Una Festa della Repubblica all’insegna del trentesimo anniversario delle stragi di mafia a Palermo (maggio e luglio 1992). L’occasione giusta per riflettere sul ruolo delle Istituzioni democratiche delle quali Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le donne e gli uomini che morirono con loro furono fedelmente al servizio.
“Nel 1992”, ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero colpiti perché, con professionalità e determinazione, avevano inferto colpi durissimi alla mafia, con prospettive di ulteriori seguiti di grande efficacia, attraverso una rigorosa strategia investigativa capace di portarne allo scoperto l’organizzazione. La mafia li temeva per questo: perché capaci di dimostrare che non era imbattibile e che lo Stato era in grado di sconfiggerla attraverso la forza del diritto”. Il diritto – che non è semplicemente l’insieme di leggi e regolamenti, con tutte le lacune del caso – è ciò che i cittadini, soprattutto quelli più deboli, hanno a disposizione per veder riconosciuti e difesi i propri diritti. Il diritto è l’unico modo per opporsi in modo legittimo ed efficace alla violenza, alla prevaricazione, all’arroganza di chi usa e abusa del potere per i propri interessi o per gli interessi della propria parte. “La mafia non è solo un affare siciliano”, ha ricordato a Palermo il presidente Arno Kompatscher. E non si tratta solo di criminalità organizzata, ma di uno stile, di una cultura: o con noi (sottomessi e in silenzio) o contro di noi (da isolare, da eliminare). Il diritto ha una sua forza intrinseca, ma ha bisogno, per divenire effettivo, di istituzioni sane, di cittadini consapevoli del proprio ruolo, di una cultura della legalità. Falcone, sottolinea Mattarella, ebbe “la determinazione di fare giustizia, facendo prevalere il diritto, ripristinandolo. Per consentire alle persone pienezza di libertà e maggiori opportunità di futuro contro la presenza delle mafie che ne ostacola e talvolta ne impedisce l’effettiva libertà”. “La fermezza del suo operato nasceva dalla radicata convinzione che non vi fossero alternative al rispetto della legge, a qualunque costo, anche a quello della vita”.
Grazie alla presenza dell’approdo di Bronzolo all’altezza dell’attuale ponte di Vadena, dove si trovava la Dogana e da dove partivano le zattere in direzione di Verona, Laives godette per secoli di una sorta di privilegio sul trasporto delle merci imballate da e per Bolzano.
Bolzano, si sa, era centro fieristico dal XIII secolo e i grandi mercati annuali erano ben quattro. I carrettieri ammessi alla “Rod” o “Rott” (così si chiamava la corporazione regolamentata da un apposito statuto) che dovevano presentarsi con i loro carri trainati da buoi o cavalli ogni mattina presso la Pesa in piazza del Grano, erano complessivamente 32. Insomma: quasi tutti i masi di Laives con esclusione di quelli di Montelargo e Seit. La “Rodfuhr”, ossia il trasporto mediante carrettieri locali (oggi li chiameremmo padroncini) che trasportavano la merce da un deposito (denominato Ballhaus, in quanto i colli erano “imballati” – ne esisteva uno anche a Laives presso il maso Pallmann o Thurner) a quello successivo, era un’organizzazione transalpina che gestiva il trasporto delle merci da Augsburg / Augusta a Venezia e viceversa.
Il nome derivava dal latino “rota”, in quanto i carrettieri si disponevano in fila o cerchio – proprio come gli odierni taxi – in attesa del proprio turno. Il privilegio dei “Rottleute” terminò nel 1806 con l’arrivo dei Franco-Bavaresi.
Come si sa, il legname della Val d’Ega transitava attraverso la Vallarsa e finiva in una delle tre Reif (i veronesi le chiamavano “vodi”) presenti sul territorio: la maggiore, del Principe-Vescovo di Trento (in mano ai Lichtenstein), si trovava sotto la Pfleg, a suo tempo vero e proprio castello fortificato al pari del castello sul Peterköfele. Accanto a loro, nacquero altre due Reif: quella dei contadini di Nova Ponente, che mal sopportavano il dominio dei Lichtenstein, si trovava in fondo a via Marconi, la terza, forse più piccola ma anche l’ultima a chiudere nel XX secolo, presso il maso Goldegg, sopra il vecchio cimitero.
