Teatro Stabile: la cultura come un servizio

La nuova stagione del Teatro Stabile si avvicina. La campagna abbonamenti – in corso fino al 12 ottobre – sta andando benissimo, ma ci sono ancora ancora posti disponibili. Il calendario degli spettacoli che si svilupperà tra la fine del 2025 e la prima parte del 2026 sarà come sempre ricchissimo e ve lo abbiamo presentato nel dettaglio nello scorso numero del nostro giornale. Della salute del Teatro Stabile ne parliamo invece oggi con il direttore, Walter Zambaldi.

Quest’anno si sta rivelando un vero successo la campagna abbonamenti, vero?

è proprio così. Abbiamo dei numeri eccezionali per quanto riguarda i rinnovi degli abbonamenti. Su Bolzano abbiamo una base di 2000 abbonati in crescita. Sono poi 150 a Vipiteno, 110 a Brunico, 230 a Bressanone e 300 a Merano.Si tratta di cifre veramente alte rispetto ad altri territori di riferimento. A Roma dovrebbero essere 80.000 gli abbonati, in proporzione. La prospettiva è dunque quella di un tutto esaurito anche per la prossima stagione. E riuscire ad esaurire il Teatro Comunale dal giovedì alla domenica, con 13/14 spettacoli all’anno è davvero una cosa importante. 

Quali sono i motivi di questo successo?

La progettualità, il concepire il teatro come servizio pubblico, lavorare sulla grandissima qualità delle produzioni, essere appetibili dal punto di vista produttivo sia a livello nazionale che a livello locale. Occorre naturalmente promuovere una confidenza con il teatro fin dalle generazioni più giovani. Non si deve mollare una virgola sulla necessità che la gente possa accedere agli spettacoli, non elaborando una proposta troppo d’élite e nello stesso tempo però non seguendo troppo le logiche del mercato. Insomma: bisogna riuscire a fare una fotografia reale del teatro contemporaneo e produrlo essendone i fautori.  

è una medaglia con tante facce, virtuose.

Sì e poi quando per tanti anni si vendono bene gli spettacoli prodotti agli altri teatri, si ha anche la possibilità di aumentare l’attività, investendo. Noi abbiamo giustamente l’obbligo del pareggio di bilancio e riuscire a distribuire virtuosamente i nostri spettacoli sul territorio nazionale è un fattore molto importante in questo senso.  Ci sono poi continue sinergie e collaborazioni con i principali teatri d’Italia. Questo il pubblico lo sente. Sa che a Bolzano la stagione è di alto livello, tra l’altro a fronte di prezzi che non hanno pari rispetto al resto d’Italia. 

Al di là della stagione, il Teatro Stabile porta avanti tutta una serie di progetti collaterali. Quanto sono importanti per voi?

Sono fondamentali, stanno nel mondo reale e completano la nostra presenza nelle viscere della società, nel suo tessuto civile. Il nostro compito è proprio quello di lavorare con la cittadinanza. 

Il nostro compito non è solo quello di aspettare la gente in teatro, ma anche di andare da lei. Questo perché non siamo un teatro commerciale bensì progettuale. è il motivo per cui frequentiamo ad esempio le carceri e le case di riposo. Portiamo dell’aria da respirare. Collaboriamo con molte realtà per utilizzare il teatro come strumento e non come puro intrattenimento. Nelle scuole siamo diventati materiali scolastica.

Interessante è anche il vostro slogan di quest’anno che definisce il teatro “il social più antico del mondo”. Ognuno di noi può fare una riflessione personale sul proprio modo di stare al mondo…

Sì, molti pensano di stare al mondo ma magari non lo sono in realtà. L’intimità sociale che si vive nel rito collettivo è vera perché ti riguarda come essere umano, ma è anche sociale perché hai vicine delle persone che respirano insieme a te. 

Proseguono le collaborazioni con le realtà del territorio? 

Sì, la lista è infinita e ogni anno la integriamo.

Qual è l’età media del vostro pubblico?

Il pubblico giovane è in continuo aumento. Penso sia anche il frutto delle iniziative che proponiamo nella piattaforma  Officina Teatro che ogni anno raggiunge 45.000  studenti e studentesse in tutta la provincia. 

Avete un grande supporto da parte degli enti pubblici?

Sì, Provincia, Comune, Regione e Ministero. Al Ministero dobbiamo garantire quantità e qualità e il nostro lavoro viene passato al setaccio ogni giorno. Non possiamo sbagliare nulla ed è giusto così. I numeri che dobbiamo fare preservano dei requisiti che valgono sia a livello territoriale che nazionale. Dobbiamo tenere sulla tradizione e innovare nello stesso tempo. La nostra è una funzione complessa. Rispetto a un megaconcerto da 100.000 spettatori con tutto il suo forte impatto, noi di spettatori in un anno ne facciamo 250.000, ma attraverso un lento… rilascio di cultura.

