Serve un’autorità credibile che faccia rispettare il diritto

Mentre si avvicina l’anniversario della morte di Alex Langer (3 luglio), vien da chiedersi che cosa avrebbe detto, lui, della guerra in Ucraina e dei modi scelti per affrontarla e portarla a soluzione. Ciò che manca, allora come oggi, è una forza internazionale capace di far valere il diritto e i diritti della parte più debole.

Quasi trent’anni fa (luglio 1993), Alexander Langer, guardando al conflitto balcanico, disse che “occorre una credibile autorità internazionale che sappia minacciare ed anche impiegare – accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia, della mediazione, della conciliazione democratica, dell’incoraggiamento civile, dell’integrazione economica, dell’informazione veritiera… – la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli Stati.
Se qualcuno spadroneggia con la forza delle armi nel suo quartiere o nella sua valle, e nessuno si muove per fermarlo, in poco tempo scoppia una generale guerra per bande, in cui tutti sono obbligati ad armarsi ed a cercare di farsi valere con la forza”.
Dunque sì, secondo Langer – per quanto egli fosse un costruttore di pace e un autentico nonviolento – in quella situazione l’ONU sarebbe dovuta intervenire in modo più deciso, per bloccare il conflitto e salvaguardare la popolazione inerme dalle mire di conquista degli eserciti in campo.
Se oggi nessuno propone seriamente un intervento di “polizia internazionale” è solo perché la parte forte, quella che spadroneggia, è una potenza nucleare. Come tale è capace di tenere in scacco il mondo intero.
E tuttavia non è ammissibile che un qualsiasi Stato annetta territori di un altro Stato con la violenza o con altri mezzi illegittimi.
Al di là dei diritti lesi, ciò rappresenta un pericolo per tutto il mondo e un messaggio per i despoti che assomiglia a una licenza di uccidere.
Non possiamo ridurci a chiedere al più debole di rinunciare a qualcosa, solo per far star buono il più forte. Ciò vale anche in altre forme di relazione.
La Comunità internazionale deve trovare il modo per fermare i più forti che schiacciano i più deboli, in ogni situazione.
Con la diplomazia, la mediazione, la conciliazione democratica, l’incoraggiamento civile, l’integrazione economica, l’informazione e anche, se necessario, con la forza.

Autore: Paolo Bill Valente

Laives, mistero di un nome

Molti aspetti un tempo sconosciuti della storia di Laives sono stati svelati dalle ricerche e dai ritrovamenti archeologici avvenuti nel corso di tutto il XX secolo. Già negli anni ’30, i bolzanini Georg Innerebner (esplorò anche la cisterna del Peterköfele, che in modo assai ingegnoso garantiva l’approvvigionamento idrico al vecchio castello) e Peter Eistenstecken sondarono a fondo il territorio “vergine” del Montelargo / Breitenberg, dove in effetti scoprirono gli stupefacenti resti di antichi castellieri. Verso la fine del secolo, grazie all’intensa attività edificatoria che travolse Laives, fu la volta del conoide sui cui sorge il paese: e in varie zone vennero alla luce tracce inequivocabili di siti risalenti quantomeno all’età del ferro.
Insomma, a poco a poco si consolidò la consapevolezza che questa piccola località all’imbocco della Vallarsa non era semplicemente un centro agricolo di origine medievale sorto “a servizio” e, anche, a protezione della strada verso la nuova città mercantile di Bolzano – fondata, come Egna, alla fine del XII secolo dai potenti vescovi trentini per soddisfare le loro ambizioni commerciali – ma uno dei paesi più ricchi di storia della Bassa Atesina.
Certo, non tutto (o forse pochissimo) di quel lungo passato è stato riportato alla luce: a iniziare dal nome stesso del paese. Laives / Leifers in tutte le sue forme note (e a volte trascritte male) rimane a tutt’oggi un autentico fossile linguistico, un suono perfetto ma pietrificato dal tempo e spogliato di significato che possiamo ripetere a piacimento senza mai coglierne il senso originario.
Possiamo però ipotizzare che la sua origine andrebbe ricercata non tanto nell’epoca romana (che prediligeva i cosiddetti prediali in -anum, peraltro assenti in Bassa Atesina) ma in quella precedente retica e in uno degli insediamenti che prima e dopo il V secolo a.C. sorsero sul conoide e sulla riva del Vallarsa. A tal proposito si può aggiungere, che quasi tutti i toponimi “alpini” (e sono centinaia) che finiscono in -s sono di origine preromana/retica. In tal senso, e considerato che i nomi scelti da quel popolo misterioso e profondamente religioso erano semplici e comprensibili a tutti, Laives dovrebbe portare il nome del fondatore del primo vero villaggio o di una divinità a cui era consacrato.
Sempre a proposito dei nomi locali, che molto potrebbero raccontarci del passato del paese, pare che il più antico toponimo documentato sia quello di Lichtenstein, il castello sul Peterköfele anch’esso di proprietà dei principi-vescovi trentini, costruito probabilmente in concomitanza con la fondazione di Bolzano e distrutto definitivamente dal tirolese Mainardo II.
In questo caso, però, si tratta certamente di un nome medievale. Il nome precedente del sito, certamente frequentato (a che scopo non si sa ma forse quale luogo di culto), è completamente sconosciuto.
Il linguista Finsterwalder ritenne infatti che i nomi dei castelli medievali sorti tra il XII e il XIII secolo fossero quasi tutti di origine “fantasiosa” o ideologica, nel senso che erano espressione di un ideale mondo cavalleresco slegato dalla realtà e dalle esigenze territoriali. Al “chiarore” o alla luce (Licht) sono infatti ispirati vari nomi di castelli in tutta Europa e, proprio di fronte al nostro Lichtenstein, anche quello della Leuchtenburg / Castel Chiaro. È dunque plausibile che furono i padroni “trentini” insediati a Castel Weineck ad attribuire il nome alla collina di San Pietro questa lo trasmise alla dinastia ministeriale dei Lichtenstein.