Il legname doveva arrivare al “Domm dell’Ades” attraverso la “Liefergasse” (vicolo degli spedizionieri, odierna via Vadena) e vi erano quattro masi che avevano acquisito una sorta di privilegio in questo settore: il Pflegerbaumann, lo Stampfler, l’Aichner e il Kirchmayr o Kalcher. Ovviamente non mancavano le liti con i contadini che “di strafugo” (o “in nero”, come si direbbe oggi) prestavano lo stesso servizio a un prezzo inferiore.
Quando le parole non bastavano, si passava alle vie di fatto e non erano rare le zuffe che a volte finivano anche nel sangue. Questi carrettieri erano chiamati Reif-Tschanderer, termine per il quale non esiste un corrispettivo italiano. Il verbo “tschandern” significa più o meno trascinare rumorosamente, per cui si potrebbe tradurre con “strozzegar”.
I Rottleute e i Tschanderer erano in lite perenne per la manutenzione della strada d’accesso al porto. Infatti, i primi accusavano i secondi di utilizzarla abusivamente e di danneggiarla con lo strascinamento dei pesanti tronchi. Perciò pretendevano che partecipassero alla sua manutenzione e intentarono varie cause per difendere le proprie ragioni.
Edizioni alphabeta Verlag ripropone, nella collana Traven Reprints, un altro classico della letteratura altoatesina in lingua italiana. Giornalista, poeta e pittore, Manfredi giunge in Alto Adige dalla nativa Viareggio nel 1939, e nel dopoguerra diviene una delle anime di maggiore influenza sulla vitalità culturale della città sulle rive del Passirio, in cui ha vissuto fino alla morte nel 2001. Con sguardo raffinato e acuto, poetico e realista, Manfredi coglie le asperità della sua nuova terra, le incomprensioni culturali fra le due identità linguistiche che la popolano, le curiosità, gli aneddoti e le contraddizioni di un periodo storico particolarmente “caldo” dell’Alto Adige Südtirol. Come nota Carlo Romeo – storico ed esperto di letteratura locale, autore dell’approfondita prefazione al libro – “le prose di Alto Adige segreto qui riedite uscirono nel lontano 1963, “sullo sfondo dell’attualissima questione etnico-politica”. L’editore [Ricciardi, Milano-Napoli, ndr] sottolineava la particolare prospettiva offerta da questo ritratto umano della “tanto discussa regione”, così lontano e diverso dall’”improvvisazione e dal luogo comune”. È proprio il particolare punto di osservazione, meno giornalisticamente distaccato e più immersivo, nella sua profonda capacità di osservazione e perspicacia, ad essere un tratto distintivo del libro di Manfredi. Le sue osservazioni sono raccolte in forma di brevi capitoli di elegante prosa d’arte, in cui emerge un’attenzione pittorica al dettaglio, alla sfumatura psicologica, col risultato che in questi ritratti di personaggi, usanze e paesaggi, ogni minima pennellata assume una risonanza metaforica ed esistenziale. L’insieme di questi quarantasei capitoli è un libro che può essere definito a tutti gli effetti un piccolo gioiello della letteratura altoatesina, ancora attuale nella sua descrizione di molti aspetti di questa terra. Oltre alla citata prefazione critica di Carlo Romeo, lo accompagna anche un prezioso ricordo personale in appendice di Siegfried de Rachewiltz. Il libro verrà presentato ufficialmente giovedì 9 giugno alle ore 20 al Palais Mamming di Merano.