Sono dosi omeopatiche? 

Sì, ma in realtà neanche tanto, visto che i nostri spettacoli in sala grande vengono visti in media da 3.000 persone. Abbiamo più spettatori noi che il Calcio Südtirol. Sono dati SIAE. Il teatro è un servizio, un antico mestiere fatto da persone che condividono sul palcoscenico delle storie con la città. è una cosa molto poetica, dalla tradizione millenaria e che non può essere persa.

Autore: Luca Sticcotti

Elya Rose ci racconta come vive la musica

Laura è una cantautrice bilingue di Bolzano. La sua identità musicale nasce dall’incontro tra il cantautorato italiano degli anni 70 e 80, il jazz e il latin jazz che ha respirato in famiglia e l’influenza della musica anglosassone. Il suo nome d’arte, Elya Rose, è ispirato dai nomi delle sue nonne: Elia e Rosa.

Com’è nata la tua passione per la musica?

Ha sempre fatto parte della mia vita: intorno ai cinque anni ho fatto l’audizione per lo Zecchino d’oro. Ho sempre suonato uno strumento, dal il piffero al il flauto traverso alla chitarra e per questo ringrazio la forte tradizione musicale delle scuole tedesche: tutti i miei compagni di classe suonavano qualcosa, e così ho cominciato anch’io. Inoltre il musical è stato il mio primo grande amore, mi ha insegnato a stare sul palco e l’importanza delle emozioni nel cantato: una cosa che porto con me anche nel mio cantautorato. 

Che ruolo hanno la musica e il songwriting nella tua vita?

La musica è una costante, un’attività così naturale che non ci devo neanche pensare. Scrivo canzoni da dieci anni anche se i primi cinque li considero “un periodo di prova”. Trovo affascinante creare un mondo all’interno di un brano, e penso che scrivere e ascoltare canzoni sia la sola via per capire davvero cosa proviamo. Amo il processo di scrittura, è un processo quasi artigianale: colpi imprecisi al blocco di marmo dei miei pensieri finché non si delinea un’immagine, che va poi portata alla luce con estrema pazienza. La rima giusta, la parola giusta, l’accordo giusto…

Qual è il tuo ultimo progetto?

“The Water’s Rising”. La canzone è nata nel 2021 come una semplice nota audio, che ho poi riesumato dal dimenticatoio insieme al mio produttore, Lorenzo Campaner. Lavorandoci si è evoluta in un brano che dà voce all’ansia legata al cambiamento climatico. Con questo pezzo ho voluto denunciare la corruzione, l’indifferenza e la complicità di chi trae profitto dalla distruzione dell’ambiente, lasciandoci un futuro sempre più incerto. Musicalmente è molto diversa dal mio stile abituale: ho scelto suoni elettronici e un assolo di chitarra distorto che esprime tutta la tensione che sentivo. Questa canzone è un invito a fermarsi, a guardarsi intorno e a capire che, se non agiamo ora, rischiamo di non avere più nulla da salvare. È disponibile su YouTube e le piattaforme come Spotify e Apple Music.

Pubblicherai un album?

Al momento sto lavorando al mio primo album, incentrato sulle situazioni tragicomiche in cui ci si ritrova dopo la fine di una lunga relazione e il trasferirsi in un’altra città. Per seguire il processo creativo ci sono i miei profili Instaram e Tiktok @elyarose_music dove documento la scrittura dei brani, con tutti gli errori e le frustrazioni del caso, la creazione dell’album in studio, offro qualche sguardo dietro alle quinte dei video musicali e ovviamente faccio l’occasionale reel comico necessario per la visibilità: essere artista, ormai, vuol dire essere anche social media manager. A fine estate uscirà “To say goodbye”. Un brano fresco e solare, costruito su sonorità leggere di ukulele, con un ritmo upbeat e vibrazioni estive. Il testo racconta la fine di una relazione vista con occhi nuovi: non più come una perdita, ma come un passaggio necessario verso una nuova libertà. Tra malinconia e leggerezza, è una riflessione sul lasciar andare, ambientata tra città nuove, cieli aperti e la riscoperta di sé.

E per sentirti dal vivo?

Suonerò il 4 luglio in apertura di Puntino, cantautore Triestino in tournée, inoltre faccio busking per strada a Bolzano e Trieste (annuncio in anticipo quando e dove sui social). Infine c’è un concerto pianificato per l’uscita di To Say Goodbye, ma la location è segreta, seguitemi per restare aggiornati! 

Autrice: Anna Michelazzi

I confini ed i popoli nella Bassa Atesina

L’invenzione dei confini risale probabilmente all’epoca in cui scomparve il nomadismo dei cacciatori e raccoglitori e si diffuse capillarmente l’agricoltura. Da allora gli esseri umani hanno passato buona parte del loro tempo a delimitare e difendere porzioni più o meno grandi di territorio. 

