Bambini alla scoperta di talenti e doti

Alla scuola elementare in lingua tedesca di Laives A. Lindigren è stato attivato un progetto lungo un anno per la promozione ed il supporto dei talenti e delle doti dei bambini. La responsabile e insegnante Elisabeth Fäckl ci ha raccontato di cosa si tratta.

Sviluppare e modellare i propri talenti e doti a scuola, attraverso la scoperta di figure epiche narrative, nuove culture, tradizioni lontane e percorsi esperienziali che portano a nuovi modi per rapportarsi con sé stessi e con gli altri. È quanto avvenuto durante tutto l’ultimo anno scolastico per le classi 3D e 1B della scuola elementare tedesca A.Lindgren, di Laives. Nuovi strumenti didattici nella scuola del futuro post-Covid, si direbbe. Un esperimento su cui hanno scommesso i responsabili insegnanti Elisabeth Fäckl e Mathias De Soghe, con l’aiuto dell’animatore Carmelo Giacchino, del centro culturale Nologo di Laives. Attraverso esercizi mirati e dal sapore ludico, con l’ausilio di suoni e ritmi, danze e rituali, gli alunni hanno affrontato tematiche che vanno dalla comunicazione al rispetto e cura dell’ambiente, dalla riflessione personale alla condivisione in gruppo, dall’individualità all’appartenenza alla comunità. Il percorso si è quindi tinto di contenuti che hanno sottolineato la grande importanza della gratitudine e della personale responsabilità, la gioia e l’impegno di poter contribuire al bene di tutti con la propria imprescindibile unicità: da cogliersi e sviluppare con perseveranza, leggerezza ed entusiasmo, durante l’arco dell’intera esistenza.
La responsabile del progetto Elisabeth Fäckl ci ha raccontato qualcosa in più riguardo a questa interessante iniziativa che si ripeterà anche nei prossimi anni.

Elisabeth Fäckl

Partiamo dalla fine. Che feedback hanno dato i bambini al progetto?
Inizialmente erano molto titubanti, ma poi l’insicurezza ha fatto spazio allo stupore e hanno reagito tutti con entusiasmo trasformando spesso il progetto nell’appuntamento settimanale preferito.

Voi insegnanti che cosa avete potuto cogliere da questa esperienza? 
E’ stato molto interessante vedere come i bambini si sono avvicinati al progetto. Per loro le tematiche proposte vengono ancora viste in maniera infantile e pura, e quindi non si pongono limiti mentali, cosa che per un adulto sarebbe molto difficile da fare. I bambini hanno la facoltà di ascoltarsi e di percepire ciò che avviene intorno a loro in maniera naturale e questo a nostro avviso consente loro di godere a pieno dell’esperienza.

Come mai avete scelto di attivare questo percorso?
Il nostro desiderio è di poter accompagnare le nuove generazioni durante il percorso di sviluppo dei propri talenti e delle proprie capacità. Abbiamo cercato un modo per poter accompagnare i bambini sulla strada del conoscere se stessi e da questo desiderio è nato il progetto “Suoni e tradizioni ancestrali“, parte del progetto che, basandosi sulla cultura e la tradizione dei Nativi Americani, ha ulteriormente coinvolto i bambini.

I bambini impegnati del progetto

Come mai è stata scelta la figura dell’eroe?
I miti e le leggende che prevedono la figura narrativa dell’eroe sono strutturate con degli step ben precisi, i quali permettono al bambino di identificarsi non solo con il personaggio ma anche con il momento del racconto. Questo può renderli in grado di farne tesoro e di usare quanto imparato da un evento nella propria vita.

Dopo il periodo di lockdown e di DAD quanto sono importanti questo tipo di iniziative?
Dopo la fase appena trascorsa si può riscontrare come sia necessario accompagnare i bambini e renderli consapevoli del fatto che hanno la forza per affrontare anche questo tipo di situazioni. Da essee hanno la possibilità di imparare qualcosa e che sta a loro rendere il nostro mondo un posto migliore.

