Sinner for president

Il neo eletto presidente della Repubblica Italiana Jannik Sinner ha tenuto ieri il suo primo discorso a reti unificate. Dopo gli ultimi successi sportivi il campione è riuscito nell’impresa di unire tutti gli italiani che, dopo un voto popolare tramite TicToc, hanno deciso di destituire il Presidente Mattarella a favore del tennista altoatesino. Di colpo è aumentato il consumo di carote, prevedendo una perfetta abbronzatura nell’estate 2024. Ci resta da capire cosa sia più incredibile: che il presidente sia sudtirolese, che sia un tennista nella top ten mondiale o che dovrà governare da Montecarlo.

Autore: Roberto Tubaro

Spegnere la sveglia…

Attrice e vocologa milanese, ma trapiantata sul Renon. Si occupa di tutto ciò che concerne la voce parlata e i suoi utilizzi, dal public speaking e vocal coaching al doppiaggio. Giornalista pubblicista, la sua più recente pubblicazione è stato il volume “Marco Bernardi – 50 anni di teatro” per Silvana Editoriale ed è in uscita per Athesia il suo primo libro di narrativa, “A perdere – Un gioco senza amore”. In questo periodo è in teatro con “Impronte dell’anima” della Compagnia Teatro La Ribalta di Bolzano. Ha tre figli e tre gatti. 

La cosa di me che mi piace di più.

La capacità di rimettermi insieme dopo le onde d’urto della vita.

Il mio principale difetto.

Una certa tendenza alla procrastinazione.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Un viaggio in India.

La mia occupazione preferita.

Leggere e poltrire.

Il mio piatto preferito.

Vinschgerl caldo al formaggio in una giornata fredda. 

Non sopporto…

L’ipocrisia e la manipolazione.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La verdura.

Sono stata orgogliosa di me quella volta che…

Sono riuscita a vincere il mio senso di inadeguatezza e alzare la testa. 

La prima cosa che faccio al mattino. 

Spegnere la sveglia e dormire altri cinque minuti. 

Il mio film preferito.

“To kill a mockingbird” (Il buio oltre la siepe).

Il superpotere che vorrei avere.

Intuire subito le intenzioni delle persone. 

La disgrazia più grande.

Nella mia vita? Il suicidio di mio padre ed essere truffata da una persona di cui mi fidavo ciecamente.

La mia occupazione preferita.

Preoccuparmi?

Il mio ultimo acquisto.

La legna per la stufa: avere la legnaia piena mi fa sentire una regina nel suo castello.

Amo il mio lavoro perché…

Mi piacciono le persone, mi piace tutto ciò che è “voce”. E mi piacciono le storie.

Il mio primo ricordo.

Molto presto, a circa un anno: in giro per le strade di Milano, ero in passeggino e non volevo starci, mi giravo verso mia madre e mia nonna e ho ancora viva la sensazione delle cinghie che mi tiravano sul collo.

Il libro che non potrebbe mancare nella mia libreria.

“L’uomo e il divino” di María Zambrano.

Undicesimo comandamento: non sprecare

Quanti di noi possono sostenere di non essersi mai sentiti dire dai genitori, o di non avere mai detto a loro volta: “Il cibo non si butta! Con tutte le persone che muoiono di fame!”. È infatti un vero peccato anche se, tra il dire e il fare, ci sono di mezzo la buona volontà e il senso civico. Lo sanno i 167 volontari dei Cacciatori di briciole Volontarius, che quotidianamente visitano bar, supermercati, panifici, pasticcerie; lo sanno gli 80 esercizi che aderiscono all’iniziativa consegnando ai “Briciolari” il cibo invenduto a fine giornata; lo sanno gli enti che, credendo in questa idea, generosamente sponsorizzano i Cacciatori, consentendo così l’acquisto di biciclette cargo, di un furgoncino, di materiali di consumo.

Quattro volontari per sera, due coppie che percorrono le vie del centro città incrociandosi di tanto in tanto per le strade affollate di turisti e di visitatori, i quali non di rado commentano: “Guarda! Consegnano le pizze in bici!”. E infatti le pizze, come pure i panini, i dolci e persino la frutta e la verdura, vengono consegnate, ma al camper di Volontarius, alla casa di accoglienza Forni, all’associazione San Vincenzo, alle famiglie locali indigenti che si affidano al buon cuore di chi ha più fortuna di loro. E alla buona volontà di chi è disposto a dedicare un po’ di tempo e di energia a una causa in cui crede. 