A nulla sono valse le straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi millenni, che hanno consentito lo sviluppo di tecnologie rivoluzionarie in molti settori, come per esempio i trasporti e le comunicazioni. Stiamo andando rapidamente verso un’epoca in cui la fisica quantistica grazie alla conoscenza delle caratteristiche imprevedibili di particelle infinitesimali stravolgerà per sempre la nostra concezione della realtà – ma le leggi della geopolitica e i suoi interpreti “moderni” rimangono quelli dell’età della pietra, quando si difendevano i “sacri confini” a mani nude o con la clava. 

La nostra piccola terra è, da questo punto di vista, un caso esemplare. Da quando i Romani ritirarono le proprie insegne, la regione fu esposta a ripetute ondate migratorie. I primi ad arrivare furono gli Ostrogoti di Teodorico e i  Longobardi, ma il loro impatto fu tutto sommato moderato. I Goti, stanziati con il consenso di Bisanzio – tanto che il loro re Teodorico si riteneva il nuovo imperatore romano d’occidente – , si limitarono a fornire il ceto dirigente senza alterare la composizione etnica. I Longobardi, pur affermatisi più stabilmente, finirono col latinizzarsi nel corso dei secoli e divennero di fatto gli antagonisti dei Teutisci. Diverso fu l’effetto dell’arrivo silenzioso ma determinante dei Bavari a partire dall’VIII secolo: essi penetrarono lentamente nella “carne” del fondovalle, portando mutamenti profondi, soprattutto nella struttura insediativa e linguistica. Saranno proprio loro, insieme agli altri popoli più o meno numerosi presenti sul territorio, a costituire, nel corso del tempo, la base della nuova popolazione alpina poi denominata tirolese dopo il XII secolo.

Ma cosa venivano a cercare i Bavari da queste parti? A differenza di Goti e Longobardi – popoli guerrieri che conquistarono interi regni – i Bavari non imposero un dominio politico. Essi stessi erano il frutto di una mescolanza fra antichi Celti Boi e le residue popolazioni romaniche d’Oltralpe; certo è che, spinti dai Franchi di Carlo Magno, nuovi padroni dell’Europa in via di formazione, che si imposero sui Longobardi nel 774, si stanziarono lungo gli itinerari alpini, con il compito di presidiare territori disordinati e spesso infestati da predoni.

La valle dell’Adige era allora popolata da comunità romaniche e si parlava un latino volgare. Anche la scrittura ufficiale era quella latina: persino i Longobardi ricorrevano a scrivani latini per mettere per iscritto le proprie leggi tramandate in via orale. Fino al Mille, la documentazione era latina. Solo dal XII secolo iniziano a comparire nei documenti i primi toponimi e nomi personali in lingua germanica, specificati come “vulgariter” o “teutonice”. Il tedesco scritto appare dal tardo XIII secolo; ma il latino rimane per secoli la lingua dell’amministrazione, mentre tra le mura domestiche si parlava romanzo.

I Bavari penetrarono come una freccia nel cuore della Bassa Atesina romana, lasciando intatte le valli laterali come la Val di Non e la Val di Fiemme. Qui lavoravano le vigne per conto dei grandi monasteri e dei possidenti bavaresi che erano diventati i proprietari di molte tenute. Il vino atesino era molto apprezzato oltre le Alpi e contribuì, forse più delle armi, all’affermazione dei nuovi dominatori.

Il confine etnico tra Bavari e Longobardi, entrambi popoli germanici ma di diversa origine e approccio, si stabilì lungo l’Adige: riva sinistra ai Bavari, riva destra ai Longobardi. In direzione est-ovest, da Aldino il confine scendeva a Bronzolo e proseguiva fino a Castel Firmiano. Non era dunque, come spesso si crede, tra Mezzolombardo e Mezzotedesco – nomi attestati solo dal XVI secolo – dove si parlava semplicemente di “Mezum”, centro.

Autore: Reinhard Christanell

Tre giorni assieme per aiutare l’ambiente

I genitori insegnano i bimbi a prendersi prendersi cura di se stessi; ma spesso ci si dimentica che quel “se stessi” non indica solo la propria persona, ma tutto l’ambiente che ci circonda. È con questo spirito che opera “Plastic Free”, ed è con questa filosofia che Ornella Libardoni, referente per Laives, Bronzolo e Vadena del sodalizio ha organizzato assieme al Centro don Bosco tre giorni di sensibilizzazione con i ragazzi più giovani.

Signora Libardoni, come è andato il progetto?

