I videogames per studio

Lorenzo Tondo sta terminando i suoi studi in Game Development nei Paesi Bassi; sviluppa “giochi applicati”, videogiochi che hanno uno scopo che va oltre il solo intrattenimento. Ha fondato Novak Studios, un team di sviluppo che utilizza il gioco come vettore di innovazione, per mostrare anche in Italia che i videogiochi possono essere uno strumento serio e concreto, non una semplice “perdita di tempo”.

La cosa che mi piace di me.

Cercare sempre feedback su ciò che faccio e non accontentarmi del primo risultato.

Da bambino sognavo di diventare…

Sono sempre stato appassionato di giochi e videogiochi, quindi direi proprio lo sviluppatore di giochi!

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Sempre restando a tema, far vedere ai miei genitori che i videogiochi non fanno male, anzi.

Il luogo dove vorrei vivere.

Ho visitato Stoccolma qualche anno fa ed è diventata la mia città preferita, quindi direi lì.

Il mio piatto preferito.

Qua in Olanda dove vivo è popolare il “Kapsalon”, una specie di misto di insalata, carne e patate.

Non sopporto…

Chi vede un singolo punto di vista. Ci sono così tante buone idee al mondo, basta solo guardare un po’ oltre i confini.

Per un giorno vorrei essere…

In un paese dove faccia un po’ più caldo e non piova tutti i giorni.

Se fossi un animale sarei.

Un gatto. Il misto perfetto tra avventurarsi in giro sugli alberi e dormire tutto il giorno.

Sono stato orgoglioso di me…

Quando uno dei giochi che ho sviluppato ha vinto il premio di “Progetto dell’Anno” alla mia università.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Quando Unity (uno dei software che uso) mi ha “corrotto” i dati di un progetto.

Tre aggettivi per definirmi…

Creativo, testardo e amante dei rischi

Il mio film preferito.

Hamilton: An American Musical.

Il superpotere che vorrei avere.

Aggiungere una venticinquesima ora alle giornate sarebbe fantastico.

Il mio sogno ricorrente.

Continuare il lavoro che faccio ora anche dopo aver finito gli studi.

Il mio ultimo acquisto.

Un gioco, “Mini Metro”, lo consiglio.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Qui in Olanda chiunque, senza eccezione, parla bene l’inglese. Questo rende molto più facile la vita.

Autore: Marco Valente

Le atmosfere di Tacus

L’architetto e artista bolzanino Silvano Tacus ha saputo trovare presto la sua strada all’arte diventando una presenza irrinunciabile nel panorama artistico bolzanino. È stato a partire dal 2000 che ha provato il desiderio di cimentarsi nell’arte avvicinandosi all’acquerello e fu Pedro Cano (Blanca 1944) – uno tra i più grandi pittori spagnoli contemporanei per la tecnica dell’acquarello – il suo primo maestro. Guardando le opere di Tacus non vi sono dubbi che in Cano egli abbia trovato il fascino e il sentiero da cui partire per il proprio viaggio artistico.  

Affascinato dai giochi di luce e ombra, tacus cerca di restituirli sulla carta ritraendo i dintorni bolzanini. Molto interessanti sono gli acquerelli che ha dedicato ai castelli. 

Attraverso alcuni viaggi ebbe poi modo di approfondire la difficile tecnica dell’acquerello en plein air in zone dalle atmosfere molto diverse di quelle altoatesine, dove la luce calda si rifrange con effetti indimenticabili. Così, alla ricerca della luce, si è recato a Marrakech, Patmos, Cartagena, Blanca, Salonicco. In alcune località dell’Alto Lazio Tacus conosce il fascino dei giardini storici dove le piante si contendono lo spazio con gli antichi vasi o con le statue. A questo soggetto Tacus non solo riesce ad imprimere un patos particolare, un legame col passato, ma la sensazione per chi osserva queste opere è quella di trovarcisi all’interno pervasi dagli aromi delle erbe e dai profumi dei fiori. Da questa esperienza nascono le opere che furono esposte alla mostra collettiva a tema tenutasi a Villa Borghese a Roma.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Funghi Champignon al forno con hummus

INGREDIENTI

Per i funghi impanati

500 g di funghi Champignon

2 uova a temperatura ambiente

pangrattato q.b.

grana grattugiato q.b.

sale e pepe q.b.