Nessuna vergogna nel percorrere le strade con quelle strane bici cargo, né nel raccogliere gli alimenti invenduti dai supermercati. 

La vera vergogna è lo spreco ingiustificato di risorse preziose, la vera vergogna sarebbe il negare aiuto per pigrizia o inedia a chi ne necessita. 

La caccia allo spreco è aperta tutto l’anno, peccato non partecipare!

(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)

La meranese Milanovic, talento Forbes 2022

Di meranesi che si sono fatti valere nel panorama internazionale ne abbiamo qualcuno, ma è la prima volta che la città del Passirio può fregiarsi di aver dato i natali ad una scienziata, Selena Milanovic, 28 anni di vitalità, voglia di vivere, voglia di lavorare, voglia di lasciare un segno. Secondo Forbes, una tra le cento menti più influenti under 30 nel 2022.  Le sue ricerche all’università di Oxford le sono valse il privilegio di illustrarle al Parlamento britannico e ha girato già il mondo per presentarle. 

Dottoressa, in pratica di che si tratta?

E’ uno studio matematico che ho sviluppato in quattro anni di lavoro ad Oxford che ci da la possibilità concreta di prevenire e curare la demenza senile e l’Alzheimer intervenendo a supporto delle indagini con gli strumenti. Un algoritmo che può aiutare la medicina a comprendere meglio la circolazione del sangue nel cervello, scendendo ad un livello di dettaglio che nemmeno le più sofisticate macchine di risonanza magnetica possono raggiungere.

Come è arrivata a questo livello?

Ho frequentato le scuole primarie e secondarie a Merano e, sfruttando borse di studio, sono andata all’estero, in Germania e Irlanda già durante le due ultime classi del liceo scientifico. Poi la scelta di iscrivermi alla Lub e conseguire la laurea in ingegneria meccanica, per poi passare attraverso Vieenna, Brno e Londra a quella in biomedicina conseguendo due masters. Oxford infine, mi ha dato la possibilità di svolgere il lavoro di ricercatrice per quattro anni.

Come è stata l’esperienza al Parlamento britannico?

Il Parlamento londinese ogni anno sceglie un paio di giovani ricercatori che abbiano fatto studi di rilievo e consente loro di presentarli. Per me è stata una grossa emozione.

Lei è stata anche consulente del governo britannico sul Covid. Come è stata questa esperienza?

Direi fondamentale. Per la prima volta la politica si è rivolta alla scienza per sapere cosa fare. Prima erano due mondi molto separati. Oggi dialogano.

Anche lei è una delle menti italiane in fuga…

È un tema delicato. Nel mondo scientifico in Italia si fa una grande fatica e c’è anche una certa predominanza maschile. Il merito viene riconosciuto solo quando ti sei già fatta un nome e a quel punto forse puoi anche tornare in Italia. C’è poi un aspetto non secondario, ossia quello della disponibilità di fondi.

Dal mondo scientifico ora lei ha fatto il salto verso quello dell’industria andando a lavorare in Siemens a Monaco. Quali le ragioni?

La ricerca ha tempi lunghi e le opportunità di fare qualcosa di concreto per il tuo prossimo sono importanti, ma da ricercatore puoi sperare di partecipare nell’arco della tua vita, a pochi studi che possano in qualche modo lasciare il segno. Nell’industria ti viene offerta l’opportunità di fare molto di più.

Di cosa si occupa?

Lavoro molto con i governi per l’introduzione di nuovi processi di gestione del sistema sanitario, con le case farmaceutiche, e con gli ospedali per la fornitura di attrezzature all’avanguardia. In particolare mi occupo della digitalizzazione della medicina, un campo che dopo il Covid si è aperto mostrandoci che molto, soprattutto in luoghi e paesi disagiati, si può fare a distanza. 

Cosa accade in questo campo nel mondo?

Ci sono paesi come il Pakistan, dove gli ospedali sono cattedrali nel deserto, difficili da raggiungere per la popolazione, con strutture carenti e senza personale. Ci sono invece stati come l’Arabia Saudita, dove grazie ai finanziamenti possiamo sviluppare al massimo e a beneficio di tutto il mondo, i nostri progetti.