Autore: Reinhard Christanell

Quei frigoriferi che cambiano il mondo

Il pianeta dei frigoriferi
Scrittore: Mauro Balboni

Nel suo libro, il ricercatore Mauro Balboni (specialista in scienze agrarie, originario di Bolzano ma cittadino del mondo) lancia uno sguardo sul nostro futuro partendo da un oggetto che tutti abbiamo in cucina e apriamo più volte al giorno, eppure mai ci aspetteremmo che potrebbe essere una specie di “bomba a orologeria”, capace di innescare potenti reazioni a catena per il paese e l’ambiente. Parliamo del frigorifero, un elettrodomestico relativamente giovane se pensiamo che il primo esemplare con un prezzo accessibile viene lanciato in America nel 1927 dalla General Eletric. Da allora, in poco meno di un secolo, il numero di frigoriferi nel mondo è arrivato ad un miliardo, rivoluzionando radicalmente le nostre abitudini alimentari. Fin qui nulla di strano, a parte il fatto che il numero di frigoriferi sul pianeta è destinato letteralmente a raddoppiare in pochi anni alla fine di questo decennio, trainato dal gigantesco mercato di consumatori dell’Asia, e dell’Africa (l’assurdo è che qui comprano frigoriferi, ma in molte zone non arriva la corrente elettrica!). Insomma, un cambiamento epocale in tempi molto brevi, che porterà a un cambiamento nelle abitudini alimentari di dimensioni titaniche. Una domanda di cibo a cui la produzione agroalimentare è chiamata a rispondere. Il libro di Balboni, dati alla mano, ci mette quindi di fronte a tanti paradossi: se qui nel mondo ricco e occidentale si moltiplicano gli appelli alla frugalità collettiva, là nel mondo in prepotente crescita economica si mangia sempre di più; se noi invochiamo la “fine della carne”, là si consumano sempre più proteine animali. In questo scenario, le bocche da sfamare stanno crescendo al ritmo di circa 80 milioni all’anno.
Il capitolo “La fame di terra” fa luce su un’altra realtà meno nota e divulgata, che rischia di avere un impatto negativo sulla nostra stessa sicurezza alimentare: sottolinea l’autore “la terra coltivabile nel mondo, se misurata pro capite per ogni essere umano, è in calo dal 1960 e continua a calare. Inoltre, quella rimasta si trova “sequestrata” in ecosistemi forestali e naturali che i Paesi del mondo si sono impegnati a salvaguardare per mitigare il riscaldamento climatico e la biodiversità. Da oggi al 2050 dobbiamo produrre più cibo di quello prodotto finora, senza toccare altra terra. Un’impresa gigantesca e difficile.”
Insomma, “Il pianeta dei frigoriferi” non fornisce ricette facili salva-mondo, ma offre, invece, una mappa e una bussola per orientarsi in quello che sta succedendo, sul fronte dell’agricoltura e del cambiamento climatico. Un libro indispensabile per farsi un’idea oggettiva del futuro nostro e globale e che non a caso è stato presentato dall’autore nella “sua” Bolzano in un’intensa tre giorni di incontri e riflessioni sul futuro organizzata lo scorso 14-16 giugno da “Alto Adige Innovazione” e intitolata “Three Days for Future”.