È sempre un piacere incontrare i più giovani; ogni volta resto stupita da quanto si sentono coinvolti e indignati nel vedere quello che viene abbandonato lungo le vie cittadine, soprattutto pacchetti di sigarette e relativi mozziconi, cartacce, scontrini, incarti di caramelle e altre delizie. Nel corso delle tre giornate abbiamo organizzato dei giochi interattivi che simulano gli effetti della pioggia nei tombini: abbiamo mostrato loro che tutto quello che viene gettato in essi arriva al mare, con conseguenze disastrose. E, a proposito di mare, abbiamo anche ricreato una spiaggia con della sabbia piena di microplastica nascosta in profondità quando camminiamo su di essa. 

Avete anche organizzato quello che chiamate “clean up”?

Sì: durante il primo giorno abbiamo ripulito il parchetto adiacente al cimitero, dove i giovani hanno trovato i resti di un compleanno con tanto di palloncini scoppiati e abbandonati, e poi abbiamo compiuto una passeggiata ecologica fino al parco giochi di via Marconi, dove abbiamo trovato decine di resti di palloncini a terra, carte di merendine patatine e caramelle, lattine di bibite varie,un ombrello e perfino un pannolino. Nel terzo e ultimo incontro abbiamo coinvolto il gruppo delle classi quarta e quinta presso il centro giovanile don Bosco, e dopo la lezione didattica sul problema della plastica ci siamo fiondati a caccia di oggetti da raccogliere nel tratto di strada Nazionale che va dal semaforo adiacente il centro don Bosco a quello alla Crosara. 

Non deve essere stato semplice, considerando anche le temperature…

Non è lo stato, anzi, ma i ragazzi sono stati instancabili nonostante il caldo. Per noi adulti, poi, non è stato uno scherzo: organizzare operazioni simili richiede tanti sacrifici, basti considerare tutto il materiale che portiamo agli incontri, fra attrezzatura e vestiario, che poi deve essere lavato, chiaramente. Costa fatica, è vero, ma la soddisfazione di aver fatto il proprio dovere per aiutare il Pianeta è immensa.

Autore: Luca Masiello

Athletic Club ‘96: un secondo posto che vale tantissimo

L’Athletic Club ‘96 Bolzano torna da Brescia con un ottimo secondo posto nella Finale Oro del Campionato Italiano maschile di Società. 

Si tratta di un piazzamento che, pur non replicando la vittoria dell’anno scorso, conferma la solidità e l’alto livello della squadra altoatesina in un contesto nazionale che si è fatto molto più competitivo. Il presidente e fondatore Bruno Telchini ha sottolineato come questa edizione sia stata segnata da un innalzamento generale del livello tecnico, ma anche da dinamiche regolamentari che hanno influenzato l’esito finale.

La prestazione dell’Athletic Club ‘96 è stata di grande valore: il club ha centrato nove podi su venti gare, con diversi atleti protagonisti assoluti. Mohamed Amin Jhinaoui, già nome di spicco nel panorama internazionale, ha dominato sia nei 3000 siepi che nei 5000 metri, offrendo una doppietta da incorniciare. Il giovane Oliver Mulas, ha conquistato un importante secondo posto nei 110m ostacoli con un nuovo record personale di 13”60, dando un segnale molto promettente anche in vista degli Assoluti e dei campionati europei Under 23 di Berlino.

Brayan Lopez si è confermato un uomo squadra: secondo nei 400 metri, ha guidato magistralmente le due staffette, in particolare la 4×400, che ha fermato il cronometro su 3’12”52, tempo valido per la qualificazione agli Assoluti. Insieme a lui, nella formazione del miglio, c’erano Michele Tricca, Abdessalam Machmach e Joao Carlos Pina Barros. Nella 4×100, invece, Lopez ha sostituito con successo l’infortunato Jacques Riparelli, affiancando Monte, Badolato e Ianes, mostrando una notevole versatilità.

Altre buone notizie sono arrivate nel getto del peso, dove Nick Ponzio ha chiuso in terza posizione con 20.28 metri, in una gara di altissimo profilo vinta da Leonardo Fabbri con 21.22m. Sempre terzi sul podio sono giunti anche Federico Lorenzo Bruno nel triplo e Hakim Elliasmine negli 800 metri.

In un contesto così competitivo, è naturale che non tutte le prove siano andate secondo le attese. Purtroppo non sono mancate alcune controprestazioni da parte di alcuni “senatori”: va però riconosciuto che l’impegno non è mai mancato. Come spesso accade nello sport, dare il massimo non garantisce sempre il risultato sperato.

Con questo nuovo podio, il sodalizio bolzanino si conferma tra le grandi realtà dell’atletica italiana. Nell’ultimo decennio, l’Athletic Club ‘96 ha conquistato il titolo nazionale quattro volte, è salito sul secondo gradino del podio in due occasioni, è arrivato una volta terzo, una quarto e una quinto. Una continuità di risultati che testimonia non solo la qualità tecnica, ma anche la solidità strutturale e la visione a lungo termine della società.

Telchini conclude – “Questo secondo posto non è un passo indietro, ma la base da cui ripartire, con rinnovato entusiasmo, per tornare sul gradino più alto del podio”.