Per l’hummus di fagioli bianchi

400 g di fagioli bianchi precotti

succo di mezzo limone

1 cucchiaio di olio extravergine di oliva

2 pomodori secchi sott’olio

1 cucchiaio di acqua

PREPARAZIONE

Funghi impanati

Pulisci accuratamente i funghi Champignon eliminando ogni residuo di terra, quindi lavali e asciugali bene.

In un piatto fondo sbatti le uova con un pizzico di sale e pepe fino a ottenere un composto omogeneo.

In un altro piatto mescola pangrattato e formaggio grana grattugiato.

Passa i funghi prima nelle uova e poi nel mix di pangrattato e formaggio, assicurandoti che siano ben ricoperti.

Disponili su una teglia rivestita di carta forno.

Cuoci in forno preriscaldato a 180°C per circa 35 minuti, finché risulteranno dorati e croccanti.

Hummus di fagioli bianchi

Scola e sciacqua i fagioli bianchi precotti (se in scatola); puoi anche prendere altre varità di fagioli.

Trasferiscili in un mixer o in un contenitore alto e stretto.

Aggiungi i pomodori secchi, il succo di limone e l’acqua.

Frulla fino a ottenere una crema liscia e omogenea.

Versa l’hummus in ciotoline e completa con un filo d’olio a crudo.

L’antica origine delle “Part” di Laives

“Come ai tempi del fascismo”, titolava il Volksbote del 21 febbraio 1946 un lungo articolo sui “Gemeindeteiler” (campagne comunali) di Laives. Cosa aveva spinto il giornale, a solo un anno dalla fine della guerra e dalla caduta del fascismo, a usare toni tanto duri?

Per capirlo bisogna conoscere la storia dei “Gemeindeteiler” – ora chiamati semplicemente Toaler o Part – sin dalle loro origini. A metà del XVIII secolo, il noto commerciante bolzanino Menz aveva prosciugato per scopi agricoli il Bozner Neufeld nella piana di Bolzano. Questo spinse anche gli abitanti dell’Oltradige e della Bassa Atesina a chiedere la bonifica dei paludosi Möser. Perfino Maria Teresa d’Austria aveva esortato la popolazione a «provvedere quanto prima alla suddivisione e alla messa a coltura dei Möser». Nel 1769 le amministrazioni di Caldaro, Termeno, Caldiff, Egna, Magrè, Cortaccia, Cortina, Königsberg, Neuhaus e Bronzolo scrissero al Governo territoriale di Innsbruck dichiarandosi pronte a «mettersi subito all’opera». In un primo momento il suolo fu suddiviso tra i tre comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia; successivamente le singole particelle furono assegnate ai vari

richiedenti.

Questa iniziativa delle comunità dell’Oltradige risvegliò presto l’interesse anche di Lana, Terlano e Laives. La Leiferer Au (o Au dei Lichtensteiner, amministrata in nome del principe-vescovo di Trento) era da sempre un “deserto paludoso”, che non produceva altro che fieno, paglia, rane e – purtroppo – il celebre “morbo di Laives”, la malaria. Il nuovo impulso riformatore dato da Maria Teresa portò ora a chiedere la divisione dei Möser, divenuti coltivabili grazie alla realizzazione di numerosi canali di scolo e alla precedente regolazione dell’Adige, che aveva trasformato l’intera vallata.

Nel 1786, finalmente, il Governo territoriale di Innsbruck decise di assegnare le terre del vecchio Leiferer Moos ai contadini locali. Tuttavia il commissario competente, Johann Peter von Eyrl, propose di rendere coltivabili soltanto 50 Tagmahd (circa 15 ettari), imponendo ai contadini la coltivazione del granturco per due anni. 