Autrice: Caterina Longo

I misteri di Kolosimo

Peter Kolosimo – all’anagrafe Pier Domenico Colosimo fantascienziato e sessuologo popolarissimo anche a livello internazionale negli anni sessanta, autore di una ventina di saggi e tre romanzi – ha vissuto per quindici anni a Bolzano, dove ha imparato il tedesco e completato gli studi liceali prima di iscriversi all’università di Lipsia. Lo ricordiamo a cent’anni dalla nascita.

// Di Massimiliano Boschi
Pier Domenico Colosimo, “fantascienziato”, giornalista, sessuologo e scrittore, ha ottenuto uno straordinario successo internazionale negli anni Sessanta e Settanta del Novecento con la versione tedesca del suo nome: Peter Kolosimo.
E’ probabile, ma non certo, che questa scelta abbia a che fare con gli anni di permanenza a Bolzano, che, però, restano avvolti in un piccolo mistero. A misteri grandi, invece, Kolosimo deve il suo fenomenale successo. Perché li indagò e raccontò con intelligenza e straordinario talento: da Atlantide a Stonehenge, passando per l’isola di Pasqua e le linee di Nazca.

Nato il 15 dicembre 1922 a Modena e morto a Milano il 23 marzo 1984, Kolosimo si occupò di questo e altro, sesso compreso, in una ventina di saggi e in numerose riviste e quotidiani.
Come si diceva, i misteri a cui dedicò le sue pubblicazioni finirono per avvolgere anche la sua biografia. Lo conferma la moglie Caterina, conosciuta a Bolzano agli inizi degli anni ‘60.
In un’intervista rilasciata a gennaio scorso alla rivista “Ufo” ha, infatti, ammesso che esistono segreti del marito che nemmeno lei è riuscita a svelare. Tra questi, il periodo da partigiano in Cecoslovacchia e, soprattutto, la sua perfetta conoscenza del tedesco: “Non so come lo sapesse. Io l’ho studiato essendo nata a Bolzano, lui invece era nato a Modena e si era spostato in diverse città italiane, ma il tedesco non rientrava tra le lingue dei luoghi in cui era cresciuto”.
A dire il vero, numerosi articoli sostengono che Peter Kolosimo avrebbe frequentato il liceo prima di laurearsi all’Università di Lipsia in filologia germanica moderna. Il condizionale è d’obbligo, perché i documenti degli uffici anagrafe di Torino e Bolzano sembrano smentire questa versione.
è vero invece che Pier Domenico Colosimo nacque a Modena per caso. La madre Josephine Mosca, nata a West Hoboken nel New Jersey nel 1902, era di passaggio dalla città emiliana quando le iniziarono le doglie mentre il padre fu praticamente inesistente: non sposò la madre e contribuì solo economicamente alla crescita del figlio. Nemmeno la biografia su Kolosimo scritta da Alberto Silvestri (edita da “Il Ponte vecchio”) ci aiuta a comprendere con precisione dove Peter frequentò le scuole elementari. I documenti ci dicono unicamente che nel dicembre 1931 madre e figlio si trasferirono a Torino, da Urbino, e che lì rimasero fino al 1939.
Successivamente Peter venne “adottato” da una famiglia romagnola di Savignano sul Rubicone che lo aiutò a ottenere il diploma all’Istituto Magistrale nel 1942. Solo nell’estate successiva, Kolosimo arrivò (o tornò) a Bolzano dove si arruolò nelle file della Wehrmacht. Una scelta resa possibile dalla sua ottima conoscenza del tedesco e dalle sue passate frequentazioni sudtirolesi di cui, però, non abbiamo trovato alcuna traccia.
Escluso che abbia frequentato il liceo a Bolzano, dovremmo provare a immaginare che tra il 1924 e il 1931 abbia frequentato l’Alto Adige e, soprattutto, che abbia potuto apprendere il tedesco proprio mentre il fascismo ne vietava l’insegnamento.
Comunque sia, nell’autunno del 1943 partì per il fronte, venne ferito a un occhio nei primi mesi del 1945, e come raccontato più volte da lui stesso, durante la convalescenza entrò in contatto con la Resistenza cecoslovacca e decise di disertare per entrare tra le loro fila. Resta da comprendere quando si sarebbe laureato a Lipsia. Anche questa volta, i documenti anagrafici, invece di aiutarci a far luce sulla vicenda, la complicano. Ci dicono, infatti, che Kolosimo arrivò a Torino nel luglio del 1945, proveniente da… Tripoli.
Successivamente, iniziò a collaborare con “Sempre Avanti”, quotidiano della federazione socialista piemontese, che venne pubblicato tra il 1945 e il 1948 e – secondo la moglie Caterina, ma non solo – Kolosimo fu l’unico giornalista italiano presente a Berlino alle cerimonie per la “nascita” della Repubblica Democratica Tedesca del 7 ottobre 1949.
Effettivamente, solo nella versione piemontese de “L’Avanti” e non in quella romana, si trova una cronaca da Berlino sulla nascita della Ddr. è scritta dell’inviato Evi Shoenheit (sic!) che, evocando la bellezza eterna di “Ewige Schönheit”, appare come un perfetto pseudonimo in “stile Kolosimo”.
Ovviamente, pure in questo caso mancano le prove documentarie, anche perché dal 23 settembre 1949, Kolosimo risulta residente nell’ex Jugoslavia, dove si trasferì per dirigere Radio Capodistria. Lì rimase fino a che non venne cacciato per motivi politici e fece ritorno a Bolzano ad agosto del 1953.
Questa volta i documenti dell’efficientissimo Archivio Comunale di Bolzano ci danno qualche certezza e testimoniano che Kolosimo trovò accoglienza nella casa dello zio Roberto, fratello della madre, in via Piacenza 28. Negli anni immediatamente successivi, collaborò con l’Unità e iniziò a pubblicare racconti di fantascienza con lo pseudonimo di Omega Jim.
La strada del successo era ormai avviata. Nel 1957 pubblicò il suo primo libro: “Il pianeta sconosciuto” e il 9 agosto 1958 sposò, a Gries, Elke Lamp da cui si separò poco tempo dopo. Nel 1960, conobbe Caterina, di vent’anni più giovane di lui con cui incominciò una lunga e intensa relazione affettiva e lavorativa.
Nel dicembre del 1968, la coppia lasciò definitivamente Bolzano per Torino e l’anno seguente, Kolosimo vinse il Premio Bancarella con “Non è terrestre”, un saggio sull’archeologia misteriosa e sulla teoria degli antichi astronauti che divenne un best seller mondiale. Peter Kolosimo divenne così una “star internazionale” e da quel che si sa, non fece più ritorno a Bolzano. Ma anche di questo, ovviamente, non v’è certezza.