Il caso del Partigiano Pircher Autore: Giambattista Lazagna
Una storia incredibile quanto emblematica quella di Johannes “Hans” Pircher, partigiano della Val Venosta. Cresciuto in condizioni di povertà, anche sociale, Pircher viene arruolato nella Wehrmacht durante l’occupazione nazionalsocialista. Diserta e ripara in Svizzera dove inizia a svolgere incarichi di corriere tra gli Alleati e i gruppi della Resistenza sudtirolese guidati da Hans Egarter, unendosi infine al gruppo dei partigiani della Val Passiria. Nel contraddittorio clima politico del dopoguerra, questi ultimi furono imputati di atti che sarebbero dovuti rientrare nelle amnistie previste per la guerra di liberazione. Condannato a scontare decenni di pena detentiva, incontra in carcere l’“avvocato dei poveri” Roberto Miroglio, che si appassiona al suo caso e ne prepara la difesa. Nello stesso carcere si trova anche l’ex partigiano e giuslavorista Giambattista Lazagna che comprende la necessità di appellarsi all’opinione pubblica per muovere concretamente le acque attorno alla vicenda di Pircher. Lazagna scrisse un Memoriale che affidò ai giornali denunciando lo scandalo della vicenda su un piano storico, politico e civile, e innescando così un’ampia campagna di mobilitazione che portò al condono della pena e alla liberazione di Pircher. Edizioni alphabeta Verlag riedita ora nella collana Territorio&Gesellschaft il memoriale di Lazagna, accompagnandolo con un’ampia introduzione storica curata da Carlo Romeo e Leopold Steurer. Il libro verrà presentato dai due curatori sabato 11 giugno alle ore 20 al Theater in der Altstadt di Merano, con commento musicale di Marcello Fera.
L’Archivio Storico della città di Bolzano è un punto di riferimento irrinunciabile per tutti coloro che desiderano conoscere il percorso che attraverso i secoli ha portato il capoluogo alla sua fisionomia attuale, urbanistica, culturale e sociale. Ne abbiamo parlato con la direttrice, cogliendo l’occasione per presentare anche due mostre sul lager di Via Resia, attive presso il Museo Civico.
// Di Caterina Longo
Carla Giacomozzi è responsabile dell’Archivio Storico del Comune di Bolzano, che cura insieme ad Aaron Ceolan. Sulla scia di una formazione da archeologa con studi a Pavia, Giacomozzi dalla metà degli anni ‘90 ha iniziato un profondo lavoro di ricerca per portare alla luce la storia del Lager di Bolzano e le mille altre vicende legate a quelle pagine di storia cittadina, nazionale e mondiale. La chiacchierata inizia parlando dell’Archivio, che si trova sotto i portici – in quella che è stata l’antica (bellissima) “sede del municipio di Bolzano, fino al 1907”- ci racconta.
Carla Giacomozzi e Aaron Ceolan
L’INTERVISTA
Cosa si trova nell’Archivio Storico? Conserviamo, innanzitutto, il patrimonio archivistico e storico che riguarda l’amministrazione comunale – documenti, ma anche fondi fotografici, come quello relativo ai lavori pubblici. Ma non solo: riceviamo anche donazioni di fondi privati, come ad esempio quello di Franz Thaler che ci è stato donato l’anno dopo la sua morte, nel 2016 (sopravvissuto al campo di concentramento di Dachau, dove era stato deportato per diserzione nel 1944, in vita Thaler si è distinto come limpido e coraggioso testimone, ndr). Custodiamo poi i documenti, i libri e la documentazione fotografica della Fondazione Rasmo-Zallinger. Si tratta di un patrimonio molto vasto: siamo al lavoro per riordinarlo, parliamo di 14 mila volumi di storia dell’arte e 70 mila documenti fotografici sui monumenti del territorio. Quando il lavoro sarà terminato sarà un archivio immenso, una fonte ineguagliabile per lo studio della storia dell’arte del nostro territorio.
E qual è il documento più antico che custodite? Un contratto di vendita per una cantina del 1223 (sorride) – un documento in cui in qualche modo c’entra il vino.
Negli anni l’Archivio Storico si è distinto a livello internazionale per un lungo e approfondito lavoro di ricerca sul Lager di Bolzano, prima pressoché sconosciuto. Come è iniziato? Quando ho cominciato nel 1995 non c’era nulla…
L’installazione al mure del Lager in Via Resia
Ma perché, prima il Lager non era stato un tema? La memoria è un lusso. Ci si arriva quando si è tranquilli. Preciso però che non abbiamo seguito quello che chiamo il “filo del sangue”; le torture, gli aspetti macabri. Non mi interessava la lettura politica o politicizzante, ma volevo portare alla luce una parte della storia della nostra città.
