Sono partiti i lavori per il collegamento

Dopo anni di espansione della Zona Toggenburg a Pineta, hanno avuto finalmente inizio i lavori per la creazione del collegamento pedociclabile e autobus con Pineta Bassa; ecco i commenti di alcuni dei residenti locali.

“Finalmente un passaggio più accessibile, pratico e sicuro anche per i bambini diretti a scuola!”: così esordisce Nicola Preti, uno dei tanti residenti della Zona Toggenburg e padre, appunto, di due bambini in età scolare. Ma i vantaggi non si limiteranno certo a questo. 

La così chiamata Zona Toggenburg a Pineta alta ha raggiunto la sua massima espansione, con il sorgere nell’ultima decina di anni o poco più di numerosi edifici di cooperative edilizie e alcuni di edilizia popolare, con il conseguente arrivo di decine di famiglie nuove spostatesi spesso da zone limitrofe come Laives e San Giacomo. Tutto questo grazie all’accessibilità dei prezzi in edilizia agevolata, che hanno permesso a nuclei familiari il più delle volte giovani, ma non solo, di coronare il sogno di una abitazione di proprietà con ottimo rapporto qualità/prezzo. Parallelamente alla crescita degli edifici abitativi e della densità di popolazione, diversi sono stati gli interventi di riqualificazione della zona, per fornire ai residenti qualità di vita. Dalla Zona Polisportiva con campi da calcio, tennis, padel e area ristoro ai parchi gioco, ai primi di dicembre è finalmente partito uno dei lavori più attesi dai residenti: la creazione di un collegamento pedociclabile tra Zona Toggenburg e Pineta bassa, che consentirà anche il transito di una linea di trasporto pubblico. 

Il progetto prevede pertanto come primo passo l’abbattimento del rudere di una vecchia struttura abitativa posta al confine tra zona “vecchia” e zona nuova di Pineta. Al suo posto, sorgerà appunto questo nuovo passaggio in sicurezza per biciclette e pedoni in primis. 

“In questo modo sarà molto più agevole raggiungere la parte bassa del paese e accedere quindi anche agli esercizi come il supermercato, il panificio e la farmacia”, sostiene  Christian Grandi, trasferitosi con la famiglia di quattro persone da San Giacomo di Laives ai nuovi condomini esattamente cinque anni fa. “Il trasferimento da un condominio di San Giacomo di vecchia costruzione e di piccole dimensioni per una famiglia di quattro persone a un appartamento nuovo e decisamente più ampio è stato un vero salto di qualità – continua Christian – a fronte di un allontanamento dal capoluogo di pochi chilometri. La zona Toggenburg è molto vivibile perchè panoramica, tranquilla, molto verde. La distanza dai servizi di prima necessità come appunto supermercato e farmacia è però un po’ scomoda se non si vuole sempre utilizzare la macchina, soprattutto per chi ha bimbi piccoli o difficoltà a camminare, considerato poi che il rientro in salita da Pineta bassa alle abitazioni più in alto è relativamente faticoso. La possibilità di arrivarci comodamente anche con l’autobus sarà sicuramente un servizio aggiunto, così come il potersi spostare a piedi e in bicicletta lontano dalle macchine”.

Si tratta di una riqualificazione attesa quindi, che dovrebbe semplificare e rendere più sicuri gli spostamenti dei residenti e migliorare anche esteticamente la zona, dal momento che anche il parcheggio limitrofo al passaggio che verrà creato, sarà anch’esso risistemato.

Autrice: Raffaella Trimarchi

La contesa del legname di Nova Ponente

Per molti secoli i contadini di Nova Ponente e Nova Levante riuscirono a cavarsela grazie alla vendita del legname ricavato dai loro sterminati boschi. Se inizialmente questo legname serviva principalmente il mercato locale (edilizia, agricoltura e utenze domestiche), nel corso del tempo il commercio assunse dimensioni tali da diventare un pilastro dell’economia della Bassa Atesina. 

Ovviamente i tronchi dovevano essere trascinati a valle e ciò avveniva lungo l’unica via di collegamento allora esistente tra l’altipiano e il fondovalle, ossia la Vallarsa. La successiva costruzione della strada della Val d’Ega nel 1860 represse per sempre i sogni di gloria della Vallarsa e dei suoi numerosi abitanti, artigiani e osti, che da tempo ne chiedevano l’adeguamento alle necessità “moderne”. 