La protesta fu immediata: i contadini insorsero e si recarono al municipio. Un’aspra lettera del consigliere Franz von Goldegg al Capitanato distrettuale chiedeva che si tenesse conto di tutti i proprietari di Laives muniti dei giusti presupposti di legge. Il capo distrettuale von Lutterotti inoltrò le proteste al Governo di Innsbruck, che il 3 aprile 1789 adottò una decisione definitiva: “A causa dell’indebitamento del Comune di Laives, parte del Leiferer Moos (da cui il nome Toaler/Part) dovrà essere venduta al miglior offerente; il ricavato dovrà confluire nella cassa comunale per estinguere i debiti”. Fin qui, tutto chiaro. I contadini che finalmente ottennero i terreni si misero subito all’opera e realizzarono le necessarie migliorie. Ma, contrariamente alla disposizione governativa, i Gemeindeteiler non furono venduti “al miglior offerente”: il Comune preferì affittarli a lungo termine, conservando così il proprio patrimonio. I contadini firmarono quindi contratti di locazione pluridecennali, simili a concessioni ereditarie, che permettevano il passaggio dei terreni da una generazione all’altra.

Dopo l’annessione all’Italia, anche le autorità fasciste mantennero i vecchi contratti – in genere della durata di dieci anni – aggiungendo però una clausola significativa: il contratto poteva essere rinnovato soltanto se il terreno era stato «ben coltivato». E chi decideva se la terra era stata lavorata adeguatamente? Naturalmente il podestà e i suoi funzionari comunali, che così ottennero mano libera. In questo modo, cercarono di sottrarre ai vecchi affittuari i terreni più preziosi per procedere a una nuova ripartizione a favore degli amici in camicia nera. La diatriba così innescata proseguì per anni, con numerosi colpi di scena, e si concluse definitivamente solo all’epoca del sindaco Eduard Weis con la definitiva vendita dei terreni agli assegnatari.

Autore: Reinhard Christanell

Senza confini

Sono ormai più di 7 anni che sul nostro giornale trovate uno spazio di riflessione che cerca di andare al di là dei muri, degli steccati, dei cancelli che spesso noi stessi ci siamo posti e ci poniamo, nella nostra bella terra fra i monti, con lo scopo consapevole o inconsapevole di frenare i nostri vicendevoli incontri. Come spesso accade si tratta di bastoni tra le ruote che finiscono per diventare una zappa sui piedi. Gli esempi di ciò sono innumerevoli, non per niente questa rubrica prosegue imperterrita dal 2019, seguendo man mano ricorrenze e attualità, locale o non. 

Nello specifico in questo numero Paolo Bill Valente prende le mosse dal dibattito, stucchevole, che nei giorni scorsi ancora una volta ha messo in discussione il tasso di “italianità” del nostro super campione del tennis (e del fair play) Jannik Sinner. 

Il modo con cui il giovane tennista sta gestendo questo delicato (?) aspetto delle sue relazioni pubbliche è straordinario. Basso profilo, sorrisi e parole sempre e assolutamente misurate sono state da lui spese anche in questo caso, alimentando la sua ormai leggendaria fama di sportivo mai sopra le righe e quindi sempre incredibilmente in grado di rispettare tutti.

La questione, oziosa, riguarda l’identità di Jannik. Italiano? Tedesco? Sudtirolese? Oppure – in quanto star mondiale di uno degli sport più pagati del mondo – cittadino per interesse di uno dei paradisi fiscali in Europa? 

Il successo di Sinner è planetario quanto la sua capacità di gestirlo. Al punto che – al netto di qualche triste eccezione nel panorama mediatico italiano – anche gli Schützen nei giorni scorsi nel criticarlo in realtà hanno lanciato un segnale davvero importante nell’ottica della relativizzazione dei confini che ci sta tanto a cuore e che Paolo Bill Valente richiama nella sua rubrica, che vi invito a leggere. 

“Proprio tu, che viaggi tanto nel mondo, sai bene che apertura e diversità non sono una debolezza, ma una forza”, hanno scritto i cappelli piumati dopo aver criticato il pusterese reo di aver detto di essere contento di essere nato in Italia e non in Austria. 

A nostro avviso Jannik intendeva di essere contento di essere sé stesso, ovvero essere nato a San Candido, un comune che fa parte di una provincia europea felicemente autonoma e pacificata, a due passi da un confine che oggi non è oggettivamente un problema per quasi nessuno di noi.

Autore: Luca Sticcotti

Abitare: giovani e famiglie sono fuori mercato

Affitti che salgono, stipendi che… restano fermi. In Alto Adige la casa per alcuni è diventato un tormento: studenti costretti a cambiare di continuo stanza, giovani coppie con un tempo indeterminato che “non basta più”, nuovi arrivati che pagano di più per stare peggio. La domanda che risuona potrebbe essere: vogliamo città belle per pochi o quartieri vivibili per tutti?