Come è stato gestito il progetto tra lockdown e DAD?
In realtà volevamo iniziare proprio nella primavera del 2020, ma poi c’è stato il primo lockdown e tra varie disposizioni e protocolli di sicurezza abbiamo dovuto rinunciare. Questo effettivamente ci ha permesso di sviluppare il progetto odierno, e in un certo senso ne siamo felici. Siamo quindi stati in grado di avviare il progetto rivisto con l’inizio della scuola nell’autunno 2020 e da allora abbiamo potuto lavorare principalmente con i bambini in presenza, poiché siamo stati in DAD solo una settimana nel 1° semestre e una settimana nel 2° semestre.

Quanto è stato difficile per voi insegnanti esercitare la vostra professione in maniera corretta?
A prescindere dalla situazione odierna fare l’insegnante diventa sempre più complicato. Certamente l’arrivo della pandemia ha messo alla prova tutti noi. La cosa peggiore è non poter insegnare in presenza e dover concentrare l’attenzione del bambino su regole che risultano molto difficili da seguire. è stata e sarà una sfida difficile da superare. Ma credo che tutti ci siamo impegnati a fondo per poter istruire i bambini al meglio delle nostre possibilità.

In foto principale: la 3D durante la produzione del proprio totem in legno
Foto: Elisabeth Fäckl

Autore: Alexander Ginestous

“Ecco la Laives che vorrei”

“La Laives che vorrei” è il nome del progetto vincitore del bando Generazioni 2021 sul territorio della Bassa Atesina. Promosso e ideato dall’associazione culturale “Lasecondaluna”, vedrà protagonisti i giovanissimi abitanti della città, che diventeranno progettisti del futuro della loro Laives. 

Tra i vincitori del bando Generazioni 2021 a tema “Aspirazioni & Ispirazioni” non poteva mancare il progetto “La Laives che vorrei”. Al centro del laboratorio proposto dall’associazione culturale laivesotta ci saranno i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 14 anni dell’istituto F. Filzi, che potranno ideare ed elaborare la loro città ideale. Il progetto, articolato in cinque incontri, partirà a settembre e sarà seguito dall’architetto Marco Cestarolli e dalla designer Sara Filippi, che guideranno i giovanissimi nell’ideazione e nella progettazione di una città, quella di Laives, rispondente alle loro necessità, così come la immaginano per il futuro in sostanza. L’occasione si presenta unica nel suo genere e ha come obiettivo quello di rimettere i giovani al centro del luogo che abitano, alimentando le loro riflessioni in merito alla struttura urbana, ma anche ai concetti di “abitare” e “comunità” e all’identità della città stessa, che da tempo sta cercando la sua autonomia rispetto al vicino capoluogo altoatesino. Per diventare cittadini attivi, i protagonisti avranno a disposizione diversi materiali e spunti da cui partire per analizzare le problematicità e esigenze legate al territorio e poter immaginare, quindi, una loro “città utopica”.

Il Presidente de Lasecondaluna Giorgio Cattelan e Amanda Filippi – Foto: Mauro Mancassola

Le loro proposte verranno poi adattate sulla città reale, con l’aiuto dei professionisti coinvolti. Risultati concreti del progetto saranno una mappa della città ideale, che raccoglierà le idee e i progetti che i ragazzi potranno esprimere utilizzando diversi linguaggi artistici, e che sarà poi calata sul tessuto urbano reale attraverso la realizzazione di un vero e proprio progetto urbanistico. Il momento finale di restituzione pubblica del laboratorio avverrà con la presentazione de “La Laives che vorrei” in sede comunale, con l’augurio che possa diventare realtà. “Il vero traguardo – commenta Stefania Rossi, ideatrice e responsabile del progetto – sarebbe proprio quello di vedere realizzato in modo concreto il frutto del lavoro dei ragazzi, veri e propri progettisti urbani seguiti da esperti nel settore. Sarebbe bello vedere, ad esempio, qualche proposta dei giovani concretizzarsi nella piazza adiacente al Comune, nella quale si stanno già svolgendo dei lavori”. 

