Avanti, nonostante tutto

E’ forse l’unico musicista di heavy metal al mondo che non beve, non fuma ed è un ciclista sfegatato. Claudio Pisoni lavora in un’impresa di pompe funebri, ma i più lo conoscono come frontman degli Skanners, una delle band più longeve e famose della scena musicale altoatesina. 

La cosa di me che mi piace di più.

La tenacia e la forza psicologica di andare sempre avanti nonostante tutto.

Da bambino sognavo di diventare…

Non ho mai sognato di diventare chissà che cosa… poi col tempo mi sono dovuto adattare.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Direi suonare in Giappone.

Il luogo dove vorrei vivere.

Lago di Garda, sponda veronese.

I miei piatti preferiti.

Pizza, lasagne, spaghetti… pesce.

Non sopporto…

I  falsi e i traditori.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Non posso più mangiare molto, però yogurt a go go.

Se fossi un animale sarei…

Un lupo.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che… 

Lo sono tutte le volte che aiuto come volontario un rifugio di cani dove li curo e li coccolo quando sono stati abbandonati per strada o cessioni di proprietà. E lo sono di aver suonato nell’Olimpo del rock ‘n’ roll a Los Angeles al Whiskey Go Go questa estate a giugno.

L’ultima volta che ho perso la calma.

5 minuti fa, haha.

Tre aggettivi per definirmi.

Testardo, coraggioso, sensibile.

Il mio film preferito.

Frankenstein Junior.

Il mio attore preferito.

Nicolas Cage.

Il mio sogno ricorrente.

Avere giustizia dopo aver subito un torto.

La disgrazia più grande. 

La morte di mio padre per incidente stradale.

Amo il mio lavoro perché…

Perché aiuto le persone nel momento più duro della loro vita la perdita di un loro caro.

L’errore che non rifarei.

Dare la fiducia e la mia disponibilità a persone che si sono dimostrate nei miei confronti tutto il contrario di quello che pensavo.

La persona  che ammiro di più.

Ronnie James Dio, ex cantante di Rainbow e Black Sabbath.

L’ultima volta che ho pianto.

Quando mi hanno diagnosticato un tumore.

“Non sono poverine”: focus sulla tratta sessuale a Bolzano

La tratta sessuale esiste. Anche a Bolzano. Non catene di ferro, ma vincoli invisibili: ricatti, minacce, debiti impossibili da estinguere. Tutto questo è parte di un meccanismo preciso: lo sfruttamento. A intercettare e contrastare questo meccanismo da oltre vent’anni c’è Alba, progetto che ogni anno entra in contatto con centinaia di persone e accompagna decine di donne in percorsi di protezione.

Si tratta di numeri che raccontano la portata di un fenomeno che non si consuma lontano, ma tra le strade della città e dietro le porte di appartamenti anonimi. Non è un salvataggio spettacolare, ma un lavoro lento, fatto di fiducia.

Due sono le ramificazioni principali del lavoro di Alba: outreach (sensibilizzazione) e contatto con i servizi. Le équipe portano cibo, contraccettivi, informazioni, organizzano test rapidi per le malattie sessualmente trasmissibili. Soprattutto, offrono tempo. Perché la fiducia non si improvvisa, si costruisce. E quando una donna trova il coraggio di fidarsi, spesso diventa passaparola: altre seguono, altre bussano. È così che nasce un ponte: tra chi è intrappolata nella tratta e la possibilità di uscirne, tra la persona e i servizi. 

La maggior parte delle sex workers intercettate arriva dalla Costa d’Avorio, dall’Albania, dal Sud America, dalla Romania e da altri Paesi dell’Est Europa. Per superare barriere linguistiche e culturali sono fondamentali le mediatrici culturali, che aprono canali di comunicazione altrimenti impossibili.

Il secondo asse riguarda i servizi: far conoscere il fenomeno, creare rete, sensibilizzare e formare chi, nel proprio lavoro quotidiano, può incontrare vittime di tratta. Riconoscere i segni dello sfruttamento è già un atto di protezione.

Le operatrici lo ripetono con chiarezza: “Non stiamo salvando nessuno, non sono ‘poverine’”. E sottolineano un nodo rimasto aperto: i clienti. Sono loro a conoscere indirizzi, orari, dinamiche. Sono loro i primi che potrebbero segnalare situazioni sospette. “Non vi giudichiamo” dicono, come rivolgendosi direttamente a loro. “Se avete il sospetto che una ragazza sia vittima di tratta, parlate con i servizi”.

