Un viaggio tra rocce, rovine e leggende

Visto dall’alto, il Monte di Mezzo è un lungo dorso montuoso, simile a quello di un animale sdraiato. Si allunga da Bolzano verso la Bassa Atesina, separando la valle dell’Adige dall’Oltradige, con la Mendola alle sue spalle e le vette dolomitiche che si alzano più a nord-est. A prima vista, sembra un rilievo come tanti; ma chi sale tra i suoi boschi e le radure scopre un mondo sospeso tra natura e storia, dove il tempo pare essersi stratificato in silenzio.

I pendii del Monte di Mezzo custodiscono infatti le tracce di una presenza umana antichissima. Reperti e resti murari, disseminati tra i Denti di Cavallo e le cosiddette Buche di aria calda, lasciano immaginare che qui, molto prima del Medioevo, sorgessero insediamenti o luoghi di culto. Tra i ritrovamenti più significativi, alcune asce in bronzo e ferro, frammenti di ceramica e utensili domestici testimoniano la frequentazione del monte già in epoca protostorica, quando le prime comunità agricole e pastorali si stabilirono sui rilievi per controllare la valle sottostante.

La posizione dominante sulla valle, l’abbondanza di grotte e fenditure nella roccia, e persino il singolare fenomeno dell’aria calda che in inverno fuoriesce dal terreno – quasi un respiro della montagna – potrebbero aver conferito a questo luogo un carattere sacro.

Camminando oggi tra i Denti di Cavallo, la roccia levigata dal tempo rivela piccole cavità regolari, alcune scavate forse secoli fa, altre frutto di processi naturali. Quando l’aria calda esce da queste fenditure e crea un lieve vapore nelle giornate fredde, si comprende come il confine tra

geologia e leggenda sia sempre stato sottile. Non stupisce che in passato si parlasse di “fuochi sotterranei” o di “spiriti della montagna”: spiegazioni poetiche per un fenomeno che ancora oggi affascina escursionisti e curiosi.

Più in alto, le rovine di Castel Varco / Laimburg e Castelchiaro testimoniano un’epoca in cui il Monte di Mezzo fu centro di potere e controllo sulla valle. Il primo, eretto nel XIII secolo dai signori di Laimburg, vigilava i confini di Caldaro e la via verso Bolzano. Il secondo, Castelchiaro (Leuchtenburg), con la sua torre slanciata e i resti di mura che si stagliano sul cielo, domina ancora il paesaggio come un faro di pietra. I castelli, ormai silenziosi, raccontano di tempi in cui il Monte non era solo rifugio, ma anche frontiera e simbolo di autorità.

Con il passare dei secoli, però, le voci si affievolirono. Le vie del commercio cambiarono, i castelli decaddero, e il Monte di Mezzo tornò ad appartenere ai boschi, alle volpi e al vento. Ma non scomparve dalla memoria collettiva: i contadini continuarono a raccontare di città sepolte, di gallerie sotterranee che collegherebbero le due rocche, di tesori nascosti tra i faggi. Leggende, certo, ma forse nate dal ricordo lontano di villaggi preistorici, di comunità che qui, in tempi remoti, avevano trovato rifugio e identità.

Oggi, chi percorre i sentieri che salgono da Vadena o da Caldaro può ancora percepire quella stratificazione di voci: l’eco del ferro battuto, il canto del vento nelle fenditure, il profumo di terra calda che sale dalle Buche di aria calda. È un viaggio che non richiede strumenti da archeologo, ma solo attenzione e curiosità: perché il Monte di Mezzo non si lascia raccontare da un solo tempo.

Autore: Reinhard Christanell

Un artista meranese in Sudamerica: Leo Putz

Fra i numerosi meranesi che meritano di essere ricordati c’è sicuramente il grande artista Leo Putz. Nato a Merano nel 1869, Leo Putz si trasferì a Monaco di Baviera all’età di 16 anni contro la volontà del padre per seguire le sue prime lezioni di disegno sotto la guida del fratellastro, il Professor Robert Poetzelberger. Frequentò l’Accademia di Monaco per poi trasferirsi all’Académie Julian di Parigi.

La Secessione di Monaco, fondata nel 1892, influenzò notevolmente Leo Putz, che ogni anno partecipava alle loro mostre. Nel 1899 entrò a far parte del gruppo di artisti chiamati “Scholle”. Essi cercavano un nuovo metodo pittorico che si opponeva allo stile accademico predominante ed allo storicismo dell’epoca. 

Il tema principale delle opere artistiche era l’essere umano, soprattutto la figura femminile. Un esempio significativo al riguardo è dato dai cosiddetti “dipinti di Hartmannsberg”, che negli studi di nudo di ragazze al bagno catturano la magia e la luce della pittura en plein-air. 