Autore: Niccolò Dametto

Terme di Levico, dove l’acqua cura

Inserzione pubblicitaria – Specializzazione in dolori articolari e reumatici, cura della fibromialgia, cura del sonno.

PATOLOGIE ARTROREUMATICHE
Dolori alle articolazioni e alle ossa:
• artrosi generalizzata
• artrosi localizzata, primaria
• artrosi non specificata, sede non precisata
• fibromialgia e reumatismi extra articolari
diffusi, non specificati

TERAPIE
Immersione in acque termali e/o applicazione di fanghi sulle articolazioni colpite:
• ciclo di 12 fanghi
terapeutici o
• ciclo di 12 bagni
terapeutici o
• ciclo di 12 fanghi

  • 12 bagni
    terapeutici

FIBROMIALGIA
Un percorso dedicato a pazienti affetti da sindrome fibromialgica, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 6 trattamenti massofibro
• 3 sedute di psicoterapia collettiva
-possibile abbinamento con consulenza nutrizionale
• possibile integrazione con fango termale

CURA DELL’ANSIA E DEL SONNO
Per una migliore qualità della vita, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico la conferma del ruolo complementare dell’Acqua Forte nel trattamento dell’ansia e dei disturbi del sonno.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 3 sedute di dry floating experi ence con percorso guidato di meditazione
• 3 massaggi in acqua
• possibile abbinamento con 3 trattamenti di crioterapia sistemica.
I percorsi sono personalizzabili.

ACCESSO IN CONVENZIONE
Per accedere alle terapie delle Terme di Levico in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale è necessario:
• prenotare la visita medica di ammissione al numero 0461-706077 oppure scrivendo a info@termedilevico.it ;
• presentarsi alla visita medica presso le Terme con l’impegnativa rilasciata dal medico di base o specialista, l’eventuale documentazione clinica, un documento di identità e la tessera sanitaria.

L’INTERVISTA

Artrosi, fibromialgia, ansia e sonno non riposante si curano alle Terme di Levico. Vi proponiamo un’intervista al direttore sanitario Patrizia Manica.
La dottoressa Patrizia Manica è direttore sanitario delle Terme di Levico dal 2012. È specialista in idrologia medica, autrice e co-autrice di numerose pubblicazioni scientifiche in medicina termale.

Dottoressa, quali sono le comuni e più diffuse patologie artroreumatiche?
Nel linguaggio comune questa patologia la chiamiamo artrosi, localizzata oppure generalizzata. è caratterizzata da infiammazione agli arti, ai muscoli ed alle ossa, e provoca dolore e progressiva difficoltà di movimento, anche la deformazione degli arti.

I trattamenti praticati alle Terme di Levico curano le artrosi?
Sono particolarmente indicate perché hanno azione anti-infiammtoria, analgesica e miorilassante con riduzione del dolore. Importante è la visita medica di ammissione in quanto individua lo stadio della patologia prescrivendo i trattamenti più adeguati.

Quali sono le terapie adatte per la cura delle patologie artroreumatiche?
Fanghi e bagni, meglio se in abbinata, ma è il medico al momento della visita inziale a decidere quali dei due è adeguato o se è bene siano abbinati. Un suggerimento pratico: meglio è se l’impegnativa prevede il trattamento in abbinata fango con bagno per poter scegliere quello più adatto.

Dottoressa, cos’è la fibromialgia?
è una patologia che appartiene alle reumatiche, caratterizzata da dolore diffuso e sintomi di stanchezza profonda, da sonno non riposante, colon irritabile, digestione difficile, sensazione di memoria labile, ecc.

Perché le Terme di Levico sono particolarmente adatte per la cura della fibromialgia?
Perché le terapie che vi si praticano sono ben tollerate. Infatti, riducono l’intensità del dolore e sono di supporto al controllo del sonno.

Qual è la terapia specifica per la cura della fibromialgia?
Soprattutto la balneoterapia, validata scientificamente da ricerche mirate, effettuate presso le nostre terme.

Alle Terme di Levico si pratica anche la cura dell’ansia e del sonno. Con quale terapia?
La balneoterapia è un toccasana in proposito, particolarmente consigliata per chi soffre di tali disturbi. Tanto più che le patologie derivate da ansia e sonno non riposante sono assai diffuse e sono aumentate nel periodo post-pandemico.