Alba non promette miracoli. Ma il vero risultato non si misura nei numeri. Sta in quel tempo lungo, fragile e ostinato, in cui una donna accetta un tè caldo e decide di raccontare la propria storia. Sta nella possibilità che un cliente, per una volta, smetta di girarsi dall’altra parte. Sta nel ricordare che la schiavitù non è finita: continua finché facciamo finta di non vederla.

Autrice Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Le misteriose buche di ghiaccio di Ganda

Ai piedi della Mendola, tra Appiano e Caldaro, si estende il Monte Ganda, un rilievo apparentemente comune, ma che custodisce fenomeni naturali e racconti popolari che lo hanno reso un luogo fuori dall’ordinario. I grandi blocchi di roccia sparsi lungo i pendii, i boschi fitti e le fenditure nel terreno testimoniano un passato segnato da frane imponenti e mutamenti geologici che hanno modellato il paesaggio odierno.

Siamo a due passi dalla città e dalla strada verso il passo ma nei boschi immersi in un silenzio irreale si percepisce un clima particolare che favorisce incredibilmente la crescita di rododendri e rose alpine. Durante l’estate, quando la pianura circostante è segnata dal caldo, le temperature scendono di molti gradi, creando un ambiente freddo e umido, simile a quello che si incontra in alta montagna. 

Rilevazioni scientifiche hanno registrato differenze termiche fino a 15–17 gradi rispetto all’esterno: un fenomeno di inversione climatica che permette la sopravvivenza di queste piante solitamente legate a quote subalpine. Alcune specie vegetali rare, considerate “relitti glaciali”, trovano qui rifugio: sono organismi che hanno resistito sin dall’ultima glaciazione, offrendo una finestra preziosa sulla storia naturale delle Alpi.

Accanto all’aspetto scientifico, sopravvivono narrazioni tramandate per secoli. A pochi passi da Pianizza di Sopra/Oberplanitzing si intravedono ancora i resti della chiesetta di San Giorgio, che la tradizione collega a un’antica città scomparsa. Le cronache popolari raccontano di una comunità fiorente, arricchita dal commercio, ma segnata dall’arroganza e dall’indifferenza verso i precetti religiosi. La rovina arrivò in un giorno di carnevale, quando gli abitanti, accecati dall’eccesso, si macchiarono di un atto crudele: scuoiarono un bue ancora vivo, cospargendolo di sale. Le grida dell’animale avrebbero attirato la punizione divina. Un temporale improvviso, piogge torrenziali e lo scoscendimento delle rocce del Monte Ganda/Gandberg avrebbero sepolto la città sotto una colata di pietre. Le grandi masse rocciose che oggi emergono dal terreno sono interpretate come i resti di quella catastrofe.

Leggende di città sepolte come quella del Ganda non sono rare: molte comunità alpine narrano di paesi inghiottiti dalla terra (per esempio Nisselburg a Laives) o cancellati da disastri improvvisi. 

Pur non trattandosi di città vere e proprie nel senso moderno, queste storie sembrano custodire un ricordo remoto di antichissimi insediamenti preistorici o protostorici. Villaggi distrutti da frane o abbandonati per cause naturali avrebbero lasciato un segno nella memoria collettiva, trasformandosi con il tempo in racconti moralizzanti, nei quali la rovina appare come punizione divina. Così, la leggenda trasmette un frammento di storia arcaica, rivestito di simboli e ammonimenti.

Un altro racconto lega la memoria del luogo al vino. Si dice che, secoli dopo, un giovane pastore della Val di Non, curando le capre tra le frane del Ganda, scoprì un passaggio sotterraneo che conduceva alla cantina intatta di una delle case della città sepolta. Là resisteva ancora una grande botte di vino, che egli iniziò a condividere con il contadino presso cui lavorava. Secondo la leggenda, da quella scoperta trarrebbe origine la qualità rinomata del vino locale.

Il Monte Ganda, così, si presenta come uno spazio dove natura e memoria si intrecciano: da un lato un laboratorio naturale che conserva specie antiche e fenomeni climatici eccezionali; dall’altro un deposito di miti e ammonimenti, nati forse per spiegare le frane e i fenomeni atmosferici, e trasformatisi in racconti identitari tramandati di generazione in generazione.