In foto principale: Da sinistra: la curatrice Stefania Rossi, il direttore artistico Nicol  Faccenda e la direttrice generale Amanda Filippi

Autrice: Ana Andros, COOLtour

Andriano, un paese ai piedi del Macaion

Il Monte Macaion (1866 m), spartiacque tra Trentino e Alto Adige, è la parte terminale della dorsale della Mendola. L’imponente roccia (o macchia bianca: forse proprio da qui il suo misterioso nome diffuso in Val di Non mentre in tedesco si chiama Gantkofel, dove Gant indica un dirupo pietroso) cade a strapiombo per 1500 metri sul paese di Andriano. 
Quando arriviamo, il sole compare e scompare dietro le nuvole e solo a sprazzi risalta il candore della parete dalla singolare forma a panettone. Una grande croce è sistemata non sulla vetta ma nel luogo più visibile dal centro del paese. È tradizione accendere quassù i fuochi in occasione della festa del Sacro Cuore di Gesù. 
In quest’epoca di pandemia, i paesi che vistiamo sembrano generalmente spopolati. Chi si aggira per le strade desta sospetto ed è difficile essere accolti con un sorriso. Strade, piazze ed edifici sembrano accomunati dalla stessa impassibilità, dal medesimo desiderio di distacco verso un mondo irriconoscibile. Più che vuoti, sembrano inutili: quasi appartenessero ad un tempo che non ritornerà più.
Lo sguardo è continuamente attratto dal gigantesco monte che a tratti sembra volersi chiudere come un coperchio sul piccolo abitato. A destra e sinistra della piazza si dipartono le vie pedemontane verso Nalles e Appiano, alle nostre spalle si intravede il caratteristico campanile a punta della chiesa di Terlano. 
In cima al conoide alluvionale creato dalle acque dell’impetuoso Rio Gaido, dal verde del bosco sbuca come un grande nido il castello medievale di Wolfsthurn. Dietro le sue mura nel corso dei secoli hanno dimorato tutti i signori del luogo. Oggi l’edificio ospita una struttura ricettiva.

La chiesa di San Valentino


Ben più in alto, quasi invisibile su uno spuntone di roccia che cade a precipizio nella tremenda valle dell’Inferno, spicca il leggendario e apparentemente inaccessibile castello di Festenstein (o Castelforte) del XIII secolo. Qui, secondo la leggenda, dimoravano i Raubritter, cavalieri che nottetempo scendevano a valle per depredare e uccidere gli ignari passanti. In realtà la costruzione è appartenuta ai potenti Conti di Appiano e successivamente fu acquisita, tra gli altri, da Giovanni da Villandro e Paolo di Liechtenstein.
Torniamo in piazza e ci dirigiamo verso la chiesa parrocchiale dedicata a San Valentino, costruita probabilmente nel XIII secolo e poi ristrutturata e ampliata in varie occasioni. Da qui si gode di una bella vista sulla valle dell’Adige verso Bolzano e Merano.
Andriano è uno dei paesi più piccoli dell’Alto Adige. Insieme a Terlano, che visiteremmo la prossima volta, pur trovandosi geograficamente nel Burgraviato, fa parte della comunità comprensoriale Bassa Atesina-Oltradige. È un borgo abitato fin dal tempo dei romani. Anche il suo nome, che per la prima volta compare nel XII secolo come Andrian in un documento conservato presso l’archivio del convento di Gries, riporta ad un antico praedium Andrianum ovvero fondo di Adriano. Notoriamente era consuetudine assegnare fondi agricoli ai militari romani in congedo (soprattutto di origini retiche) e di questi “poderi”, per lo più adibiti alla viticoltura, in zona ne troviamo parecchi. Gli scavi archeologi hanno riportato alla luce numerose testimonianze della secolare presenza romana tra cui sepolture, monete e attrezzi da lavoro riferibili al mondo agricolo. 
Dal medioevo in poi Andriano deve la sua importanza principalmente al vicino Adige; infatti proprio qui un tempo si trovava un traghetto per attraversare il fiume. E sempre ad Andriano potevano essere messe in acqua le prime zattere per il trasporto di merci e persone verso sud. 
Oggi il paese con i suoi 1000 abitanti è circondato da frutteti e vigneti. Le case sono per lo più unifamiliari e offrono una qualità di vita di prim’ordine. Nel 1928, pur vantando un’autonomia di antica data, il comune venne aggregato alla vicina Nalles, comune dal quale si staccò definitivamente solo nel 1953.