Fra le opere godibili in città ricordiamo il grande dipinto inserito nel circuito permanente a Palais Mamming intitolato Puppen, sono in possesso di Palais Mamming anche Ritratto di signora, e Ritratto di Frieda Putz. Nel Ritratto di signora la protagonista è comodamente seduta in poltrona ma l’ambiente è appena accennato ma il volto e le mani catturano la nostra attenzione. Il Ritratto di Frieda racconta invece una storia d’amicizia e di amore.  Nel 1901, ad un ballo in maschera, Putz conobbe Frieda Blell, una giovane artista delle arti applicate. La branca dell’arte consentita alle donne che desideravano affacciarsi all’arte. Ne nacque una amicizia sincera, cameratesca e una fruttuosa collaborazione artistica. Dodici anni dopo, nel 1913 si sposarono a da questa unione nacque il figlio Helmut. Nel ritratto del 1923, Frieda indossa un abitino corto e leggero con un cappello a grande tesa. Completamente immersa in una natura lussureggiante.   

Nel 1923 Putz si trasferì con la famiglia a Gauting in Baviera e due anni dopo diventò membro onorario dell’Accademia bavarese di Belle Arti. Alla ricerca di nuova ispirazione, nel 1929 Putz abbandonò la Baviera per un lungo periodo da trascorrere in Sudamerica.  Fu a San Paolo del Brasile a Buenos Aires ed a Bahia nella foresta vergine. Fu quindi nominato Professore all’Escola Nacionala de Bellas Artes di Rio. 

Gli anni trascorsi in Sudamerica gli diedero i nuovi impulsi sperati e la sua pittura si trasformò nei temi e nella forma espressiva.  La sua gamma di colori si arricchì di tonalità forti e di colori vivaci. Il pittore ritornò a Gauting con la sua famiglia nel 1933.

Le sue opere furono esposte in una grande mostra organizzata dall’Associazione degli artisti di Monaco. Tuttavia, nel 1937 gli fu proibito di lavorare e nel 1938 il Partito Nazionalsocialista Tedesco (NSDAP) sciolse la “Secessione” e tutti i gruppi di artisti di Monaco. Così per sfuggire ai nazisti, nel 1936 Leo Putz si vide costretto a rientrare a Merano, la sua città natale. Morì il 21 luglio 1940 a Merano ma venne sepolto nel cimitero di Gauting. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Elisa: da Salorno alla Hall of Fame a Parigi

C’è chi si avvicina allo sport per caso e chi invece lo incontra perché “nel paese non si parlava d’altro”. Questo passaggio riassume la storia sportiva di Elisa Dallago, importante esponente nel broomball ai Pochi di Salorno e oltre: tanto che in seguito a una serata a Folgarida, dopo 31 anni, lo scorso ottobre si è ritrovata a Parigi per ritirare il premio Hall of Fame.

Elisa Dallago, partiamo dall’inizio: come ha conosciuto il broomball?

Io sono nonesa. Il broomball l’ho conosciuto grazie alla squadra del Nanno, che giocava sul campo di Folgarida. Ero la più piccola, avevo 16, forse 17 anni, quindi dovevo essere accompagnata. I ragazzi della squadra venivano a prendermi e si partiva. Gli allenamenti erano sempre serali e quella era una squadra fortissima: tutte ragazze di Nanno, di Portolo, qualcuna di Tuenno… ma era un gruppo solido.

Che atmosfera si respirava a quei tempi?

Nel paese non si parlava d’altro che di broomball. Era una faccenda seria e anche molto aggregante. Io venivo dalla pallavolo, per me lo sport è sempre stato un impegno, ma lì ho trovato anche un’occasione per uscire, stare in compagnia. Era il pretesto perfetto per vivere la mia età, il sabato o la domenica, grazie alle partite.

E da lì com’è proseguito il percorso?

Ho trascorso tre anni nel Nanno. Lì è arrivata anche la mia prima convocazione in nazionale, però – a causa del mio primo contratto da insegnante – ho dovuto rinunciare alla trasferta americana: sentivo il bisogno di dimostrare responsabilità al mio dirigente scolastico. È una scelta che ancora oggi un po’ rimpiango, perché poi non ho più avuto occasione di tornare in nazionale, tranne a Innsbruck nel 2010… ma lì ero incinta. Il treno della nazionale femminile è passato così, senza che me ne rendessi conto.

In totale quanti anni ha giocato?

Dal 1989 al 2020. Trentuno anni: una vita, insomma.

E come vivevate il broomball?

Era uno sport serio. Anche se richiedeva meno tempo di allenamento rispetto ad altri, come il tamburello o la pallavolo che praticavo parallelamente. Ma era comunque un impegno. A 25 anni ho dovuto scegliere: ho lasciato la pallavolo per continuare col broomball. Mi divertivo, facevo gol, stavo in una squadra che funzionava e non ero da sola: senza una buona squadra, non vai da nessuna parte.

Ha partecipato a molte trasferte? Anche internazionali?