La “Reif” (deposito di legname) più grande e importante era quella di Laives, qualche centinaio di metri sopra la chiesa parrocchiale, da sempre di proprietà del vescovo di Trento ma gestita dai conti di Lichtenstein. Presso l’odierno albergo Pfleg si trovava l’amministrazione che gestiva il commercio locale e quello verso Verona, Venezia e la Lombardia. 

Attorno al commercio del legname si sviluppò un’economia articolata che coinvolse molte persone e figure professionali, tra cui boscaioli, trasportatori, commercianti, artigiani, intermediari eccetera. Il porto di Bolzano si trovava a Bronzolo e qui operava la potentissima Compagnia dei Trasporti di proprietà di alcune famiglie di Sacco presso Rovereto, che da tempi immemorabili gestiva gran arte del trasporto di legname e altre mercanzie sul fiume Adige. La cosiddetta contesa del legname nacque il 4 dicembre 1744, quando alla Compagnia di Sacco venne concesso da Vienna il monopolio assoluto sui trasporti, situazione che perdurò per 62 anni fino alla revoca del provvedimento. 

La Compagnia acquistava legname sia per la fabbricazione delle zattere sia per la vendita diretta in Italia. Tradizionalmente il commercio di legname era libero e i contadini potevano vendere al miglior offerente. Attraverso una “congiura di palazzo” la Compagnia riuscì a ottenere il monopolio non solo sul trasporto fluviale ma anche sull’acquisto del legname dai contadini di Nova Ponente e Nova Levante. Nessun altro poteva acquistare il loro legname, per cui in definitiva era la Compagnia a imporre il prezzo di vendita. Questo prezzo era talmente basso che il contadini rientravano a malapena dalle spese sostenute per trasportare i tronchi fino a Laives. i contadini erano costretti ad accettare questi pochi spiccioli, perché riportare a casa il legname sarebbe stato impossibile. 

Il monopolio era nato grazie ad accordi segreti tra alcuni grossi contadini e la Compagnia. Quest’ultima si fece promettere tutto il legname disponibile  e i contadini più piccoli dovettero adeguarsi per non rimanere esclusi dal commercio. Gli spedizionieri di Bronzolo giustificavano la loro pretesa con l’affermazione che non erano più in grado di garantire i trasporti se anche altri acquistavano l legname ad un prezzo maggiore. Nel 1756 il capitano von Gasser, che possedeva un maso a Nova Ponente, riuscì a ottenere dal Capitano della Provincia la disposizione che fosse fissato per il legname un prezzo minimo. Ciò significò naturalmente la definiva scomparsa del commercio libero ma perlomeno in una fase iniziale si ebbe la garanzia del prezzo fisso. Pochi anni dopo la compagnia riuscì tuttavia a ridurre nuovamente i prezzi grazie ad accordi sottobanco con alcuni grossi fornitori. Ne nacque un processo che fu interrotto alla morte del von Gasser. Da allora in poi e fino al 1806 la situazione dei contadini divenne drammatica. I prezzi erano talmente bassi che non riuscivano neppure a coprire i bisogni elementari delle famiglie. In proporzione naturalmente salirono alle stelle i profitti della Compagnia, che rivendeva a caro presso il legname a Verona o in altre città. Finalmente nel 1806 il privilegio della Compagnia fu definitivamente eliminato e i contadini tornarono padroni del loro destino.