In foto principale: Vista sul castello Festenstein
Foto servizio: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

Sulla strada della ripartenza

Test, vaccini e riaperture. Così l’Alto Adige prova a ripartire e a curare un’economia fortemente colpita dalla crisi dovuta al Covid. Ne abbiamo parlato con Michl Ebner, presidente della Camera di Commercio di Bolzano.

L’Alto Adige riparte. O almeno ci prova. La pandemia ha stravolto le nostre vite nell’ultimo anno e a farne le spese maggiori è stata sicuramente la nostra economia. Ora però – tra test a tappeto, vaccini e riaperture – si può tornare a respirare, per far rialzare i molti settori in ginocchio.

On. Ebner: l’Alto Adige come ha vissuto l’ultimo anno segnato dalla crisi Covid? 
L’impatto della pandemia è stato drammatico, peggio di quello della grande crisi del 2008 in Alto Adige. Settori come il turismo hanno subito danni notevoli, e anche il mercato del lavoro, nonostante il blocco dei licenziamenti, soffre. Nel 2020 il numero medio di occupati dipendenti è stato inferiore del 3,5% rispetto alla media dell’anno precedente. Ancora ad aprile 2021 si contavano oltre 10.500 occupati in meno rispetto ai livelli precrisi.
Il protrarsi dell’emergenza sanitaria, con il progressivo rafforzamento delle misure restrittive e il recente ripristino di zone rosse locali sul territorio provinciale nei primi mesi dell’anno, ha inizialmente causato un deciso peggioramento delle aspettative per il 2021, ma gli sviluppi degli ultimi mesi lanciano segnali più confortanti.

Siamo sulla strada giusta per la ripartenza?
Credo che soltanto grazie ad un’ampia copertura vaccinale, insieme al rispetto delle misure contro la diffusione del virus, si possa pensare di tornare alla normalità, e si vedono già i primi risultati positivi. L’eliminazione delle restrizioni dovute al Covid, nonché dell’obbligo di quarantena dal 15 maggio per gli ingressi in Italia, sono certamente buone notizie. L’Alto Adige ha attivato il CoronaPass, ma si spera che presto verrà attivato il Green Pass europeo, in modo tale da far ripartire il settore del turismo, poiché da questo dipendono anche tanti altri settori economici. Alcuni segnali di ripresa si cominciano già ad intravedere, come ad esempio la crescita della fiducia tra le famiglie altoatesine.

La Provincia si è impegnata in contributi per famiglie e imprese. Come possiamo però ridare slancio ai consumi e nuovo potere d’acquisto ai consumatori?
Le imprese producono e investono se intuiscono che in futuro ci sarà qualcuno in grado di comprare i loro prodotti e servizi. Il ruolo della domanda è pertanto fondamentale, per la ripresa. In questo frangente, la fiducia tra i consumatori sta salendo. Ed è ora fondamentale restituire fiducia anche agli imprenditori e alle imprenditrici, al fine di favorire la ripresa degli investimenti e consolidare la crescita. Non solo, è importante che i contributi nazionali e provinciali di contrasto al Covid arrivino alle aziende, agli imprenditori e alle imprenditrici in tempi rapidi e in maniera semplice e non burocratica.