Il campionato era prevalentemente italiano, distribuito tra le province di Trento, Bolzano e Belluno. Facevamo anche una trasferta promozionale a Como. Poi c’erano gli Europei e i Mondiali. Sono stata a Vancouver, St. John’s, Minneapolis… Ogni volta era anche un po’ una vacanza. Il viaggio che mi è rimasto nel cuore è quello a St. John’s: stadio pieno, inni nazionali, le bandiere, il giro di campo… un’emozione fortissima.

Un aneddoto che non dimenticherà mai?

A Winslow, poco prima del Mondiale, mi vengono a chiamare: “Elisa, ti cercano!”. Giro l’angolo e trovo un negozio con l’insegna “Dallago Sport”. La titolare aveva sposato uno di Tuenno, parlava noneso… a migliaia di chilometri da casa! È stato incredibile. Un incontro che non dimenticherò mai.

Poi, da Nanno è passata a Salorno. Come mai?

Nanno era l’unica squadra della Val di Non, ma stava smettendo. Il campionato invece si svolgeva tra squadre di Bolzano, Merano, Belluno, Stilfes, Vecnofen, Piné, Cavalese… e Salorno. Mi sono portata via anche il borsone da Nanno e mi dissero: “Tienilo, qui non si gioca più”. Sono arrivata con il mio casco, che conservo ancora, con un adesivo del teschio sul retro, simbolo della nostra squadra.

Com’era l’ambiente a Salorno?

Diverso. A Nanno ero la più piccola, lì invece sono arrivata da esperta. Non è stato semplice. Ho portato la mia esperienza, ma non tutti accettavano che parlassi con l’allenatore o proponessi idee, tattiche. Venivano dai “tornei del bar”, quindi si è dovuto lavorare tanto per crescere. Ma poi abbiamo vinto molto. Gaier è diventata la squadra più vincente di Salorno: ho giocato lì 16 anni e per 15 ho fatto anche la dirigente.

Cosa ti ha lasciato questo sport?

Tanto. Come ogni sport di squadra ci sono le emozioni, lo spogliatoio, le vittorie, le sconfitte, anche le batoste. C’è stato un anno in cui non abbiamo nemmeno raggiunto la finale, perché non eravamo all’altezza. Ma guardandomi indietro sono felice di tutto ciò che ho fatto, di ciò che abbiamo costruito. Ho anche cambiato squadra verso la fine, perché i miei valori sportivi non collimavano più con quelli della dirigenza. Ma il broomball mi ha dato tantissimo.

E la Hall of Fame a Parigi?

Pensavo fosse uno scherzo! Infatti ho chiamato mio marito per dirgli mi avevano contattato per una premiazione in Francia. Non ho risposto per quindici giorni a quel messaggio. Poi mi è ricapitato di vederlo in messenger, sono andata a vedere il periodo dei mondiali e coincidevano le date. Allora ho risposto per farmi spiegare. Sono rimasta esterrefatta. È vero che ho giocato tanti anni e vinto molto, però mai avrei pensato che dopo aver smesso sarebbe arrivata una cosa del genere. L’ho detto a tutti. Sul palco non sono nemmeno riuscita a dire le frasi che mi ero prefissata. Sarò sincera, avrei preferito avere il borsone da broomball, vedevo le ragazze pronte e sentivo l’odore dello spogliatoio.

Autore: Daniele Bebber

Mille particolari che vivono di vita propria

Bruno Zanatta è un artista bolzanino che si è fatto conoscere per le sue tele dalle pennellate materiche che sono andate via via trasformandosi in opere complesse e tridimensionali dalle tonalità tipiche delle terre, ma anche degli ori, dei rossi e che mantengono poche ma affascinanti nuance. 

In queste opere oggetti inconsueti come chiodi, viti bulloni, rondelle, ma anche rami, radici, si trasformano in note apparentemente dissonanti ma che alla fine danno vita ad un concerto armonico e denso di sollecitazioni che permettono al fruitore di vederci le soluzioni più personali. Ogni più piccolo particolare sembra richiamare l’attenzione, sussurrare storie, parlare all’anima. Pronto a perdersi il fruitore ha la sensazione di camminare attraverso una Wunderkammer che chiede attenzione e promette meraviglia.  Lo stile pittorico portato avanti negli ultimi anni da Bruno Zanatta è infatti quello materico, nato da uno studio approfondito dell’informale europeo. Sono opere piene di forza e con una narrazione propria ma che possono ispirarne anche altre. Da sempre attratto dall’arte Bruno Zanatta ha studiato arte da autodidatta, frequentando corsi d’arte e imparando diverse tecniche artistiche. Senza mai abbandonare l’attività di ricerca artistica, negli anni 80 ha iniziato la sua collaborazione con la Filodrammatica di Laives lavorando come scenografo. Le sue scenografie hanno sempre riscosso molto successo e non sono pochi i premi da lui vinti. Sono numerose le mostre personali e collettive cui ha partecipato in molte città italiane e all’estero ma a mio avviso una ne connota la personalità generosa. Ha avuto luogo nei locali dell’ospedale di Bolzano all’indomani della pandemia di Covid. In quell’infausto periodo Bruno Zanardi passò ben un mese in terapia intensiva e la mostra ha voluto essere un riavvio alla vita e un ringraziamento a tutti coloro, fra medici e paramedici, che fecero l’impossibile per salvare i pazienti ricoverati. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Insegnanti

L’anno scolastico 2025-2026 si è aperto con un’inedita agitazione da parte degli insegnanti che in diversi istituti rischia di paralizzare tutte le attività che normalmente si svolgono parallelamente alle canoniche ore di lezione. 