L’EVENTO
In occasione del centenario della nascita di Peter Kolosimo, il Movimento Universitario Altoatesino gli dedicherà un convegno e una serie di iniziative per riscoprire non soltanto” l’alto valore della sua figura umana e narrativa, sviluppatasi anche grazie ad una biografia personale decisamente avventurosa e ancora in parte misteriosa, ma anche il ruolo del personaggio all’interno dell’ambiente accademico ed editoriale. L’intento è quello di esplorare il mondo letterario del creatore di un vero e proprio nuovo genere comunicativo e del nuovo filone editoriale della fantarcheologia o archeologia misteriosa”.
Il convegno si svolgerà giovedì 15 dicembre 2022 a Bolzano, in presenza, e a Milano e Torino, in videoconferenza.

Chi era il Dr. Streiter della via omonima?

Tra le vie di Bolzano alcune sono dedicate ai mestieri, come le vie Bottai e Conciapelli; un tempo vi era anche via Carrettai, parallela dei Portici; nel 1901 prese un nuovo nome, quello di via Dr. Streiter. Chi era e cosa fece Joseph Streiter?
Facente parte di una famiglia del patriziato bolzanino, era nato a Balzano il 4 luglio 1804. Frequentò il Ginnasio dei Francescani a Bolzano, poi quello dei Benedettini a Merano. Nel 1827 sposò la figlia di un medico di Innsbruck, Johanna Holer, da cui ebbe sei figli. Laureatosi nel 1828 in scienze giuridiche a Padova, dopo un periodo a Cavalese esercitò l’avvocatura a Bolzano per 24 anni. Deceduta nel 1837 la moglie Johanna, Joseph Streiter nel 1845 sposò la pluriennale governante Anna von Kapeller. Non mancarono gli impegni pubblici per Joseph Streiter: dal 1850 al 1860 fu borgomastro di Dodiciville, dal 1861 al 1870 fu sindaco di Bolzano. Dal 1870 al 1872 fu anche membro del Consiglio regionale del Tirolo come rappresentante della Camera di Commercio di Bolzano. Nella sua attività politica si impegnò molto nel Kulturkampf, del quale fu uno dei massimi esponenti tirolesi; come liberale progressista cercò di contrastare il clericalismo e la limitazione con la censura della libera manifestazione del pensiero. Fu durante il suo mandato che Bolzano ottenne l’illuminazione a gas, la tratta ferroviaria Verona-Bolzano-Innsbruck, l’abbellimento della città e lo sviluppo del turismo, uno slancio nel campo dell’istruzione, della frutticoltura e della viticoltura. Joseph Streiter, rappresentante del radicalismo democratico, nazionalista e anticlericale di Bolzano, considerato il padre del liberalismo ottocentesco nel Tirolo meridionale, nel 1848 creò il “Verein für parlamentarische Bildung”. Joseph Streiter amava incontrarsi nella residenza Unterpayrsberg, nel rione Dodiciville, in simpatici conversari con gli amici. Fu proprio in tale residenza che Joseph Streiter morì il 17 luglio 1873.