Autore: Reinhard Christanell

Sportività

Devo dire che mi ha sorpreso non sentire pronunciare quasi per nulla questa parola, sportività, in merito non solo alle imprese ma soprattutto ai comportamenti che denotano la forte personalità di Jannik Sinner, nonostante la sua giovane età. Molti avranno seguito in questi giorni la straordinaria affermazione del tennis italiano in Coppa Davis. Il campione di Sesto in questo 2023 ha scalato le classifiche mondiali e ci ha dato un assaggio di quella che, probabilmente, diventerà una carriera leggendaria nel tennis.
Il suo gioco mano a mano si sta imponendo per le sue caratteristiche vincenti, soprattutto da fondocampo. Ma un elemento fondamentale del suo profilo tennistico, a detta di tutti, è la sua grande capacità di gestire non solo le energie fisiche ma soprattutto quelle mentali. E questo in uno sport in cui spesso i suoi protagonisti si lasciano andare a manifestazioni plateali di insofferenza o di sfida rispetto alle decisioni arbitrali, al pubblico e agli avversari. Nello sport c’è una parola che spesso viene utilizzata, per fare riferimento al forte tasso di spirito agonistico necessario per vincere: cattiveria. Ecco: questa parola sembra fuori luogo quando osserviamo Jannik Sinner. La forte determinazione c’è, e si vede anche in campo. Ma la si vede, controllata, solo nei confronti di sé stesso, quando sbaglia. Ma mai nei confronti degli avversari, né tanto meno del pubblico o degli arbitri.
Intorno al nostro campione sono state anche montate alcune polemiche, dal sapore etnico. Troppo poco italiano per mettersi a disposizione dell’Italia in Davis? Abbiamo visto com’è andata a finire. Al contrario: troppo italiano per essere un sudtirolese? Su quest’ultimo aspetto, dobbiamo dire, è un segno dei tempi il fatto che non si sia insistito troppo, negli ultimi giorni, sulla stampa locale e sui social network. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che Jannik Sinner si stia sempre più profilando per una sportività quasi fuori dal tempo. Con i suoi atteggiamenti e le sue parole il tennista ringrazia tutti, ha un pensiero per gli avversari e per i loro tifosi, mantiene sempre un comportamento pacato e non manca di rimarcare il fatto che la sua attenzione massima va sì all’affermazione agonistica, ma solo se ciò va di pari passo a un atteggiamento di rispetto generalizzato nei confronti di tutti gli attori in gioco. Questa cosa si chiama sportività: grazie Jannik per ricordarcelo in ogni occasione. Ne abbiamo bisogno. In tutti i campi, non solo in quelli da tennis.

Autore: Luca Sticcotti

La magia del Natale a teatro è ‘spettacolare’

Ancora qualche giorno e poi sarà davvero tempo di tornare a respirare la magica atmosfera del Natale. Il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro per trascorre in allegria e spensieratezza le festività natalizie, in compagnia di una programmazione pensata per le famiglie, tra musica, danza, acrobazie, comicità e grande intrattenimento.

L’avvio è nel segno delle risate in compagnia di Loredana Cont, che martedì 5 dicembre salirà sul palco del Teatro Sociale di Trento con Le Casalingue, uno spettacolo nel quale l’attrice e autrice trentina, ricorrendo a veloci cambi di scena, darà voce e corpo a quattro donne che si raccontano dentro le mura di casa. Uno spettacolo in cui si ride molto, ironizzando sulle donne, sugli uomini, e sulla vita di tutti i giorni. 

E a proposito di comicità, dal 19 al 22 dicembre il Teatro Sociale vedrà protagonista uno tra i volti più amati dal pubblico regionale: l’attore e artista trentino Andrea Castelli. Dopo aver riportato in scena lo scorso anno, a distanza di trentasei anni, il suo primo monologo “Sol” – peraltro con un incredibile successo di pubblico –, Castelli tornerà sul palco del Sociale con Pio. Andata e Ritorno, monologo che ha debuttato nel 1993. Il viaggio dei due amici nel presepio dell’ex professor Severini che sono andati a salutare per Natale fece registrare all’epoca quasi duecento repliche in tutta la regione. Ora, a distanza di trent’anni, Castelli ha deciso di riproporlo, snellendolo e rispolverandolo insieme agli animali parlanti – causa mutazioni genetiche -, che nel cammino lo accompagneranno. Un viaggio iniziatico dove il percorso è più importante della meta finale. 

Per tutti gli appassionati di danza, invece, da non mancare in alcun modo l’appuntamento in calendario sabato 23 dicembre all’Auditorium S. Chiara di Trento con un classico del balletto natalizio come Lo Schiaccianoci di P.I. Tchaikovsky (con le coreografie di Marius Petipa), che nell’occasione verrà rappresentato dall’acclamata e prestigiosa compagnia Balletto di Mosca – Russian Classical Ballet, composta da un cast di stelle del balletto russo, con la direzione artistica di Evgeniya Bespalova e Denis Karakashev. Basato sulla fiaba “Schiaccianoci e il re dei topi” di E.T.A. Hoffmann, il balletto racconta la storia di una ragazza che sogna un principe. Una storia capace, ancora oggi, di attivare l’immaginazione in ognuno di noi, accompagnandoci in musica nel regno della fantasia. Lo spettacolo verrà proposto in doppia replica, alle ore 17 e alle ore 21.