La protesta in corso ha delle caratteristiche singolari, anche rispetto al passato. Forse la più evidente risiede nel fatto che viene condivisa, seppur con sfumature diverse, tra le scuole di lingua tedesca e quelle di lingua italiana. 

Gli insegnanti lamentano un peso sempre crescente della burocrazia che per forza di cose ricade su di loro anche per le croniche carenze di organico negli uffici amministrativi degli istituti. Ma è forte e chiaro anche il grido d’aiuto rivolto alla società tutta e alla politica: il ruolo dell’insegnante – lamentano i docenti – è sempre meno considerato nella società, e questo a fronte di un impegno che invece non diminuisce affatto. Le inquietudini crescenti nel nostro tessuto sociale e gli squilibri generazionali si ripercuotono, infatti e per forza di cose, anche sul compito educativo prima ancora che formativo, svolto dalla scuola a contatto con le fasce più giovani della popolazione, costituite da individui spesso disorientati.

Di tale complessa richiesta da parte degli insegnanti e del dibattito che si è avviato con la politica – che, lo ricordiamo, sovrintende all’organizzazione della scuola, nonché del reperimento e della gestione del suo personale – spesso si è evidenziata sui media quasi esclusivamente la richiesta di un adeguamento considerato ormai irrinunciabile dei salari al costo della vita. 

Non è solo una questione di soldi, lo abbiamo già detto. Ma anche gli stipendi hanno la loro importanza in un mondo in cui la professione dell’insegnante perde sempre più appeal. I laureati che guadagnano meno sono senz’altro i docenti, non vi è dubbio, anche se in Alto Adige rispetto al resto d’Italia la Provincia interviene da anni con un contributo integrativo. Ma resta il fatto che il costo della vita non consente più deroghe a un ripensamento del sistema dei salari. Gli insegnanti delle scuole di lingua tedesca hanno poi davanti ai loro occhi il sistema austriaco, con i loro colleghi che vengono pagati significativamente di più.  

L’auspicio è che non solo la politica ma la società tutta sia in grado di responsabilizzarsi in questo senso. Il prossimo passo sarà – poi – fare in modo che la scuola funzioni meglio di ora. Ma per parlarne bisogna fare in modo di arginare la fuga degli insegnanti. All’estero ma non solo.

Autore: Luca Sticcotti

Da Norimberga a Venezia sulle tracce di Dürer

Tanto fiato, gambe allenate e sorriso sul volto. Appare così Bogi Nagy, un’artista che nel suo singolare viaggio a piedi è passata per la Bassa Atesina: prima al Klosterle, San Floriano, per poi scendere nella vicina Laghetti e quindi arrivare ai Pochi, frazione del comune di Salorno. Successivamente è arrivata a Venezia, così come fece Albrecht Dürer  tanti e tanti anni fa.

Lei si chiama Bogi Nagy, è un’artista d’origine ungherese e a maggio è partita da Norimberga, dove lavora nel proprio atelier, per intraprendere questo tour sul sentiero di un grande ed immortale artista. Da sola, a piedi, assaporando la dolcezza e le difficoltà che un viaggio simile può comportare. “Sono un’artista molto versatile, mi muovo tra pittura e scultura”, dice. 

Bogi Nagy, da dove nasce l’idea di percorrere la via di Dürer?

Quando ho partecipato alla Biennale di Venezia ho deciso di collegare due idee: il mio progetto artistico e il cammino storico che Dürer fece verso Venezia. Anche lui aveva un grande sogno legato a questa città, così come ce l’ho io oggi. E poi non dimentichiamo il legame personale, perché il padre di Dürer era ungherese, come me. 

Cosa le sta lasciando questa avventura? 

Camminando lentamente, come si faceva una volta, ho imparato a vivere profondamente ciò che vedo e ciò che sento. Ho incontrato persone che mi hanno accolto, cucinato per me, che mi hanno donato tempo ed energia. Questo viaggio è come un pellegrinaggio: un momento meditativo ma anche intensamente artistico. Ogni giorno mi regala stimoli per nuove opere, emozioni forti, momenti in cui rido, altri in cui piango. È anche un allontanamento dal caos della città, un ritorno a me stessa, alle radici.