Lei ha sacrificato molto della sua vita privata, della possibilità di divertirsi, per i suoi studi. Non le sembra di aver perso qualcosa?

Non penso. Si fanno sacrifici in giovanissima età e io ho passato quattro anni quasi rinchiusa ad Oxford, ma non si perde il bello della vita che può venire anche dopo essersi sacrificati. A me è successo così e può capitare a tutti, basta volerlo.

Quale è il messaggio che vuole mandare ai giovani?

Voglio dire loro che la creatività del nostro cervello è senza limiti e che impegnarsi per fare qualcosa per il prossimo e per il mondo, è il lavoro più bello che si possa fare, a tutti i livelli. Il talento è solo l’1% del successo, il 99% è solo duro lavoro. 

Autore: Enzo Coco

Gli ex ragazzi delle ex case Lancia si ritrovano insieme

Gli “ex” ragazzi delle “ex” Case Lancia di Bolzano si incontrano ogni anno per ricordare i bei vecchi tempi, fatti di piedi scalzi e di quel poco che bastava per essere felici. Marco è uno di loro e ci tiene a mantenere il legame indissolubile che si è creato attorno alle case Lancia, tra i ragazzi che abitavano insieme un cortile pieno di scoperte.

Cominciamo dal principio: cosa sono e dove si trovano le “Case Lancia”? 

Le “Case Lancia” si trovano tutt’oggi in via Resia al n. 172. Pur essendo quattro case distinte hanno tutte lo stesso numero civico, l’unica differenza sta nella denominazione delle scale, che va dalla “A” alla “L”. Sono state costruite nel 1952 su richiesta dello stabilimento “Lancia” per dare un luogo dove vivere ai molti operai trasferitisi da altre città e regioni.

Com’era la vita alle “Case Lancia”? 

La vita era semplice ma anche semplicemente felice. Per noi ragazzi la vita si svolgeva in cortile, tra i giochi di carte sotto i balconi del primo piano, un po’ raggomitolati su noi stessi per starci, le molte biglie perse nella sabbia, le partite di pallone, il tempo che volava. Erano anni difficili ma ricordiamo sempre i momenti belli, quelli del cuore, condivisi con i compagni di cortile, quelli che sono ancora scolpiti dentro di noi.

E adesso? Come siete riusciti a mantenere i rapporti tra gli “ex” ragazzi delle “ex” Case Lancia?

Nel 2002 abbiamo festeggiato i 50 anni dalla costruzione dei palazzi destinati ai nostri genitori operai. Abbiamo festeggiato proprio lì, dove ci eravamo incontrati tutti, dove siamo stati bambini, poi giovani e adulti. Nel posto in cui siamo stati felici e dal quale ce ne siamo andati per iniziare le nostre di vite, da mariti, mogli, padri, madri. In quell’occasione ci siamo rivisti e riconosciuti, non dimentichi delle persone che hanno condiviso con noi la prima felicità…

E dal 2002 è stato un appuntamento fisso quello di rivedersi?

Non proprio, ma soprattutto a causa di forze maggiori durante il periodo 2020-2022, si capisce. Quest’anno è stata la decima volta che ci siamo incontrati dopo quel 2002. Ogni anno è un appuntamento che attendiamo con trepidazione, perché in fondo quello che facciamo è solo raccogliere altri ricordi condivisi, come quelli di bambini, per non smettere mai di crescere insieme.

Autori: Redazione COOLtour

Connettersi, attraverso il linguaggio

Che cos’è l’Associazione di volontariato Scioglilingua?

E’ un’associazione di volontariato senza scopo di lucro, cioè nella quale nessuno viene pagato per il lavoro che svolge. Siamo in 43, quasi tutti insegnanti in pensione, poi professionisti in pensione e altri* volontar* che ancor lavorano e dedicano il tempo libero all’associazione.

E che cosa fa?

Noi insegniamo italiano e tedesco alle persone immigrate che arrivano a Bolzano da tanti paesi lontani.

Dov’è la sede della vostra associazione?

La nostra associazione si trova in via Torino 67 ma una classe è ospitata la mattina presso lo Spazio autogestito in via Dalmazia 77f.

