34 anni fa il ritrovamento della mummia del Similaun

Fu pieno di imprevisti il recupero di Ötzi, appena rinvenuto per caso sulle nevi al confine tra Italia e Austria.  Ripercorriamo quei momenti insieme al giornalista Ezio Danieli che fu tra i primi a dare la notizia del ritrovamento.

Il 19 settembre 1991, a oltre 3.200 metri di quota, tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco, i coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione notarono una sagoma scura che affiorava dal ghiaccio. Avvicinandosi, capirono che era un corpo umano. Pensarono subito a un alpinista disperso, rimasto intrappolato sul ghiacciaio, e diedero l’allarme al rifugio Similaun.

Le prime supposizioni furono varie: per alcuni si trattava di un escursionista scomparso, per altri di un soldato caduto in guerra. In quei giorni si trovava in zona Reinhold Messner, impegnato con l’amico alpinista Hans Kammerlander in un giro del Sudtirolo. Dopo aver osservato alcuni oggetti, Messner ipotizzò che quell’uomo potesse avere circa 500 anni. Nessuno immaginava che il corpo fosse invece rimasto custodito dal ghiaccio per oltre cinque millenni.

Il 23 settembre iniziò il recupero. Poiché si pensava di trovarsi davanti al corpo di un disperso recente, non furono coinvolti archeologi: i soccorritori usarono strumenti pesanti — picconi, trapani e persino martelli pneumatici — per liberarlo dal ghiaccio. La mummia fu quindi consegnata alle autorità austriache e trasferita a Innsbruck, dove venne affidata alla medicina legale e trattata come il corpo di un alpinista morto in tempi relativamente vicini.

Il giorno dopo, il 24 settembre, entrò in scena la prospettiva archeologica. L’esperto Konrad Spindler osservò con attenzione il corpo e i suoi oggetti: un’ascia in rame, un coltello in selce, un arco e frecce incompiute, indumenti in pelle e fibre vegetali. La sua conclusione fu sconvolgente: quell’uomo apparteneva a un’epoca antichissima, almeno 4.000 anni fa. Le successive analisi al radiocarbonio, effettuate a Oxford e Zurigo, stabilirono che Ötzi visse tra il 3350 e il 3100 a.C.

La scoperta aprì anche una questione politica. Una rimisurazione precisa del confine chiarì che il luogo del ritrovamento si trovava 92,56 metri entro il territorio italiano, in Provincia di Bolzano – Alto Adige. La mummia, dunque, era stata rinvenuta su suolo formalmente italiano, anche se i primi studi erano stati condotti in Austria. Nel 1998, Ötzi fu quindi trasferito definitivamente al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, dove oggi è custodito in una cella frigorifera visitata da migliaia di persone.

La straordinaria conservazione del corpo si deve a circostanze fortunate: Ötzi morì in una conca rocciosa, riparata dal movimento del ghiacciaio, e fu subito ricoperto da neve e ghiaccio. Il corpo si è conservato grazie al freddo e all’ambiente umido e povero di ossigeno del ghiacciaio, che hanno impedito i normali processi di decomposizione. Grazie a questo processo, Ötzi è considerato la più antica mummia umida (Feuchtmumie) del mondo. A differenza delle mummie egizie, essiccate artificialmente con tecniche di imbalsamazione, il corpo dell’uomo venuto dal ghiaccio si è conservato in modo naturale, mantenendo tessuti molli, organi interni e perfino i contenuti dello stomaco: un unicum assoluto nello studio della Preistoria. Solo un disgelo anomalo, accentuato da polveri sahariane, riportò la mummia alla luce nel 1991.

Da allora Ötzi è oggetto di studio da parte di team internazionali. Negli anni Duemila un’indagine decisiva ha svelato la causa della morte: una punta di freccia conficcata nella spalla sinistra aveva reciso un’arteria, provocando un’emorragia fatale. 

L’“uomo venuto dal ghiaccio” non morì per caso in montagna: fu ucciso, vittima di un episodio violento avvenuto oltre cinquemila anni fa.

“Quel giorno capimmo che non era un alpinista disperso”


Quando si parla del ritrovamento di Ötzi, spesso si ricordano le analisi scientifiche. Ma nei giorni dell’autunno 1991 furono i giornalisti a dare voce alla scoperta. Per questo abbiamo intervistato Ezio Danieli, che da caposervizio a Merano del quotidiano Alto Adige seguì in diretta i primi sviluppi.