Come ha organizzato il viaggio? 

Non ho orari né tappe fisse. Mi sono lasciata guidare dalle emozioni del giorno. Se sentivo che dovevo fermarmi, mi fermavo. Se invece avevo l’energia per proseguire, continuavo. Sono partita a maggio e ogni giorno è stato diverso.

Quando è iniziato il suo rapporto con l’arte? 

Sento l’arte scorrere dentro di me, da sempre. Poi l’ho studiata e  ho frequentato l’università d’arte a Norimberga, dove adesso ho il mio atelier. Ma penso che certe doti o le hai o non le hai, io ho solo cercato di farle crescere con il tempo.

Ha mai affrontato delle difficoltà lungo il percorso? 

Sì, molte! Anche solo nel tratto che mi ha portata in Bassa Atesina ho avuto momenti difficili. Ma li ho superati tutti, anche grazie all’energia che mi arriva da ciò che mi circonda.

Che cos’è per lei l’arte, cosa le ha dato? 

Mi ha dato tutto. Mi ha fatto crescere come persona e come artista. Io ritraggo e scolpisco ciò che vivo. Ogni luogo ha una sua energia e se lo sento, allora forse riesco a trasformarlo in arte. Anche qui, nel Bosco delle Sculture, sento l’energia di chi ha creato prima di me, sento ciò che portate voi. E da lì nasce qualcosa, nella mia mente.

E per il futuro, cosa sogna? 

Vorrei continuare a viaggiare così, per trovare ispirazione vera. Il mio sogno è realizzare tante nuove opere, ma soprattutto avere il tempo per farlo. Da questo viaggio nascerà anche un libro, che uscirà nel 2028 proprio in occasione dell’anniversario della morte di Dürer. Sto già pensando a mostre, convegni… magari anche una presentazione a Salorno. Dürer è ancora vivo, perché in più paesi e lingue si parla ancora di lui e si continua a creare grazie alla sua eredità. E questo, per me, è davvero straordinario. 

Autore: Daniele Bebber

Correre a un passo dal Polo Nord

Paolo Venturin – 66 anni, nato e vissuto da sempre a Bolzano – è amante dei viaggi e dello sport. Sport da vedere – come l’hockey e l’atletica – ma anche da praticare, come la corsa, in merito alla quale ci racconta di una sua esperienza davvero mozzafiato.

“Il 14 giugno 2025 ho corso la maratona più a nord del mondo, una delle corse più affascinanti e insolite: la Spitsbergen Marathon alle isole Svalbard. Immersi in uno scenario surreale, oltre il Circolo Polare Artico, atleti provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento in questo arcipelago norvegese, tra paesaggi artici mozzafiato, luce perenne e un clima che mette alla prova corpo e spirito. Le Svalbard, con i loro ghiacciai maestosi, montagne spoglie e un silenzio ovattato, offrono un contesto che va ben oltre quello della corsa. Correre qui non significa soltanto macinare chilometri, ma vivere un’esperienza profonda di contatto con una natura ancora selvaggia e incontaminata. La maratona delle Svalbard non è solo una competizione, ma un’avventura; un viaggio ai confini del mondo, dove ogni passo è un ricordo indelebile.”

L’INTERVISTA

Com’è nata l’idea di partecipare a questa maratona?

Ne sono venuto a conoscenza sui social e l’idea mi ha stuzzicato. Avevo già partecipato a maratone nordiche come quelle di Tromsø, Copenaghen, Stoccolma, Reykjavik… Lì mi piacciono il clima fresco e l’organizzazione sempre ottima,  oltre ai paesaggi incredibili. 

Come si è preparato?

Come per ogni maratona, anche in questi casi è necessario un allenamento serio. Almeno un mese e mezzo prima bisogna iniziare a correre tratti lunghi da 25-30 km una volta a settimana, più altre 2-3 uscite di corsa. Serve inoltre tener conto del clima: anche se era giugno, alle Svalbard c’erano circa 5°C. Ho guardato i filmati degli anni precedenti per informarmi e prepararmi al meglio; mi sono munito di guanti, cappello, maglia tecnica, pantaloni lunghi e una giacca antivento. Non è come correre alle Canarie!

Esattamente la maratona dove si svolge?

A Longyearbyen. È un posto incredibile: nonostante le piccole dimensioni ha davvero tutto ciò che serve, e anche di più! Pizzerie, un birrificio, l’università, vari locali, una Coop, ha addirittura un ristorante thailandese dove ho potuto seguire la mia dieta vegetariana, cosa non scontata a 1000km dal Polo Nord. Una particolarità, la più caratteristica, è la presenza di orsi polari nella zona. In quella regione la popolazione umana è inferiore rispetto a quella di  questi animali infatti. Lì tutto è legato alla loro presenza, sono il simbolo della zona. Trovi la loro immagine sulle magliette, sulle medaglie della maratona, ovunque. Ciò non esaurisce il pericolo, che resta reale. L’orso bianco è l’unico animale in natura che vede l’uomo come una preda. Per uscire dalla città bisogna essere accompagnati da guardie armate e preparate— solo per spaventare gli animali— e ovunque si vedono i cartelli di avvertenza. Anche durante la maratona c’erano degli addetti che ci seguivano in moto con i fucili. 

