provengono dalla Polonia. Vengono a lavorare qui perché hanno condizioni migliori rispetto che a casa, mentre in Polonia si utilizzano lavoratori ucraini.”

Quindi?
“Con la guerra in corso, è probabile che quest’anno non arriveranno i lavoratori dall’Ucraina e quindi i polacchi rimarranno a lavorare a casa”.

Per assurdo, noi ospitiamo però diversi rifugiati dall’Ucraina, anche se si tratta di persone diverse, ovviamente…
“Al di là di tutto, in ogni caso noi siamo felici di poter accogliere ogni proposta di lavoro. Le procedure per poter impiegare i lavoratori fuori dall’EU sono state semplificate per fortuna”.

Insomma, anche l’agricoltura dovrà in qualche modo fare i conti con la guerra. Sperando nel meglio, non mancheremo di aggiornare sulla situazione.

Autrice: Caterina Longo

Caldo

Abbiamo scelto una sola parola per il titolo per questa riflessione ed è inutile che vi diciamo perché. Il medesimo termine però funge da vero e proprio caleidoscopio di significati, se cominciamo a considerare quelli che sembrano essere gli effetti della rivoluzione climatica che stiamo vivendo.
Ormai ne siamo certi: è più caldo di sempre. Lo dice il termometro e lo dice anche il nostro corpo, che ci lancia i suoi messaggi, per abituarci alle nuove temperature, diurne e notturne, ma anche – e soprattutto – ai pericoli legati alle rare precipitazioni rimaste che quando giungono spesso sono piuttosto violente.
Le nuove temperature estive mettono a dura prova soprattutto le persone anziane che vivono nei fondovalle meno in quota e che hanno meno occasioni per “scappare” in montagna dove – per altro – pure si registrano temperature sorprendenti.
A bene vedere quella che stiamo passando è un’estate “calda” anche per politica ed economia, oltre che per la nostra società che arranca. Alle difficoltà legate a pandemia (ancora non superata, attenzione) e guerra in Ucraina, si è aggiunta negli ultimi tempi anche la siccità che impone di escogitare a breve termine correttivi per le mancanze croniche del passato. Stiamo parlando delle perdite nella rete idrica, che non vedono l’Alto Adige brillare rispetto al resto del territorio nazionale. Ma anche alla carenza di invasi per la raccolta dell’acqua piovana. C’è poi il confronto sulla gestione delle risorse idriche legate al fiume Adige, che sembra essere privo della necessaria regia per bilanciare le esigenze delle varie regioni del Nordest. In questo periodo abbiamo bisogno di tutto meno che di “teste calde” e quindi ci affidiamo al buone senso e ad una efficace concertazione tra i governatori coinvolti.
Agricoltura e turismo vanno a braccetto, com’è logico che sia. E l’estate torrida non può che accelerare il necessario ripensamento su questi due comparti della nostra economia, i loro obiettivi e la loro sostenibilità. Anche questi sono temi… “caldi”. Insieme ai punti interrogativi che nello specifico sono stati posti, di recente, su alcune questioni. Ricettività turistica senza limiti? Monocoltura della mela nel fondovalle come unica risorsa?
Se non vogliamo ritrovarci, presto, a piangere “calde” lacrime, è senz’altro meglio non reagire a “caldo” e invece prendersi il tempo per riflettere. Potremmo farlo magari in uno dei pomeriggi assolati della nuova estate altoatesina. In cui forse poi sarebbe meglio adottare prima possibile orari d’apertura più consoni, mutuando l’idea da altre regioni del Sud (del quale ormai metaforicamente facciamo parte anche noi). Che senso ha riaprire gli esercizi alle 15, quando ci sono ancora 35° gradi all’ombra?

Autore: Luca Sticcotti

Cinquant’anni dall’occupazione della Montedison

Per chi ci lavorava il ricordo è ancora nitido, come fosse successo ieri. Ma sono trascorsi già 50 anni da quel 7 luglio 1972, quando la Montedison di Sinigo minacciò di chiudere i battenti. E la fabbrica venne occupata.