Non è solo una questione di mercato. L’Onu parla di diritto a “un alloggio adeguato” come parte del diritto a una vita dignitosa. In poche parole, avere “una casa” non è un premio per i migliori, non è appannaggio di chi sta in Serie A, ma un diritto sacrosanto.

Eppure la percezione è che, senza eredità o qualche altro tipo di spintarella, il biglietto d’ingresso stia diventando proibitivo per i più.

I numeri, quando sono chiari, parlano. In Alto Adige, secondo Astat ed Eurac, più di una persona su tre dice che le spese abitative mettono in crisi il bilancio familiare: è il contesto quotidiano in cui si muovono studenti, giovani coppie, lavoratori stagionali e nuovi residenti. Secondo il portale Idealista, in Alto Adige servono 9,3 annualità di stipendio per acquistare casa; già nel vicino Trentino gli anni si abbassano a 6,5. È anche il motivo per cui tanti progetti di vita (figli, formazione) si decidono guardando prima la rata o il canone e solo dopo il resto. Nel 2024 si sono stati meno permessi di costruire e un crollo delle opere ultimate. Tradotto: arrivano meno case sul mercato, e quelle poche tengono i prezzi rigidi. E alti. Intanto, però, il turismo vola: 37,1 milioni di presenze nell’ultimo anno e un’intensità di 18,8 ospiti ogni 100 abitanti. Bene per l’economia, certo; ma gli appartamenti diventano terreno conteso.

Cosa fa la politica?

Edilizia sociale Ipes, convenzionata per il ceto medio, canoni calmierati per chi affitta lungo, qualche freno agli affitti turistici dove la pressione è più forte. Il punto, oggi, è far funzionare (e in fretta) ciò che già c’è. Anche perché l’idea che bastino incentivi o mutui agevolati a sistemare tutto è, da sola, illusoria. L’economista Mirco Tonin lo ha detto con chiarezza su salto.bz (4 novembre): se non cresce l’offerta, i sussidi tendono a spingere i prezzi e a favorire i proprietari; servono più case e un vero piano per l’affitto, non solo accordi con le banche. 

Per chi riesce ad accendere un mutuo, gran parte della vita ruota attorno alla rata: lavoro il più stabile possibile, meno libertà di scegliere o cambiare, progetti familiari appesi. Ma quanto è sano un sistema in cui la casa decide tutto il resto?

C’è un pezzo dell’abitare che spesso non si vede: quello che unisce casa, salute e vicinato. Il progetto Genea Plus aveva puntato su questo. Oggi Reinhard Mahlknecht (Croce Bianca) ricorda due idee ancora importanti: i posti letto di cure intermedie (letti temporanei per chi non ha più bisogno di ospedale ma non è ancora pronto a stare da solo a casa) e uno studio medico dentro il quartiere. “Sono obiettivi che ora l’Azienda sanitaria realizza anche con il PNRR; nel nostro cronoprogramma sarebbero già dovuti essere attivi e oggi sarebbero urgentemente necessari”.

Intanto l’esperienza di Genea ha spostato l’attenzione lì dove viviamo: a casa. “Stiamo cambiando l’assistenza agli anziani che restano al domicilio: servizi che vengono a casa, orari flessibili, un telesoccorso più semplice e sicuro, accompagnamenti e visite di volontari”. Un esempio concreto è Vivacare, partito da poco.

In poche parole: se l’abitare è anche prendersi cura, servono luoghi di supporto vicino a casa e aiuti flessibili che arrivano a domicilio.

Vivere assieme con il cohousing

E l’abitare collaborativo? Teresa Pedretti, direttrice di Irecoop, riavvolge il nastro: “Nel 2017 qui si sperimentava un cohousing con giovani che, in cambio di un affitto molto basso, restituivano tempo al quartiere. Da allora le pratiche si sono moltiplicate in Europa, ma ogni territorio deve trovare la sua ricetta”. La cosa comune a tutte? “Politiche che ci credono davvero, che trattano la casa come una componente centrale della vita delle persone”. Gli ostacoli, nelle nostre province, non sono solo normativi: “Manca spesso il coraggio pubblico di studiare, provare e soprattutto monitorare le sperimentazioni. L’abitare è complesso: sociale, culturale, economico. Serve capire cosa migliorare, non limitarsi ad avviare e poi dimenticare”. E dal lato dei cittadini non aiuta la confusione delle parole: “Si parla di co-abitazione senza un linguaggio condiviso sulle forme e sugli obiettivi”.