A seguire, dal 24 al 27 dicembre, sempre al Sociale, sarà possibile vivere la magia del circo con il Gran Gala du Cirque, un sorprendente show di teatro-circo con un cast scelto tra i migliori perfomer contemporanei, a metà tra la suspense del circo classico e il fascino della coreografia, tra intensa poesia e grande comicità. Nella nuova edizione, completamente rinnovata, dal titolo Multiversal – che verrà proposta a Trento in prima nazionale assoluta -, il pluripremiato quartetto di mimi ucraini Dekru vi accompagnerà in un multiverso composto da mondi in continua espansione: simulando col solo virtuosismo fisico la presenza di visori tecnologici e l’utilizzo di social network, questi artisti sapranno evocare in scena alcuni tra i più creativi interpreti circensi al mondo che, ad ogni numero, proiettano il pubblico in atmosfere, colori, emozioni differenti. 

La conclusione dell’anno (30-31 dicembre e 1 gennaio, al Teatro Sociale) sarà invece affidata ai The Black Blues Brothers. Tra circo contemporaneo e commedia musicale, questa produzione di teatro acrobatico, nata dalla fantasia di Alexander Sunny (già produttore di spettacoli di successo e curatore di speciali TV sul Cirque du Soleil), tra gag esilaranti, buffi striptease e spassose sfide di ballo, ha conquistato teatri e festival di tutto il mondo. Sulle travolgenti note della colonna sonora del leggendario film di John Landis, i Black Blues Brothers faranno rivivere uno dei più grandi miti pop dei nostri tempi a colpi di piramidi umane, limbo col fuoco, salti acrobatici con la corda e nei cerchi.

Ma la programmazione natalizia del Centro S. Chiara non finisce qui, visto che l’offerta di spettacoli coinvolgerà anche il Teatro Comunale di Bolzano che – oltre ad ospitare Pio. Andata e ritorno di Andrea Castelli (5 gennaio), Lo Schiaccianoci del Balletto di Mosca (4 gennaio), e il circo contemporaneo dei Black Blues Brothers (dal 26 al 28 dicembre) – il 31 dicembre e l’1 gennaio, vedrà esibirsi la pluripremiata coreografa e ballerina spagnola Blanca Li con la propria versione moderna dello Schiaccianoci: una versione hip hop del balletto di Tchaikovsky, all’insegna del métissage e con un corpo di ballo davvero incredibile. Una nuova e fantastica interpretazione che domina il capolavoro musicale di Tchaikovsky e lo reinterpreta in stile urbano, in maniera stupefacente. 

(inserzione pubblicitaria)