Danieli, come venne a conoscenza del ritrovamento? 

Era il 18 settembre. Stavo seguendo per il giornale il giro del Sudtirolo di Reinhold Messner e Hans Kammerlander. Di solito la sera chiamavano loro, quella volta invece mi telefonò Paul Hanny, un collaboratore di Messner: mi disse che era stato trovato uno scheletro nel ghiaccio. Ebbi la prontezza di chiedergli di tornare su e fare subito delle foto. Quelle immagini permisero di aprire il racconto.

Messner e Kammerlander erano già delle star. 

Sì, e il loro giro era seguito quotidianamente. Davanti al corpo esclusero quasi subito che fosse un disperso recente. Messner ipotizzò un’età di circa 500 anni. Controllando gli archivi, non risultava al tempo nessuno di scomparso o disperso.

E le autorità italiane? 

In quei giorni molti erano impegnati al compleanno del Landeshauptmann Luis Durnwalder, a Fiè allo Sciliar. Non si trovava un carabiniere e Messner si arrabbiò molto. Intanto gli austriaci si mossero per primi, fecero i sopralluoghi e cominciarono a parlare di un reperto molto più antico.

Subito dopo emerse la questione del confine. 

Un finanziere italiano mi disse che il ritrovamento era almeno cinquanta metri in territorio italiano. Dopo i primi controlli in Austria, fu riconosciuto ufficialmente come reperto altoatesino e italiano, e da lì tornò a Bolzano.

Come avvenne il recupero? 

Il corpo era imprigionato in un blocco di ghiaccio duro come cemento. Gli austriaci usarono un compressore e strumenti pesanti, non certo metodi ortodossi (infatti la mummia è lesionata al bacino e a un braccio ndr). Ma allora si pensava ancora a un alpinista disperso.

E invece era molto più antico… 

Gli esami stabilirono che quell’uomo non aveva poche centinaia di anni, ma oltre 5000. Una scoperta destinata a cambiare la storia.

Autore: Till Antonio Mola

Così è (se vi pare). Il passo più lungo della verità

Alcuni anni fa, quando gli organismi diocesani discussero dell’opportunità di avviare una (costosa) indagine sugli abusi sessuali avvenuti in diocesi, alcuni sostenevano la necessità di riesumare i casi del passato, altri sottolineavano l’importanza di investire soprattutto sulla prevenzione, guardando al presente e al futuro.

Si è scelto, tempo dopo, di cominciare occupandosi del passato. Questo comporta dei rischi, quando mancano gli strumenti per un’indagine storica di spessore e quando ci si occupa di storia con la foga del giustiziere (cha ha sempre il passo più lungo della verità), anziché con la saggezza dello storico. Per un’indagine sul passato non basta rovesciare i cassetti, sfogliare fascicoli e giustapporre ritagli di giornale. Per ricostruire la verità storica si parte da tutti i documenti disponibili, si raccolgono le testimonianze, si vanno a cercare (tutti) i pezzi mancanti, si incrociano le fonti. Senza queste cose nessuno storico responsabile esprime un giudizio sui tempi e sulle persone. E nessuno storico giudica né condanna il passato con le categorie del presente.

Si è detto che fare luce su vecchie storie serve per capire quali sono le dinamiche che non hanno impedito il verificarsi degli abusi e che solo partendo da ciò si può poi impostare un valido sistema di prevenzione. Tuttavia, in particolare nella Chiesa, le dinamiche di trenta o cinquant’anni fa non sono affatto le stesse di oggi. Il mondo, anche quello delle parrocchie, è radicalmente cambiato. Aver messo alla gogna vescovi e sacerdoti ormai morti (e impossibilitati a difendersi) – oppure preti come don Giorgio Carli (ho già spiegato altrove perché lo ritengo innocente), agnello spacciato per lupo da lupi travestiti da agnello – ha condotto a un clima tossico di paura e sfiducia, anziché a quella fiducia e a quel coraggio della verità che richiede un’efficace azione di prevenzione delle violenze (presenti nella Chiesa come in tutta la società). Le “verità” che si agitano nel vortice dei social media sono quelle di un pirandelliano “così è (se vi pare)”.