Autore: Reinhard Christanell

La strada dedicata ai Tre Santi. Chi erano?

Nel quartiere Gries-S. Quirino vi è,  tra le vie Duca d’Aosta e Penegal, via Tre Santi. Chi erano e cosa fecero? Si tratta di  Sisinio, Martirio, Alessandro. Riferimenti alla loro vita si trovano nelle lettere di San Vigilio, vescovo di Trento, come negli scritti di Sant’Agostino e di San Massimo di Torino. I tre vissero mentre si stava diffondendo il cristianesimo, nei centri storici ma anche nelle vallate, come l’Anaunia (attuale Val di Non). Per evangelizzare appunto tale valle il vescovo di Milano, Ambrogio, aveva raccomandato al vescovo di Trento, Vigilio, al momento con scarsità di pastori nella diocesi, tre evangelizzatori, provenienti dalla Cappadocia (attuale Turchia); erano Sisinio, diacono, Martirio, lettore, e il fratello Alessandro, ostiario. I pagani del luogo, adirati per l’adesione alla fede cristiana di molti, che abbandonavano l’adorazione del dio Saturno, al rifiuto dei neo convertiti al cristianesimo di ritornare al politeismo, ritenendo responsabili di ciò gli evangelizzatori Sisinio, Martirio e Alessandro, li assalirono e li malmenarono nel loro tempio, edificato presso Methon (Medol). Il primo morì subito dopo l’aggressione, i due fratelli vennero arsi insieme davanti all’altare del dio Saturno. Era il 29 maggio 397. Secondo la tradizione popolare la scena del martirio sarebbe stata la chiesa di San Zeno in Val di Non. Le loro ceneri furono traslate a Trento per volontà dei fedeli, mentre sul luogo del martirio venne eretta una chiesa in memoria. Nel 1927 la basilica milanese di San Simpliciano concesse di restituire alcune reliquie dei tre martiri alla basilica di San Zeno, riunite in un antico e prezioso reliquiario.  Nel 1997, nel 1600° anniversario della loro morte, le loro reliquie hanno visitato in pellegrinaggio tutte le parrocchie del Trentino. Nel corso degli anni reliquie dei “Tre Santi” furono inviate in varie località (Milano, Costantinopoli, Brescia, Ravenna, Verona, Roma, Saint Riquier (diocesi di Amiens).

Autore: Leone Sticcotti

Le suggestioni di Flora, tra Tirolo e Venezia

Il rapporto tra il Tirolo, soprattutto quello “italiano” e Venezia è sempre stato problematico, basti pensare all’allergia che molti ambienti sudtirolesi mantengono tutt’oggi quando sentono parlare, invero oggi sempre più raramente, di Triveneto. Questa allergia senz’altro non ha mai contagiato l’artista e illustratore Paul Flora, uno delle figure  più significative dell’arte altoatesina novecentesca. Nato nato nel 1922 a Glorenza e morto a Innbruck nel 2009, Flora è noto soprattutto come disegnatore e vignettista. Come caricaturista ha raccontato per decenni con tono spiritoso e dissacrante la scena politica soprattutto di area tedesca. I suoi paffuti Schützen e musicisti di Musikkappelle, così come i suoi ossuti viandanti e alpinisti, tutt’oggi forniscono suggestioni in bilico tra rappresentazione, memoria e ironico distacco. L’aspetto più affascinante della sua cifra stilistica forse è il tratto fine e graffiato, in grado di far affiorare dal bianco della carta fitte trame d’ombra che scolpiscono figure grottesche, intente a muoversi su sfondi vibranti di sospensione, inquietudine e magia. 

Flora amò profondamente anche Venezia, come dicevamo, e grande fascino rappresentarono su di lui gli scorci di San Marco e le nebbie lagunari, catturate con grande  maestria con pochi tratti di china sulla carta. Molte sue opere grafiche titolate a mano si possono ammirare fino al 18 presso la Galleria Casciaro in Via Cappuccini a Bolzano. L’ingresso è libero e gratuito.