TERME DI LEVICO
Viale Vittorio Emanuele, 10
38056 – Levico Terme (TN)
Ufficio informazioni e prenotazioni
Dal lunedì al venerdì
ore 8 – 12.30 e 14 – 17.30
Il sabato ore 8 – 12.30
Tel. 0461 706077
info@termedilevico.it
www.termedilevico.it

(inserzione pubblicitaria)

Cielo grigio

Domenica scorsa sull’arco alpino e anche in Alto Adige è apparsa una spessa foschia. Molti hanno pensato alla sabbia del deserto che sempre più spesso viene a farci visita spinta dai venti da sud e consentendoci di scattare foto suggestive con le montagne sfocate e tinte di arancione. I meteorologi si sono però precipitati a dire che in questo caso non si tratta di sabbia, bensì niente meno che di fumi provenienti dal lontano Canada, dove da un paio di settimane a causa dei cambiamenti climatici sono scoppiati centinaia di incendi, riprendendo una triste nuova tendenza manifestatasi con grande intensità a partire dal 2023. Purtroppo il fumo degli incendi porta con se un significativo aumento delle polveri sottili. I primi dati registrati indicano che la qualità dell’aria improvvisamente è calata al livello di un ordinario giorno d’inverno senza vento. Il problema è che non si sa se il fenomeno è destinato a sparire in pochi giorni o a permanere. E si sta ancora cercando di capire se i fumi dopo il loro lungo viaggio non diventino ancora più pericolosi. Si tratta infatti di fenomeni nuovi e che non possono ancora contare su un sufficiente numero di studi scientifici dedicati.
All’insegna del cielo grigio, questa volta “simbolico”, sono anche alcune notizie degli ultimi giorni.
La provincia di Bolzano si è distinta a livello nazionale per la percentuale più bassa di votanti in Italia nella tornata di referendum che si è tenuta nelle giornate dell’8 e del 9 giugno. Nei referendum la non partecipazione è una forma di scelta, andando ad incidere sul non raggiungimento del quorum. Ma in presenza dell’attuale crescita dell’astensionismo verificatasi in occasione delle recenti consultazioni comunali non si tratta di un bel segno per la nostra democrazia. A intristire è anche il fatto che il nostro territorio è stato uno dei pochi in cui ha prevalso il no nel referendum che voleva portare a 5 anni il tempo minimo per gli stranieri che vogliono chiedere la cittadinanza italiana. Evidentemente e non si sa per quale motivo la maggioranza dei residenti non vuole che gli stranieri indispensabili come forza lavoro in tutti i settori economici e soprattutto i giovani, molti dei quali nati qui, restino a lungo precari e appesi a permessi di soggiorno, non potendo esercitare appieno i loro diritti come tutti. Per fortuna la città capoluogo in questo caso ha invertito il trend, e i favorevoli alla riduzione dei tempi per presentare la domanda sono risultati più o meno un terzo dei votanti.
La convivenza non è solo una questione di italiani e tedeschi, andrebbe sottolineato. Ed abbiamo molta strada da fare in questo senso.

Autore: Luca Sticcotti

BattBull, un’app contro il bullismo

“Se sto bene a scuola, ho voglia di imparare. Se sto male, anche quella voglia lì svanisce” : parte da qui il ragionamento di Marco Fontana, dirigente scolastico dell’Istituto Battisti di Bolzano. Il benessere scolastico non è un lusso accessorio, ma la base di ogni apprendimento. E nel mezzo di questa consapevolezza nasce BattBull, un’app ideata e realizzata da un gruppo di studenti per segnalare episodi di bullismo.

L’Istituto Battisti, racconta il dirigente, è una piccola Bolzano: studenti di ogni provenienza e storia che si incrociano ogni giorno tra le aule e i corridoi dell’edificio scolastico. Con tutte le potenzialità, ma anche le tensioni, che un microcosmo del genere porta naturalmente con sé. “Non parliamo solo di bullismo conclamato”, spiega, “ma anche di quelle piccole prevaricazioni che spesso passano sotto traccia: scherzi maldigeriti, paure, tensioni. Tutti segnali di un disagio che va preso sul serio. Sempre e comunque.” E se stare bene a scuola viene prima di imparare, allora serve agire. Non a parole, ma con strumenti concreti. Da questa intuizione è nata la app BattBull, una efficace combinazione tra “Battisti”, “battersi” e “bullismo.

Più visibilità, non meno problemi

È qui che entra in scena BattBull, l’app contro il bullismo. “BattBull non ha cancellato il disagio. Chiaramente. Ma ci ha permesso di vederlo meglio e di lavorarci insieme. Soprattutto, ci ha convinti a mettere gli studenti al centro”, sottolinea il dirigente “perché è da loro e con loro che bisogna agire.”

È uno dei tratti più interessanti del progetto: non è stato semplicemente calato dall’alto. È nato dai ragazzi, per i ragazzi, con il sostegno e l’entusiasmo contagioso della professoressa Tina Iuzzolino, ideatrice, e del professor Leonardo Martino, che ha fatto da coach programmatore… talvolta fino a notte fonda.

Una piccola software house in classe

“Io sono stato il referente tecnico”, racconta il professor Martino. “Ho insegnato loro a programmare il front-end, il back-end… mentre per la grafica erano già molto autonomi.