Autore: Leone Sticcotti

Peter Burchia: guardare indietro con la prospettiva di andare avanti

Un evento intimo, meno di dieci persone tra amici e addetti ai lavori, così il poliedrico Peter Burchia ha presentato il suo primo disco da solista, nella cabina di regia del suo studio atelier, un ascolto privilegiato sul piatto di un vecchio giradischi, come una volta, quando a casa degli amici si ascoltava il nuovo ellepì di questo o di quell’artista, per condividere prime impressioni e sensazioni.

Peter Burchia non è un novellino, è noto per essere uno degli Shanti Powa, per aver fatto parte dei Color Colectif e, perché no, anche per il suo essere un busker che non disdegna (anzi!) di suonare agli angoli delle strade.
Look Back, questo il titolo del lavoro solista, è frutto di una selezione tra molte canzoni scritte da Burchia negli ultimi anni, canzoni suonate e risuonate nelle situazioni più disparate che non avevano però trovato spazio fisico su un supporto e che lui non voleva assolutamente andassero perdute: uno sguardo al passato per potersi poi dedicare al futuro senza correre il rischio che il passato passi in cavalleria.
“Negli ultimi dieci anni ho scritto davvero molte canzoni – ci racconta tra l’ascolto del primo e del secondo lato del disco –, e le ho spesso cantate nei concerti, ma non le avevo mai registrate. Rischiavano di finire nel dimenticatoio per fare spazio a nuove idee, a nuovi brani. Così ho deciso che era venuto il momento di fermarle. Ma dovevo farlo in un modo che mi fosse congegnale, naturale, dovevo essere attrezzato in ogni momento per non perdere la scintilla, così ho cominciato a pensarmi il disco, la scaletta, i suoni. La cosa principale è che tutto doveva essere essenziale, senza troppi artifici. Così ne ho parlato con Jürgen Winkler, ci siamo sondati a vicenda per capire se c’era il feeling giusto, poi lui ha installato un po’ di apparecchiature nel mio atelier in modo che quando ci fosse stata l’ispirazione, giorno o notte che fosse, mi bastasse schiacciare un pulsante per registrarmi. Avevamo considerato l’idea di usare come studio la cabina di regia, ma poi è stato naturale dirottarsi sullo spazio dove dipingo, lì è il mio habitat, il posto in cui mi trovo in assoluto più a mio agio.”
Ci sono voluti cinque mesi, ma ora, ascoltato e riascoltato il disco ha dell’incredibile, un vinile (ma in formato digitale è sulle classiche piattaforme) dal sapore antico ma fresco, incredibilmente contemporaneo. Burchia e Winkler sono riusciti ad assemblare un piccolo miracolo, un disco senza trucchi in cui i brani sono suonati dall’inizio alla fine, e le poche sopraincisioni sono integralmente dal vivo, niente copia e incolla, niente loop, niente inganni. Non sono moltissimi i musicisti che sanno già come un brano debba suonare prima ancora di cominciare a registrarlo, ne conosciamo qualcuno, e Burchia è uno di questi. La sua voce ne esce ottimamente, una voce ricca di colori, sfumature, umori, senza bisogno di autotuner e altre diavolerie.
Jürgen Winkler, architetto e musicista (è il chitarrista degli eclettici Eseleptitun) si è occupato di trovare i microfoni giusti: “Peter – ci dice – aveva le idee molto chiare su quello e il disco lo abbiamo fatto nel rispetto di queste idee, la voce avanti rispetto agli strumenti, e gli strumenti che si possono ascoltare in maniera distinta ma al tempo stesso compatta. È tutta farina del suo sacco, prima ha fatto i take con chitarra acustica e voce, tutto d’un fiato, poi le altre chitarre, acustiche o elettriche, io mi sono limitato al basso e all’organo, sempre in accordo con lui, e a dare qualche consiglio sulla take da scegliere.”
Il risultato è un disco con sonorità elettroacustiche che talvolta riconducono ai dischi Nick Drake, senza quella coltre di pessimismo e malinconia che è il marchio di fabbrica del songwriter britannico, ci sono richiami agli anni settanta, ma nel contempo citazioni ragamuffin fanno più che capolino in Those Days of Love, in cui la vena del Burchia cantautore si miscela con i suoi trascorsi negli Shanti Powa, complice il compare Berise nella stesura del rap. Unica ospite del disco (oltre al coproduttore Winkler) è Nina Duschek, busker meranese la cui voce si mescola perfettamente e senza esagerare con quella del titolare nel brano Things To Change; tra gli altri titoli da tenere presenti anche Black Countryside e The Wind, oltre al brano d’apertura Walking Threw e alla title track in chiusura, entrambi rigorosamente in versione acustica: “Una cosa su cui non ho mai avuto dubbi – conclude Burchia – è che il disco dovesse cominciare e finire senza null’altro che la mia voce e la mia chitarra acustica”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

“Casa avanzata”: primo bilancio positivo

Aveva sollevato qualche dubbio e perplessità l’implementazione nello scorso aprile, in piazza Gries a Bolzano, della prima casa avanzata dell’Alto Adige. Ora, dopo quasi di tre mesi dalla sua implementazione, la situazione sembra però essere cambiata in positivo. Vediamo insieme perché.