Si può fare in città, a Bolzano o Merano? “Più che possibile, doveroso – dice Pedretti –.  Non solo per i prezzi, ma perché troppi giovani se ne vanno. I fattori che trattengono sono sempre due: lavoro e casa. Il lavoro c’è; la casa rischia di diventare un’emergenza anche per i redditi medi”. Il ruolo della Provincia, in questo quadro, non è decorativo: avviare, supportare e monitorare “player” differenti (anziani, giovani, misti) senza confinare la coabitazione alla sola risposta all’emergenza.

E qui arriva il punto forse più concreto: “Quando le persone si candidano a coabitare sono individui soli; la prima necessità è costruire una comunità. Non credo alla sostenibilità nel tempo di progetti basati su valori astratti: coabitare è faticoso. Regge se c’è un obiettivo comune: crescere i figli con più servizi, dividere costi che da soli non si reggono, ottenere servizi specifici. La formazione serve se aiuta a definire scopi condivisi, non se resta teoria.”

Che cosa si potrebbe fare

Sul fronte “offerta”, dunque, l’orizzonte è duplice e molto pragmatico. Da un lato sbloccare alloggi a canone lungo con regole semplici perché senza case il resto è retorica. Dall’altro, attivare piccoli esperimenti di co-abitazione in immobili esistenti, dove i gruppi sono accompagnati davvero: se funziona, bene; se non funziona, si adatta. In mezzo, c’è l’ordinaria manutenzione: la rigenerazione urbana, per esempio. Dove anche gli spazi hanno bisogno di una conversione, di cura, per permettere al quartiere di appropriarsene. Forse la domanda giusta è ancora la più semplice: l’abitare è un privilegio o un diritto che vogliamo rendere veramente reale? Se scegliamo la seconda risposta, c’è da sperimentare, anche a costo di sbagliare, e guardare la città dagli occhi di chi sta ai margini.

Autore: Marco Valente

Gestire i pericoli naturali con il cambiamento climatico

Sono trascorsi sette anni da quel giorno di fine ottobre in cui la tempesta Vaia si abbattè sull’Alto Adige con raffiche di vento che raggiunsero i 130 chilometri orari e sradicando migliaia di alberi: in totale in quell’occasione furono danneggiati circa 5900 ettari di bosco, pari all’1,7 per cento del patrimonio forestale altoatesino. Oggi la zone di Aldino, Nova Levante e Nova Ponente sono oggetto di studio da parte degli esperti affinché certe catastrofi possano essere evitate.

Esattamente sette anni fa oltre 2000 ettari di bosco nella zona intorno al Passo di Costalunga furono danneggiati dalla terribile tempesta Vaia. Grazie al coordinamento delle operazioni di rimozione e alla sinergia tra autorità, aziende e proprietari boschivi, recentemente è stato possibile portare a termine i lavori rapidamente e senza ulteriori danni. “L’Agenzia per la Protezione civile è partner del progetto X-RISK-CC, che in collaborazione con altre dieci istituzioni dell’arco alpino si occupa dell’adattamento agli effetti degli eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico”, spiega Willigis Gallmetzer, direttore del Centro funzionale provinciale dell’Agenzia per la Protezione civile. 

Aldino, Nova Ponente  e Nova Levante 

In particolare, ad essere oggetto di studio è l’area colpita dalla tempesta Vaia ricadente nei territori comunali di Aldino, Nova Levante e Nova Ponente: proprio in questi Comuni l’Agenzia per la Protezione civile ha organizzato tre workshop ai quali hanno partecipato – oltre al personale del Centro funzionale provinciale, dell’Ufficio Meteorologia e prevenzione valanghe, dei Bacini montani e del Servizio forestale – anche rappresentanti delle amministrazioni comunali, delle organizzazioni di soccorso, delle organizzazioni turistiche e dei gestori di servizi essenziali. 