Un quadro di fine autunno

Di giorno sotto l’influsso di correnti settentrionali artiche ammiriamo cieli particolarmente luminosi di un azzurro elettrico, mentre innocui cumuli di nuvole solcano in rapido movimento verso sud; il vento è dispettoso, teso a tutte le quote e una marea di foglie volteggiano per aria a ricoprire ogni cosa e ci ricordano che, a breve, l’inverno meteorologico busserà alla soglia. Alziamo lo sguardo sulle creste imbiancate nottetempo e notiamo che, lassù, il vento spinge ancor con più veemenza, carico di una rabbia disumana, a sollevare la neve caduta ed a trasportarla letteralmente nel cielo. Lei si libra nell’aria, edulcora per un breve spazio l’azzurro elettrico con tonalità più tenui, in cui il pittore dovrebbe usare del bianco per dare movimento all’immagine e farci intuire cosa sta realmente accadendo; la neve sospinta è destinata a dissiparsi e ad evaporare, e dunque il paesaggista è libero di tornare allo schema iniziale che riempirà poi con altri elementi e colori, magari più ravvicinati e prediligendo quelli primari, per la prospettiva di profondità e per catturare i nostri occhi. Fintantoché le perturbazioni da nord incocciano contro le Alpi avremo aria salubre, frizzante e secca e gli amanti della dama bianca dovranno raggiungere i luoghi di confine per tuffarsi dentro un manto accettabile. Al mattino, appena svegli, avremo un gran senso di sete e le fauci seccagne, la pelle delle mani e le labbra screpolate, nel momento della colazione troveremo il pane fresco del giorno precedente già quasi croccante e non vedremo brina o strati di ghiaccio sui tetti delle case e della auto parcheggiate. Tutto per effetto di un’umidità relativa molto bassa, dovuta alla compressione adiabatica del vento (+1°C ogni 100m di caduta), che si scalda scendendo lungo i versanti meridionali. Esauritasi la spinta delle raffiche, è sufficiente una nottata stellata, quindi di un forte irraggiamento notturno, per farci imbattere il mattino seguente dentro l’inverno. La calda stagione non è una spiaggia così remota, eppure ormai l’anticiclone ha generalmente colonizzato una buona parte dell’autunno che quest’ultimo è diventato una stagione sfuggente per come eravamo abituati a ricordarcela ed il suo seguace conosciuto, l’inverno, tende ad assumere sempre di più caratteristiche autunnali, al netto di stravolgimenti clamorosi. Sarà che noi si invecchia, e che vedere calare già il sole alle 15.30 ci deprime, ma il profumo del te e delle castagne ci fa rinnamorare. Gli alberi caducifoglie si spogliano velocemente, come gli aceri, i tigli, i pioppi, i liquidambar, i platani ed è gradevole constatare come, proprio dall’altra parte della strada, un leccio sempreverde resti indifferente, esteticamente, al cambio di passo stagionale. Gli aceri palmati, perlomeno gli esemplari più riparati, resisteranno ancora qualche giorno prima di avvizzire completamente e rievocheranno alla mente, come una sorta di ultimi baluardi, i nastrini, le sedie, le scarpe, gli indumenti e le panchine di rosso vestite per quelle vite di donne prematuramente strappate. In attesa che la dama ricopra ogni cosa.  

Autore: Donatello Vallotta

Iniziare processi anziché possedere e difendere spazi

Dieci anni fa (24 novembre 2013) la pubblicazione di uno dei più importanti testi del pontificato di papa Francesco, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Documenti (come Laudato si’, Fratelli tutti, Laudate Deum) che trovano ascolto ben al di là dei confini della Chiesa cattolica. Avviano processi di nuova cultura.

Negli stessi giorni, dieci anni fa (30 novembre 2013), prendeva via il sinodo della diocesi di Bolzano-Bressanone, su temi ai quali in gran parte aveva già dato input importanti (di contenuto e di metodo) il documento di Francesco. Spiegava, ad esempio, che “il tempo è superiore allo spazio”, perché c’è “una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti”. Il “tempo” è l’orizzonte che abbiamo davanti, lo “spazio” è lo spazio limitato e circoscritto del momento. Noi viviamo in tensione “tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae”.

Sapere che “il tempo è superiore allo spazio” ci “permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci”.

Parole importanti e criteri efficaci che consentono di verificare se in questi anni siamo riusciti a iniziare processi virtuosi o ci siamo avvitati su noi stessi, forse isteriliti, nello sforzo di occupare spazi o mantenerne il possesso.

Autore: Paolo Bill Valente

Il romanzo storico di Alessandro Beati su Vadena

È disponibile da pochi giorni “Fethanei, l’approdo perduto”, un romanzo storico scritto da Alessandro Beati, che si presenta molto bene con le sue 400 pagine racchiuse in una copertina rigida, con una bella illustrazione del pittore Amedeo Masetti.

// Di Till Antonio Mola

Il romanzo scritto da Alessandro Beati narra la storia di Fethanei, un piccolo villaggio retico che all’alba della conquista imperiale romana sorgeva all’altezza della odierna Laimburg, e del suo approdo sul fiume Adige. Stiamo parlando di un’epoca in cui le strade erano scomodi sentieri e dove i mercanti erano facilmente derubati e quindi la possibilità di un sicuro collegamento fluviale con il mare Adriatico aveva un grande valore. 
A comprendere la rilevanza di questo punto di congiunzione e autentico crocevia fra culture e mondi diversi, è l’imperatore Augusto, che con uno stratagemma vuole impadronirsi dell’approdo. Sarà infatti questo tentativo a rompere per sempre gli equilibri della piccola comunità retica, impattando sulle vicende umane ed esistenziali dei suoi tanti personaggi. 

