Perché si invecchia a ritmi diversi?

Qual è lo “stato dell’arte” della ricerca scientifica sui processi di invecchiamento? In un articolo dal taglio interdisciplinare pubblicato di recente – “How does the environment affect human ageing? An interdisciplinary review“ – Barbara Plagg e Stefan Zerbe hanno riunito ed esaminato le conoscenze esistenti nei campi della medicina e dell’ecologia. “Nella sola Italia, il “gap anagrafico” tra la popolazione più povera e quella più ricca è di circa 10 anni”, affermano i due autori della rassegna che ambisce a proporsi come documento di indirizzo per le politiche sanitarie e ambientali che puntano a ridurre il divario.

Il quadro è lo stesso in Alto Adige e nel resto del mondo: le persone invecchiano a ritmi diversi. Ma quali gruppi stanno invecchiando più velocemente di altri? Quali fattori influenzano l’aspettativa di vita e cosa compromette la nostra salute e un sano processo d’invecchiamento?
La revisione della letteratura scientifica effettuata dal prof. Stefan Zerbe e dalla ricercatrice Barbara Plagg ha cercato di rispondere a queste domande combinando le conoscenze della medicina e dell’ecologia.
“Il processo di invecchiamento non può essere fermato ma è possibile promuovere un invecchiamento sano”, affermano Plagg e Zerbe.
Le principali cause di morte nei paesi industrializzati sono rappresentate ancora dalle malattie croniche: quelle malattie che durano a lungo, sono difficili o impossibili da curare e, al contrario delle malattie infettive, si sviluppano gradualmente in periodo di tempo prolungato. Nel loro lavoro, i due scienziati di unibz hanno identificato i fattori che promuovono l’insorgenza delle cosiddette “malattie associate all’età” (es. demenza, cancro o malattie cardiovascolari). “Invecchiare in modo sano non significa fermare l’invecchiamento o riuscire a mantenere i ritmi di una società sempre più competitiva ma, piuttosto, mantenere la salute mentale e fisica il più a lungo possibile e vivere autonomamente fino alla vecchiaia”, sostengono Plagg e Zerbe, “La velocità con cui invecchiamo è determinata solo in piccola parte dai nostri geni; fattori ambientali come le tossine nell’aria, nell’acqua e nel suolo e fattori sociali ed economici come la formazione, la situazione abitativa, la vita lavorativa e lo stile di vita giocano un ruolo centrale”.
Considerando che in Europa più del 60% della popolazione vive ormai in città, fattori dell’habitat urbano come l’inquinamento dell’aria, le ondate di calore e l’inquinamento acustico sono particolarmente significativi. Il prof. Stefan Zerbe, uno dei promotori del network scientifico TER dell’Alto Adige (Transdisciplinary Environment and Health Research Netwotk) – che conduce ricerche sulle relazioni tra ambiente e salute – vede la pianificazione della sostenibilità urbana e, in particolare, degli spazi verdi, come una leva importante per contrastare l’invecchiamento legato allo stress. “L’individuo può modificare da solo il suo stile di vita prestando attenzione all’alimentazione, praticando attività sportiva e tessendo relazioni sociali ma l’ambiente, spesso caratterizzato dallo spazio urbano, è in gran parte aldilà della sua influenza diretta. La rassegna che abbiamo realizzato dimostra che gli spazi verdi urbani, frutto di un’accurata pianificazione, e la riduzione della polvere e del rumore possono abbassare i livelli di stress. Ciò, a sua volta, può rallentare il processo di invecchiamento”, afferma Zerbe, docente di Ecologia del Paesaggio alla Facoltà di Scienze e Tecnologie e membro del comitato consultivo scientifico della Fondazione tedesca Fritz und Hildegard Berg-Stiftung. “In generale, in medicina stabilire legami causali tra malattie, processi di invecchiamento e fattori ambientali, ed è per questo che la collaborazione interdisciplinare è così importante”, aggiunge Zerbe.
Barbara Plagg, che insegna alla Facoltà di Scienze della Formazione e lavora come ricercatrice all’Istituto di Medicina generale della Claudiana, è sulla stessa linea del collega. La sua attenzione, come ricercatrice, è rivolta allo studio dei processi di invecchiamento e dell’assistenza sanitaria. “La questione dell’equità sanitaria è centrale perché non possiamo considerare il processo di invecchiamento e l’aspettativa di vita di una persona indipendentemente dalle sue condizioni socio-economiche”. Un manager ad alto reddito, per esempio, può permettersi una situazione abitativa migliore rispetto a un operaio, una dieta più sana, un accesso più facile ai servizi sanitari, mentre allo stesso tempo il suo lavoro è meno impegnativo dal punto di vista fisico o di anni di lavoro notturno. “Le statistiche lo dimostrano: la popolazione più ricca vive circa 8-10 anni più di quella più povera. Ciò vale anche per l’Alto Adige”, sottolinea Plagg.
I fattori ambientali come il clima, la qualità dell’acqua e dell’aria sono considerati, ma anche gli ambienti e i fattori artificiali come lo spazio verde urbano, i fattori socio-economici o il reddito. “Il processo di invecchiamento è complesso, molti processi cellulari sono ormai conosciuti ma ciò che li innesca non è ancora stato pienamente compreso”, afferma la ricercatrice, “In termini di prevenzione, tutti conoscono l’importanza di un’alimentazione sana, di un alloggio senza muffa e dell’esercizio fisico, ma a cosa servono queste informazioni se il mio livello di istruzione o di reddito mi costringe a ricorrere a carne macinata a buon mercato e a vivere in un quartiere densamente popolato con poco spazio verde per l’attività fisica?”.
L’articolo di revisione dello stato dell’arte della ricerca scientifica ha l’obiettivo scopo di utilizzare le conoscenze disponibili per avanzare nello sviluppo di misure socio-politiche che vadano nella direzione dello slogan inglese “Make the healthier choice the easier choice”: l’alternativa sana dovrebbe essere anche quella più ovvia e più facile per tutti, indipendentemente dal reddito e dal livello di istruzione. “Lo studio mostra le relazioni tra fattori ambientali, la salute umana e processi di invecchiamento”, conclude Stefan Zerbe, “Renderle il più possibile positive e sane per tutti dovrebbe essere un’importante preoccupazione socio-politica perché, alla fine, un malato a lungo termine costa più delle persone sulla cui salute e benessere si fanno investimenti precauzionali”.