Ognuno oggi (con qualche eccezione) si riempie la bocca dei peccati (altrui), ma forse il vero peccato è quello di appiattire la storia su un presente a una dimensione e di costringere le vicende personali negli schemi di un diritto senza diritti, zigzagando tra accuse e pregiudizi, esibendo un’insolita intransigenza che sa tanto di accanimento, in balia di un’opinione pubblica manipolata e viziata da trent’anni di populismi e di pensiero breve.

Autore: Paolo Bill Valente

Tessa Kai, cantricedella generazione con un C-U-O-R-E

Dopo essere uscita con alcuni alcuni interessanti singoli la giovane cantautrice bolzanina Tessa Kai è pronta per un debutto su una durata più lunga, un EP di cinque brani, dal titolo emblematico di Crescendo, che viene pubblicato proprio in questi giorni. 

Il suo nome d’arte ha cominciato a girare e a far drizzare le orecchie a chi segue la scena locale più o meno un anno fa, quando Lisa Pivetta (questo il suo nome all’anagrafe) ha pubblicato il suo primo singolo, Panda, una canzone originale scritta quasi per gioco con un’amica, e talmente apprezzata nel giro del concorso Upload da venire presa in considerazione dal produttore e musicista milanese Federico Dragogna che ne ha curato la veste definitiva. Il brano era talmente buono e bello che in poco tempo col solo passaparola si è meritato un migliaio di visualizzazioni, senza alcuna pubblicità, senza alcun talent show alle spalle, solo grazie alla spontaneità della sua autrice. Ora, a tredici mesi di distanza, la cantautrice bolzanina è pronta per un debutto su una durata più lunga, un EP di cinque brani, dal titolo emblematico di Crescendo, che viene pubblicato proprio in questi giorni. Tutte canzoni originali prodotte con l’aiuto di Bajo e Thomas in seno al collettivo Supermarket, al cui campo largo Tessa Kai appartiene. La nuova pubblicazione, disponibile sulle classiche piattaforme e largamente anticipata dall’uscita di tre singoli, è finalmente l’occasione per incontrala e parlare della sua musica.

“Avevo sei o sette anni – ci racconta –, quando ho iniziato a suonare la chitarra, poi frequentando l’istituto musicale ho approfondito anche lo studio di altri strumenti, senza però mai dedicarmi allo studio del canto. Il fatto di diventare cantautrice è venuto per caso, in realtà avrei dovuto scrivere qualcosa per partecipare al festival studentesco nella categoria rap/trap, alla fine la cosa mi è piaciuta talmente che ho scoperto quanto mi venisse spontaneo lo scrivere”.

Da allora Lisa non ha mai smesso di scrivere e cantare le proprie canzoni e, naturalmente non si considera assolutamente una rapper, anzi!, anche se magari di questa musica a volte adotta la metrica: ma si tratta solo di una soluzione artistica che comunque privilegia il cantato vero e proprio. Il connubio coi ragazzi del Supermarket, suggerito a Lisa da una delle organizzatrici di Upload, si è rivelato vincente. Nonostante ci sia voluto un anno di tempo per portare a termine il progetto, complice anche l’esame di maturità incombente, alla fine quello che ne è uscito è un prodotto fresco, così come fresca è la vena compositiva di questa diciannovenne; fresco e vario grazie alla scelta non scontata di proporre arrangiamenti che hanno saputo rivestire degnamente le canzoni, senza mai eccedere ma lasciando soprattutto in primo piano le parole e la voce, che per una cantautrice sono più che fondamentali, tanto più in un caso come questo in cui la voce non è impostata o frutto di un particolare studio, ma punta invece su genuinità e originalità.

“Delle cinque canzoni incluse nel disco – ci spiega Tessa Kai (il nome d’arte deriva da quello che originariamente i genitori avevano pensato per lei e dal vocabolo hawaiano kai, mare) – due sono composte insieme all’amica con cui avevo partecipato al festival studentesco e con cui avevo scritto Panda, si tratta di Testa altrove e Generazione senza Cuore, le altre le ho composte da sola. Per quanto riguarda il lavoro con Bajo e Thomas, io ho proposto delle canzoni che erano già finite, poi, siccome non c’è un filo rosso tematico tra i brani, abbiamo cercato di crearlo a livello di produzione”.