Sulla scorta dell’analisi dell’evento passato e delle proiezioni future in materia di fenomeni estremi, sono state approfondite tutte le tappe della gestione del rischio, dalle fasi di prevenzione e preparazione fino ad arrivare al superamento e alla ricostruzione, individuando contestualmente i settori che necessitano di miglioramento. 

Aggiornare i piani di pericolo

Da un confronto interdisciplinare, teso a definire misure concrete per affrontare al meglio gli scenari futuri, è anche  emersa la necessità di aggiornare i Piani delle zone di pericolo tenendo conto dei cambiamenti climatici, migliorare la comunicazione e introdurre un sistema di allerta precoce in caso di previsioni di eventi estremi.

La partecipazione al progetto di tutti i rappresentanti del territorio permette di sviluppare piani d’azione mirati per la gestione futura dei pericoli naturali, che andranno oltre i confini dei tre Comuni e fungeranno da modello per l’intero Alto Adige e l’area alpina.

L’Agenzia per la Protezione civile è partner del progetto X-Risk-Cc (“How to adapt to changing weather eXtremes and associated compound RISKs in the context of Climate Change”, in italiano “come adattarsi ai cambiamenti climatici estremi e ai rischi ad essi associati”). 

Il partner principale è il centro di ricerca Eurac Research; il progetto è finanziato dal programma Interreg Alpine Space 2021-2027.

Autore: Luca Masiello

Nulla è scontato. E la forza sta nelle differenze

Quando si esce dalla stazione centrale di Vienna, la prima piazza che si attraversa è dedicata all’Alto Adige: Südtiroler Platz. Il nome fu assegnato nel 1927 per ricordare il distacco del Sudtirolo dal resto del Paese e come gesto di solidarietà verso una popolazione esposta al nazionalismo del regime fascista.

L’Alto Adige, in realtà, non ha mai fatto parte della Repubblica austriaca. Ha però condiviso pienamente, per quasi sei secoli – da quando la contessa Margherita cedette il Tirolo ai duchi d’Austria – il destino dei territori legati alla corona asburgica.

Oggi chi esce su piazza Alto Adige a Vienna trova una stele rossa che racconta la storia dell’autonomia. Durante l’inaugurazione – il 13 ottobre, a 65 anni dalla risoluzione dell’ONU che invitava Austria e Italia a trovare un accordo – il presidente Arno Kompatscher, insieme al suo omologo viennese Michael Ludwig, ha sottolineato come la stele “vada oltre la classica narrativa vittimistica dell’Alto Adige”. “Racconta la nascita di un’autonomia e mostra come sia possibile superare i conflitti di confine, come si possa rendere concreta una convivenza pacifica.” Non è stata la violenza a prevalere in Alto Adige, ma lo Stato di diritto e la diplomazia. “Questa stele – ha aggiunto Kompatscher – ci ricorda che autonomia e pace non sono scontate, ma richiedono un impegno e un’attenzione costanti.”

Che non si tratti di percorsi scontati e di traguardi acquisiti una volta per tutte lo dimostrano anche le recenti cronache legate a Jannik Sinner. Non passa giorno senza che il ragazzo di Sesto venga interrogato sulla sua “italianità” – a conferma del fatto che molti dei paladini della Costituzione italiana non ne hanno mai letto oltre i primi cinque articoli.

In un’intervista televisiva, Sinner ha affermato di essere felice di essere nato in Italia e non in Austria o altrove, perché dell’Italia apprezza le differenze culturali (“la tutela della diversità”, leggiamo anche sulla stele viennese…). Una tirata d’orecchie, per quanto garbata, gli è arrivata dal comandante degli Schützen, Christoph Schmid. Pur esprimendo disagio per le parole di Sinner (che, in realtà, non ha detto di essere contento di non essere austriaco, ma semplicemente felice di essere nato in Italia), anche Schmid riconosce che “apertura e diversità (Vielfalt) non sono una debolezza, ma una forza”, e che tutti abbiamo la responsabilità di vigilare sulla “consolidata diversità culturale” della nostra terra.

In un mondo che sembra muoversi nella direzione opposta, la tutela delle diversità è un messaggio tanto più necessario. In Europa, in Medio Oriente, in tutto il pianeta.