Autore: Luca Sticcotti

Tutti pazzi a Bolzano per il pickleball

A Bolzano sta crescendo un nuovo sport: il Pickleball. Già praticato in tutta Italia, attira giovani e adulti per la sua velocità e l’adrenalina che regala sul campo. Tra i protagonisti locali c’è Kevin Clerico, 22 anni, laureato in Scienze Motorie e studente magistrale in Scienze della Nutrizione Umana. Da poco più di un anno si è avvicinato a questa disciplina, trovando stimoli e sfide nuove dopo anni di agonismo nel tennistavolo. Kevin ha già collezionato medaglie e soddisfazioni nel circuito nazionale e racconta la sua esperienza, tra allenamenti, tornei e vita quotidiana.

Quando hai scoperto il Pickleball e cosa ti ha spinto ad avvicinarti?

L’ho scoperto all’inizio del 2025, leggendo qualche articolo online, ha catturato subito la mia attenzione. Ho deciso di contattare la società ASD Alpin Pickleball Bolzano per avere informazioni e, da lì, è iniziata la mia esperienza.

Che sport praticavi prima e perché hai cambiato disciplina?

Ho giocato a tennis quando ero piccolo, poi per oltre dieci anni mi sono dedicato al tennistavolo a livello agonistico. Dopo anni, avevo bisogno di nuovi stimoli e sfide. Il Pickleball mi ha offerto proprio questo: un modo per allenarmi, competere e al tempo stesso divertirsi, senza perdere il piacere di praticare sport.

In cosa differisce il Pickleball dagli altri sport di racchetta?

Il campo è più piccolo, la rete è più bassa e il gioco ricorda in parte il badminton, mentre le regole lo rendono più dinamico e strategico rispetto al tennis o al padel. Non ci sono le sponde come nel padel e si può giocare anche in singolo, il che richiede concentrazione e rapidità di riflessi. Mi piace soprattutto il fatto che ogni punto sia una sfida: devi leggere tattiche e mosse dell’avversario in tempo reale, e questo lo rende davvero stimolante.

Com’è l’ambiente nella società?

Molto accogliente e inclusivo. All’interno della società si respira allegria e amicizia: non è solo competizione, ma anche passione condivisa. Ci sono giocatori di ogni età e livello, e si crea subito un senso di squadra. Questo clima positivo è fondamentale perché spinge a migliorarsi senza sentirsi giudicati, e rende ogni allenamento divertente e motivante.

Quali sono i tuoi obiettivi nel Pickleball?

Partecipare a più tornei possibili in Italia, crescere continuamente e ottenere risultati concreti. Voglio anche contribuire alla crescita del Pickleball in Alto Adige, aiutando altri giovani a scoprire questo sport e rendendo la disciplina più visibile e apprezzata sul territorio.

Come sta crescendo il Pickleball in Alto Adige?

È esploso negli ultimi mesi: già tre società attive e un numero crescente di appassionati. È uno sport adatto a tutti, facile da imparare, e il divertimento è immediato.

Cosa consiglieresti a chi vuole provare?

Provatelo! È facile da imparare, divertente e può diventare subito coinvolgente. Ogni partita regala adrenalina, strategia e soddisfazione, e vi assicuro che crea dipendenza!

Chi è Kevin fuori dal campo?

Ho 22 anni, studio Scienze della Nutrizione Umana e seguo lo sport locale, come il Bolzano Hockey. Amo viaggiare, fare lunghe camminate nella natura e godermi la tranquillità lontano dalla vita mondana. Lo sport resta la mia più grande passione.

Autore: Niccolò Dametto

La residenza Kreit ad Appiano

Isolata e dominante su un mare di vigneti, non troppo discosta dal centro del paese, la residenza Kreit rappresenta un significativo esempio fra le numerose, splendide residenze rurali che caratterizzano il paesaggio dell’Oltradige bolzanino. 