Vadena, la culla dei bambini

Un inaspettato e incredibile primato è stato assegnato a Vadena, piccolo centro della Bassa Atesina: secondo una ricerca condotta dall’Istat e riportata dal quotidiano Repubblica, Vadena è il Comune con il più alto tasso di natalità d’Italia. Solo nell’ultimo anno e mezzo sono nati 31 bambini in quella che può essere considerata una vera oasi dove far crescere la propria famiglia grazie ad agevolazioni e opportunità, messe in campo da un’amministrazione giovane e attenta.

Importante primato per la piccola Vadena. Il comune della Bassa Atesina registra infatti il tasso di natalità più alto di tutta Italia. Estesa per circa 13 chilometri quadrati e con 1.073 abitanti totali, Vadena può vantare un boom delle nascite nel 2020, anno del lockdown e del Covid: ben 21 bambini sono infatti venuti alla luce. E anche questo 2021 è partito bene, con altri 10 bambini nati nei primi mesi che porta così il conto a 31 bambini nati nel solo ultimo anno e mezzo. Un dato da sottolineare con la penna rossa e che non può passare inosservato. A rivelare questi dati e confermare il primato è stato l’Istituto di ricerca Istat, che li ha successivamente forniti al quotidiano nazionale Repubblica, che ha approfondito la curiosità dedicando un ampio reportage all’interno del suo inserto “Salute”, andando a scavare a fondo sui segreti della realtà locale.
Non è di certo una novità che l’Alto Adige si posizioni ai primi posti delle classifiche sulla natalità, toccando i 9,6 nati per mille abitanti. E nell’ambito provinciale spicca proprio Vadena, che si piazza in cima alla classifica in virtù degli alti livelli di crescita naturali, ottenuti dal rapporto tra il saldo naturale (numero di nati meno il numero dei morti nell’anno) e l’ammontare medio della popolazione residente.


“La sensazione provata quando lo abbiamo saputo è stata di gioia e stupore al tempo stesso, come non emozionarsi ad una notizia del genere. Continuiamo ancora a non credere al primato perché vero è che si vedono tanti passeggini in giro per il paese ma primi in Italia rappresenta proprio un gran record”, raccontano in coro il sindaco Elmar Oberhofer e la vicesindaca Martine Parise.
D’altronde Vadena sembra essere costruita su misura di famiglia, un’oasi di pace e tranquillità dove poter trovare tutto ciò di cui si ha bisogno e dove poter crescere con amore la propria prole. È per questo che sono diverse le famiglie altoatesine che hanno deciso di insediarsi nel comune della Bassa per vivere una vita più armoniosa. È proprio Repubblica a confermare questo trend positivo, raccogliendo la testimonianza di una giovanissima futura mamma di soli vent’anni che ha lasciato Bolzano per insediarsi proprio nel piccolo Comune.
“Ormai possiamo dire che la qualità della vita del nostro paese è fortemente vocata alle famiglie, soprattutto giovani e con tanti figli. Come amministrazione, proprio per supportare ed accompagnare i nuovi residenti, stiamo realizzando gli ampliamenti del nuovo complesso scolastico, la riqualificazione del parco giochi. Puntiamo inoltre sull’evoluzione dei servizi come il doposcuola biligue attraverso le associazioni, il Bookstart con la biblioteca o la riduzione della tariffa rifiuti per le nuove nascite”, racconta Oberhofer. E come non menzionare anche le 17 case di recentissima costruzione che ospitano ben 36 bambini in totale nella fascia d’età tra 1 e 13 anni. Perchè anche il fattore immobiliare ricopre un ruolo determinante. A Vadena si trovano case ampie dove poter ospitare famiglie numerose e che possono togliersi anche il lusso di avere un giardino privato, ad esempio. Cosa che nel capoluogo è impensabile a prezzi ragionevoli.


E il motto – si, possiamo proprio dirlo – “largo ai giovani”, lo si nota già guardando la composizone dell’amministrazione comunale. La Giunta è tra le più giovani della provincia: il sindaco ha 50 anni ed è anche il più anziano della compagine. L’assessora alla famiglia Anna Busetti ha “solo” 25 anni e giovane e preparata è anche la vicesindaca Parise, da sempre attenta allo sviluppo culturale del territorio: “Credo vivamente nell’importantissimo ruolo delle iniziative di carattere culturale e sociale come facilitatore dell’integrazione e socializzazione tra residenti. Posso affermare con certezza che tutte le iniziative orientate alle famiglie, ai bambini e non solo, sono sempre apprezzate dalla comunità proprio perché rappresentano l’occasione di incontro, socializzazione e conoscenza tra residenti, nuovi o storici che siano.Per quanto riguarda inoltre il coinvolgimento delle giovani coppie, la nostra assessora alla famiglia Busetti proprio per la sua giovane età, rappresenta per noi un valore aggiunto che poche altre amministrazioni possono vantare”.
Nel corso del 2019 in provincia di Bolzano sono nati 5.310 bambini, di cui 5.101 da madri residenti in provincia (96,1%). Dati in lieve calo rispetto al 2018 e 2017, ma che se inseriti in un quadro generale nazionale restituiscono una fotografia positiva e con il valore più alto stimato in Italia.