E come si è svolto questo immenso lavoro? L’ANPI (Associazione nazionale partigiani) di Bolzano e la Comunità Ebraica di Merano sono stati i primi referenti locali a cui chiesi aiuto, a metà degli anni ‘90, per il reperimento delle informazioni sul Lager. Sono partita dalle persone, dai testimoni dell’epoca: grazie alla collaborazione con l’ANED (Associazione nazionale ex-deportati nei campi nazisti) di Milano e in particolare al loro ricercatore Italo Tibaldi (ex deportato) abbiamo ricostruito un elenco di circa 1000 nomi di persone che erano passate per il Lager. A questi nomi abbiamo quindi inviato una copia del libro “L’Ombra del Buio” con busta già affrancata e – con il nostro indirizzo – un questionario da compilare.
Avete avuto risposte? Sì, in circa 500 ci hanno risposto. Da qui è partito anche un progetto di video interviste. Da questo primo passo, a cascata, sono stati gettati dei fili che ancora oggi, dopo 28 anni, non smettono di portarci a nuove storie, nuovi dettagli. E che continuano a toccarmi, sempre.
In una recente intervista ha detto che l’aspetto principale del suo lavoro è l’ascolto. Cosa “raccontano” quelle che alla gente comune sembrano solo delle carte? Nel corso di questi anni di lavoro, se stai ad ascoltare, i messaggi arrivano. Sono tante le storie che sono arrivate a noi, storie legate alla città, storie delle famiglie e del lager. Storie che diventano un punto di dialogo potente con il territorio. La cosa bella è che la memoria è di tutti e questo è diventano un progetto di comunità.
Due disegni di Armando Maltagliati
LE MOSTRE
Nell’ambito degli appuntamenti di “Bolzano Città della Memoria 2022” il Museo Civico di Bolzano ospita la mostra “Volti nel Lager” con disegni e ritratti realizzati da Armando Maltagliati nei Lager nazisti di Fossoli, Carpi e Bolzano (in collaborazione con ANPI e ANED). La mostra “Il Lager in Città”, a cura dell’Archivio Storico, presenta invece fotografie, documenti originali e oggetti legati alla storia del Lager nazista di transito di Bolzano. Situato nell’odierna via Resia (civico 80), il Lager fu in funzione dall’estate 1944 al 3 maggio 1945 e vi furono deportate, secondo le fonti, almeno 11.000 persone. Del Lager rimane oggi come unico manufatto originario il muro di cinta. Sono tanti i destini e le storie toccanti che si scoprono nella mostra attraverso lettere e reperti, come ad esempio la tuta indossata durante la sua permanenza al Lager di Bolzano da Alfredo Caloisi di San Donato Milanese, deportato politico. Inoltre sono a disposizione del pubblico gratuitamente le mappe sui “I luoghi della memoria” per scoprire autonomamente le storie dietro le pietre d’inciampo in città, ma anche i luoghi e fatti del 3 maggio 1945.