I brani offrono più chiavi di lettura, che vanno dal vissuto personale al tema del viaggio, come suggerisce l’entusiasmante Quando sei qua (Berlino Est), fino alla contagiosa Generazione senza cuore in cui si mette a confronto coi propri coetanei, ma li mette anche a confronto con le generazioni precedenti.

“Il discorso è complesso – prosegue Tessa – perché in verità mi sento davvero diversa da molti miei coetanei, ho interessi differenti e quindi nella prima parte forse affiora più questa differenza, io che guardo il mare mentre loro smanettano sui telefoni; poi però c’è il fatto che le generazioni che sono venute ci vedono come una generazione senza cuore, nessuno escluso. Mentre io so che non è così, un cuore ce l’abbiamo e infatti nel refrain finale diventiamo appunto una generazione con un cuore!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada in Zona dedicata a Louis Braille

Via Braille in zona produttiva, quartiere Oltrisarco, è dedicata all’inventore del metodo di scrittura e lettura per i ciechi. Nato il 4 gennaio 1809 a Coupvray (Francia), mentre suo padre Simon, sellaio, era fuori casa, il piccolo Louis volle imitarlo impugnando un coltello a due lame per ritagliare del cuoio; d’un tratto la lama sottile si staccò dal manico colpendolo ad un occhio. Un medico lo bendò ma sorse un’infezione che colpì entrambi gli occhi. Louis, divenuto cieco, imparò a girare per le strade munito di un bastone fatto da papà Simon;  con l’aiuto del parroco Jacob Palluy imparò a contare, ma anche a suonare il flauto. Frequentò per tre anni la scuola del villaggio. Il 15 febbraio 1819 entrò nell’Istituto parigino per ciechi, dove imparò a suonare il pianoforte. Circa lettura e scrittura, esistevano delle assicelle con le lettere incise; c’erano anche delle lettere di legno. Sulla possibilità di una scrittura per ciechi e di libri su cui leggere con le dita, Louis pensava a dei caratteri fatti di punti perforati, più semplici da usare e capire. 

Momento di svolta fu l’incontro con Charles Barbier, inventore di un sistema di “scrittura notturna”, avente lettere e sillabe espresse con  punti in rilievo. Louis lavorò per migliorarlo: con sei punti creò 63 segni. La nuova scrittura fu adottata da tutti gli ospiti dell’Istituto. A 19 anni Louis fu nominato assistente di classe per varie materie, poi divenne insegnante. Intanto il sistema Braille veniva esposto al pubblico in un grande mostra parigina. Louis  fu anche organista nella chiesa di S. Nicolas des Champes. Aver vissuto tra le mura malsane dell’Istituto aveva danneggiato i suoi polmoni; la diagnosi medica fu di tubercolosi. Nel nuovo edificio, inaugurato nel febbraio 1844, ci fu l’adozione ufficiale della scrittura Braille e la presentazione dell’inventore del metodo. Il sistema si diffuse in Europa e man mano in tutto il mondo. Peggiorate le condizioni di salute, Louis Braille morì, con i conforti religiosi, il 6 gennaio 1852.  Sepolto nel piccolo cimitero di Coupray, dal 1952 le sue spoglie sono a Parigi,  nella cappella del Pantheon.