L’INTERVISTA

Alessandro Beati, lei è stato sindaco di Vadena per 15 anni, dal 2005 al 2020, ed oggi siamo con lei a parlare di un progetto editoriale ambientato nel territorio che lei ha amministrato. 
Alla base del lavoro ci sono stati tre anni di ricerche importanti dal punto di vista archeologico-storico, con visite anche a musei dove ho raccolto tantissimo materiale. Ho usato gran parte di questo materiale all’interno del romanzo, sia nel racconto che nelle parti alla fine  di ogni capitolo, in cui fornisco degli elementi storici e geografici di contestualizzazione.

Stiamo parlando di un romanzo ambientato nel 1° secolo avanti Cristo e che riguarda l’area dove è stata individuata una necropoli retica nella zona di Vadena.
È ambientata nella frazione di Laimburg, oggi molto conosciuta per il Centro sperimentale e per la cantina vinicola nella roccia. È stata una località estremamente importante nell’antichità: gli studi archeologici che sono stati fatti vi hanno rilevato una necropoli che è stata utilizzata per più di 1500 anni continuativamente. Quindi io sono andato a studiare il motivo per cui fosse così importante e ho trovato diverse possibili soluzioni.

Si tratta di un periodo in cui la zona era raggiungibile soprattutto per via fluviale con delle zattere. Inoltre la popolazione non era data da romani, visto che la necropoli era retica. Quindi lei ha ricostruito prima l’ambiente storico e poi vi ha ambientato la storia…
Posso dire che la cultura retica individuata in quella zona 2000 anni fa, è  quella di Fritzens-Sanzeno, che sono due località dove sono stati fatti dei ritrovamenti ceramici che l’hanno identificata. Questa cultura è sparita  con l’avvento dei romani nel 15 a.C. Nel mio racconto mi sono focalizzato su quel periodo per capire cosa succedeva prima, durante e dopo l’avvento dei romani.
Sulla narrazione, posso anticipare che la storia parte dai giorni nostri e in men che non si dica ci si ritrova catapultati a 2000 anni fa. 

Dove si può acquistare il libro?
Lo si trova principalmente su Amazon, dove è disponibile in tre versioni: con copertina rigida, copertina flessibile e in formato elettronico Kindle. 
Il libro è inoltre disponibile in alcune edicole a Bolzano, Bronzolo, Laives e Merano, oltre che nelle librerie Athesia di via Portici e Nuova Cappelli di Corso Libertà.
Pur trattandosi di una autoproduzione, posso garantire che il modo in cui è stato realizzato questo libro è stato assolutamente professionale in tutte le sue fasi di realizzazione
Per maggiori informazioni ho creato un sito internet di riferimento (www.fethanei.eu) da cui è possibile anche scaricare un’anteprima gratuita di lettura.

Autore: Till Antonio Mola

La strada dedicata a Enzo Ferrari in “zona”

Tra le via della zona industriale vi è quella che da via Alessandro Volta, attraversando via Giovanni Caproni, sbocca in via Lise Meitner: è via Enzo Ferrari. 

Enzo Anselmo Giuseppe Maria Ferrari era nato a Modena il 20 febbraio 1898. Sin da ragazzo, alla scuola e allo studio preferiva il lavoro nell’officina di carpenteria meccanica del padre.  Tra le aspirazioni di Enzo v’era quella di divenire pilota automobilistico. 

Le prime esperienze di guida le fece con l’auto di famiglia, una Diatto. A 18 anni lavorò come istruttore presso l’Officina Pompieri di Modena. Dopo brevi esperienze in aziende metalmeccaniche torinesi, trovò lavoro nella carrozzeria Giovannoni, esperienza che lo portò a divenire provetto guidatore. Trovò lavoro sicuro alla fine del 1919, ingaggiato dalla CMN, piccola impresa meccanica milanese, come assistente al collaudo. Nel 1920 iniziò a correre con l’Alfa Romeo. Sposatosi il 28 aprile 1923 con Laura Garello, nello stesso anno vinse la prima edizione del Gran Premio del Circuito dal Savio. Nel 1926 vinse a Pescara la coppa Acerbo. 