Autore: Alexander Ginestous

Contro l’abbandono dei cani

Una storia per sensibilizzare adulti e bambini sul tema dell’abbandono degli animali e dei cani, soprattutto nei mesi estivi. A scriverlo è stata la stimata e conosciuta psicologa della Bassa Atesina Marlene Vettori, che ha preso ispirazione dal suo cane Wolly per riuscire a rafforzare l’empatia dell’uomo nei confronti degli amici a quattro zampe. 

“Cuore di Cocco” è l’ultimo libro scritto da Marlene Vettori, psicologa, referente di zooantropologia didattica e educatrice cinofila molto conosciuta e apprezzata in Bassa Atesina nella zona di Salorno. Un volume che punta a sensibilizzare bambini e adulti sul tema dell’abbandono degni animali, specie in questo periodo, quello estivo, quando alla vigilia delle vacanze il fenomeno è maggiormente accentuato. Il libro è stato presentato qualche settimana fa a Salorno, nel cortile interno del Palazzo della Signoria, sede attuale della Biblioteca comunale, ed è stato l’occasione per discutere con i più piccoli di questa tematica. Marlene ha scelto proprio i cani come partner coinvolgenti e di fiducia all’interno del suo lavoro di ogni giorno, motivo per cui ha con loro un rapporto speciale.
Ma di che cosa parla il libro? È la storia di Cocco, un cane che come molti altri è stato abbandonato in strada dalla propria famiglia poco prima di partire per le vacanze. A salvarlo è stato un canile, che lo ha curato e rimesso in sesto, salvo poi consegnarlo ad una bambina la cui famiglia ha deciso di adottarlo per regalarli una nuova accoglienza, fatta di amore e affetto. Un viaggio di emozioni e felicità, rappresentato al meglio dalla matita e dalle illustrazioni di Tiziano Beber. Il libro presenta anche una parte più ludica, con disegni e giochi, per fare in modo di coinvolgere a 360 gradi i bambini e rafforzare in loro il senso di empatia verso la storia e verso gli animali.
Se è pur vero che il libro, inteso come strumento di svago, ha perso da tempo il suo appeal e fascino tra i più giovani, è altresì vero che questo volume rappresenta un compagno terapeutico ed educativo per chiunque, e che se letto in compagnia può sprigionare riflessioni e dibattito.
“La storia è nata durante le prime settimane di lockdown dove noi esseri umani ci siamo sentiti rinchiusi, privati delle relazioni significative e i nostri bisogni fondamentali negati. Ciò mi ha fatto pensare al mio cane Wolly e ad agli altri cani che ho adottato dai canili che quella condizione l’hanno vissuta per tanto tempo e senza colpa – racconta la dottoressa Vettori -. Dal 2007 lavoro nell’ambito della terapia e educazione assistita con l’animale, comunemente chiamata Pet Therapy, e nel mio lavoro cerca sempre di passare un messaggio di rispetto, comprensione ed empatia”.

La copertina del libro


Nel 2019 Vettori ha pubblicato il suo primo libro – più scientifico rispetto a quest’ultimo – assieme al Centro Studi Erickson di Trento. Ora con questa nuova storia il suo obiettivo è quello di far riflettere sul fatto che noi, così come i cani e gli animali in generale, abbiamo emozioni, bisogni e motivazioni in comune, in modo che per le persone sia più facile immedesimarsi e capire che impatto ha su un cane una vita in isolamento sociale o addirittura abbandonato.
“È chiaro che la storia è dedicata ai bambini, infatti sono presenti anche schede ludiche allegate, ma può essere utilizzata da educatori, insegnanti, genitori per il lavoro educativo o formativo o semplicemente per riflettere insieme”, prosegue Vettori. E in un certo senso il libro rappresenta lo specchio di questa crisi pandemica mondiale che stiamo vivendo da un anno e mezzo a questa parte. Una crisi che riusciremo a superare grazie alla pazienza e alla speranza, tornando presto ad assaporare quella felicità che ci è stata tolta, proprio come Cocco torna felice tra le braccia di un nuovo padrone.

Autore: Alexander Ginestous

Bronzolo si rimbocca le maniche

Il peggio sembra essere passato, e anche Bronzolo si è pian piano lasciata alle spalle i mesi più bui della pandemia. Ora è tempo di ripartire dopo aver tratto insegnamenti preziosi dalla gestione della crisi. Tra attività estive, sport e progetti per la cittadinanza, abbiamo fatto il punto della situazione con la sindaca Giorgia Mongillo, capace di gestire con grande polso e responsabilità un anno molto difficile.

È tempo di ripartire. I programmi della sindaca di Bronzolo, Giorgia Mongillo, mirano alla messa in sicurezza del paese e dei suoi abitanti. Riprendono anche le iniziative sportive e quelle rivolte a bambini ed anziani. “Sono contenta di come stanno andando le cose: la voglia di ripartire c’è e sono sicura che ce la faremo tutti. La speranza è quella di tornare a vederci e ridarci la mano – commenta – chissà se ne saremo ancora capaci”.

L’INTERVISTA

I mesi più bui della pandemia sembrano passati. Come è stato?
L’inizio è stata una cosa nuova, è stato difficile capire come funzionava il tutto e in particolare spiegare alla cittadinanza quale fosse il problema e come andava affrontato. Poi ci siamo adeguati alle ordinanze e abbiamo cercato di trasmettere dei messaggi rassicuranti ai cittadini. Per fortuna non abbiamo avuto focolai, quindi la nostra cittadinanza ha risposto bene alle varie ordinanze. È stato difficile perché sentivo molto il senso di responsabilità nei confronti della salute dei cittadini, augurandomi che stessero bene, e al contempo avevo il dovere di far capire e rispettare le regole.

Giorgia Mongillo

Qual è stato il settore più colpito?
Le attività economiche, i nostri esercizi pubblici, i bar e i ristoranti. Abbiamo dato la possibilità di occupare anche il suolo pubblico, gratuitamente, a coloro che non lo avevano, così che potessero riaprire anche all’esterno, viste le limitazioni. Per fortuna adesso hanno riaperto e si stanno riprendendo. Inoltre, ne hanno risentito anche le attività delle associazioni, proprio perché d’estate di solito si organizzavano sagre e feste che permettevano loro di autofinanziarsi. Nonostante tutto, c’è chi è riuscito ad arrangiarsi anche online, in qualche modo. Adesso hanno ripreso anche le associazioni, cominciando a richiedere le licenze per le manifestazioni pubbliche.