La “casa avanzata” è un modello di mobilità sperimentale pensato per garantire un miglior flusso del traffico in uno dei punti più pericolosi per i ciclisti: l’incrocio semaforico che dalla piazza centrale del quartiere punta dritto per via Martin Knoller e permette la svolta a destra verso via Fago. Una soluzione innovativa che sembra essere più difficile da spiegare che da utilizzare e che è stata già adottata da diverse città italiane ed estere. Si tratta, in sostanza, di un apposito spazio dipinto di rosso sul manto stradale in prossimità degli incroci riservati alle biciclette e posti in una posizione più avanzata rispetto alla linea di stop per i veicoli a motore. Un ‘cuscinetto’ che permette ai ciclisti di aspettare il verde in una posizione di maggiore visibilità, garantendo loro la precedenza e aumentando così la sicurezza stradale.
Tra i principali sostenitori della casa avanzata c’è il consigliere comunale Matthias Cologna che già un anno fa propose una mozione in Consiglio per l’implementazione di tale sistema: “Sono di facile applicazione e soprattutto molto economiche, in quanto è solo necessario dipingere l’asfalto – spiega Cologna -. Lo ritengo uno strumento utile per rendere molto più attrattivo l’uso della bici”.
Comprensibilmente però durante i primi giorni non tutti i bolzanini che transitavano nel cuore di Gries avevano compreso il funzionamento della casa avanzata. E si sa, quando si parla di mobilità a Bolzano tutte le novità vengono viste con un occhio particolarmente scettico. C’è chi aveva scambiato la casa avanzata per un finto attraversamento pedonale e chi la utilizzava senza immettersi al suo interno attraverso la ciclabile che costeggia il fianco destro della piazza.
Ora, dopo quasi di tre mesi dalla sua implementazione, la situazione sembra però essere cambiata in positivo: “In generale la città ha risposto molto bene a questa novità e posso dire che il sistema è stato ben recepito e che adesso funziona in maniera fluida – prosegue Cologna -. Abbiamo monitorato attentamente il comportamento di ciclisti e automobilisti: i primi si allineano sempre nella loro corsia riservata, mentre i secondi si fermano correttamente prima dello stop”.
Serviva insomma un po’ di pazienza prima che tutti intuissero le potenzialità di una soluzione che si inserisce all’interno di un potenziamento della rete ciclabile, e che in futuro verrà adottata anche da altri quartieri e hotspot cittadini. “Quello delle case avanzate è un tema che introdurremo in Commissione Mobilità ogni qual volta si discuterà di un nuovo progetto per capire se è possibile inserirne di nuove”, conclude Cologna. Tra i tratti individuati per l’attuazione di questo tipo di segnaletica stradale orizzontale ci sono quelli tra corso Libertà e corso Italia (piazza Mazzini), l’incrocio fra via Torino/via Firenze e via Roma e quello tra via Dalmazia e via Rovigo vicino al Teatro Cristallo. Una nuova casa avanzata sarà sicuramente inserita all’interno della riqualificazione di via Sassari, a Don Bosco.

Autore: Alexander Ginestous

Fusaro e la sua asta: pazzia e adrenalina

C’era anche un pizzico di Alto Adige all’ultimo Meeting Internazionale di Grosseto di atletica leggera svoltosi il 16 giugno scorso. A portare in alto l’orgoglio altoatesino è stato il giovanissimo Nicolò Fusaro, bolzanino classe 1999, che ha vinto la medaglia d’oro nel salto con l’asta stabilendo un nuovo record sociale assoluto e personale toccando i 5.26 metri d’altezza. Un risultato straordinario per l’atleta appartenente all’Athletic Club 96 Bolzano, che è riuscito a migliorare di un centimetro il proprio record stabilito sempre a Grosseto l’anno scorso e che gli aveva fatto ottenere la convocazione in azzurro. Nicolò studia a Padova dove si sta per laureare in Ingegneria dell’energia, cercando di conciliare gli studi con gli allenamenti, per eccellere in entrambe. Al momento si dice in forma e pronto ad affrontare i prossimi appuntamenti in programma.