Nel 1929 fondò a Milano una squadra corse, collegata all’Alfa Romeo. Mentre gestiva lo sviluppo delle vetture Alfa, costruì un team di oltre 40 piloti, tra essi Antonio Ascari, Giuseppe Campari e Tazio Nuvolari. Continuò a correre fino alla nascita, nel 1932, del figlio Dino. 

Nel 1939 creò l’Auto Avio Costruzioni (AAC) con sede a Modena; nel 1943, per timore dei bombardamenti, la sede fu trasferita  a Maranello. 

Nel dopoguerra creò la “Scuderia Ferrari”, la sezione sportiva della casa automobilistica Ferrari. La prima gara disputata nel campionato  mondiale fu il Gran Premio di Monaco, il 21 maggio 1950, mentre la prima vittoria in Formula Uno (F1) fu il Gran Premio di Gran Bretagna del 1951 con José Froilàn González. 

Nel 1952 giunse il primo titolo mondiale di F1 con Alberto Ascari. 

Enzo Ferrari morì il 14 agosto 1988 all’età di novant’anni. Fu sepolto, accanto alla tomba del figlio Dino (1932-1956), nel cimitero di San Cataldo, a Modena.

Autore: Leone Sticcotti

Manuel Randi e Alex Trebo:la “talèa” della rigenerazione

Un nome decisamente azzeccato quello scelto dai due musicisti altoatesini per intitolare il loro nuovo, fresco, spumeggiante disco come duo. La talèa, in botanica, è quel frammento di pianta che separato dalla pianta madre, piantato e curato, dà vita ad un nuovo esemplare. Randi, bolzanino di stanza a Marlengo, e Trebo, badioto residente a Berlino, si conoscono e si frequentano da anni, hanno anche già registrato insieme nell’ambito di vari progetti, da Play, condiviso con Max Castlunger, alle numerose collaborazioni in seno alle creature musicali di Herbert Pixner (entrambi sono componenti irrinunciabili della Italo Connection, Randi è poi da anni nel Pixner Projekt, che l’anno prossimo si allargherà a quintetto proprio con l’ingresso di Trebo).

È stato però durante il periodo di clausura imposto dal Covid-19 che ha preso forma questa nuova proposta dalla natura assolutamente speciale e unica, in cui il primo ha messo da parte Fender e amplificatore e il secondo ha staccato la spina alle sue tastiere vintage per sedersi al pianoforte e dare vita ad un’esperienza coinvolgente di musica totale che sfugge ad ogni definizione ma brilla per bellezza e piacevolezza.

“Alex ed io – ci racconta Randi – pur avendo lavorato insieme in diversi frangenti abbiamo sempre avuto voglia di fare una cosa insieme con chitarra acustica o classica e pianoforte, senza veli… Alex è un musicista completo, è un bravissimo jazzista, conosce il repertorio classico, è un ottimo arrangiatore. Quando suona qualcosa, nella sua testa la sta già arrangiando. È coautore delle partiture per orchestra usati dall’Herbert Pixner Projekt per il tour con i Berliner Symphoniker. Suonare con lui è un piacere”.

Il disco realizzato dai due è una raccolta di dieci brani, alcuni composti durante la reclusione forzata, alcuni altri scritti in precedenza, e ce n’è anche uno composto in collaborazione. Una volta messo assieme il materiale, Trebo e Randi hanno dovuto trovare il tempo per trovarsi e provarlo insieme, cosa non scontata visto che una volta passato il periodo duro, per entrambi l’attività concertistica o comunque legata alla musica, è ripresa a spron battente. Banco di prova di Talèa sono stati un paio di concerti (sold out) a Monaco, accolti talmente bene da convincere i due a trovare ulteriore tempo per registrarli professionalmente.