Quali sono i fattori che hanno più penalizzato le nostre aziende?
Il fatto di avere una struttura economica fortemente legata a settori particolarmente colpiti, quali ad esempio il turismo e gli impianti di risalita, ha fatto sì che l’Alto Adige abbia sofferto più intensamente la crisi rispetto ad altre realtà.
Anche il settore del commercio al dettaglio, sempre più assediato dalla diffusione del commercio online e dall’espansione della grande distribuzione organizzata, ha sofferto notevolmente la crisi, poiché molti negozi, soprattutto nelle periferie, lavorano molto anche con la domanda espressa dai turisti.
Infine, la funzione di ponte tra il mondo economico italiano e quello dell’area dei paesi di lingua tedesca, con l’arrivo della pandemia ha comportato maggiori sofferenze per le nostre imprese. 

La pandemia ci ha fatto sviluppare nuove competenze. Bisognerà puntare con decisione sulla digitalizzazione?
La trasformazione digitale è già in corso e solo chi terrà il passo con essa riuscirà ad avere buoni risultati anche in futuro. Ciò è stato ed è tuttora evidente anche durante la crisi: la capacità delle imprese di reagire all’emergenza con soluzioni innovative è davvero determinante per superarla nel modo migliore. La digitalizzazione è utile soprattutto per trovare nuovi mercati e possibilità di vendita, ottimizzare i processi e sperimentare nuove forme di orario lavorativo. Il posizionamento sul mercato e la crescita dell’impresa dipendono dalla capacità dell’azienda di tenere il passo con il progresso tecnologico. 

Capitolo turismo: la stagione alle porte può dare il via ad un ritorno alla normalità? 
Le riaperture e la possibilità di spostarsi sono senz’altro notizie positive e incoraggianti per il settore del turismo. È importante anche il fatto che sia stata tolta la quarantena obbligatoria per gli ingressi in Italia, un risultato per cui mi sono impegnato fortemente a livello nazionale e locale. È stato un primo passo nella direzione giusta affinché il turismo possa riprendere con successo anche in Alto Adige. Ora alcuni Stati UE devono seguire l’esempio e fare in modo che i turisti di ritorno dalle vacanze non debbano stare in quarantena una volta rientrati nel Paese di provenienza.
Per quanto riguarda il Sudtirolo, ci si sta adoperando per creare un ambiente sicuro per gli ospiti.

Sull’asse del Brennero servono quindi più soluzioni condivise?
Assolutamente sì, tutte le parti coinvolte devono impegnarsi a trovare soluzioni condivise per rendere il corridoio più efficiente e sostenibile. Il Brennero è fondamentale per il futuro dell’economia e dell’Italia, così come per le aziende e rappresenta una direttiva essenziale per raggiungere l’Europa centrale. È cruciale che ci sia cooperazione e coordinamento tra i Paesi europei per promuovere uno sviluppo del corridoio del Brennero che tuteli le imprese italiane, ma anche i principi fondamentali dell’UE, come la libera circolazione delle merci e la concorrenza leale.

Personalmente, questa pandemia che insegnamento le ha portato?
La pandemia ci ha dimostrato ancora una volta quanto i vari settori economici siano interconnessi gli uni agli altri e quanto queste situazioni eccezionali d’emergenza si possano superare solamente con la collaborazione di tutti, ad esempio rispettando le misure di prevenzione, facendo i test e vaccinandosi. Solo grazie alla collaborazione di tutti sarà possibile tornare alla normalità e permettere che l’economia riprenda, salvando esistenze e posti di lavoro. 

Autore: Alexander Ginestous

Un modo nuovo per risolvere i conflitti

“Vuoi aver ragione o vuoi essere felice?” è il motto di Sara Bassot, la mediatrice responsabile dello sportello di Giustizia riparativa per Merano – Burgraviato e Bressanone – Valle Isarco. è un nuovo servizio a disposizione di tutti: una modalità di gestione dei conflitti in cui le parti coinvolte possono trovare ascolto e raccontare i propri vissuti e, con l’aiuto di un terzo imparziale, partecipare attivamente alla soluzione soddisfacente di un conflitto.