All’inizio di via Brennero si può, a sinistra, raggiungere via Sant’Osvaldo tramite via Beda Weber. Chi era e cosa fece? Johann Chrysant Weber era nato a Lienz (Austria) il 28 ottobre 1798. Frequentò il Ginnasio dei francescani di Bolzano, del quale fu tra i migliori allievi, conseguendo la maturità nell’estate 1820. Oltre ad imparare la lingua, ampliò le proprie conoscenze teologiche e letterarie. Ammesso al monastero benedettino di Monte Maria, in Val Venosta, prese il nome di Beda alla sua vestizione, il 15 ottobre 1821. Dopo la professione solenne del 15 ottobre 1822 entrò nel seminario di Bressanone; fu ordinato sacerdote il 18 settembre 1824. Dopo studi a Innsbruck, Bressanone e Trento, nel febbraio 1825 ritornò a Monte Maria. Curatore d’anime a Burgusio da fine 1825, nell’autunno 1826 fu docente al ginnasio benedettino di Merano; fu attivo anche come predicatore, in Tirolo e in Italia settentrionale; nell’autunno 1839 fu curatore d’anime a S. Martino in Passiria. Ritornato al Ginnasio di Merano nell’autunno 1841, vi rimase fino al 1848, anno nel quale fu eletto a rappresentare Merano e il Burgraviato all’Assemblea nazionale di Francoforte. Si fece talmente apprezzare che fu, oltre che parroco, canonico del duomo di Limburg, commissario vescovile, consigliere spirituale, membro della commissione per le scuole e le chiese, nonché ispettore della scuola del duomo. Nel suo pioneristico lavoro pastorale seppe conquistare l’attenzione anche di protestanti, ebrei e indifferenti. Beda Weber fu monaco benedettino, docente al Ginnasio, deputato, curatore d’anime in Tirolo e a Francoforte; ma si distinse anche in altre attività: fu poeta e scrittore, storico, geografo, giornalista, fondatore di giornali; dedicò 2078 pagine, con “Das Land Tirol. Ein Handbuch für Reisende”, alle bellezze della propria patria. Beda Weber, morto improvvisamente il 28 febbraio 1858, fu sepolto nel cimitero principale di Francoforte.
Dai primi giorni di maggio è online su tutte le piattaforme digitali il nuovo disco di Nardo Dee, al secolo Davide Nardella, uno dei nomi di punta della scena hip hop bolzanina e regionale: un nuovo disco in cui il giovane musicista si toglie diversi sassolini dalle scarpe, quasi fosse un modo per sentirsi meglio, e difatti il disco s’intitola significativamente Meglio di prima, che è anche il titolo del cliccatissimo brano già uscito come singolo che sembra essere la risposta allo skit (breve introduzione parlata, in gergo rap) che apre il disco col titolo di Chiedimi come sto.
Nardo Dee, pur avendo poco più di trent’anni si considera un fuori quota in un mondo musicale in continua evoluzione, distante allo stesso modo da rapper e trapper di nuova generazione così come lo è da certi personaggi suoi contemporanei. “Il riferimento – ci racconta – è a certe figure del mondo hip hop che mi hanno sempre snobbato e che sembrava non vivessero per altro che per il rap, personaggi che poi da un giorno all’altro sono scomparsi dalla scena quando fino al giorno prima pareva fosse per loro un credo fondamentale. Come chi smette di andare in palestra da un giorno all’altro. Sarà perché per me non è stato tutto facile e scontato dall’inizio, anzi il mio percorso nel mondo rap è stato in salita, ho fatto strada sì, ma mi sento ancora lungi dal considerarmi arrivato, sarà perché il rap per me è stato davvero importante, grazie al rap non sono diventato un delinquente, che per l’infanzia che ho avuto poteva anche essere”. Il disco si presenta come un atto d’accusa fin dalla foto di copertina (opera di Matteo Groppo) che ritrae una bimba in abiti tirolesi che tiene in mano il disco in vinile di Nardo guardandolo con perplessità: un indice puntato verso le nuove generazioni che snobbano la sua e verso le istituzioni locali che da un lato sono sempre pronte a celebrare i propri artisti ma poi non sono capaci di offrire delle strutture in cui questi possano esibirsi. “Non mi piace – prosegue Nardo – il voler trasformare tutto in un talent che diventa poi un contest: penso ad Upload, che è una cosa che considero molto cool come idea, ma che poi dovendo avere un vincitore e dei vinti finisce col degenerare in una gara che snatura l’idea di base del rap. Per esempio, io nei miei testi posso raccontare di un amore che è finito, di mia mamma che