“Assolutamente no. Durante tutto il periodo di occupazione non ho mai sentito questo sentimento di paura, di perdere il posto di lavoro. Non potevamo decidere noi quando riaprire, però la nostra attività era così frenetica e così bella che ci aspettavamo soltanto delle buone soluzioni.” Esordisce così, Carlo Baldi, quando gli si chiede se durante l’occupazione della Montedison – la storica fabbrica di Sinigo – ha avuto paura.
Di quella storia, di quella occupazione, quest’anno si ricordano i 50 anni. è la vicenda di quei 220 operai impiegati a lavorare in fabbrica in una Sinigo tedescofona, votata all’agricoltura e al turismo. In una fabbrica che nasce tra il 1925 e il 1926, ricercando in Alto Adige un mercato interessante per il fertilizzante chimico che non troverà, costretta quindi a passare ai materiali speciali: carbonato di litio, silicio iperpuro per elettronica, in policristallo e monocristallo, ma anche titanio e plasma. Un mercato promettente sul quale scommettere, con le porte dell’elettronica che si stavano spalancando, in cui tuttavia Montedison stessa non credette, investendo nel suo laboratorio poco denaro ed energia, ed arrivando ad un deficit annuo di un miliardo di lire. Così, si giunse al 7 luglio 1972: fabbrica chiusa, tutti a casa.
E non solo a Sinigo, ma anche in altri punti di produzione dello stivale.
Sono stati molti, tra sindacalisti, operai, contadini e cittadini, ad animare questa storia. E sono proprio le loro voci che ripercorrono e ricostruiscono le tappe di un vissuto così decisivo per il territorio.

CARLO BALDI
A partire dallo stesso Carlo Baldi, che quel giorno si trovava in vacanza con la famiglia e che senza pensarci su troppo è tornato a Sinigo: “È stata una decisione di coscienza – racconta quasi ridendo – non potevo starmene in ferie mentre gli altri occupavano la fabbrica”.
Ricorda che vi trovò una situazione paradossalmente tranquilla: “Ci hanno ceduto le chiavi, lasciandoci corrente e acqua. Noi abbiamo cercato per tutto il tempo di fare la minima manutenzione per non mandare tutto in malora”.
In queste condizioni, con turni di presidio della fabbrica e giri di ronda per controllare i dintorni, l’occupazione andava avanti. Da sfondo, un clima non propriamente roseo: gli anni delle bombe dei separatisti in Alto Adige e un capoluogo se non contrario, quantomeno sfavorevole, per una questione politica e, sicuramente, etnico – linguistica. Ma erano anche gli anni del lungo ’68, dei movimenti sindacali nel loro massimo fermento, degli operai nelle piazze per reclamare diritti, salari stabili, sicurezze e welfare.
In questo grande quadro si inserivano gli operai resistenti della Montedison di Sinigo, trascinando con loro anche contadini e cittadini, artisti, civili e sindacalisti.

JACOB DE CHIRICO
Tra questi, il ricordo di Jacob De Chirico: “L’occupazione della Montedison di Sinigo era stata per me una scuola di vita frenetica. Dirigevo in quegli anni la rivista “Arte e lavoro/ Kunst und Arbeit”, interessata a fare interagire l’arte con il mondo del lavoro e le sue grandi lotte in difesa delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti. Avevo capito che il mio ruolo poteva essere davvero al servizio della classe operaia. I lavoratori della Montedison rappresentavano un’avanguardia, sindacalizzata, competente, consapevole dei propri diritti ma anche profonda conoscitrice della sofisticata produzione del silicio iperpuro. Pensavo che andassero coinvolti intellettuali, insegnanti, studentesse e studenti di lingua italiana e tedesca, senza steccati etno – linguistici. Ritenevo indispensabile coinvolgere anche i contadini del Burgraviato e infatti alle grandi manifestazioni in città partecipavano addirittura con i loro trattori! Ci fu una grande solidarietà. Mai una lotta di fabbrica aveva coinvolto in modo massiccio tutta la città. Accanto alla tenda della Montedison installata in pieno centro città, accanto ai grandi murali scritti e dipinti da me, capitò che la polizia volesse cancellare quell’avamposto operaio. Io dipingevo ogni giorno un murale colorato nuovo, un vero e proprio diario che aggiornava lo stato della lotta!”.
E fu proprio così: una mobilitazione generale e senza eguali. Una scuola di resistenza, collaborazione e solidarietà per il territorio intero. Ma anche una scuola di vita, personale, che ha contribuito a formare le coscienze: “Io non ero sindacalizzato, non avevo neanche tante idee politiche, però credo che si debba sempre battersi per qualcosa in cui si crede e ne è valsa la pena. È quello che ti lascia la coscienza tranquilla”.