L’ostacolo più difficile da affrontare?
Non poter proseguire con le attività programmate è stata la cosa che mi è pesata di più. Il momento più difficile è stato proprio dover vedere fermarsi i nostri progetti politici. Avevamo in mente delle opere pubbliche che abbiamo dovuto fermare per qualche mese, e che quindi hanno subìto un ritardo. Pensavamo a diversi lavori pubblici per la messa in sicurezza del paese, come ad esempio quello della zona sportiva, che stiamo iniziando a recuperare.

Gruppo comunità amica delle persone che convivono con la demenza

E il momento in cui ha avuto più speranza?
Pensiamo così tanto alle cose brutte e così poco alle cose belle, che quasi non mi viene in mente nulla. Riflettendoci, però, sicuramente penso a quando un paio di settimane fa abbiamo inaugurato le nostre panchine arancioni, un’iniziativa legata a Sente-Mente, progetto che vede i Comuni di Bronzolo e Vadena come Comunità Amiche delle persone che vivono con la demenza. È stato uno dei primi momenti pubblici durante il quale abbiamo potuto rivedere un po’ di gente, dove ci siamo ritrovati. Quello è stato proprio il momento più bello, finalmente ritrovarsi insieme a un po’ di associazioni e cittadinanza.

Quali sono i progetti per la ripartenza?
Per quest’estate sono ripartiti i servizi estivi dedicati ai bambini organizzati dal Gruppo Giovani Flowers e anche le attività del Kindergarten Verein. Di solito, poi, i nostri anziani andavano al mare le prime due settimane di giugno: l’anno scorso non ci sono andati, quest’anno invece finalmente sì, seppure in un altro periodo. Infatti, anche il Centro Anziani ha ripreso le sue attività, cominciando ad aprire il sabato mattina e proponendo qualche iniziativa, almeno per rivedere le persone. Non mancheranno poi le occasioni culturali – perché ci sarà un concerto in luglio – e nemmeno quelle sportive, data la ripartenza del tennis club e di alcune associazioni del calcio a cinque. Ho sentito anche dei giovani che vorrebbero organizzare la sagra del pesce, chissà. Le attività ci sono, sono tante, come la voglia di ripartire.

Tornano anche le attività sportive giovanili

E quelli più a lungo termine?
Innanzitutto, stiamo lavorando ad un regolamento per istituire un comitato delle pari opportunità nel nostro Comune. Portiamo avanti il progetto Sente-Mente e stiamo infatti pensando a qualche altro evento e momento di condivisione in autunno. Dopodiché, abbiamo deciso di fare un controllo generale alla rete fognaria, cosa che non è mai stata fatta, finora. Inoltre ci stiamo concentrando sulle barriere architettoniche e stiamo lavorando anche in questo senso, sulla sicurezza. Ciò non vuol dire che il paese non sia sicuro, ma che occorre sistemare, in base al piano delle zone di pericolo, proprio tutte quelle aree che potrebbero avere o causare problemi qualora si verificassero eventi come ad esempio le piogge insistenti. A questo proposito, Bronzolo è uno dei Comuni pilota prescelti da Eurac per il progetto RiKoSt, riguardo alla percezione del rischio sulla popolazione, da cui è emerso che la percezione del rischio naturale a Bronzolo – ovviamente – non è costante, ma il pericolo che possa esondare il fiume o franare la montagna c’è. Proprio per questo ci teniamo ad avere un paese sicuro.

LA STORIA DELLA CITTA’

Bronzolo è un comune dell’Alto Adige di 2.774 abitanti. Situato nel fondovalle, sulla sinistra orografica dell’Adige circa 13 km a sud di Bolzano, fa parte del comprensorio Oltradige-Bassa Atesina. Sulle sponde dell’Adige (a fianco del ponte per Vadena) si può vedere l’antico porto fluviale. Bronzolo ha una stazione ferroviaria servita da tutti i treni regionali.
La storia del piccolo insediamento è stata da sempre legata al fiume Adige, che proprio nella zona di Bronzolo diventa navigabile con meno rischi che non già a Bolzano.
Il villaggio fu costruito, similmente alle città vicine di Laives ed Ora, su un ampio cono alluvionale, per evitare i pericoli d’inondazioni o esondazioni del fiume Adige, che si verificavano molto comunemente in origine. Sin dal medioevo sono attestate le zattere, che attraccarono in zona per trasportare le merci verso il meridione o per riportarle con l’aiuto del traino ippico, lungo le rive del fiume.

Autrice: Ana Andros

Tornano i canti del Coro Artemisia

Chiacchierata con Laura Ghirardini, corista del coro Artemisia di Laives che ci ha raccontato la ripartenza del settore e delle attività. Con la gioia del poter ritornare a provare dal vivo e la speranza di potersi presto esibire davanti al pubblico.

Riparte la cultura e riparte la musica. A Laives tornano a farsi sentire le voci dei cori. Lo racconta Laura Ghirardini, corista del Coro Artemisia e membro del direttivo nella neonata Associazione di Promozione Sociale Monti Pallidi.

Innanzitutto, come è nata la Sua passione per il canto?
A me è sempre piaciuto cantare e cercavo un momento giusto della mia vita per avere il tempo di poterlo fare. Il Coro Artemisia è stata un’occasione.

Come si è avvicinata al Coro Artemisia?
Sono entrata nel coro qualche mese dopo la sua fondazione, nel 2015, perché l’ho saputo da una mia amica che già ne faceva parte. Da tempo cercavo un coro in cui cantare, ma a Bolzano le compagini a cui mi ero rivolta erano troppo impegnate. Da un gruppo di amiche la cosa si è allargata per passaparola, e si è arrivati alla realtà di adesso, con 58 voci di tutte le età.