Posta su un altura tra San Michele e Monticolo, ben visibile sulla sinistra anche dalla Strada del Vino che conduce verso Caldaro e Termeno, era in origine un maso vinicolo. Questo fu ampliato ed adattato nel 1596-97, su incarico dell’allora proprietario Elias Leys di San Michele d’Appiano, a residenza in stile rinascimentale dal costruttore Luca Allio. Del costruttore sappiamo poco: secondo lo studioso Nicolò Rasmo egli apparteneva probabilmente alla nota famiglia dei costruttori Delai, originaria di Scaria d’Intelvi, che si era allora di recente stabilita nella nostra regione. Come la maggior parte delle residenze private della zona, Kreit non è internamente visitabile: peraltro già gli esterni evidenziano alcuni fra gli elementi caratteristici del cosiddetto Stile d’Oltradige svilluppatosi soprattutto a partire dal XVI secolo in queste zone, ma altresì anche a Bolzano, nella Bassa Atesina, addirittura nel Burgraviato verso Merano: molte famiglie – alcune nobili, non poche aspiranti alla nobiltà – ricercarono allora soluzioni abitative più comode, prive di strutture difensive, con entrate eleganti, logge, scale, finestre elaborate, stemmi in pietra, cappella gentilizia, decorazioni in arenaria, erker ed oculi.

Oltre che per la sua posizione, la costruzione si caratterizza per le due eleganti torri angolari che fiancheggiano e al contempo racchiudono la facciata dell’edificio principale, rivolta verso il paese di Appiano. Sul lato meridionale una scala esterna con loggia su colonne conduce al primo piano dell’edificio. La residenza viene ingentilita da una bifora e da numerose finestre con grate lavorate.

Pur non potendosi ricostruire con assoluta precisione i passaggi di proprietà, sappiamo che nel corso del Seicento la residenza appartenne alla famiglia Zeffer, oriunda di Bressanone. L’imperatore Ferdinando III, il 10 ottobre 1641, accordò agli Zeffer il permesso di modificare il proprio cognome in Zephyris, concedendo anche il predicato nobiliare von Greith derivato dal nome della residenza. Kreit rimase degli Zephyris sino oltre alla metà del XVIII secolo, mutando in seguito spesso di proprietario.

La stradina che conduce al sommo della collina ed alla residenza passa innanzi alla sua cappella, una piccola costruzione dedicata a sant’Antonio Abate. Alla chiesetta della fine del XVI secolo fu aggiunto nel 1661-68 il coro rettangolare per volontà di Ursula von Kempter da Bressanone, moglie dell’allora proprietario Johann Anton Zeffer, la quale impegnò nel 1670 anche una forte somma affinché potesse venir celebrata settimanalmente una messa nella cappella. Il coro con decorazioni a stucco barocche venne dipinto sulla volta con una raffigurazione della santissima Trinità, opera di Ludwig Plazer (ca. 1626 – ca. 1697), capostipite di una assai famosa famiglia di pittori stabilitasi ad Appiano e nonno del  più noto Johann Georg (1704-1761), cui è oggi anche dedicata la Scuola Media del paese. Per la medesima chiesetta Ludwig Plazer raffigurò anche alcune scene della fanciullezza di Gesù (Adorazioni dei pastori, Adorazione dei magi, Fuga in Egitto e Gesù nel tempio), eseguendo inoltre tre dipinti con scene dalla vita di sant’Antonio, attualmente conservati però altrove. 

COME ARRIVARVI

E’ un’antica residenza nobiliare. Visibile solo esternamente, per visitare la cappella telefonare eventualmente alla famiglia proprietaria: 0471 664119. Appiano dista 5 km da Bolzano; uscita omonima sulla superstrada Merano-Bolzano. La residenza Kreit si eleva isolata su un colle sul lato orientale della Strada del Vino, poco oltre l’abitato di San Michele d’Appiano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un treno diretto da Merano a San Pietroburgo

Il trend positivo dell’afflusso turistico nelle zone di cura e villeggiatura dell’Antico Tirolo come Gries, Arco, Levico, subì una notevole accelerazione quando, nel 1867, fu inaugurata la ferrovia del Brennero.

L’inaugurazione, il 24 agosto1867, della ferrovia del Brennero fu il felice esito di annose trattative per convincere il governo viennese dell’importanza di estendere anche al Tirolo la linea ferroviaria. Nell’ottica di Vienna, infatti, non era prioritario servire con la ferrovia questa regione fra le montagne, all’estremità occidentale dell’Impero. Fu grazie all’intervento del feldmaresciallo conte Radetzky e al soccorso di capitale privato che si giunse alla realizzazione di questa tratta ferroviaria che presentava indubbie difficoltà tecniche. 