Di che tipo di percorso si tratta? 

Si tratta di due giri da 21 km. È una maratona tosta, molto più dura di altre. Ci sono parecchi saliscendi, anche verso le ex miniere di carbone. In certi tratti il vento artico era davvero pungente e abbiamo corso anche controvento per chilometri. Il doppio giro da 21 km non è stato facile da affrontare perché all’inizio del secondo sapevi già cosa ti aspettava e lì è entrata davvero in gioco la preparazione mentale per trovare la motivazione e andare a concludere la corsa.

Come si è sentito al pensiero della presenza degli orsi polari?

Non ho avuto particolare timore perché il percorso era in una zona sicura, però ci si sente ospiti del loro habitat. Sono animali protetti e rispettati moltissimo dalla popolazione locale anche se sono diventati un po’ il loro business. Io comunque non ne ho visto nessuno.

E prima di partire?

Devo ammettere che ero preoccupato, ma una volta arrivato e aver visto il luogo, l’organizzazione, il clima non così estremo mi sono lasciato emozionare e la preoccupazione ha lasciato il posto alla motivazione e alla meraviglia.

Dal punto di vista emotivo l’esperienza com’è stata?

Difficile da spiegare a parole. È un paesaggio infinito, desolato, silenzioso. Uscendo dal centro abitato ci si sente soli. Non ci sono alberi che ti danno sicurezza, solo neve in lontananza e rocce. È un’esperienza che mi porterò dentro tutta la vita. Per me l’importante era arrivare e questo mi ha permesso di contemplare ciò che avevo attorno mentre correvo.

Ha notato segni del riscaldamento globale?

Sì, dov’eravamo noi era molto brullo e i ghiacciai ormai si possono vedere solo più a nord. 

E ora che si fa?

Bella domanda! Ci sono varie maratone interessanti come quella sulla neve in Groenlandia… Adesso sto preparando la maratona di Lisbona e ad aprile andrò a Bergen. Il mio modo di viaggiare è questo: scelgo una città, ci resto qualche giorno, la esploro… e corro una maratona.

Ci offre qualche altra curiosità in merito a Longyearbyen, capitale delle Svalbard?

A Longyearbyen ogni cosa è la “più al nord del mondo”, dal pub alla maratona. È un luogo ricco di carbone e legato al lavoro minerario, infatti negli hotel c’è ancora la regola di dover lasciare le scarpe all’ingresso per non portare il carbone all’interno. Longyearbyen si trova a 78˚ di latitudine nord, a soli 1.316 km dal Polo Nord ed è uno degli insediamenti permanenti più settentrionali del mondo. Per raggiungerlo ci vogliono tre voli intervallati da lunghi scali. La vita a Longyearbyen è diversa da qualsiasi altra parte della Terra. Qui la vita quotidiana è dettata dalle stagioni. Si alternano la Notte Polare, in cui per quattro mesi il giorno inizia e finisce con una perenne e affascinante luce blu, e l’estate polare, dominata dal Sole di Mezzanotte. Il clima e la posizione delle isole danno vita a una serie di particolarità. Alle Svalbard ad esempio non si può né nascere né morire. Non ci sono reparti maternità, e non è possibile essere seppelliti lì, per via del permafrost. Se sei malato cronico, ti consigliano di trasferirti a Tromsø. La fauna locale, oltre agli orsi polari, è composta da una moltitudine di uccelli che nidificano ovunque, anche a terra, per questo motivo lì – ad esempio – non esistono gatti.

Autrice: Anna Michelazzi

(In)formare coscienze capaci di scelte consapevoli

Ricorre in questi giorni la memoria di Josef Mayr-Nusser, che la Chiesa cattolica ha proclamato beato nel 2017. Il 4 ottobre del 1944 Josef dichiarava davanti ai suoi commilitoni ammutoliti che non avrebbe pronunciato il giuramento di fedeltà a Adolf Hitler. La cerimonia era prevista per il giorno dopo.

Fare memoria non significa semplicemente ricordare. Nemmeno ritualizzare una ricorrenza. Non si tratta di organizzare eventi e fare discorsi di circostanza, ma di declinare il messaggio di una vita nella realtà di oggi. L’oggi è il prodotto del passato e il futuro dipende dalle scelte del presente.

Tra i molteplici temi che Mayr-Nusser ci ha lasciato in eredità, c’è quello del sapersi informare per formare la propria coscienza, allo scopo di compiere la scelta giusta anche, come nel suo caso, a costo della vita. L’informazione libera e completa viene meno in situazioni come le dittature e la guerra. Due realtà che hanno accompagnato la vita di Josef e che, drammaticamente, si mostrano anche i giorni nostri. 