Nicolò, partiamo da Grosseto: che emozioni hai vissuto in quella giornata?
Sono state molte, e tutte molto intense. È stato il primo evento a invito alla quale sono stato chiamato, e già questo è stato un grande risultato per me perché significa che sono stato riconosciuto come uno degli atleti emergenti della disciplina. Mi sono potuto confrontare con atleti che hanno già avuto esperienze olimpiche e questo mi ha dato ancora più carica. Quando in aria ho realizzato di aver superato l’asticella sono esploso di gioia perché so che dietro questo risultato c’è stato tanto lavoro. 

Come ti sei avvicinato a questa disciplina?
Ho iniziato a fare atletica sin da quando ero piccolo alle elementari, provando un po’ tutte le specialità. Solo a 15 anni ho deciso di concentrarmi sul salto con l’asta e me ne sono subito innamorato. Penso di aver fatto la scelta giusta perché mi sono tolto già diverse soddisfazioni. L’anno scorso, sempre a Grosseto, mi sono laureato campione italiano Under 23 e ho potuto partecipare anche ai campionati europei di Tallin. Al momento, abitando a Padova, mi alleno con il Gruppo Asta Padova in uno dei centri d’allenamento migliori d’Italia. 

Qual è l’aspetto che più ti appassiona del salto in alto?
Credo trasmetta un giusto mix di pazzia e adrenalina, ma la cosa che più mi piace è il fatto di poter conoscere sempre persone nuove da tutto il mondo. Le gare durano spesso svariate ore, quindi tra una pausa e l’altra si entra in contatto con altri atleti e si creano legami forti che durano nel tempo. Inoltre, è una disciplina molto tecnica e ciò mi ha sempre affascinato. 

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Chiaramente sono concentrato sul lavorare bene tutti i giorni al fine di poter migliorare le mie capacità. Questa estate girerò l’Italia perché sono stato invitato a diverse gare in piazza e questo mi gratifica molto. Uno dei più grandi obiettivi è però riuscire a partecipare ai campionati europei assoluti, che spero di poter vivere indossando la maglia azzurra. Infine ci saranno anche i Giochi del Mediterraneo che reputo un appuntamento molto importante dove spero di poter fare bene. 

Autore: Alexander Ginestous

Supermarket: fare musica insieme a 360°

Thomas Traversa, Alejandro Zarate e Alessandro Baio, sono tre membri del nuovo collettivo musicale bolzanino che è stato battezzato Supermarket. Vediamo insieme di cosa si occupa, quali iniziative propone e qual è il clima all’interno del sodalizio.

Di chi è stata l’idea?
Thomas – A me e a Marco di Stasio era venuto in mente di fare della musica insieme, poi abbiamo pensato di allargarci. Ci siamo ritrovati in un gruppo Whatsapp di 20 persone – anche se i fissi sono più o meno una decina – che essenzialmente è Supermarket. Via via si è formato un gruppo – che tutt’ora è aperto – e l’idea: all’inizio era creare un posto dove i musicisti potessero incontrarsi per fare musica insieme, ora il progetto è cresciuto talmente tanto che ci siamo ritrovati a organizzare concerti e avere molte date. 

E il nome?
Thomas – Lo avevamo già, abbiamo trovato la scusa per tenerlo. Richiama proprio il supermercato, un posto dove c’è una varietà enorme di cose che puoi acquistare, scegliere, prendere. Supermarket è così: un grande gruppo, molto diversificato al suo interno, in cui ognuno ha le sue competenze e in quelle è fortissimo. 

Che aria si respira in Supermarket? 
Alejandro – Bellissima. Dentro al gruppo, oltre la complicità e il rispetto che si prova verso tutti i componenti, c’è anche il rispetto dell’individualità di ciascuno. E’ un gruppo in cui i generi variano da un individuo all’altro, e questa cosa si rispetta e proprio per questo si impara molto. 
Alessandro – Abbiamo creato un ambiente pieno di stimoli. È un piacere lavorare con gli altri e confrontarsi con persone che non necessariamente hanno più esperienza di te, ma il fatto che operano in maniera diversa rispetto alla tua riesce a stimolarti tantissimo. 

Quindi niente gelosie o competizione.
Tutti – No. 
Alessandro –  Il motivo principale per cui sono all’interno del collettivo è perché in ambito musicale è facile trovare competizione. La cosa bella di Supermarket è proprio questa: siamo tutti sullo stesso livello, l’umiltà sta alla base di tutto quello che facciamo, ed è il motivo per cui lavoriamo così bene.
Alejandro – L’obbiettivo condiviso da tutti – oltre a quelli individuali a lungo termine – è semplicemente quello di fare musica perché ci piace, senza badare a raggiungere chissà quali risultati. Lo facciamo veramente per amore della musica. 