Autore: Leone Sticcotti

Aceto di legno

L’aceto di legno, noto anche come acido o liquore pirolegnoso, è un liquido scuro dall’odore affumicato, ottenuto durante la pirolisi del legno in un processo di decomposizione termica anaerobica,  a diversi gradienti di temperatura. Questo distillato, costituito principalmente da linfa, acido acetico, metanolo, acetone e altri composti organici volatili, ha una lunga storia alle spalle, con origini all’Asia orientale. Le prime testimonianze dell’aceto di legno risalgono al periodo Edo in Giappone (1603-1868), quando veniva prodotto nei forni tradizionali a carbone. Inizialmente, si utilizzava per le sue proprietà antisettiche e come conservante naturale. In Cina e Corea, era impiegato pure nella medicina tradizionale per le sue capacità disinfettanti e repellenti. Nel XIX secolo, attirò l’attenzione dell’Europa come possibile fonte di acido acetico naturale, ancor prima di quello sintetico industriale (cracking). In agricoltura, l’aceto di legno oggi viene impiegato come bioattivatore del suolo, antiparassitario naturale e stimolante della crescita radicale. Diluito in acqua, può essere nebulizzato sulle colture per tenere lontani insetti (finanche i volatili, specie nei primi giorni e in assenza di piogge) e funghi patogeni, migliorando allo stesso tempo la resistenza delle piante allo stress meteo/climatico. Particolarmente diffuso in agricoltura biologica è apprezzato per il basso impatto ambientale e ha la capacità di ridurre l’uso di fitofarmaci chimici. Si può miscelare insieme alla zeolite e al caolino. Questo aceto è legato al biochar, residuo carbonioso solido, anch’esso prodotto durante la pirolisi. Mentre l’aceto viene condensato dai vapori volatili, il biochar rimane materia compatta, porosa e ricca di carbonio. Anche il biochar ha radici antiche: gli indigeni dell’Amazzonia precolombiana lo utilizzavano per migliorare la fertilità del suolo nella cosiddetta “terra preta”, una tecnica riscoperta, e oggi oggetto di studi agricoli e di conservazione del patrimonio boschivo tropicale. Il biochar arricchisce il terreno, aumenta la ritenzione idrica, stimola l’attività microbiologica e sequestra carbonio atmosferico. L’abbinamento biochar/aceto di legno è oggetto di crescenti sperimentazioni, poiché i due elementi, pur essendo prodotti dallo stesso processo, agiscono in sinergia nel miglioramento del suolo e della salute delle colture. In un contesto globale dove la politica non esibisce che cubature cementizie spropositate, consumo di suolo, abbattimenti di foreste e ampie isole urbane di calore senz’ombra, dannose alla salute in nome e per conto di un’economia finita, la riscoperta di tecniche e di elementi antichi, potenziati da conoscenze scientifiche moderne, offrono una speranza, una contrapposizione al modello di omologazione e conformismo sociale sempre meno attento ai dettagli e sempre più distante dai benefici del verde e della natura.

Autore: Donatello Vallotta

 L’energia della volontaria

Giulia Salvi è un uragano di energia e passione. Bolzanina, ha studiato scienze e tecnologie alimentari a Padova e ha lavorato in aziende del settore come esperta di controllo qualità. È figlia unica, ma viene da una famiglia molto numerosa. Si diletta con la irish dance, è molto attiva nel mondo del volontariato e ha un gatto di nome Silvestro.

La cosa di me che mi piace di più.

Vedo sempre il bicchiere mezzo pieno.

Il mio principale difetto.

So essere abbastanza testarda.

Il mio momento più felice.

L’adrenalina del giorno della laurea magistrale.

Da bambina sognavo di diventare…

Insegnante di sostegno.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Vorrei fare tutto il cammino di Santiago.

La mia occupazione preferita.

Lo scoutismo.

Il luogo dove vorrei vivere.

In riva al mare.

Il mio piatto preferito.

Qualsiasi cosa che contenga ragù di mia mamma .

Non sopporto…

L’ingiustizia.

Per un giorno vorresti essere…

Una persona dalla memoria fotografica.

Se fossi un animale sarei…

Il mio cuore dice un gatto, la miapassione per l’acqua dice un pesce.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Ho passato la certificazione C1 di tedesco (alla faccia di tutti i 2 della mia professoressa delle superiori).

Dove mi vedo fra dieci anni.

Qui, felice, con una famiglia numerosa.

Tre aggettivi per definirmi.

Chiacchierona, energica, appassionata.

La prima cosa che faccio al mattino.

Do da mangiare al gatto.

Amo il mio lavoro perché…

Mi obbliga a conoscere bene più lingue e anche nei momenti più difficili e stressanti continua adessere un lavoro che sono felicedi fare.

Il mio motto.

In questo momento “cosa fatta capo ha”.

Del mio aspetto non mi piace…

Un grande cliché: vorrei i capelli ricci (e gli occhi azzurri).

La mia maggiore paura.

Restare sola.

Il mio colore preferito

Rosso.

Autore: Marco Valente


“Grisù day”, i pompieri danno spettacolo

Salire su un mezzo d’epoca, provare a spegnere il fuoco con un potente getto d’acqua, suonare le sirene… i bambini sono senz’altro stati protagonisti del divertimento  nella piazza del complesso Amonn a San Giacomo, dove si è tenuta la prima edizione del “Grisù Day”.