E durante la pandemia?
Grazie alla disponibilità assoluta di entrambi i maestri, Paolo e Lorenza Maccagnan, abbiamo provato online. Ora abbiamo ripreso a provare dal vivo, a piccoli gruppi.

Laura Ghirardini

Ora è nata anche l’Associazione.
Sì, il coro ha preso un’altra dimensione dal punto di vista organizzativo, perché siamo in tanti. L’associazione riunisce le cinque compagini corali: il coro maschile Monti Pallidi, quello femminile Artemisia, Schola Cantorum, il coro giovanile e quello dei bambini. Si sentiva la necessità di avere un’organizzazione unitaria, oltre che la necessità di avere qualcuno che si occupi, in forma volontaria ma costante e strutturata, dell’aspetto organizzativo.

Cosa vuol dire per Lei essere membro del direttivo?
In un gruppo così grande deve esserci qualcuno che faccia una serie di operazioni necessarie affinché l’apparato vada avanti. Personalmente penso che se una cosa ti piace e ti fa bene, devi anche essere disposto ad impegnarti perché questa cosa funzioni, quindi ho accettato di fare parte del direttivo. Ho la possibilità di farlo, in questo momento della mia vita, e di dedicarci tempo ed energie con piacere.

Il gruppo di lavoro Artemisia

E fare parte del coro?
Ho sempre cantato per conto mio e mi è sempre piaciuto esprimermi con la voce. Cantare insieme è una grande emozione, perché senti la tua voce che con quella di tutti gli altri diventa un unicum. È bellissima la commistione di tonalità diverse, ed è una fortissima emozione che mi dà un’energia incredibile.

Quando tornerete ad esibirvi?
Ci stiamo organizzando nell’ipotesi che la situazione sanitaria ci permetta di fare dei concerti in presenza. Abbiamo già delle date fissate per dei concerti all’aperto i primi di settembre, delle rassegne corali e anche per possibili concerti natalizi.

Autrice: Ana Andros COOLtour

I bellissimi 70 anni del Campo tenda

Un traguardo storico e bellissimo. Non facile da raggiungere e tantomeno da riassumere, quello del Campo Tenda Don Bosco di Laives, vera e propria istituzione del territorio laivesotto e provinciale. Il compleanno è stato festeggiato sabato 19 giugno nel piazzale del Centro don Bosco, alla presenza del sindaco di Laives Christian Bianchi e diverse istituzioni delle giunte comunali di Laives, Bronozolo e Vadena a sottolineare l’importanza che il campo tenda ha avuto e ha tutt’ora per la città e i suoi abitanti. Filo conduttore iniziale dell’evento è stato il ricordo, sempre vivo e limpido, di due figure fondamentali di Laives: don Luigi Simoni e Gino Coseri, che nel 1950 lanciarono il Campo Tenda con il primo cammino fino a Pietralba per far trascorrere ai ragazzi giornate tra giochi e attività.
“Il Campo Tenda – sottolinea il presidente del Centro don Bosco Luigi Giovannini – è l’iniziativa estiva per bambini e ragazzi con la più lunga tradizione nel territorio comunale e probabilmente una delle iniziative estive con la più lunga tradizione in tutto il territorio provinciale. La prima edizione si svolse a Pietralba, quando i ragazzi ancora raggiungevano il campo a piedi da Laives”. La celebrazione si è svolta in realtà con un anno di ritardo. Sarebbe stato il 2020 l’anno del 70esimo anniversario, ma purtroppo per via della pandemia da Covid il Centro non è riuscito a svolgere ciò che era già stato organizzato. “Anche se tuttora è difficile organizzare grandi eventi, volevamo comunque dare un segno e vivere insieme un piccolo momento celebrativo”, conclude Giovannini.
È stata una cerimonia volutamente ridotta per ragioni di sicurezza contro il Covid, ma fra gli invitati c’erano anche Mario Zanotti e Gervasio Giusti, due fra i più anziani campeggiatori, allora bambini e oggi nonni.
Il salto a due piedi nel mondo dei ricordi è proseguito poi con le canzoni che da sempre sono colonna sonora del Campo tenda, e che sono state cantate da alcuni coristi del Monti Pallidi (tra i quali lo stesso Zanotti), e con la mostra fotografica che ha permesso un’immersione profonda nei ricordi di tutte le generazioni.
Qualche giorno fa i primi ragazzi si sono rimessi lo zaino in spalla e sono partiti per il primo turno, salendo – adesso in pullman – fino alla struttura di passo San Lugano per vivere le stesse emozioni che vissero quei primi giovani che 70 anni fa inaugurarono un’istituzione che ha accolto migliaia di ragazzi nel tempo. E allora ancora tanti auguri.

Autore: Alexander Ginestous

Le mestruazioni sono (ancora) un lusso

È stata bocciata nei giorni scorsi dal Consiglio comunale di Egna una mozione lanciata dal Gruppo Verde che chiedeva il rifornimento gratuito degli articoli mestruali da parte del Comune. Una tematica che tiene banco da tempo a causa della famosa tassa di lusso del 22% di IVA presente su questi prodotti di necessità per il mondo femminile. Un’indagine dell’Infocafé femminista di Merano ha dimostrato che in media un’alunna su otto in Alto Adige è colpita dalla cosiddetta povertà del periodo, ovvero quella condizione per cui non è possibile accedere ai servizi igienici e ai dispositivi sanitari necessari per una gestione sicura delle mestruazioni, mentre una su sette è già rimasta a casa a causa di essa. Tra le ragazze intervistate, il 91,5% ha dichiarato che troverebbe utile se gli articoli mestruali fossero disponibili gratuitamente nelle scuole. “Anche se per molte persone l’argomento non sembra abbastanza rilevante, l’indagine mostra chiaramente come la povertà del ciclo esiste in Alto Adige”, dice la consigliera comunale Sadbhavana Pfaffstaller.