Per Merano fu invece determinante l’apertura, nel 1881, della tratta Bolzano-Merano: essa non solo accorciava vistosamente i tempi ma soprattutto poneva la città in comunicazione diretta con le più importanti capitali europee e con il vasto impero russo. In riva al Passirio presero così ad aumentare ulteriormente le presenze dei turisti di cura e, fin dalla stagione 1884/85, i clienti russi guadagnarono il terzo posto per numero di presenze con 1023 ospiti rispetto ai 2600 austriaci e 3413 tedeschi. Solamente cinquantaquattro ore di treno, elegante e confortevole ma soprattutto diretto, dividevano San Pietroburgo da Merano. Un’invitante opportunità per la nobiltà zarista che amava trascorrere i miti inverni meranesi. 

Il treno partiva dalla stazione Varšavskij di San Pietroburgo tre volte la settimana alle 6,45 del mattino e, passando da Varsavia, Vienna, Innsbruck e Bolzano raggiungeva Merano alle 22.45 del giorno dopo. I viaggiatori russi, salendo sul treno, trovavano ad aspettarli una copia gratuita del Meraner Zeitung ed una guida di Merano con informazioni dettagliate sugli alberghi dove poter alloggiare e sulla vita culturale della città.

La prima stazione di Merano fu attivata nel  1881 come capolinea della tratta proveniente da Bolzano. 

Essa era ubicata nell’attuale piazza Mazzini all’incrocio con l’attuale via degli Alpini. Comprendeva tre binari per il servizio viaggiatori e un’area di più cinquecento metri di lunghezza, posta oltre il fabbricato, adibita a scalo merci e deposito locomotive.  L’approvazione alla costruzione della Merano-Malles fu concessa il 7 luglio 1903 alla società Vinschgaubahn, costituita dai comuni interessati e dalla Imperial-Regia società per la Ferrovia Bolzano-Merano, come ferrovia a carattere locale che ricalcava parzialmente un progetto di più ampio respiro del 1891 che aveva l’intento di allacciare le ferrovie dell’Arlberg e del Brennero con una linea attraverso il Passo di Resia e Landeck.  

I lavori iniziarono all’inizio del 1904 sotto la direzione dell’ingegner Constantin Ritter von Chabert, fu completata in poco più di due anni e la linea venne inaugurata il 1º luglio 1906 alla presenza delle autorità tirolesi e dell’Arciduca Eugenio. Nel 1906, con l’apertura della linea Merano – Malles, si rese necessario lo spostamento della stazione nell’attuale sito. Il suo spostamento e la nuova posizione furono scelti anche per agevolare l’espansione della città e la costruzione di hotel di lusso. La stazione fu eretta in stile Jugendstil viennese su modello dell’architetto von Chabert. La piazza antistante venne disegnata dall’urbanista germanico Theodor Fischer. 

Dalla stessa data l’esercizio dell’intera linea da Bolzano a Malles fu affidato dalle società concessionarie alle Imperial-Regie Ferrovie Statali austriache. Il capolinea di Malles fu realizzato in modalità provvisoria, in attesa del previsto prolungamento verso Landeck, con un fabbricato viaggiatori di dimensioni contenute costruito con mattoni più leggeri che ne rendevano disagevole l’abitazione nei mesi invernali. Il prolungamento verso Landeck attraverso il Passo di Resia fu ripreso in considerazione con un nuovo progetto nel 1907, rivisitato e ulteriormente dettagliato nel 1909, ma l’attivazione nel 1912 della ferrovia Garmisch-Innsbruck ne fece nuovamente rimandare la realizzazione. La costruzione della linea Landeck-Malles fu poi autorizzata nel 1918 per ragioni militari, ma i lavori avviati il 1º aprile da Landeck procedettero celermente per alcuni chilometri e vennero sospesi il 31 ottobre 1918 per la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Lèggere

A questo numero del nostro giornale trovate allegato un corposo Magazine Cultura. è un dono, così come è un dono il nostro giornale. Sempre. Speriamo dunque riusciate a ritagliarvi qualche minuto, o anche più tempo, per leggere quello che vi proponiamo. E lo speriamo soprattutto per due motivi. 

Il primo è perché riteniamo che quella della cultura sia una dimensione esistenziale che fa bene. è legata all’importanza di coltivare la curiosità e la creatività, come fruitori ma anche come attori. Letteratura, poesia, musica, arti visive e performative, filosofia e storia, da che mondo è mondo arricchiscono la vita di ognuno di noi perché aprono la nostra mente nei confronti di molte cose. Le persone vicine e lontane con cui condividiamo questo periodo sul pianeta, ma anche i luoghi e le forme espressive che nel globo utilizziamo per esprimerci e condividere esperienze. 