Da dove arrivano i vostri studenti?

Arrivano da tutte le parti del mondo, dall’Africa, dall’Asia, dall’America e dall’Europa. Abbiamo contato, in questi quasi 14 anni di attività, circa 40 nazionalità.

Avete anche famiglie o solo uomini?

Ci sono famiglie, mamme con bambini e uomini, ognuno di loro ha una storia diversa, una storia di dolore e speranza.

Perché dolore e speranza?

Hanno sofferto molto quando sono stati costretti a lasciare la loro terra e soffrono ancora quando pensano ai loro cari lontani ma sono pieni di speranza, perché sperano di trovare un lavoro, di avere una casa, di vivere sereni.

E in questi 14 anni di attività ci sono state persone che sono riuscite a realizzare i loro sogni?

Certo, abbiamo tante persone che ancora dopo tanti anni rimangono in contatto con noi e lavorano, hanno trovato una casa, hanno una famiglia, dei figli.

Quali sono le difficoltà maggiori che devono affrontare?

Hanno affrontato tante difficoltà, a partire dal viaggio per arrivare in Italia; molti infatti arrivano da paesi lontani, hanno dovuto affrontare la fame, la sete, hanno rischiato di morire in mare. Poi sono arrivati in Italia e è incominciata la trafila per avere il permesso di soggiorno che permette loro di lavorare. Passano anche anni prima che riescano ad avere i documenti e nel frattempo sono costretti anche a dormire in strada perché non ci sono posti sufficienti nell’accoglienza.

Ma come mai vi è venuto in mente di creare questa associazione?

E’ stato un caso, è successo che una volta un gruppo di amici aveva scoperto che alcune signore marocchine che abitavano nello stesso caseggiato avevano bisogno di imparare l’italiano per poter seguire i figli che andavano a scuola e per poter parlare con gli insegnanti quando andavano ad udienza dai professori. E così abbiamo cominciato con un piccolo gruppo e poi a poco a poco la nostra associazione si è ingrandita.

E adesso quanti studenti avete?

La mattina abbiamo più di 70 persone e nel pomeriggio altre 90 persone che frequentano tutti i giorni dal lunedì al venerdì.

E avete mai riscontrato problemi? 

Non abbiamo mai avuto problemi, le persone sono tutte corrette, gentili, grate per quello che facciamo per loro e si sentono accolte. Abbiamo invece gravi problemi di spazio, dobbiamo rifiutare alcune iscrizioni perchè non abbiamo il posto per accogliere tutti quelli che fanno domanda. Speriamo di poter avere nuovi spazi.

Svolgete altre attività oltre ad insegnare italiano e tedesco?

Sì, abbiamo lo sportello sociale che si occupa di aiutare i migranti per l’ottenimento del permesso di soggiorno, per le diverse pratiche burocratiche, per l’iscrizione a scuola dei figli, ecc. Poi abbiamo un orto comunale che gestiamo insieme agli studenti, una cabina libri sita in Piazza Ziller, e quindi organizziamo la festa di fine anno scolastico con tornei di calcio e cibi etnici.

Autrice: Anna Crepazzi COOLtour

I gioielli: preziosi particolari nei ritratti del Settecento

I ritratti del passato, con il loro fascino evocativo racchiudono in sé informazioni importanti sugli usi e costumi, mode e manie di una società che riteneva comunque opportuno tramandare le proprie sembianze. I ritratti riscuotono a tutt’oggi molto interesse e, grazie anche alla ricchezza e all’accuratezza del dettaglio, essi possono farsi antologia degli stili tanto degli abiti che dei preziosi accessori: i gioielli. 

Le fonti iconografiche documentano l’evoluzione stessa dei gioielli siano essi anelli, bracciali, orecchini, collier, vezzi o spille. Nella ritrattistica settecentesca il gioiello è il simbolo degli sfarzi, anche smodati, dell’aristocrazia ed esemplificano inequivocabilmente il divario fra le classi sociali.

È la Francia e la sua corte ad imporre al resto del mondo il gusto e l’esigenza che tutto fosse “prezioso” dalle bottigliette per i sali, alle tabacchiere, dai pomoli da bastone, alle fibbie da scarpe e cinture fino ai fermagli per i capelli. È nel secolo dei lumi che il diamante divenne di gran moda soprattutto nel nuovo stile di sfaccettatura a brillante. 