Dottoressa Sara Bassot, di che cosa si tratta?
Su iniziativa del centro di Giustizia riparativa della Regione, in collaborazione con l’Ufficio esecuzione penale esterna e l’Ufficio servizio sociale per minorenni, nel 2020 è stato elaborato un progetto con l’intenzione di avvicinare i cittadini a questo mondo. È uno sportello di mediazione che vuole essere particolarmente vicino territorialmente per facilitare una risoluzione dei conflitti in modo più proficuo e positivo prima che si arrivi ad una denuncia o che la disputa possa involversi in un reato.

Può fare un esempio?
Un esempio classico sono le liti di vicinato: a volte certi screzi durano da anni, e può succedere che un’offesa di troppo possa far scattare una denuncia; da qui si approda al tavolo del giudice di pace, e quindi inizia un iter di giustizia tradizionale che spesso sfinisce le persone, o addirittura non porta ad avere una vera giustizia, cioè avere una relazione di vicinato sana e positiva.

Cosa succede quando un cittadino si rivolge a voi?
La persona ci contatta e in un colloquio privato può spiegare il suo punto di vista, venendo accolta e ascoltata in uno spazio protetto. Si invita poi la controparte a fare altrettanto , e se è disponibile, successivamente si invitano entrambe le parti ad incontrarsi e a parlare fra di loro, aiutati e facilitati nel loro percorso da un professionista che li sostiene nella comunicazione. Non c’è nessuna forzatura, ma il beneficio è molto grande perché non riguarda solo la risoluzione di un piccolo fatto, ma anche una relazione che poi continuerà negli anni.

Sara Bassot

Si tratta di una grande novità, per l’Alto Adige…
Lo sportello è diventato attivo qualche mese fa, ma già in autunno ci siamo trovati con il distretto sociale di Merano della Comunità comprensoriale Burgraviato, per istituire un tavolo territoriale che voleva analizzare i bisogni della comunità e individuare situazioni conflittuali in cui la giustizia riparativa e la mediazione potessero essere strumenti utili. Al tavolo del Burgraviato hanno aderito diversi soggetti del settore pubblico e del privato sociale, dal cui confronto sono nati tre gruppi di lavoro e diverse proposte di azione.
Un tema emerso dal tavolo del Burgraviato è quello dell’abitare e riguarda i conflitti nei condomini a partire da quelli nelle case popolari. In questo caso viene perseguita una stretta collaborazione con l’Istituto per l’edilizia sociale dell’Alto Adige.
Un secondo gruppo di lavoro si occupa del tema scuola: in questo ambito sono stati presentati diversi progetti offerti in vari istituti scolastici, ed è stato organizzato un convegno con Federica Brunelli che ha presentato il modello della scuola riparativa. Questo gruppo di lavoro ha concordato di partire con questo modello presso la scuola alberghiera Cesare Ritz.
Il terzo gruppo di lavoro segue il parco giochi in via Karl Wolf e ha concordato di organizzare un circolo di vicinato per cercare di risolvere il conflitto tra i diversi utilizzatori del parco. 
In questo caso in un primo momento si svolgeranno dei colloqui individuali con le persone interessate, mentre in un secondo momento si organizzerà un incontro congiunto. In quell’occasione ciascuno potrà raccontare il suo punto di vista e si cercherà di elaborare insieme una soluzione soddisfacente. Fra qualche settimana ci sarà un ulteriore incontro per valutare la realizzazione del piano d’azione elaborato insieme.