non c’è più, di valori che mi ha trasmesso mia nonna, di qualcosa che mi accade la mattina mentre vado a lavorare: tutte situazioni personali che racconto mettendole in musica. Nel momento in cui questo diventa oggetto di una competizione va a finire che la giuria invece che assorbire il messaggio che sto mandando mi critica per aver usato un tempo verbale sbagliato.” Il disco si suddivide in dodici tracce, di cui una è l’introduzione di cui sopra e due sono brevi skit che precedono quello che per certi versi potremmo definire il brano guida del disco, Quelli del rap: nella fattispecie, lo skit punta il dito contro gli ex rapper, mente la canzone paga pegno a coloro che Nardo stima, che lo hanno consigliato, incoraggiato a perseverare nel percorrere la strada intrapresa, primo fra tutti il mai dimenticato Fabio 2 di Picche, un maestro oltre che un amico. “Il disco – continua l’artista – è stato registrato con l’aiuto di vari produttori e colleghi. In realtà io sarei in grado di lavorare una base, ma preferisco affidarmi e confrontarmi con qualcun altro. Innanzitutto c’è il brano che ho pubblicato proprio un anno fa con il gruppo Birrette Posse, di cui facevo parte con alcuni musicisti trentini, e accompagnato da un video in puro stile tarantiniano girato da Claudio Zagarini (già rapper a sua volta col nickname di Tiso in un’altra vita artistica, n.d.r). E c’è anche l’altro singolo, Oh yes (nel locale) che ho realizzato con Berise, il frontman degli Shanti Powa. Ma tra le collaborazioni importanti c’è quella con DJ Fede”. Il disco è costruito su una linea temporale che va all’indietro, un concept voluto in cui le differenti sonorità usate da Nardo e dai suoi collaboratori partono da quelle più all’avanguardia del brano d’apertura per andare verso il suono rap più classico di Di brutto e Summer 05, passando per il ragamuffin del brano con Berise e la struttura a più voci della composizione che vede coinvolta la posse. “Il disco, per ora è solo in versione liquida – conclude Nardo – ma come lascia intendere la copertina, mi piacerebbe poterlo far diventare un vinile, sarebbe un sogno che si avvera, e magari si concretizzerà, più avanti, con un crowdfunding.”
Il paese di Lana si arricchisce di un nuovo spazio da dedicare all’arte, e lo fa con il delicato battito d’ali delle farfalle, quelle del noto artista francese Mantra, che ha dipinto sul Point of presence (abbreviato Pop) in via Bolzano tre di questi graziosi lepidotteri, una per ognuna delle più comuni specie autoctone dell’Alto Adige, la Melanargia Galathea, la Vanessa Atalanta e la Celastrina argiolus. Un colpo d’occhio decisamente particolare, capace di aprire una connessione unica tra la natura e lo spazio urbano, e che allo stesso tempo ha tenuto a “battesimo” una nuova area artistica della zona: anche il Pop, dunque è entrato a far parte del concetto “Open Air Art” del Comune. Dopo la galleria all’aperto “Am Gries”, in cui si tengono regolarmente mostre liberamente accessibili, e un’ampia varietà di sculture in tutto il villaggio, l’obiettivo era quello di poter offrire un’altra forma d’arte nello spazio pubblico con questo dipinto murale in forma di graffito a mano libera. L’artista Youri Cansell, in arte Mantra, è noto a livello internazionale per le sue rappresentazioni di farfalle, fotorealistiche e di grandi dimensioni. I dettagliati graffiti a mano libera sono fortemente influenzati dalla sua infanzia in campagna e dall’amore per natura ed in particolare per l’entomologia. Attraverso il tema delle sue opere, raffiguranti farfalle nel loro habitat naturale, l’artista crea anche consapevolezza per un tema di grande attualità: la fragilità degli ecosistemi naturali.
Qui Intervista a Petra Medici, che vive ad Egna da più di 40 anni. Dopo gli studi a Padova e a Friburgo, si è dedicata all’insegnamento della matematica e della fisica, all’ITC di Ora e attualmente alla Laimburg. Petra è anche referente scolastica dell’associazione Intercultura e assistente di uno studente greco che passa l’anno scolastico in Alto Adige. Sposata con Ivan da 25 anni, ha due figli, Carlo e Alessia. Spirito solare, nel tempo libero ama giocare a scacchi, andare nel bosco e fare il bagno nei laghi ghiacciati (o quasi).
La cosa che mi piace di più di me. Il mio essere razionale, la mia logica.