Le pietre provenienti dal Brasile venivano inviate ad Amsterdam – il maggior centro del taglio – per essere lavorate e quindi rimesse sul mercato per essere incastonate. Per un lungo periodo essi vennero montati sull’argento giacché non si conosceva ancora la lavorazione dell’oro bianco, mentre le pietre preziose colorate trovavano spazio in castoni d’oro giallo. 

Montati su orecchini a girandoles, i brillanti erano particolarmente apprezzati per il loro chiarore intermittente nelle serate danzanti al lume di innumerevoli candele. 

Anche nell’area tirolese le linee moda si erano sviluppate nel segno della semplificazione da un lato e della diversificazione tra zona rurale e urbana e tra ceti sociali dall’altra. I pittori tirolesi ne diedero un autentico saggio e con maestria restituirono insieme ai tratti somatici i gioielli di quelle donne e di quegli uomini che avevano voluto tramandare ai posteri il loro essere e il loro status. Efficace in proposito è il ritratto di Maria Johanna Scolastica Strellin, dipinto nel 1776 da Franz Anton Zeiler. La dama ritratta incarna lo stile di metà Settecento, i gioielli che indossa ricalcano la moda delle maggiori città d’Europa; splendida la châtelaine con l’orologio che, fissata alla cintura, fa mostra di sé trasformandosi da curioso strumento scientifico a preziosa decorazione per donne e uomini. 

Fra le classi agiate di area urbana, infatti, più ampio fu l’assortimento dei modelli, dei materiali e delle tipologie e non mancarono esempi d’alta oreficeria e dell’uso non solo di gioielli abbinati ma anche di vere e proprie parure. 

Nel resto delle zone tirolesi, come nel resto dell’arco alpino, si privilegiarono i granati e i coralli e si portavano soprattutto orecchini, collane ed anelli e spille mentre più limitata era la richiesta di bracciali. Ricco inoltre era l’assortimento di pettini e spilloni da acconciatura creati in osso, ferro, argento e a filigrana. I gioielli, fossero essi di grande o di modesto valore venale, molto spesso segnavano le tappe della vita e le diverse gradazioni di status, così il metallo veniva accostato all’oro di bassa lega, agli strass, alla marcassite o alla pasta di vetro, ai coralli, al granato o alle pietre dure. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La nuova piazza è già (quasi) realtà

Desiderata e sognata dai residenti da anni, poi progettata e infine pronta per la consegna alla popolazione della frazione di San Giacomo dopo lavori proceduti in modo spedito, la nuova piazza di San Giacomo è pronta a dar vita al centro del borgo.

Che la frazione di San Giacomo – così come la stessa Laives – patisse la mancanza di una piazza che fungesse da catalizzatore per la popolazione residente, era problema discusso ormai da decenni. 

Finalmente, con la consegna alla fine di novembre, il sogno dei residenti si è trasformato in realtà, non senza difficoltà e polemiche, ma si tratta sicuramente un progresso per questo piccolo centro. Abbiamo raccolto le primissime impressioni della popolazione, prima dell’effettiva inaugurazione della piazza e delle attività che qui apriranno. 

Molti dei residenti del moderno complesso Amonn si sono trasferiti già nei primi mesi d’estate nei palazzi più a ridosso della ferrovia, dove è stato anche realizzato un nuovo parcheggio ed è in via di ultimazione il parco giochi. Per gli ultimi appartamenti, la piazza stessa e le attività commerciali affacciate su di essa, si è appunto dovuta attendere la fine di novembre. Si è trattato di settimane di fibrillazione, divise tra l’aspettativa del nuovo e i disagi che lavori di questo tipo necessariamente comportano, dal traffico all’eliminazione temporanea dei passaggi pedonali.

Ora che è ormai tutto pronto, si attende il test della quotidianità, visto che un numero decisamente più elevato di residenti si sposterà nelle ore di punta verso i luoghi di studio e lavoro e le nuove attività commerciali porteranno più movimento. Per queste è stato realizzato un importante parcheggio sotterraneo, che dovrebbe quindi risolvere  i problemi di posteggio per i residenti. 