Certo, ad ammirare il corpo dei pompieri volontari di San Giacomo-Agruzzo coi loro mezzi non c’erano solo i più piccoli. Ad aprire questa prima edizione che celebra l’amato corpo volontario è stata la bellissima sfilata delle autovetture storiche dei pompieri, che hanno raggiunto Laives lungo la statale. Una volta rientrati a San Giacomo, questi gioielli sono rimasti a farsi ammirare dal folto pubblico presente, mentre i pompieri volontari hanno seguito chiunque volesse cimentarsi nell’uso della pompa, nel suonare la sirena o semplicemente provare a salire su una di queste meraviglie. Il piazzale è stato animato per tutta la giornata da stand gastronomici e musica dal vivo, mentre per i più piccoli erano a disposizione anche dei gonfiabili. La prima edizione che celebra gli amatissimi vigili del fuoco volontari è stata un successo, che ha rallegrato il centro di San Giacomo per tutta la giornata, graziata da un magnifico cielo azzurro. Il copro dei vigili del fuoco volontari di San Giacomo-Agruzzo vanta una lunga tradizione ed è sempre molto presente e attivo all’interno della comunità. Questa loro celebrazione è pertanto stata accolta con grande entusiasmo dalla popolazione che attenderà sicuramente la seconda edizione il prossimo anno.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Giovani in cerca di un alloggioa Bolzano: mission (quasi) impossible

Ilaria, 32 anni, è una persona molto attiva e dinamica, lavoratrice, musicista e viaggiatrice ed è una di quei giovani bolzanini e bolzanine che hanno affrontato la difficile ricerca di una casa a Bolzano.

Da quanto tempo cerchi casa?

Da quando ho iniziato a lavorare stabilmente, circa cinque anni fa.

È stato difficile trovare un’opzione che rispecchiasse le tue necessità?

Sì, in parte per il mio essere molto esigente e in parte per motivi economici. Ho escluso fin da subito l’affitto, perché vivendo in pianta stabile a Bolzano senza la volontà di abbandonarla per me non avrebbe avuto senso prendere una casa “in prestito” e magari accontentarmi spendendo quello che avrei speso per un mutuo (o anche qualcosa di più). Dopo una lunga ricerca e la presa di coscienza di non poter affrontare un mutuo da sola, ho optato per ristrutturare l’appartamento in cui vivevo prima con mia mamma nel quartiere Europa-Novacella.  

Per un giovane quanto è fattibile trovare davvero un’abitazione a Bolzano? 

Scendere a compromessi, come acquistare fuori Bolzano, potrebbe apparire più facile, ma non cambia davvero la situazione. Le coppie non hanno la strada spianata, ma sicuramente hanno più facilità ad accedere ad aiuti, contributi e anche ad un mutuo, semplicemente perché il reddito è doppio. Da single si ha un solo reddito su cui pesa anche il quotidiano e per quanto esistano i mutui a tasso agevolato per gli under 36, le rate, con gli stipendi attuali, diventano soffocanti anche solo per permettersi di arrivare a fine mese.

Quali sono le principali problematicità della situazione abitativa bolzanina?

Sicuramente i prezzi, perché nel corso degli anni il prezzo del mattone è volato mentre gli stipendi sono rimasti fermi; le agevolazioni non bastano, né per l’acquisto né per l’affitto. A questo si aggiunge la carenza di terreni edificabili e il mancato risanamento di stabili da cui potrebbero essere ricavati appartamenti vivibili, vista la richiesta. 

Uno stipendio medio è sufficiente per accedere a una casa?

No, sembra quasi che gli stipendi debbano farti sopravvivere, più che vivere; dovrebbero essere indubbiamente riadeguati. Dove lavoravo prima non raggiungevo nemmeno il minimo richiesto per poter accedere ad un mutuo! 

Cosa pensi delle politiche abitative locali rivolte ai giovani?

Devono ancora migliorare. Nonostante qualche passo avanti, gli aiuti restano insufficienti. Il mutuo a fondo perduto della Provincia non esiste più ed è stato sostituito da un contributo accessibile solo con requisiti specifici. La frustrazione è tanta, sia nella ricerca di una casa che di un mutuo: anche con tassi agevolati, le rate per me erano insostenibili e ho dovuto rinunciare.

Pensi sia un problema condiviso da molti giovani? 