Il mio principale difetto. Sicuramente il fatto di essere disordinata.
Da bambina sognavo di diventare… Una campionessa di atletica leggera. Adesso mi viene da ridere se penso all’attività sportiva che faccio.
L’errore che non rifarei. Non rispondere a dovere a chi ha interferito troppo nella mia vita.
La persona che ammiro di più. Forse Lorenzo Barone. Un ragazzo giovanissimo che gira il mondo con una bici sgangherata.
Il capriccio che non mi sono mai tolta. Fare il giro del mondo. È più di un capriccio però…
L’ultima volta che ho perso la calma. Pochi giorni fa con i miei studenti perchè a volte non ascoltano i miei consigli, ma li adoro lo stesso.
La mia occupazione preferita. Fare l’insegnante alle superiori.
Il Paese/luogo dove vorrei vivere. Amo la nostra terra e il mio paese, ma qualche anno a Kungming in Cina penso di poterlo fare.
Il fiore che amo. La margherita da prato. Oltre ad essere bellissima con i suoi 21, 34, 55… petali è perfetta per spiegare la serie di fibonacci ai miei studenti.
Il mio musicista preferito. Henning May.
Non sopporto.. Le persone arroganti, soprattutto se sono intelligenti.
La mia paura maggiore. Essere privata della mia libertà.
La disgrazia più grande. Perdere un figlio.
L’oggetto a cui sono più legata. La mia calcolatrice HP che ho da quando avevo 14 anni.
Il mio più grande rimorso. Non aver preso le difese di una ragazza quando ne aveva bisogno.
Per un giorno vorrei essere… Elon Musk.
Se fossi un animale, sarei… Un falco.
Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando… Mi sono laureata.
Il mio motto: Motti, citazioni e frasi fatte non mi piacciono per niente!
Serio, determinato e capace di emozionarsi quando parla del suo sport. Alex Aufderklamm, ventuno anni di Bronzolo, è un ballerino e performer del palo aereo. Un piccolo campione, che grazie al suo talento è riuscito a vincere due medaglie d’oro ai mondiali Juniores di pole sport e un bronzo ai mondiali Senior di artistic pole. Ma Alex è anche un ragazzo che sogna in grande…
Il giovane atleta infatti ha deciso di entrare a far parte dell’affascinante mondo circo. Un percorso difficile – già intrapreso – che continuerà alla Scuola Nazionale del Circo di Montreal, affiliata al Cirque du Soleil, dove è stato recentemente ammesso. Un primo mattoncino importante in una carriera ancora tutta da scrivere.
Alex, da dove nasce la tua passione per le arti aeree? A sei anni ho iniziato a fare danza moderna e contemporanea. Successivamente mi sono avvicinato alle discipline aeree come i tessuti e pole sport, la danza acrobatica sul palo. Dopo le prime gare agonistiche mi sono appassionato sempre di più. Nel 2019 ho poi avuto l’onore di conoscere Saulo Sarmiento, famoso artista del Cirque du Soleil, che mi ha suggerito di intraprendere un nuovo percorso nel mondo del circo. Le sue parole sono state sin da subito fonte d’ispirazione e mi ha convinto facilmente. A luglio mi laureerò alla scuola Cirko Vertigo e poi volerò in Canada per il corso annuale di specializzazione in palo aereo.
Quindi all’inizio il circo non era nei tuoi programmi… Diciamo che non l’avevo mai preso in considerazione come un percorso valido. Non lo conoscevo così bene e a fondo. L’incontro con Saulo mi ha svoltato la vita e mi ha regalato una nuova visione di quello che volevo fare.
Cosa ti aspetti da questa nuova esperienza in Canada? Mi aspetto un percorso di alta formazione, poter studiare lì è un’occasione per formarsi a 360 gradi, sia a livello sportivo che umano. Ora toccherà a me rimboccarmi le maniche e lavorare per raggiungere il massimo, cercando di uscire dalla mia comfort zone e mettendomi alla prova.