Molti presumono di non avere bisogno di occuparsi di cultura, perché la ritengono inutile al proprio percorso o perché considerano coloro che se ne occupano saccenti e superbi. 

Forse è importante in questo senso ricordare il detto “so di non sapere”, attribuito a Socrate e pervenutoci attraverso il racconto di Platone, filosofo greco. Il concetto, anche chiamato paradosso socratico, è ritenuto il fondamento del pensiero del filosofo greco, perché basato su un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere.

Siamo tutti dunque nella stessa barca. Il percorso di conoscenza è – appunto – un percorso che dura tutta la nostra vita. Un percorso nel quale la lettura è un’attività fondamentale. Volete al volo 5 motivi universalmente riconosciuti per cui leggere fa bene? Detto fatto. 

Innanzitutto leggere stimola la mente e rafforza la memoria, particolarmente importanti soprattutto nelle fasce d’età più avanzate, per prevenire Alzheimer e demenza. Cosa c’è poi di meglio di una bella storia per ridurre lo stress quotidiano? Un bel romanzo con una trama avvincente aiuta a scaricare le tensioni della vita, mentre un articolo appassionato distoglie l’attenzione dai problemi quotidiani. Leggere naturalmente migliora anche il pensiero analitico, particolarmente importante in un’epoca in cui si va avanti a colpi di slogan e a false semplici soluzioni a problemi estremamente complessi. Leggere migliora infine anche la capacità di… scrivere e in questo caso il messaggio è rivolto invece soprattutto ai più giovani. 

Dunque: buona lettura!

Autore: Luca Sticcotti

“Il teatro. Linfa vitale”. Il Cristallo svela il cartellone della stagione 2025/26

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Il Teatro Cristallo di Bolzano alza il sipario sulla stagione 2025/26 con un cartellone che unisce prosa, musica, danza, laboratori e incontri culturali. Non un semplice programma, ma un vero e proprio ecosistema creativo, come recita il nuovo claim: “Il teatro. Linfa vitale.”

Una scelta che nasce dal desiderio di raccontare il ruolo che il teatro ha nelle nostre vite: un flusso che nutre, rigenera e tiene vivi pensieri, emozioni e relazioni. Come la linfa dà forza agli alberi, così il teatro alimenta la curiosità, la riflessione e la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi. È un luogo che nutre, un terreno fertile dove crescono idee, storie ed esperienze condivise. Per questo la nuova stagione non è soltanto un cartellone di spettacoli, ma un ecosistema culturale che intreccia teatro, musica, laboratori, incontri e conferenze: momenti di confronto pensati per arricchire chi vi partecipa e per offrire nuove chiavi di lettura sul presente. Un programma così ricco e articolato è reso possibile grazie al sostegno delle istituzioni locali (Provincia, Comune, Regione) e dei numerosi sponsor che, anno dopo anno, continuano a credere nel Teatro Cristallo come cuore pulsante della comunità. Il 2025 segna anche un anniversario speciale: i 20 anni dalla riapertura del Teatro Cristallo. La ricorrenza verrà celebrata il 1° dicembre con la presentazione di un progetto che raccoglierà voci e testimonianze di due decenni di storia condivisa. Un’occasione per guardare al passato con gratitudine e al futuro con rinnovata energia.

Grande attesa per la rassegna “Madre Terra – Sguardi sul mondo”, dedicata ad ambiente, diritti e geopolitica. A portare sul palco visioni e prospettive diverse saranno personalità come Giada Messetti (1 ottobre) con Nella testa del dragone, Mario Del Pero (11 dicembre) con Buio americano sulla democrazia USA, Saba Anglana (16 ottobre), Espérance Hakuzwimana (13 novembre) e Angelo Vaira (24 marzo).