È un tema molto frequente tra di noi e, bene o male, siamo tutti allineati nelle nostre opinioni, perché abbiamo una visione molto chiara della società e soprattutto dei tempi in cui viviamo. Sembra una frase fatta, ma i nostri genitori vivevano in altri tempi: magari non c’erano aiuti, ma il potere d’acquisto e i costi erano diversi e forse anche gli stipendi. Dispiace dirlo, ma alcuni non si rendono conto delle difficoltà che la nostra generazione sta riscontrando a livello abitativo, lavorativo e non solo. 

Questa difficoltà ad accedere a una casa ha influito in altri ambiti della tua vita?

Fortunatamente no e ho avuto la fortuna di avere una madre che che non ha mai fatto pressioni per farmi uscire di casa.

Autrice: Anna Michelazzi

Il passaggio di Dürer in Bassa Atesina

Nell’ottobre del 1494 la valle dell’Adige tra Bolzano e Salorno fu sconvolta da una grande alluvione. Secondo le cronache bolzanine, le già precarie vie di comunicazione del fondovalle furono rese impraticabili dalle acque esondate, costringendo mercanti, pellegrini e viandanti a percorrere itinerari alternativi per raggiungere Trento e le città venete. Proprio a quell’autunno viene ricondotto con certezza il primo viaggio del celebre pittore di Norimberga, Albrecht Dürer, in direzione di Venezia.

Di questo itinerario ci rimangono diversi acquerelli, preziose testimonianze dei paesaggi tirolesi che l’artista incontrò lungo il cammino. Non sappiamo con precisione quali tratti della valle fossero stati inondati, ma tutto lascia supporre che il settore più devastato fosse quello tra Egna e la Chiusa di Salorno, punto nevralgico del corso dell’Adige, spesso soggetto a esondazioni anche in epoche più recenti.

È dunque plausibile che Dürer, provenendo da Bolzano, abbia seguito la strada pedemontana tra Laives, Bronzolo e Ora, superando Castelfeder ed Egna. Giunto nei pressi di San Floriano, si trovò verosimilmente nell’impossibilità di proseguire lungo la via maestra. Fu così costretto a affrontare una lunga salita attraverso Pochi di Salorno e la valle di Cembra, fino a Segonzano e a Pergine Valsugana. Da qui proseguì verso Bassano e infine Venezia. A Segonzano, non a caso, Dürer immortalò nei suoi acquerelli le famose “Piramidi di terra”.

La storia del pittore si intreccia con quella del piccolo borgo di San Floriano, dove, sui resti di un antico villaggio romano, fin dal XIII secolo sorgeva il noto ospizio denominato Klösterle. Questo imponente edificio, da cui oggi prende il via la moderna “via Dürer”, accoglieva migliaia di viandanti in viaggio verso l’Italia e Roma. San Floriano era inoltre un’importante Urpfarre (pieve madre) della Bassa Atesina, con giurisdizione su paesi come Salorno, Cortina, Magrè, Pochi e Cauria. La sua rilevanza, a dispetto delle ridotte dimensioni, potrebbe essere spiegata con il ruolo di centro amministrativo di una curtis longobarda, paragonabile a quella di Enn, che estendeva la propria influenza su Bronzolo, Ora, Egna, Montagna e Mazzon.

Il Klösterle fu probabilmente un punto nevralgico lungo le vie di comunicazione nord-sud. Qui passava la via Claudia Augusta e qui trovarono ospitalità viaggiatori, mercanti e pellegrini. La fondazione di Egna, voluta dal vescovo di Trento alla fine del XII secolo, segnò però l’inizio del suo lento declino: sempre più viandanti preferivano fermarsi nelle locande del nuovo centro urbano e commerciale sorto lungo l’Adige.

Tra le opere di Dürer collegate al suo viaggio italiano figurano anche paesaggi della Bassa Atesina. Dopo Bolzano, proseguì lungo la cosiddetta via del Brennero fino alla piana tra Laives e Ora. Alcuni studiosi hanno collegato a questo tratto il dipinto del San Girolamo penitente (oggi alla National Gallery di Londra), nel quale compare un’imponente roccia porfirica rossastra. Secondo alcuni, Dürer si ispirò alle formazioni della Vallarsa (Brantental), nei pressi di Laives; altri ritengono che l’artista abbia ritratto le verticali pareti porfiriche del Monte di Mezzo, sul lato destro dell’Adige. 