Hai anche degli obiettivi personali che intendi raggiungere? La mia ambizione più grande è poter lavorare al Cirque du Soleil. È questo il motivo per cui ho iniziato a studiare il circo. L’altro sogno nel cassetto è riuscire a creare una nuova visione attorno alla disciplina del palo aereo, unendo le tecniche e i trick di quest’ultimo con quelle del palo cinese.
L’alta competizione nell’ambiente non ti spaventa? Viviamo in un mondo globalizzato in cui il livello del lavoro si alza ogni giorno di più. Il mercato richiede persone pronte e affidabili. Anche il circo si è evoluto e la concorrenza è altissima. Sono consapevole che bisogna sempre farsi trovare pronti, e sto studiando proprio questo.
Nel 2018 hai vissuto un’esperienza televisiva nel programma ‘Amici’. Cosa ti ha lasciato? È stata molto breve ma intensa. Mia mamma mi aveva iscritto di nascosto, quindi per me fu una sorpresa essere lì. Avevo appena 17 anni e, giustamente, ero visto come un ragazzino senza esperienza. Nonostante ciò, ho potuto confrontarmi con insegnanti famosi e ballerini di successo, imparando molto da loro. Credo di esserne uscito più consapevole: quello era il mondo di cui volevo fare parte.
Qual è la cosa che più ami di questo sport? Quando salgo sul palco sento come se il mondo si fermasse e io entrassi in un nirvana. Amo l’adrenalina che sale e sentire il corpo pieno d’energia che si sprigiona durante la performance. Quando mi esibisco sul palo sento di aver trovato il mio posto nell’universo.
Gli anniversari vanno festeggiati degnamente e quello del Kunstforum Unterland merita una celebrazione particolare, visto che quest’anno il vivace spazio d’arte della Bassa Atesina festeggia i 25 anni dalla sua fondazione. Per l’occasione viene quindi proposta una mostra molto particolare, che metterà a confronto due generazioni di artisti: quella dei padri, artisti affermati come Gotthard Bonell, Robert Bosisio e Christian Reisigl e i loro figli Johannes Bosisio, Jonas Reisigl ed Elias Bonell.
L’intento è indagare le strade percorse dal genio creativo in una generazione, quella dei giovani, che è cresciuta a contatto diretto con l’arte. Essere figli d’arte può essere un’eredità pesante, che qui sembra voler esser affrontata in maniera giocosa – non a caso l’invito è una specie di cruciverba in cui si incontrano i nomi degli artisti. Spiegano gli organizzatori: “25 anni equivalgono più o meno a una generazione: per questo motivo i membri fondatori Gotthard Bonell, Robert Bosisio e Christian Reisigl, ormai tutti pittori affermati, presenteranno una ricca selezione di opere provenienti dal loro vasto corpus artistico. I soggetti comprendono temi e stili a loro particolarmente vicini dal volto umano al corpo, dagli interni ai paesaggi.” Guardando invece ai lavori dei figli: Johannes Bosisio, che ha studiato presso le accademie di Berlino e Londra, nella mostra presenta sia studi più vecchi che opere totalmente nuove, per un’arte che si muove in equilibrio tra l’elemento naturale e l’aspetto tecnico, metallico. Jonas Reisigl ha appositamente realizzato per la mostra una serie di sette dipinti ad olio di piccolo formato, che si basano su fotogrammi di diversi film. Elias Bonell ha intrapreso invece un percorso professionale completamente diverso, lontano dall’arte, nel campo tecnico. Da bambino e giovane adulto, tuttavia, si è occupato spesso dell’incisione. Cosa può aspettarsi il pubblico da una mostra di questo genere? Rispondono gli organizzatori: “Sicuramente un forte respiro intergenerazionale, una sorta di incontro tra Baby Boomers e Generazione Y e la rara opportunità vedere le opere di questi artisti vicine, valutando la manifestazione e l’evolversi di un genio creativo e una ricerca artistica nel tempo.”
Info: Mostra “Bonell/Bosisio/Reisigl x2” Inaugurazione: 4.6.2022, ore 20 Fino al 18.06. Orari: mar-sa, 10 – 12 e 16-18. Kunstforum Unterland, Egna. Ingresso libero e gratuito.