La musica torna protagonista con la rassegna “Racconti di Musica”. Tra i momenti clou: i musici di Guccini con Lodo Guenzi (15 ottobre), l’energia di Tullio De Piscopo (26 novembre), la cantautrice bolzanina Anna Carol (5 dicembre), il gospel natalizio con il Florida Fellowship Choir (20 dicembre) e, nel 2026 atteso debutto di Dardust con Urban Impressionism (19 febbraio). Sul fronte teatrale spicca la rassegna “In Scena”, realizzata con il Teatro Stabile di Bolzano e il Centro Servizi Culturali Santa Chiara. Quattordici spettacoli tra prosa e danza: si parte il 5 novembre con Iliade. Il gioco degli dèi, e si prosegue con titoli attesissimi, tra i tanti Resto Qui di Francesco Niccolini (21-22 novembre, in prima nazionale), Una piccola odissea di Andrea Pennacchi (4 dicembre), Argo di Serena Sinigaglia (14 dicembre), Giovanna dei disoccupati di Natalino Balasso (13 gennaio), Lu santo jullare Francesco con Ugo Dighero (28 gennaio), Il Sen(n)o con Lucia Mascino (21 febbraio) e L’Agnese va a morire di Cinzia Spanò (27 febbraio) sulle donne della Resistenza. Non mancheranno grandi balletti di produzioni eccellenti come Il lago dei cigni, Coppelia, Dreamers ed Echoes of Life.

Il cartellone dedica anche uno spazio speciale ai più piccoli con la rassegna “Il teatro è dei bambini”, curata dalla Compagnia teatroBlu, che si aprirà il 25 ottobre con Pelle d’oca e proseguirà fino a marzo con undici titoli, tra cui Tremolino, produzione originale della compagnia, o ancora “Mago per svago”. In omaggio agli abbonati, lo spettacolo Pimpa, il musical a pois, diretto da Enzo D’Alò, che sarà seguito da un incontro molto atteso con Francesco Tullio Altan, il “papà” della Pimpa, in programma per il 14 aprile.

Il tema dell’inclusione torna anche nella rassegna “Corpi Eretici” del Teatro la Ribalta, con La Tempesta (21-22 gennaio) e Edipo Re (13 marzo), nato da un progetto europeo che coinvolge persone detenute.Il Cristallo aderisce inoltre alla rete regionale Mortali che da vita al Festival omonimo, con due appuntamenti che affrontano la fragilità umana: la lectio magistralis di Laura Campanello Sono mortale, per questo sorrido (6 novembre) e lo spettacolo Le aragoste muoiono per incidenti di percorso (7 novembre) della compagnia La Petite Mort Teatro.

Spazio anche al teatro amatoriale, con l’irresistibile rassegna “Buona domenica a teatro”, organizzata in collaborazione con UILT – Unione Italiana Libero Teatro. Undici appuntamenti, sempre di domenica pomeriggio alle 16.30, per ridere, emozionarsi e passare qualche ora in compagnia, come una volta. È una proposta che incontra il favore soprattutto del pubblico adulto – e in particolare degli spettatori più anziani – che trovano in questi spettacoli un’occasione per ritrovarsi, sorridere e trascorrere un pomeriggio di festa a teatro. La rassegna si apre il 12 ottobre con Le allegre comari della compagnia Teatroimmagine (Salzano, VE), per proseguire tra classici come Natale in casa Cupiello con la regia di Roberto Becchimanzi, spettacoli musicali come Live Muse, omaggio a Max Pezzali, e produzioni innovative come Bestiario Umano della Compagnia SmArt vincitrice della quarta edizione di Futura Festival e El giro del mondo en 79 dì delle Feisbuc Sisters. La rassegna si chiude (29 marzo) con Finché vita non ci separi della Compagnia Teatrale Castelrotto, offrendo al pubblico un percorso ricco di emozioni, risate e intrattenimento di qualità.

All’interno del Centro Giovani Cristallo Young, si sviluppa un programma ricco di proposte inclusive e creative. Segnaliamo delle sinergie importanti. Con Unicef il rapporto va oltre il sostegno agli spettacoli teatrali, abbracciando anche il mondo dei laboratori e delle attività educative rivolte a bambini/e e giovani. E con CNA che sostiene il laboratorio “piccoli artigiani” e una collaborazione prestigiosa con Still I rise, organizzazione umanitaria indipendente che offre istruzione e protezione ai bambini profughi e vulnerabili del mondo, per il lab “Dentro la mia valigia…”

Infine, il 20 settembre a partire dalle ore 17 ci sarà la Festa del Teatro Cristallo, con musica, spettacoli per bambini e la comicità de Il Terzo Segreto di Satira.

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