Sadbhavana Pfaffstaller

Tra le motivazioni per cui questo non viene ancora riconosciuto, c’è sicuramente un grande senso di pudore che porta le persone colpite a rimanere in silenzio.
“È importante che nella nostra società le donne abbiano la possibilità di accedere ai prodotti mestruali necessari in maniera indipendentemente. Molte altre comunità dell’Alto Adige hanno già fatto il primo passo in questa direzione, Egna no”.
Come spiegato in una nota, la sindaca di Egna Karin Jost ha fatto presente come non sia compito del Comune trattare tale tematica. Anche per questo il respingimento della mozione è stato accolto con particolare disappunto. “Colpisce il fatto che quasi tutti sono contrari alla tassa di lusso sui prodotti mestruali, ma allo stesso tempo non vogliono fare alcun sforzo amministrativo per il comune. È un mistero per me, donna adulta, come nell’anno 2021 si possa etichettare fatti biologici come imbarazzanti. Mi chiedo seriamente se rendere le mestruazioni un tabù non sia più vergognoso di una discussione vivace sui vari modi di sostenere le donne”, conclude Pfaffstaller.

Autore: Al.G.

Salorno dice addio allo storico forno

Chiude lo storico forno di Salorno, gestito dal 1977 dalla famiglia Dalpiaz. Tra il profumo di pane fresco e dolci appena sfornati, il paese saluta Milena e Diego Dalpiaz, con grande nostalgia e affetto. Proprio Milena ci ha raccontato qualcosa di più di questa fantastica storia andata avanti per oltre quarant’anni.

Qual è la vostra storia?
Papà Gervasio ha fatto il panettiere da quando aveva 14 anni e nel 1977 ha deciso di comprare il panificio a Salorno. Mio fratello Diego aveva 16 anni all’epoca, e ha subito iniziato a lavorarci anche lui. Poi sono arrivata anch’io e ormai sono più di trent’anni che lavoro in negozio.

Siete un punto di riferimento, a Salorno.
Sì, il paese è piccolo, ci conoscono tutti come famiglia e io sono praticamente cresciuta in negozio. Poi è una di quelle realtà che purtroppo stanno scomparendo, dove ti ritrovi a fare due chiacchiere con più calma. Si crea un altro tipo di rapporto con il cliente, a lungo andare e a forza di vedersi tutti i giorni.

I fratelli Diego e Milena Dalpiaz

Perché la decisione di chiudere?
Mio fratello è in pensione, non ha senso continuare nell’avventura. Purtroppo, non abbiamo trovato nessuno che rilevi l’attività. Secondo noi è un bene prezioso per il paese, avere un forno artigianale, sentire il profumo del pane appena sfornato, dei dolci — soprattutto adesso con la grande distribuzione, dove arriva già tutto confezionato. Insomma, è tutta un’altra cosa, sia per quanto riguarda il servizio che per quanto riguarda la qualità.

Sono tutti dispiaciuti, compresa l’amministrazione comunale.
Sì, oltre ai saluti, ho ricevuto ad esempio una bellissima lettera di un signore di Egna che mi ha fatta emozionare. Sono tutti dispiaciuti perché va a perdersi un ottimo prodotto e perché comunque è un negozio di famiglia ormai: a frequentare sempre un posto alla fine ti affezioni. Sindaco e vicesindaco sono clienti e siamo praticamente cresciuti insieme, sono molto dispiaciuti. È un momento più che mai familiare, anche con il resto del paese, oltre che di cessata attività commerciale.

E ora?
Mi prendo una pausa, voglio godermi i miei genitori che sono anziani. Sia io che mio fratello abbiamo bisogno di riposarci. Poi ricomincerò a lavorare, ma non ci ho ancora pensato. So che mi mancherà un sacco stare in mezzo alla gente, starò incastrata in ogni angolo del paese per parlare con tutti.

Qual è il ricordo più bello di questa attività?
Ne avrei tutti i giorni di belli, perché è una vita che le persone ci danno fiducia e l’affetto. Lo dimostrano entrando dalla porta; nessuno è obbligato ad entrare, il pane si trova anche in altri negozi – questo vuol dire che tengono a noi e scelgono il nostro prodotto, ne apprezzano la qualità. Ci sono molti gesti che mi lasciano stupita perché sono fatti dal cuore.