La parte più bella? Vederli lavorare come in una vera software house. Discutere, confrontarsi, trovare compromessi.”

Dietro le righe di codice, infatti, si sono sviluppate anche quelle competenze trasversali, le famose soft skills, che a scuola come nella vita sono essenziali. Il lavoro di squadra, la gestione dei conflitti, la resilienza. E pure un po’ di ironia:

“Sì, perché quando alle tre di notte mi arrivava una mail con ‘prof, ci aiuta con questo bottone?’, io rispondevo con un video tutorial, magari con gli Iron Maiden in sottofondo.”

Dall’idea alla realtà (nazionale)

Simone Sartore lo dice senza troppi giri di parole: “Non pensavo sarebbe andata così. Pensavo a una cosa utile per la scuola, magari un po’ popolare qui a Bolzano. Ma poi… il ministro Valditara, il premio nazionale, lo stand a Firenze… mai me lo sarei immaginato.”

In effetti l’app non è solo rimasta confinata dentro le mura scolastiche, ma si è aperta anche ad altre realtà. Altre scuole italiane sono già in contatto con il gruppo di lavoro di BattBull, pronte ad adottare o replicare l’esperienza.

E nel futuro? Chissà. Il progetto continua a evolversi. Magari ci saranno nuove lingue, nuove funzionalità, una nuova generazione di studenti pronti a prenderne il testimone.

Uno strumento semplice ma potente

“BattBull serve a segnalare atti di bullismo. Anche in forma anonima. Ma è stata usata anche per altre segnalazioni, come comportamenti illeciti. È facile da usare, gratuita, accessibile a tutti”, racconta Raffaele Di Sarno.

Ma oltre la tecnologia, c’è qualcosa di più. 

“Questa app dà voce a chi ha paura di parlare. A chi si sente solo. È uno strumento che aiuta davvero. E noi lo abbiamo creato partendo quasi da zero” afferma con orgoglio Sharon Limoncella.

Ed è forse questo l’aspetto più potente: che una classe di ragazzi, armata di entusiasmo e nottate insonni, abbia trasformato un’idea in qualcosa che può davvero fare la differenza.

Scriveva Don Milani in Lettera a una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica.”

Ecco, BattBull è tutto questo. È un piccolo atto politico, nel senso più nobile del termine. È un’educazione alla responsabilità condivisa. Perché “se sto bene a scuola, ho voglia di imparare”.

Autore: Marco Valente

Uomini e caporali. Quando i padri pagano per i figli

Si dice che le colpe dei padri le pagano i figli. Capita pure che i figli scarichino sui padri le loro mancanze. È frequente che una generazione (come la nostra) agisca senza curarsi di chi verrà.  Altrettanto facile emettere giudizi su chi, da morto, non può difendersi. In entrambi i casi c’è qualcosa che, umanamente, non va bene.

Nella mia personale galleria di “padri” il vescovo Joseph Gargitter è nel reparto dei “testimoni”, non in quello degli “imputati”. La sezione dei “giudici” e degli “infallibili” è vuota, anche se ogni tanto qualcuno vorrebbe bussare a quella porta. Il vescovo Gargitter è un uomo che ha dato tutto , perché la sua, la nostra terra potesse avere un futuro diverso da quello di un campo di battaglia. La creazione (strategica), nel 1964, della diocesi plurilingue di Bolzano-Bressanone è opera sua. Sua e di chi ebbe il coraggio, non scontato, di accompagnarlo (allora come oggi). Gargitter fu un uomo capace di leggere e toccare la storia con mano. Visse dentro le dittature del Novecento e la guerra. Esercitò il suo servizio nell’Alto Adige “a pezzi” del dopoguerra. Divenne vescovo di Bressanone nel 1952, raccogliendo la controversa eredità di Johannes Geisler, un pastore in balia del suo gregge, tristemente ostaggio del vicario generale. Fu tra i “padri” che condussero la Chiesa al Concilio vaticano II, che riempirono il Concilio di contenuti e che poi innestarono quei contenuti nel tronco della Chiesa locale. Noi, oggi, viviamo (inconsapevoli) di rendita. Raccogliamo (ingrati) quello che lui ha seminato. Gargitter fu un uomo consapevole della realtà e della missione a cui era chiamato. Le scelte lungimiranti le vedono in pochi. Si capiscono dopo. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi…”. Il destino del profeta è la solitudine. Anche da morto. Nessuno che ti dica grazie per quello che fai e per quello che sei. Un tratto estremamente evangelico. Così per Joseph Gargitter che ebbe pochi amici (ma fedeli e autentici) e molti detrattori. La diffamazione, la caccia alle streghe sono le armi dei vili e in quegli anni ve ne furono parecchi. Nel descrivere il ruolo della comunità cristiana in Alto Adige – l’intervista fu pubblicata nel 1970 – disse: “Ci sono state anche ore buie di intolleranza e di violenza. Proprio in quei momenti si è potuto misurare il ruolo (lo spessore ndr.) della Chiesa locale”. Nelle ore buie, direbbe Totò, si distinguono gli uomini dai caporali.