A proposito delle attività, abbiamo quindi raccolto le impressioni e le aspettative di Andrea, titolare del piccolo negozio di ortofrutta “L’orto in cassetta”, pronto al trasferimento nel nuovo spazio di circa 100mq dove verranno proposti anche rosticceria, gastronomia e, dopo tanti anni, nuovamente la macelleria. 

Andrea, proveniente dal sud ma ormai da tempo con la famiglia proprio a San Giacomo, riporta con entusiasmo il calore della gente e la gioia di poter nuovamente – come un tempo – poter contare sui negozi di vicinato che propongano prodotti di qualità e quattro chiacchiere piacevoli insieme ad essi. 

Raccogliamo infatti entusiasmo anche tra le signore sedute al bar e i lavoratori in pausa caffè nel centro di San Giacomo. Si prevede di poter contare sulle botteghe come un tempo e sulla confidenza, così come su un’offerta di prodotti più variegata rispetto a ora – aprirà infatti anche un nuovo supermercato su una superficie di 800mq – si tratta di uno dei punti visti con maggior positività dai residenti. 

Riscuote meno apprezzamento invece l’estetica della piazza, con molte persone perplesse di fronte a un complesso così moderno inserito in un contesto tradizionalmente paesano così come è San Giacomo. C’è chi avrebbe desiderato meno cemento e più verde e chi proprio non riesce a digerire l’architettura futuristica della cosiddetta “Amonn tower”. 

Una grande percentuale delle perplessità e delle preoccupazioni deriva poi dal possibile aumento del traffico sull’attualmente già trafficata statale – e della possibilità che le nuove strutture possano attrarre atti di vandalismo ormai troppo frequenti nelle aree pubbliche. In ogni caso, per il verdetto definitivo sulla nuova piazza e l’agglomerato cresciuto intorno a essa, si deve attendere la prova dei fatti. La speranza è quella che la piazza e le nuove attività che sorgeranno anche in futuro portino più movimento e vivacità a un centro fino a oggi sviluppatosi semplicemente lungo la statale. C’è anche chi prospetta attività che attirino i giovani dando loro un luogo di aggregazione che vada oltre i parchetti per bambini, spesso vandalizzati proprio per banale noia. 

Affinché tutto cominci a procedere in modo fluido serviranno probabilmente altre settimane di pazienza, tra il trasloco dei nuovi residenti e l’occhio che si adatti infine a un’architettura decisamente più moderna e razionalistica della maggioranza degli edifici. 

Inevitabilmente i pareri non potevano essere tutti positivi ma la nuova piazza porterà sicuramente una ventata di novità nella ormai non più così piccola frazione di San Giacomo.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Storia della posta nella valle dell’Adige

Accanto al fiorente servizio di trasporto fluviale sull’Adige gestito da alcune famiglie di Sacco presso Rovereto, a partire dal XVI secolo il servizio postale tirolese era stato affidato dall’amministrazione asburgica alla famiglia dei Taxis Bordogna. Questa famiglia lo gestì come autentico feudo per tre secoli, ricavandone enormi guadagni e titoli nobiliari a non finire: dalla baronia iniziale fino al principato del Sacro Romano Impero. 

Ma quali erano le origini della famiglia dei Taxis (più tardi e fino ad oggi Thurn und Taxis) che svolse un ruolo fondamentale nell’istituzione del sistema postale europeo in generale (erano stati membri della Compagnia dei corrieri della Serenissima di Venezia che già prima dell’anno 1000 percorreva le strade d’Europa) e del Tirolo per quanto ci riguarda?

Essi provenivano dalla Val Brembana e si chiamavano, prima di tedeschizzare il loro cognome, Tasso. Della famiglia facevano parte anche i poeti Bernardo e Torquato, quest’ultimo autore della notissima Gerusalemme Liberata. 

Un tale Jannetto de Tassis, discendente della famiglia bergamasca, fu nominato Kuriermeister, maestro corriere, da Massimiliano I d’Asburgo. In breve tempo, i fratelli Tasso ottennero le gestione dei servizi postali di mezza Europa. Una sorella dei Tasso, Elisabetta, sposò Bonus Bordogna, con il quale diede vita al ramo trentino-tirolese dei Postmeister o mastri di posta di Trento, Bolzano e Innbruck. Essi mantennero il feudo fino all’incameramento decretato da Vienna nel novembre 1769, che trasformò il redditizio servizio postale in servizio pubblico statale. Di fatto i Taxis-Bordogna continuarono a gestire le poste ma dovettero versare i redditi all’erario camerale.