I vostri programmi per l’estate?
Thomas – In linea generale, quello che ci piacerebbe creare, oltre la produzione di musica – che è una cosa che sta succedendo ed è molto bella – sono i concerti dal vivo. A un concerto di Supermarket non sai cosa aspettarti, perché sai che suoneranno i membri del collettivo, ma non esattamente chi. L’ultimo concerto, poi, l’abbiamo organizzato totalmente noi, impianto compreso, con sia musica dal vivo che dj set. Stiamo creando un gruppo di lavoro che sta funzionando, e siamo autosufficienti.
Alejandro: -Abbiamo molti concerti e eventi a cui partecipare, l’agenda cresce ogni giorno. Il nostro primo obiettivo era quello di conoscerci, adesso è quello di mostrare quello che, ognuno, individualmente, ha da offrire. 

Quali sono gli ingredienti del vostro successo?
Alejandro – La diversità. Proprio per tutta la varietà che offriamo stiamo un pochino fuori da ogni etichetta, da ogni luogo comune, come musicisti. 
Alessandro – E la mentalità: il nostro obiettivo principale è fare musica e tutto quello che le sta attorno. Abbiamo un gruppo molto solido, ci troviamo molto bene insieme e questa cosa si vede, fuori. 

I ragazzi di Supermarket vi aspettano sabato 2 luglio, a partire dalle ore 18, in via Virgilio a Bolzano, per un po’ di buona musica! 

Autrice: Ana Andros

Un libro per passare… dal buio alla luce

Raccogliere il dolore e incanalarlo attraverso la scrittura, dando forma a pensieri, tormenti, delusioni. Un esercizio di sfogo che ha permesso a Stefano Rossi, giovane bolzanino di 25 anni, di superare un momento molto buio della sua vita trasformandolo in luce. Fogli di carta intrisi di parole e riflessioni sulla vita, sull’amore e sull’amicizia che hanno preso forma giorno dopo giorno trasformandosi infine in un libro. Si chiama “Ombrello di tutti, sole di nessuno” (edito da Praxis) l’esordio letterario di Stefano, che in 220 pagine racconta la storia di Davide, il suo alter-ego romanzato, che è poi la storia di ognuno di noi. La casa editrice lo definisce un romanzo esistenziale, ma forse è anche qualcosa di più, viste le sue origini molto lontane: “Il libro nasce idealmente in quinta superiore, quando decisi di smettere di praticare ciclismo. Fu una scelta difficile che mi tormentò molto. Durante gli anni universitari trascorsi a Bologna poi fui lasciato dalla mia ragazza dell’epoca e fu un’altra batosta difficile d’accettare – racconta Stefano -. Ho attraversato un lungo periodo molto difficile in cui riuscivo a trovare un sano sfogo solo nella scrittura”.
Stefano decide così di raccogliere i suoi pensieri su carta e traslarsi in qualcosa di più grande, un romanzo in cui il protagonista vive una storia d’amore con una ragazza. È da questo incipit che vengono snocciolate tante riflessioni su temi come l’amore, l’incapacità di ricostruire qualcosa che si rompe, sul tempo che scorre, gli abbracci, i drammi adolescenziali, le crisi e i fallimenti: “Mi sono guardato attorno e mi sono reso conto che anche i miei amici e conoscenti avevano problemi e pensieri tenuti nascosti. Ho involontariamente svolto un lavoro sociologico che ho unito a quello di introspezione. Nel romanzo Davide è un ragazzo che si carica i problemi di chiunque li stia intorno ma non riesce a risolvere i suoi. Penso che chiunque legga il libro riesca a rispecchiarsi almeno in un passaggio, una frase o un capitolo”, prosegue Stefano.
Ma il romanzo cerca anche di aprire una breccia nelle maglie della società odierna, in cui, secondo l’autore, molto dolore viene spesso nascosto sotto al tappeto: “Al giorno d’oggi si cerca sempre e solo di mostrare le cose belle che ci accadono e mai quelle brutte. Viviamo in una società in cui amare e amarsi è complicato, un tema che fa ancora molta paura e che spesso non si desidera affrontare. Non bisogna vergognarsi di ciò che si vive, la vita è fatta di salite e discese, l’importante è come le si approccia”. Stefano racconta che anche la scelta di adottare un personaggio maschile è stata ragionata: “La nostra società è molto maschilista, ma penso che all’interno del concetto di amore lo ‘svantaggiato’ sia ancora l’uomo, che viene dipinto come quello che non può e non deve soffrire, che deve sempre mostrarsi forte. In realtà il dolore appartiene a tutti, in egual maniera”, conclude Stefano. Il libro è acquistabile nelle librerie di Bolzano, soprattutto Athesia e Cappelli, e online sul sito della casa editrice.

Autore: Alexander Ginestous