GIUSY GIARRIZZO
Ed ecco, vince, il ricordo di Giusi Giarrizzo della Cgil. “Sono passati 50 anni da questa vertenza sindacale di grande respiro, ma nella memoria dei giovani lavoratori di oggi non c’è più traccia di un avvenimento sindacale che allora coinvolse i duecento dipendenti della ex Montedison, la comunità di Sinigo e i lavoratori e le lavoratrici non solo del meranese, ma anche di tutta la Provincia. Quando invece, oggi, ho l’occasione d’incontrare qualche ex lavoratore che allora era attivo nel sindacato, non faccio il tempo di salutarlo che subito in lui affiorano i ricordi di questa battaglia in difesa dei posti di lavoro nell’industria”.

LUCA FELLIN
Anche Luca Fellin ricorda: “Negli anni ’80 noi giovani rampanti che arrivammo alla Smiel poco sapevamo di quanto era accaduto solo pochi anni prima. Nel 72 eravamo ancora alle scuole medie. Per noi la fabbrica rappresentava una buona opportunità di lavoro in attesa di tempi migliori. Siamo arrivati in un momento di transizione politica e sociale ed anche di prospettive di mercato.l n quegli anni sono iniziati i primi cambiamenti significativi dal punto di vista dell’espansione dell’azienda e del mercato del silicio. La storia dell’occupazione l’abbiamo imparata assieme alle storie delle persone che l’avevano fatta. Abbiamo avuto il privilegio di ascoltare dall’interno, e dalle persone dalle quali stavamo imparando a lavorare, che significato ha avuto per la fabbrica, per la comunità e per noi stessi, quell’atto coraggioso. Ci sembra quasi di avervi partecipato. Quell’occupazione è stata la svolta, ha permesso la continuità produttiva e la sicurezza economica dei suoi addetti e di parte della comunità.”
Si trattò di un’occupazione tenace, conclusa il maggio dell’anno successivo. Occorre dunque celebrare il ricordo di coloro che si sono caricati sulle spalle la responsabilità di non far fallire per sempre un’opportunità di lavoro industriale, riconoscendo loro la capacità di visione prospettica, di amore per il lavoro. Celebrare l’intransigenza e la tenacia degli operai che hanno fatto sì che ancora oggi lo stabilimento di Merano abbia oltre 200 dipendenti, e quello satellite, di Novara, più di 600.

“LA LOGICA DEL FARE”
Insomma: è una grande storia di comunità, che Carlo Baldi riassume in modo lucido. “La storia di questa comunità di lavoratori che copre più di mezzo secolo della nostra vita, ha bisogno di una riflessione conclusiva: molti sono gli eventi importanti che l’hanno segnata, scelte politiche o mancate scelte, scelte imprenditoriali, variazioni repentine e incontrollabili dei mercati globali. Tutto questo sta dentro la logica del fare. E sono gli uomini che decidono: i prestatori d’opera e i datori di lavoro e per ognuno di questi si potrebbe tentare un giudizio: bravo, impegnato, determinante, generoso, preparato, essenziale in questa o in quell’altra occasione, eroico persino, inadeguato, e non ti meravigli di questo perché gli uomini e le istituzioni fanno la storia, sono dentro la storia, però ad un certo punto la storia subisce uno scarto decisivo, impensabile persino.
Perché non era nella logica delle cose, anzi era al di fuori delle regole scritte, di quelle ammissibili per convenzione o per legge. È necessario che l’imprenditore si faccia da parte, non necessariamente per i suoi demeriti. Perché tutti insieme noi, con i nostri bisogni e diritti, in questa particolare occasione, per un’etica superiore e per un tempo che sarà breve o lungo, si provi a cambiare il corso delle cose. E in quel 1972, 220 lavoratori, con qualche eccezione più o meno giustificata, l’hanno fatto e oggi fra Sinigo e Novara oltre 1000 lavoratori hanno uno stipendio a fronte di una prestazione e il datore di lavoro un rendimento per il suo capitale di rischio”

Autrice: Ana Andros