Era dunque questa potentissima famiglia a gestire anche le stazioni di posta lungo la valle dell’Adige, i vari corrieri e portalettere che le collegavano alle vallate e ai paesi più remoti. La corrispondenza, soprattutto mercantile, poteva essere trasportata da staffette (più veloci e onerose) o corrieri: prima a piedi, poi a cavallo e, infine, con l’intensificarsi dell’attiva commerciale, che richiedeva anche il trasporto di pacchi, per mezzo di diligenze. 

Nella valle dell’Adige tra Bolzano e Trento operavano le stazioni postali di Bronzolo, Egna e San Michele, facenti parti dell’ufficio centrale di Trento. Ad un certo punto, i dissidi tra fratelli portarono al distacco delle poste di Bolzano e Bronzolo da Trento, che mantenne il controllo su Egna e San Michele. Nel XVIII secolo, sia Bolzano che Trento furono sottoposte a Innsbruck.

A Egna l’albergo Posta era molto noto tra i viaggiatori e turisti tedeschi e inglesi che nel frattempo avevano iniziato a frequentare la zona dolomitica. Una diligenza postale percorreva la strada per Cavalese per due volte al giorno. Accanto alla posta viaggiavano i turisti, che pagavano 1 Gulden e 30 Kreuzer per un posto in coupé, 1 Gulden e 10 Kreuzer per un posto normale. La diligenza impiegava cinque ore per raggiungere Cavalese, per il ritorno erano sufficienti 3 ore e mezza. Un’altra carrozza portava a Primiero per 40 Gulden. Dopo l’apertura di Passo Carezza, questi viaggi terminarono e rimase solo il collegamento per la Val di Fiemme. 

Quando verso gli anni cinquanta dell’ottocento venne inaugurata la linea ferroviaria tra Bolzano e Verona, gli osti e artigiani delle stazioni postali della Val d’Adige compresero che era terminato il loro periodo d’oro. Molti di loro si erano arricchiti e tenevano fino a sessanta cavalli in stalla, ospitavano viaggiatori e corrieri, fornivano fieno e biada per i cavalli, impiegavano fabbri e maniscalchi. Ovviamente continuarono a sperare che l’epopea del cavallo di ferro durasse poco e potesse presto ristabilirsi la situazione precedente ma alla fine si rassegnarono ai tempi e alla tecnologia moderni.  Tornò il silenzio nelle strade di Bronzolo e Egna e l’ultima carrozza da Salorno a Lavis fu condotta da tale Peter Gerstgrasser, rigorosamente nella leggendaria  livrea nera dai risvolti giallo-arancioni dei Taxis. Poi la vecchia stazione postale presso l’albergo Engel chiuse definitivamente i battenti.

Autore: Reinahrd Christanell

Merano unita per dire no alla violenza

Sono state molte le iniziative che Merano ha dedicato al 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne. Venerdì 24 le vie del centro sono state illuminate dalla fiaccolata per dire no alla violenza di genere, una lunga scia di persone che si sono riunite per dare voce alle donne che non ne hanno più , e manifestare contro questa strage che è necessario fermare con una vera e propria rivoluzione culturale. 

La fiaccolata, partita dalla scalinata di Corso Libertà superiore, ha visto centinaia di partecipanti, tra cui anche due classi scolastiche: la 3a TSA delle FOS e la 4a LSU A del Gandhi con la presentazione finale di un progetto svolto in collaborazione con la Rete Antiviolenza. 

Il sabato mattina invece è stato dedicato a una campagna di sensibilizzazione attraverso la distribuzione di cartoline realizzate dalle classi 5D/Ku e 5K/Ku dell’istituto Gymme: un progetto ideato e creato graficamente dagli studenti, rivolto agli uomini. Sulle cartoline infatti, appaiono messaggi in cui vengono evidenziati alcuni comportamenti della violenza psicologica di genere, invitando tutti a una riflessione sugli atteggiamenti che assumiamo nella nostra quotidianità nei confronti delle donne.