Le dittature sopprimono la libertà di pensiero e nascondono la verità. La guerra usa le notizie come armi, strumentalizza il lavoro dei giornalisti e diffonde senza alcuno scrupolo bugie e mezze verità. 

Sappiamo che attraverso i social media, ma non solo, la disinformazione tattica è particolarmente facile. Tanto più che i fruitori dei social in gran parte non sono più in grado di distinguere il falso dal vero.

Che cosa sappiamo veramente di quanto accade in Ucraina, in Russia, in Israele e Palestina, negli altri oltre cinquanta scenari di guerra? Poco. Nulla. Soprattutto quando siamo convinti di sapere tutto, siamo stati forse abilmente manipolati.

Josef Mayr-Nusser, assieme alla sua comunità, è stato capace, malgrado due dittature, di raccogliere gli elementi necessari a sviluppare un giudizio e a formare la propria coscienza.

Ci vedeva chiaro. Ad esempio, quando scrisse (parole che suonano di una qualche attualità): “Osserviamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con quale cieca passione e dedizione incondizionata le masse si consegnano ai capi (Führer). Ci tocca oggi assistere a un culto del capo che rasenta l’idolatria. Tanto più può meravigliare questa fede appassionata nei leader, dal momento che siamo in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica, in un’epoca piena di scetticismo in cui il singolo non vale niente, ma conta solo la massa, il numero”.

Autore: Paolo Bill Valente

Il blues del Trinciato Forte, sapido e robusto come il tabacco

C’era una volta il Trinciato Forte, una band dalle connotazioni ben precise, nata all’estrema periferia della regione, che nelle intenzioni dei suoi fondatori – Gianni Ghirardini, Haifisch Heidegger e Rainer Hüller – doveva farsi portavoce di un blues che fosse anche una miscela di contaminazioni e avesse un sapore deciso, proprio come il tabacco dei monopoli di stato da cui aveva preso il nome.

Era l’inizio degli anni ottanta, un tempo che ci pare oggi lontanissimo, in cui il mondo della musica girava in modo del tutto diverso da oggi: non c’erano i tutorial di youtube innanzitutto e le canzoni le si imparava suonando assieme, non c’erano social, ragion per cui la fama e la diffusione della musica dei gruppi girava di bocca in bocca e non grazie a sterili like e mi piace.

“Non ci è voluto molto affinché il trio si evolvesse in una formazione più articolata – racconta oggi Gianni Ghirardini, organizzatore di una storica riunione del Trinciato Forte che si terrà a Vipiteno l’11 ottobre prossimo –, c’era bisogno di un frontman, visto che nessuno di noi era un cantante. È stato così che abbiamo presto arruolato il brissinese Moreno Facen, che aveva la presenza scenica di un Robert Plant, e subito dopo aver trasferito la sala prove a Varna anche il percussionista Josè Russo e il chitarrista Paolo Gabos. Il repertorio includeva qualche brano originale, come lo strumentale Pispisalla, e naturalmente cover blues che andavano da Frank Marino ai Rufus, passando per Tom Scott. In breve il nostro nome cominciò a girare, erano gli anni dei festival all’aperto, giornate intere di musica con vari gruppi in cartellone. Ogni tanto accadeva che ci imbarcassimo in brevi tour che ci portavano a suonare in Austria e Germania, così, avendo anche un consistente numero di fan che ci seguivano, giravamo su un pullman da quaranta posti e al posto dei sedili avevamo messo dei materassi! Vicino a Salisburgo, dopo un Open Air ci fu anche una partita di calcio tra gli organizzatori austriaci e il Trinciato Forte con i suoi fan.”

Quando Paolo Gabos partì per il servizio militare, il suo posto fu rilevato da Werner Bauhofer, che portò con sé il sassofonista Sandro Miori, ma a questo punto Moreno aveva cominciato a farsi vedere sempre meno in sala prove e Rainer Hüller aveva fatto ritorno in Germania lasciando libero il posto dietro i tamburi. Provvidenzialmente, tra il pubblico di uno degli ultimi concerti c’era il pusterese Roland Egger, che andò presto a ricoprire i posti vacanti di cantante e batterista.

“In breve tempo però – prosegue Ghirardini – abbiamo perso anche altri componenti e ad un certo punto siamo rimasti in tre, Haifisch, Roland ed io. È stato Roland a proporre di chiamare Sandro Melchiori, che suonava le tastiere, in particolare il piano Fender Rhodes. A lui piaceva Keith Emerson ed era molto funambolico sul palco, oltre a lui in alcune occasioni avevamo anche un percussionista e una corista. In questa seconda vita del Trinciato Forte, i riconoscimenti hanno continuato a non mancare, il circuito degli Open Air era ancora molto in voga, e potevamo sempre contare sui concerti all’estero essendo una band di confine. Nel 1985, a Traunstein, in Germania abbiamo avuto l’onore di aprire un concerto di Stanley Clarke e della sua band.”