Autore: Paolo Bill Valente

Un autunno con pochi, ma sugosi, intingoli

Un po’ come nel mondo della ristorazione, che tra fine ottobre e i mercatini di Natale se ne va in vacanza, anche per il mondo musicale sembra riflettersi il trend della cosiddetta stagione morta. Se gli albergatori probabilmente si accodano al cliché della cosiddetta “settimana sharm”, dalla nota località sul Mar Rosso gettonata in questo periodo per le sue temperature estive, i musicisti se ne stanno semplicemente in letargo, magari sfruttando il momento per creare e comporre.

Tra le uscite della stagione, segnaliamo il nuovo singolo del team A_Phan & FRNRKE, un duo viennese con metà dei piedi ben piantati in Alto Adige, visto che le corde vocali a cui la nuova canzone, Blooming, si affida sono quelle della bolzanina Erika Farina, che nella denominazione del duo appare con le lettere del suo codice fiscale.

Figlia d’arte, Erika risiede da tempo nella capitale austriaca – dove il duo si esibisce abbastanza regolarmente – ed ha dato via al connubio artistico con A_Phan, suo compagno anche nella vita, alcuni mesi fa. Dopo un primo criptico singolo, in verità non abbastanza esplicativo riguardo a quali fossero le loro intenzioni in campo musicale, i due artisti con Blooming (è possibile ascoltare la canzone su bandcamp o altre piattaforme) ci offrono una bella dimostrazione del loro potenziale, con un brano convincente al 100%. Non vi diremo chi sono i genitori di questa cantante, ma immaginiamo non farete troppa fatica a scoprirlo, diremo solo, a ragion veduta, che buon sangue non mente.

Rimanendo nell’ambito delle voci femminili, il colpo gobbo della stagione è sicuramente quello di Anna Carol, che dopo il buon riscontro del nuovo disco uscito in primavera, a rimorchio della partecipazione al concerto romano del Primo Maggio, sta mettendo a frutto la visibilità ottenuta in quella kermesse. Sembra che questo possa essere l’anno del suo lancio in grande stile e a indicarlo c’è il nuovo singolo Invece di stare con te, inciso sotto la produzione di Federico Dragogna (che lo scorso anno si era occupato del debutto di un’altra bolzanina, Tessa Kai) e condiviso col cantautore Dente, apprezzato artista che calca le scene italiane da ormai una ventina d’anni. All’insegna della canzone d’autore indie, il brano, composto a quattro mani dai due interpreti, è piacevolmente riuscito e ci conferma il buono stato di grazia di Anna Carol, che, tra l’altro il 5 dicembre prossimo si esibirà nella sua e nostra città, per la prima volta calcando un palco importante come quello del Teatro Cristallo.

A distanza di un anno dall’uscita dell’ultimo disco, Pulse, il JEMM Music Project ha pubblicato nel corso dell’estate il remix di uno dei brani lì inclusi, Oxident, sempre sotto l’egida della 12ville Records, neonata etichetta che in coabitazione con le edizioni Raetia si vuole occupare della produzione di artisti locali. Per l’occasione il brano, contrariamente al repertorio strumentale abituale della formazione fondata da Max Castlunger e Marco Stagni, è stato remixato con l’aggiunta della voce di Berise, cantante degli Shanti Powa da sempre aperto a collaborazioni e contaminazioni musicali, purché stimolanti, come dimostrato lo scorso anno dal singolo del suo gruppo che ospitava la fisarmonica di Herbert Pixner.

Chiudiamo il menù degli intingoli tornando ad una voce femminile, quella di Nina Duschek, indubbiamente la voce altoatesina più chiacchierata dell’autunno, grazie ai provini del talent televisivo X Factor: la cantautrice meranese, dopo il provocante singolo dello scorso febbraio, My Rules, e il caustico Unapologetic uscito a maggio, batte il ferro fin che è caldo con la nuova uscita, un brano rock dal riff efficace e dalle liriche esplicite intitolato New Life, come i precedenti prodotto da Fabian Pichler, ottimo veicolo per l’estensione delle sue corde vocali. Per chi volesse vederla sul palco, la prossima occasione a Bolzano sarà sul palco del Waag Cafè il due dicembre prossimo, ma nel frattempo la nostra cantautrice sarà transitata sui palchi esteri di Locarno e Innsbruck.

Autore: Paolo Crazy Carnevale