Inoltre, grazie all’iniziativa delle Poste in cui il 25 novembre è stato rilasciato un francobollo con l’immagine della panchina rossa, Merano ha partecipato con un annullo postale apposito, che potrà essere applicato sulle cartoline della campagna. 

Anche la Biblioteca civica, in collaborazione con Soroptimist Merano, ha contribuito a questa giornata inaugurando “Uno scaffale tutto per sé”, un progetto dedicato al mondo femminile che mette a disposizione una raccolta libraria con l’obiettivo di diffondere la cultura della parità di genere e incentivare un cambiamento culturale e sociale. 

Ad entrambe le giornate è stata presente la Rete Antiviolenza con un infostand in cui distribuiva materiale informativo per tutte coloro che hanno bisogno di aiuto, che si trovano in condizioni di pericolo o che sono a conoscenza di situazioni di violenza e vogliono aiutare un’amica, una sorella, una collega. 

“Il centro antiviolenza dell’Associazione Donne contro la violenza – Frauen gegen Gewalt, che quest’anno ha compiuto 30 anni, è un luogo che definiamo sicuro – afferma Sigrid Pisanu, coordinatrice del centro – Il centro dispone di una consulenza telefonica personale e gratuita al numero 800 014008 h24 per informazioni, consulenza legale e per interventi in situazioni di crisi. 

Per allontanare le donne e i loro figli da condizioni pericolose e violente, il centro mette a disposizione degli alloggi protetti in cui vengono assistite e accompagnate in seguito in un processo di reinserimento dopo le dimissioni.
“Come centro antiviolenza ci occupiamo anche di sensibilizzazione e formazione: due dei nostri pilastri che vanno assieme al lavoro politico e di cultura – spiega Pisanu e continua –  L’obiettivo principale è quello di continuare a richiamare l’attenzione sul fenomeno e i bisogni delle donne promuovendo una cultura della non violenza. Sviluppiamo molti progetti grazie al sostegno del Comune di Merano, in particolar modo nelle scuole. Un progetto che ha riscontrato maggiore successo è quello denominato “Io dico no”: un’iniziativa rivolta alle ragazze che tramite laboratori e brochure informative vengono sensibilizzate sui vari tipi di violenza, con un focus particolare su quello sessuale, offrendo loro consigli concreti di approccio in relazione a situazioni di difficoltà”. 

L’INTERVISTA

Dottoressa Pisanu, quali sono le misure che bisognerebbe intraprendere? 

Adesso c’è una percezione emergenziale sul tema della violenza, ma in realtà è sempre esistita. Spero che l’energia che sento adesso e la volontà di fare non si interrompa, ma diventi qualcosa di maggiormente strutturato e integrato. Nelle scuole non ci possono essere solo workshop o progetti di breve durata, ma abbiamo bisogno di più tempo da dedicare ai ragazzi, offrendo loro un percorso di continuità e progettazione. Inoltre, non possiamo chiedere loro un cambiamento senza che noi adulti facciamo da esempio. È necessaria una riflessione su come noi ci poniamo nelle relazioni, su quali sono gli atteggiamenti e i comportamenti che intraprendiamo nelle situazioni più comuni di tutti i giorni, sul posto di lavoro, in famiglia o nell’associazione di cui facciamo parte. Non penso che sia un cambiamento dall’oggi al domani, voglio pensare che ci sia una prospettiva e che gli adulti inizino ad andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi con cui sono cresciuti, in modo da superarli. 

Come ognuno di noi potrebbe contribuire contro questo fenomeno? 

È necessario uscire dall’immaginario dell’individualismo rispetto alla violenza. Ogni nostro comportamento si rispecchia nella società, in quanto non viviamo isolati, ma bensì in una comunità. È essenziale prendere posizione verso quegli uomini che usano qualsiasi tipo di violenza o un linguaggio sessista e irrispettoso, discuterne, farlo notare. È doverosa un’assunzione di coscienza da parte di tutti gli uomini, perché se è assolutamente vero che non tutti gli uomini sono violenti, è altrettanto vero che sono ancora pochi coloro che escono da questo individualismo affermando che così non può andar bene ed è necessario intervenire, mettendo da parte privilegi che la nostra società riserva loro senza nemmeno che essi ne siano consapevoli. 

Autrice: Chiara Caobelli