Quante persone lavorano allo sportello?
Per ora allo sportello ci sono solo io, ma comunque viene garantito il servizio dall’ufficio di Giustizia ripartiva della Regione, dove sono al lavoro altre quattro persone. Nel caso delle mediazioni allargate collaboriamo assieme alle altre colleghe, anche perché il mediatore vuole garantire il più possibile la neutralità e la gestione fluida e armonica della comunicazione.

Come si diventa professionisti di questo settore?
Il requisito è essere mediatore, una figura professionale con una formazione importante, e per diventarlo viene molto valutato anche l’atteggiamento umano. Io sono sociologa e psicologa, poi ho fatto molti corsi di specializzazione perché mi piace comprendere l’essere umano, vedere i vari aspetti dell’interazione umana, La giustizia ripartiva esiste da sempre, basti pensare a certe antiche tribù che si mettevano in cerchio con una persona più saggia al centro, per poter confrontale le loro opinioni. Noi garantiamo lo spazio di esprimersi senza essere interrotti e di essere ascoltati dalla controparte, fatto che spesso nel quotidiano non avviene. 

Soprattutto in questi tempi in cui si comunica soprattutto attraverso i social…
Già, lo si nota ogni giorno, e lo si è visto in molti ambiti, come nel video dei rapper di Merano, che ha tirato fuori delle  tensioni sociali che esistevano già, ma essendo avvenuti gli scambi comunicativi quasi esclusivamente sui social, le opinioni sono state estremizzate. Guardarsi negli occhi e dirsi le stesse cose che pensiamo ma in faccia, è tutta un’altra cosa.

Come si può fare per contattare lo sportello?
Il servizio è gratuito e confidenziale. Per appuntamenti e informazioni basta chiamare il numero 0471 322152 o scrivere a mediazionemerano@gmail.com

COS’E’ LA GIUSTIZIA RIPARATIVA?

La giustizia ripartiva punta sulla partecipazione attiva della vittima e del reo. In poche parole, anziché delegare allo Stato, sono gli stessi attori della disputa a occuparsi di ovviare alle conseguenze del conflitto occupandosi della riparazione, della ricostruzione e della riconciliazione, con l’obiettivo non di punire ma di rimuovere le conseguenze del reato attraverso l’incontro tra le parti e con l’assistenza di un mediatore terzo e imparziale.
La giustizia riparativa analizza il problema della giustizia penale intorno a quattro elementi fondamentali:
considerare il reato in termini non meramente formali bensì “esperienziali”, ossia come “lesione” che coinvolge direttamente, e sotto molteplici aspetti (morali, materiali, emotivi, relazionali) singole persone e una comunità;
ritenere che al reato corrisponda in primo luogo l’obbligo – in capo all’autore – di porre attivamente rimedio alle conseguenze dannose che la sua condotta ha cagionato, avendo riguardo in primo luogo ai bisogni della vittima;
puntare, nella ricerca di tale soluzione “ripartiva”, ad un coinvolgimento attivo della vittima, dell’offensore, dei rispettivi entourages di relazioni, e della comunità civile;
ricercare una soluzione che risulti, se possibile, concordata tra tali soggetti.