Autore: Ana Andros COOLtour

Terlano, la terra di Margarete

Terlano, “a due ore di cammino da Gries” (come scriveva nel 1901 nella sua “Chronik von Terlan” lo storico e sacerdote Karl Atz, che qui morì tre anni dopo, come ci ricorda una targa apposta sulla chiesa parrocchiale) è oggi nota soprattutto grazie al nome di Margarete: che da un lato richiama alla memoria l’ultima e indimenticata contessa del Tirolo, vissuta tra il 1318 e il 1369, dall’altro designa i meno nobili ma ciò nonostante apprezzabilissimi asparagi che qui crescono grazie al terreno sabbioso apportato nel corso dei secoli dall’Adige e ai quali un’accorta operazione di marketing ha assegnato questa denominazione proprio in onore della potentissima donna.
Margarete era discendente diretta di Mainardo II. A dodici anni venne data in sposa a Giovanni Enrico di Lussemburgo, uomo che poi ripudiò per sposare Ludovico di Brandeburgo. Dopo la morte del suo unico figlio Mainardo III, nel 1363 cedette il Tirolo agli Asburgo e si ritirò a Vienna. Margarete era particolarmente legata a Terlano dove dimorava spesso nel Castel Neuhaus o Maultasch, sotto il quale si trovava la famigerata dogana che imponeva ai passanti (con esclusione di sacerdoti e pellegrini) una gabella a favore dei signori del paese.
Per secoli la giurisdizione di Terlano, comprendente anche Nalles, Vilpiano e altri paesini del circondario, fu in mano ai potenti bolzanini Niederthor che la esercitarono fino alla loro estinzione nel XVI secolo.
Ma la ricchezza del paese non deriva (soltanto) dagli asparagi. Molto più importanti furono (fin dal tempo dei Romani e forse anche prima) e sono la viticoltura (notissimo il bianco Terlaner) e, nel medioevo, l’estrazione dell’argento. Oltre mille minatori erano occupati nelle varie miniere del luogo e il prezioso metallo, una volta fuso, transitava verso sud sull’Adige. Leggiamo ancora nella “Cronaca” di Atz: “Di sei quartieri si compone il comune. (…) Per primo si incontra il paesino di Settequerce… con il noto podere di Grosskarnell appartenuto ai Conti del Tirolo… Più avanti incontriamo Klaus (Chiusa) e poi il centro di Terlano attorno alla chiesa parrocchiale… Winkel è il villaggio dei minatori… Poi arriva Kreit, che dovrebbe chiamarsi “Gereut” in quanto deriva da rauten o reuten… A nord troviamo il quartiere di “Vorberg” e sopra la rocca di Neuhaus lo sperduto sobborgo di Montigl”.
Manca, dall’elenco di Atz, la frazione di Vilpiano, comune autonomo in seguito alla riforma del 1819 e aggregato a Terlano nel 1854. In quel periodo Terlano contava 1400 abitanti, oggi sono quasi 5000. Già prima dell’anno 15 a.C., ossia prima dell’arrivo di Druso e Tiberio, il luogo era popolato, come dimostrano i numerosi reperti rinvenuti soprattutto a Settequerce (di cui, data l’importanza del sito, parleremo in altra occasione), vero e proprio centro retico ai margini della piana bolzanina. Orazio celebrò con questi versi la conquista dell’ostico ma strategicamente rilevante territorio retico “delle genti indomabili arroccate nei loro castelli sulle Alpi spaventose”: “Drusus Genaunos, implacidum genus, / Breunosque velocis et arces / Alpibus impositas tremendis / Deiecit acer plus vice simplici”.
A tal riguardo, Atz parla anche del nome del paese: “A favore di un insediamento romano depone anche il nome del paese, noto come Terlianum, ad Teriolanos, Teriolanum, Turlanum, assai simile a Teriolis (Castel Tirolo) e apparentemente un baluardo meridionale del territorio di Maia – Tirolo e più avanti il punto più a sud del Burgraviato.” In epoca medievale il nome si trasforma in Torilan, poi Toerlan e infine, nel 1525, Terlan. Nei pressi della chiesa è stata recuperato anche uno straordinario battistero paleocristiano, testimone di grande valore della diffusione del Cristianesimo nella valle dell’Adige nel IV secolo.
Spicca, a bordo dell’antica strada militare, la chiesa parrocchiale tardo-gotica dell’Assunta (stupendo il ciclo di affreschi della Bozner Schule) con il suo campanile di 75 m smontato e rimontato nell’800 a causa della sua eccessiva pendenza.
Lasciando il paese, ci fermiamo ancora una volta sotto la rocca di Maultasch costruita nel 1206 e ben visibile in tutta la valle. Poco distante furono rinvenuti i resti di un antico ponte (romano?) sull’Adige citato in un antico documento: “apud pontem Nove domus, in loco, ubi solitum est haberi judicium”.

Autore: Reinhard Christanell

La città respira con l’arte

Con Anna Bernard di OutBox facciamo il punto sul progetto Breathe! che ha fatto sbarcare l’arte urbana in Alto Adige. Con lei delineiamo la dimensione “comunitaria”, elemento fondante di questo tipo di espressione che durante la pandemia ha svolto un importante ruolo di “valvola di sfogo”.

Quella dell’arte urbana è un’esperienza ancora giovane, nuova in provincia di Bolzano, ma che sta prendendo sempre più piede, facendo parlare molto di sé soprattutto dopo le prime opere realizzate a Bolzano, Merano e Laives. 
Giusto lo scorso 14 giugno l’artista Egeon ha presentato l’ultimo step del progetto Breathe!, un’opera realizzata a Laives e intitolata “Punto di fuga”. Nello scorso mese di maggio era toccato a “Sera”, realizzato a Merano dalla giovane artista catalana Elisa Capdevila, mentre in aprile era stato il sardo Tellas ad intervenire sulla parete cieca di un edificio in via Brennero a Bolzano. 

L’INTERVISTA

Anna Bernard, com’è nato il progetto Breathe! ?
L’idea ha cominciato a girare a fine 2018. E la scintilla che ha fatto partire il tutto è stato il murale di Egeon in via Roen a Bolzano, che ho curato personalmente come operatrice culturale. In origine è stata una sfida per me: ero tornata da poco dall’estero e volevo portare questo tipo di arte in Alto Adige. Si trattava di un territorio completamente inesplorato, graffitismo a parte.

I graffiti sono in realtà un’altra cosa…
L’origine è comune, ma in realtà l’arte urbana si sta evolvendo davvero in un’altra direzione rispetto ad esperienze come quella di MurArte a Bolzano. 

Insomma: il murale “Ricorda la bellezza” di Egeon in via Roen a Bolzano in sostanza è stata una porta che si apriva su un’esperienza nuova. 
Sì. E il tutto è nato proprio dall’incontro con lui, che da anni voleva realizzare un’opera di grandi dimensioni. Per questi artisti è molto difficile fare “palestra” e lo è in particolare per le donne, perché spesso possono individuare le loro superfici solo in contesti non del tutto legali. Egeon in particolare nel suo studio aveva una parete su cui faceva i suoi esperimenti, ma naturalmente è un’altra cosa avere a disposizione la grande facciata di un palazzo in città. In via Roen è stato molto difficile riuscire a partire, ma poi la cosa ha suscitato un grandissimo interesse a livello comunitario. 