“Diciamo – prosegue il chitarrista bolzanino – che entrambi abbiamo scritto i brani proprio in funzione della collaborazione. Io pensando ad Alex e lui pensando a me, trascrivendoli fin dall’inizio, per avere delle tracce precise, poi ci siamo presi due giorni per andare in studio e registrare il tutto. Il Cat Sound Studio è un luogo in cui abbiamo già avuto modo di lavorare, ci siamo recati a Badia Polesine, dove lo studio ha sede e lì è stato messo per così dire, nero su bianco. Senza fronzoli, senza click, in tutta spontaneità. Quello che volevamo era fare un disco che si possa ascoltare, senza che l’ascoltatore debba per forza essere dentro i vari generi musicali che fanno parte del nostro background, che sia il jazz, la musica mediterranea, Bach o le colonne sonore dei film italiani. Trovo che sia un lavoro molto equilibrato”.

L’ascolto del disco, conferma le parole di Manuel Randi, la sequenza dei brani funziona a meraviglia, i due professionisti hanno un’intesa ineccepibile, nessuno dei due cerca di fare più dell’altro, di mettersi in mostra: d’altronde non ne hanno alcun bisogno. Il pianoforte di Trebo sa stare al suo posto quando è Randi a lanciare un assolo, viceversa la chitarra di quest’ultimo si adegua ritmicamente quando a prendere il largo è la tastiera del compare.

“Il disco – conclude Randi – lo presenteremo il 15 dicembre prossimo, alle 20, presso l’Haus der Kultur di Bolzano. Ovviamente rispetto al disco, nei concerti viene fuori molto altro, c’è la parte tecnica, e c’è quella fisica della performance. Poi c’è anche la sfida di salire su un palco proponendosi con due strumenti che a detta di molti non stanno bene assieme, perché chitarra e pianoforte sono due strumenti a corda, si annullano… non è una cosa facile da combinare. Noi però la cosa l’abbiamo già collaudata e non la vediamo come un problema”.

E non si fa fatica a credere alle parole di Manuel Randi, che nel frattempo ha già cominciato a registrare il suo nuovo disco da titolare unico, oltre che ad essere pronto per imbarcarsi in un tour europeo con la Italo Connection a gennaio e di seguito a prepararsi per quello dell’Herbert Pixner Projekt in versione quintetto, con Trebo appunto in entrambe le situazioni.

Autore: Paollo Crazy Carnevale

L’arte come stile di vita

Katherina Zöggeler appartiene ad una famiglia cosmopolita e assai impegnata sul piano culturale. La sua vita è stata da sempre improntata al grande amore per le arti visive, musicali e letterarie oltre che ad una speciale attenzione per le lingue straniere. La si potrebbe definire una “donna ponte” capace di sentirsi a casa negli sfaccettati ambienti della nostra provincia e non solo. La sua arte è ricca e variegata come la sua personalità. Dominata da un forte senso di curiosità e da una inesausta ricerca, sa intrecciare tecniche e materiali, spaziando dal bidimensionale al tridimensionale, dalla stoffa alla ceramica, senza mai rinunciare ad esiti preziosi.

La cosa che mi piace di me.

La capacità di generare idee.

Il mio principale difetto.

Una buona memoria.

Il mio momento più felice.

Tornare a casa e sdraiarmi sul divano con cane e gatto.

Le persone che ammiro di più.

I miei genitori.

Un libro sull’isola deserta.

“Gita al faro”.

La mia occupazione preferita.

Lavorare l’argilla.

Il paese dove vorrei vivere.

In Provenza, Francia.

Il mio piatto preferito.

Il budino greco con la cannella.

Non sopporto…

Il troppo rumore.

Per un giorno vorrei essere.

Un mago.

La mia paura maggiore.

Le vespe.

Nel mio frigo non manca mai…

Il latte.

Se fossi un animale sarei.

Un gatto.

Mi sono sentita orgogliosa…

Quando sono nati i miei figli.

Il mio motto.

“Vivi e lascia vivere”.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Un viaggio in Svezia.

Il giocattolo che ho amato di più.

La casa delle bambole.

I miei poeti preferiti.

Hermann Hesse, Aldous Huxley.

I miei pittori preferiti.

Picasso, Chagall, Klee, Basquiat.

Il dono di natura che vorrei avere.

Saper cantare.

Dico bugie solo…

Quando scherzo.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In un casale in mezzo agli ulivi.

Il colore che preferisco.

Il turchese.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Non la perdo mai.

Da bambina sognavo…

Di diventare una pittrice.

Autrice: Rosanna Pruccoli