L’idea di una riunione estemporanea del Trinciato Forte, viene fuori a Vipiteno lo scorso anno, in occasione del concerto per i 70 di Gianni: detto, fatto. A poco più di un anno di distanza il concerto viene pensato e allestito, tanto che dei dodici musicisti che hanno fatto parte della storica formazione, ben sette si ritroveranno sul palco di CasArci, la nuova sede dell’Arci di Vipiteno, la città dove tutto ebbe inizio. Qualcuno se n’è andato prematuramente come il cantante Moreno Facen, di qualcuno si sono perse le tracce, qualcun altro ha smesso di suonare: la sera di sabato 11 ottobre, alle 20.30 i sette musicisti si riuniranno dando vita ad un concentrato di musica, ricordi e aneddoti che si preannuncia emozionante e interessante, incentrata più sulla buona musica che sull’effetto nostalgia.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le misteriose buche di ghiaccio di Ganda

Ai piedi della Mendola, tra Appiano e Caldaro, si estende il Monte Ganda, un rilievo apparentemente comune, ma che custodisce fenomeni naturali e racconti popolari che lo hanno reso un luogo fuori dall’ordinario. I grandi blocchi di roccia sparsi lungo i pendii, i boschi fitti e le fenditure nel terreno testimoniano un passato segnato da frane imponenti e mutamenti geologici che hanno modellato il paesaggio odierno.

Siamo a due passi dalla città e dalla strada verso il passo ma nei boschi immersi in un silenzio irreale si percepisce un clima particolare che favorisce incredibilmente la crescita di rododendri e rose alpine. Durante l’estate, quando la pianura circostante è segnata dal caldo, le temperature scendono di molti gradi, creando un ambiente freddo e umido, simile a quello che si incontra in alta montagna. 

Rilevazioni scientifiche hanno registrato differenze termiche fino a 15–17 gradi rispetto all’esterno: un fenomeno di inversione climatica che permette la sopravvivenza di queste piante solitamente legate a quote subalpine. Alcune specie vegetali rare, considerate “relitti glaciali”, trovano qui rifugio: sono organismi che hanno resistito sin dall’ultima glaciazione, offrendo una finestra preziosa sulla storia naturale delle Alpi.

Accanto all’aspetto scientifico, sopravvivono narrazioni tramandate per secoli. A pochi passi da Pianizza di Sopra/Oberplanitzing si intravedono ancora i resti della chiesetta di San Giorgio, che la tradizione collega a un’antica città scomparsa. Le cronache popolari raccontano di una comunità fiorente, arricchita dal commercio, ma segnata dall’arroganza e dall’indifferenza verso i precetti religiosi. La rovina arrivò in un giorno di carnevale, quando gli abitanti, accecati dall’eccesso, si macchiarono di un atto crudele: scuoiarono un bue ancora vivo, cospargendolo di sale. Le grida dell’animale avrebbero attirato la punizione divina. Un temporale improvviso, piogge torrenziali e lo scoscendimento delle rocce del Monte Ganda/Gandberg avrebbero sepolto la città sotto una colata di pietre. Le grandi masse rocciose che oggi emergono dal terreno sono interpretate come i resti di quella catastrofe.

Leggende di città sepolte come quella del Ganda non sono rare: molte comunità alpine narrano di paesi inghiottiti dalla terra (per esempio Nisselburg a Laives) o cancellati da disastri improvvisi. 

Pur non trattandosi di città vere e proprie nel senso moderno, queste storie sembrano custodire un ricordo remoto di antichissimi insediamenti preistorici o protostorici. Villaggi distrutti da frane o abbandonati per cause naturali avrebbero lasciato un segno nella memoria collettiva, trasformandosi con il tempo in racconti moralizzanti, nei quali la rovina appare come punizione divina. Così, la leggenda trasmette un frammento di storia arcaica, rivestito di simboli e ammonimenti.

Un altro racconto lega la memoria del luogo al vino. Si dice che, secoli dopo, un giovane pastore della Val di Non, curando le capre tra le frane del Ganda, scoprì un passaggio sotterraneo che conduceva alla cantina intatta di una delle case della città sepolta. Là resisteva ancora una grande botte di vino, che egli iniziò a condividere con il contadino presso cui lavorava. Secondo la leggenda, da quella scoperta trarrebbe origine la qualità rinomata del vino locale.

Il Monte Ganda, così, si presenta come uno spazio dove natura e memoria si intrecciano: da un lato un laboratorio naturale che conserva specie antiche e fenomeni climatici eccezionali; dall’altro un deposito di miti e ammonimenti, nati forse per spiegare le frane e i fenomeni atmosferici, e trasformatisi in racconti identitari tramandati di generazione in generazione.

Autore: Reinhard Christanell