L’arte urbana viene definita “arte pubblica”. Cosa significa? 
In realtà si tratta della sua natura principale. Nasce tra le persone e attraverso una performance in cui anche la comunità diventa attrice, lo abbiamo visto recentemente anche a Merano e Laives. Le persone commentano durante la realizzazione e noi cerchiamo di essere presenti per instaurare un dialogo. Per noi è molto importante sapere cosa ne pensano le persone. Di per sé si tratta di un esperimento sociale, in tutto e per tutto. è molto affascinante: l’opera resta visibile a tutti e anche negli anni, anche se non durerà per sempre. Con gli anni infatti gli agenti atmosferici la deterioreranno, così come succede con ogni facciata dipinta dei palazzi. 

Nelle opere vengono previsti riferimenti alle realtà socio culturali in cui vengono realizzate?
Non è detto, ma può anche essere. In ogni caso l’arte non ha il ruolo di “dare” alla comunità quello che si aspetta. L’arte urbana non ha nulla a che vedere con la pubblicità, ne abbiamo già tantissima, siamo bombardati. L’arte deve andare oltre, altrimenti non sarebbe arte. Non sto parlando di massimi sistemi, anzi. Ma noi vogliamo che il messaggio lanciato dall’artista arrivi in modo chiaro e anche a chi non ha uno specifico background culturale. 

Parliamo della vostra organizzazione. OutBox è un nome profetico. “Fuori dalla scatola” aveva senso già prima, figuriamoci ora, dopo più di un anno di pandemia…
E’ una finestra che si apre, il messaggio è quello dell’arte che vuole arrivare alle persone e non il contrario. Di solito diciamo alle persone di andare alla mostra, a teatro, al cinema. In questo caso invece siamo noi che andiamo da loro. 

La realizzazione delle opere è preceduta da una mappatura sul territorio e poi con i residenti voi impostate un vero e proprio percorso. Come funziona tutto ciò?
Ogni situazione è diversa. A Merano ci siamo rapportati addirittura con un quartiere e con i suoi rappresentanti, ed abbiamo coinvolto anche i giovani del posto. Anche nel caso di Via Brennero a Bolzano abbiamo coinvolto le realtà giovanili interessate alla natura, all’arte urbana o più in generale alle “azioni pubbliche”. Con i giovani abbiamo anche parlato della street art e del suo rapporto tra legalità e illegalità. 

L’opera “Sera”, realizzata da Elisa Capdevila a Merano

In Via Brennero a Bolzano siete intervenuti in una zona del centro storico. è stato più complicato?
Ci abbiamo lavorato per ben due anni e abbiamo dovuto partecipare a diverse riunioni condominiali. Una delle cose più complicate è far capire alle persone che pur venendo realizzata su una parete  privata, poi l’opera ha una funzione pubblica e diventa una sorta di regalo che viene consegnato alla comunità. Un altro aspetto complesso riguarda la questione che l’opera deve ricevere sì il via definitivo da parte del condominio (che in ogni caso non possono imporre un loro soggetto), ma davvero non ha alcun senso pensare che l’opera debba per forza piacere a tutti. 

L’opera “Mimesi”, realizzata da Tellas in Via Brennero a Bolzano

Questi interventi artistici nella realtà urbana non per forza servono per abbellire, ma piuttosto ad intervenire sui cosiddetti “non luoghi” della città.
L’arte urbana non ha lo scopo di rendere bello un luogo, ma piuttosto di incontrarlo, quasi come fosse una tela per un pittore. Il tessuto urbano ha il suo fascino ed è bello di per sé, spesso anche quello più scarno e degradato. Il linguaggio dell’estetica va ben oltre il solo concetto di “abbellire”.
Non c’è nemmeno la necessità di creare una nuova identità per il luogo interessato. Si tratta piuttosto di portare lì l’attenzione. E va anche detto che l’arte urbana non ha il magico potere di sistemare i problemi, riqualificando. L’arte non ha questo ruolo e di questo c’è consapevolezza in Alto Adige, non ci è mai stato chiesto di fare ciò. 

Il progetto Breath!, come abbiamo detto, è nato in un periodo pandemico. Cos’ha voluto dire?
E’ stata una vera e propria valvola di sfogo: questa forma d’arte era una delle poche che potevano essere praticate con una certa facilità. C’era senz’altro l’idea di lasciare anche un segno di quanto è successo per gli anni a venire, però senza essere troppo didascalici. Siamo stufi di vedere mascherine nelle opere ed io personalmente questa cosa la trovo stucchevole. Volevamo creare comunque qualcosa di positivo, d’altronde Breathe! contiene una chiara sollecitazione per tornare a respirare. Come dire: “respira, cammina per le strade e guarda in alto”. In questo senso abbiamo ricevuto fin dall’inizio un grande sostegno da parte dell’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia. 

Come vengono selezionati gli artisti?
Il lavoro in questo senso è molto simile a quello che viene fatto da una direzione artistica e da una curatela. Conosco molti altri curatori e ho girato, partecipando anche a dei festival che si occupano di queste cose. Ci sono anche gallerie che seguono proprio l’arte urbana e molti libri in merito. E da qui vengono le idee che portano a stabilire i contatti con gli artisti. 

Nel manifesto del progetto si parla di “promozione della ricerca artistica, delle professionalità artistiche e anche del know how di produzione, progettazione e manutenzione delle opere”. 
L’arte urbana economicamente è abbastanza accessibile, ma con Outbox vogliamo anche far capire che dietro c’è un impegno importante. Se si vuole fare un buon lavoro bisogna organizzare le cose per bene e sostenere gli artisti anche nel lavoro di ricerca e preparazione che precede l’opera. Noi siamo il tramite tra la parete, i privati, la comunità, le istituzioni pubbliche e l’arte stessa. Una bellissima scommessa. 

Foto servizio: Tiberio Sorvillo curated by OUTBOX

Autore: Luca Sticcotti