IL FATTO

A fine gennaio la diocesi presentava un rapporto sugli abusi sessuali che sollevava interrogativi rispetto all’adeguatezza dell’operato dei vescovi nell’affrontare e nel prevenire il fenomeno. Nel clima di sospetto che si è generato il premio triennale dedicato al vescovo Gargitter è stato sospeso.

Autore: Paolo Bill Valente

Indiep Festival approda a Trento

Dopo il successo della manifestazione bolzanina, tenutasi lo scorso 10 maggio, l’Indiep Festival approda il 14 giugno a Trento. La rassegna ideata da Jacopo Schiesaro è giunta alla sua quinta edizione ed è diventata un appuntamento importante per artisti giovani, esordienti e – soprattutto – senza contratti discografici. Ad organizzare il tutto è stata l’associazione Be Young, facente capo all’UPAD, con il supporto dell’ufficio Giovani del capoluogo altoatesino e della Regione Autonoma TAA. In vista della replica trentina dell’evento, abbiamo parlato con Rossella Ruele e Luigi Buonomo che fanno parte del team organizzativo dell’evento.

“Il primo Indiep Festival – ci racconta Rossella – si è svolto nel 2021, in pieno lockdown e quindi i musicisti vi hanno partecipato in streaming, senza pubblico. Dalla seconda edizione in poi la location della manifestazione è diventata Castel Mareccio. Jacopo Schiesaro, il nostro direttore artistico, l’aveva immaginata come una possibilità di dare visibilità ai giovani artisti, in modo particolare in quel periodo in cui si era costretti a stare a casa. In un primo tempo era stata pensata e dedicata ai giovani della nostra regione, ma dopo la prima edizione si è visto che c’era interesse anche fuori regione e quindi ora è una rassegna aperta a tutti”.

Il festival è presente fortemente sui social e in particolare su youtube dove ha un canale dedicato: nelle prime edizioni, fino al 2023, i concerti venivano trasmessi in lunghe dirette, soprattutto per la prima edizione a porte chiuse, poi dallo scorso anno è stato deciso di riprendere l’intero evento e poi creare delle clip dedicate ad ogni singola esibizione, potendo quindi fare un po’ di editing e contando su una qualità audio/video migliore rispetto agli imprevisti della diretta.

“Una cosa che trovo molto bella dell’Indiep – è Luigi a parlare, ora – è che non dà solo spazio agli artisti, ma dà l’occasione anche ad altri giovani di mettersi in gioco dando una mano a qualunque livello. Io, ad esempio, non so cantare, ma mi piace poter fare qualcosa in quest’ambito. Così mi sono messo a disposizione e mi sono scoperto presentatore senza avere alcuna esperienza precedente. E lo stesso discorso vale per chi ha dato un contributo alle riprese video o alla registrazione dell’audio”.

L’edizione di quest’anno ha visto quindici partecipanti, tra solisti, band e DJ: Sara Kane, Asyle, Cera, PKR, Hålo, Pooja Rebeiro, But Beautiful, DD e QLCS, Fuggitivi, Wicked & Bonny, Monkey Monsta, IMMA, Kleris & Curious Boy, ENA. Non trattandosi di un concorso, tutti hanno dato il meglio di sé a prescindere, per il piacere di stare sul palco e proporre la propria musica.

“A me – ci dice Luigi – sono piaciuti in particolare gli Hålo, già vincitori di un concorso a Trento. Hanno portato una musica in stile rock anni ottanta, diversa dai molti gruppi più pop presenti. E ho sentito particolari apprezzamenti nei loro confronti anche da parte del pubblico.”

“E hanno un cantante molto giovane – precisa Rossella –, appena sedici/diciassette anni, bellissima voce. E poi il gruppo ha una freschezza ed una carica davvero particolari. La manifestazione si è svolta su due palchi, su quello interno era di rigore eseguire brani originali, mentre sul palco esterno era permesso anche suonare delle cover. E ad ogni esibizione sono corrisposte anche le interviste in diretta da parte dei presentatori”.

Quest’anno, la novità è la doppia location del festival. Dopo la data bolzanina, grazie all’interessamento e alla collaborazione di Bookique – uno spazio culturale e caffetteria che si contraddistingue per il principio delle tre à: creatività, originalità e qualità – che da alcuni anni è un fiore all’occhiello nell’organizzazione di eventi con un ottimo riscontro e la cui struttura ad anfiteatro ne fa una struttura perfetta, – ci sarà anche una serata a Trento.

L’appuntamento con la serata trentina di Indiep Festival è quindi per sabato 14 giugno alla Bookique.

Autore: Paolo Crazy Carnevale