Giunto nei pressi di Laghetti, il maestro intraprese infine il percorso che conduceva a Segonzano, lo stesso che ancora oggi può essere seguito come “sentiero di Dürer”. Un itinerario che non è soltanto memoria storica, ma anche un cammino che unisce natura, arte e cultura, offrendo vedute suggestive su tutta la valle dell’Adige.

Autore: Reinhard Christanell

Ospiti d’onore: Kandinsky a Merano

La città di cura e i suoi dintorni attirarono numerosi intellettuali, musicisti, scrittori e artisti. La natura ora incontaminata ora addomesticata dal lavoro di giardinieri esperti rappresentava sempre e comunque uno spettacolo. Così anche i meleti intorno al borgo di Lana nel mese della fioritura dovevano aver colpito la vista e il cuore di più di un forestiero.

Accadde anche a Gabriele Münter, l’artista berlinese che con Wassily Kandinsky e Franz Mark avrebbe fondato, nel 1911, il movimento espressionista “Der Blaue Reiter”. Ella giunse nel Burgraviato con il compagno Wassily Kandinsky nel maggio del 1908. Fecero una prima tappa a Chiusa dove, sin dal 1874 operava una interessante colonia artistica capeggiata dal pittore tedesco Alexander Koester, e poi proseguirono il viaggio verso Lana. 

La scelta di soggiornare a Lana anziché a Merano poteva avere molte ragioni, ma certamente il piccolo borgo, seppur più defilato, risentiva comunque favorevolmente dello sviluppo turistico della vicina città di cura. 

Di contro esso poteva offrire un soggiorno più a contatto con la natura e più al riparo dalla mondanità. La coppia restò a Lana tre settimane, tra il 6 e il 29 maggio. Dal soggiorno dovettero scaturire più di un disegno, schizzi e dipinto di piccolo formato. Entrambi ritrassero lo spettacolo dei campi in fiore. Gabriele Münter scelse un panorama ampio che mettesse a fuoco la campagna, gli alberi col loro carico di fiori ma anche le montagne con alcune cime ancora innevate. 

Wassily Kandinsky fissò sulla tela una raffigurazione più ravvicinata, mettendo a fuoco il terreno in primo piano e al centro uno solo degli alberi in fiore, insistendo sulla consistenza dei fiori stessi. La montagna è accennata, non se ne vede lo sviluppo verticale, ma solo la base che fa da sfondo all’albero. 

Nell’aprile del 1914, a sei anni di distanza dal suo primo soggiorno, il celebre pittore Vasilij Kandinskij era ritornato a Merano per una breve vacanza con la madre, la sorella ed alcuni amici russi. Questa volta aveva preso alloggio presso il Caffè-Ristorante Passerschlucht, non lontano dalla gola del fiume Passirio e dal cosiddetto Ponte romano. 

Ubicato in luogo ameno e suggestivo, immerso nel verde vicino alle Passeggiate Gilf, il Caffè-Ristorante Passerschlucht, dava in affitto anche alcune camere ammobiliate con balcone. I tavolini posizionati nel giardino e il via vai degli avventori del bar e ristorante allontanavano il senso di isolamento e legavano il luogo all’ampio circuito delle passeggiate.   

A Merano, il 1914 si era dimostrato foriero di importanti novità e l’artista russo aveva potuto viverle in prima persona. In città, proprio all’imboccatura delle Passeggiate d’inverno era stato costruito l’imponente ed elegante edificio del nuovo ufficio postale. 

Alla stazione ferroviaria si pubblicizzava con entusiasmo il nuovo vagone diretto da Merano e Parigi, che andava così ad unirsi a quello diretto per San Pietroburgo. Le Passeggiate Tappeiner, nucleo fondante delle cure meranesi, avevano aperto il nuovo prolungamento. Infine, anche nell’ambito dell’affluenza turistica vi era stato un netto balzo in avanti raggiungendo il tetto massimo delle quarantamila presenze, numero che non sarà mai più raggiunto. 

Le tensioni politiche che serpeggiavano in tutta Europa e che sfociarono nell’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono d’Austria, forse in riva al Passirio giungevano più attutite ma sicuramente i primi refoli di guerra avevano iniziato a farsi notare.

Autrice: Rosanna Pruccoli