Autore: Luca Masiello

Nova Ponente, tra realtà e immaginazione

L’ampio territorio del comune di Nova Ponente (circa 11000 ettari) scende dall’altopiano porfirico del Monte Regolo fino alle porte di Laives. Infatti, fino alla costruzione della strada della Val d’Ega nel 1860, il paese era collegato alla valle dell’Adige soltanto dalla cupa Vallarsa. Nel corso dei secoli, si è sviluppato uno stretto legame tra le due località in cima e ai piedi del Montelargo, basato soprattutto sul commercio di legname con le città dell’Italia settentrionale che aveva nel porto di Bronzolo il suo terminale di partenza.
Quando affrontiamo le nuove gallerie della Val d’Ega, che hanno sottratto gran parte del fascino al vecchio tracciato scavato nelle rocce dell’impressionante canyon, le nuvole planano pigramente dalle vette del Latemar per dissolversi tra il verde scintillante del bosco. Migliaia di tronchi accatastati lungo la strada ricordano la devastante tempesta Vaia dell’ottobre 2018. 
Raggiunti i 1350 metri del paese, ci accoglie un lieve nebbiolina che però non offusca la vista dei prati e delle case. Posteggiata la macchina, ci dirigiamo verso il centro per scattare alcune fotografie. Saranno le uniche di questa giornata, poiché nel giro di pochissimo tempo una fittissima nebbia cala sul paese. Ci fermiamo nella piazzetta davanti alla chiesa (ricostruita nel XV secolo), poi entriamo nel cimitero che la circonda. La nebbia ha velato le fotografie e i nomi dei morti sulle croci di ferro, solo qualche data spunta qua e là dalla foschia: 1912… 1946… 1878… All’improvviso non vediamo più neppure la chiesa, la nebbia l’ha letteralmente inghiottita – e anche noi a questo punto iniziamo a dubitare della nostra reale presenza. 
Una o due volte si sente il grave rumore del portone ma non si vede nessuno entrare o uscire dalla chiesa. Torniamo verso la macchina lungo la strada centrale del paese, le case sono quasi scomparse, il paese esiste soprattutto nella nostra memoria… Immaginiamo la sagoma poderosa di Castel Thurn, antica dimora dei potenti Niedertor e oggi sede del municipio. I locali pubblici sono ancora chiusi, solo da una pasticceria arriva uno spiraglio di luce e un sommesso vocio. Raggiunta la macchina, attendiamo pazienti che il paese ricompaia: ma la nebbia sale inesorabile come da una caldera dalla gola che lo separa dalla frazione di Monte S. Pietro, paesino da cui si arriva al noto santuario di Pietralba. 
Tentiamo la fortuna alle porte del paese, dove sorge l’antica e riccamente affrescata chiesetta di S. Elena con vista mozzafiato (a noi preclusa) sul Catinaccio. Su questa collinetta pare si fossero insediati alcuni millenni fa e poi all’interno di un castelliere nell’età del ferro i primi abitanti della zona. Ma la nebbia ci impedisce di imboccare la stradina che porta al sito e anche in questo caso dobbiamo affidarci unicamente ai nostri ricordi, ahimè sbiaditi anch’essi. Stessa sorte ci tocca qualche minuto dopo nella frazione di Ega e a questo punto il nostro viaggio si trasferisce giocoforza in una dimensione completamente virtuale.
Il nome “Nove” (che evidentemente segnala una cesura storica rispetto ad un’epoca “leggendaria” caratterizzata dalla presenza di uomini “selvaggi”) appare per la prima volta nel 1140, quando il paese appartiene ancora alla giurisdizione di Bolzano. Diventa “Nova Theotonica” (per distinguerlo da quella romanica o “welsche”) nel 1270 e nel 1272 viene nominato dal Conte del Tirolo un “prantocus justiciarius de Nova”. Nel XIV secolo riuscirono a farsi assegnare la giurisdizione i bolzanini Niedertor che poi la divisero con i Liechtenstein di Laives, proprietari di boschi e poderi sul Monte Regolo. Infine assunsero il potere i Khuen-Belasy e i v. Sternbach fino al XIX secolo.
Nova Ponente era composta di 8 quartieri detti anche “Roden” (terreni disboscati): Prent, Manne (di longobarda memoria), Zelg, Platten, Lab, Platz, Val d’Ega e Monte S. Pietro. 
A parte il commercio di legname, l’allevamento di bestiame occupava una posizione preminente nell’economia locale. Ancora oggi i quasi 4000 abitanti si dividono tra agricoltura, artigianato e turismo. Particolarmente frequentata è la zona sciistica di Obereggen.
Peculiare anche il melodioso dialetto locale, che ricorda l’immigrazione (in seguito alla peste del XIV secolo) di minatori bavaresi e svevi. Predominante la vocale “a”, spesso raddoppiata: Stein (pietra) diventa Staan, Freitag (venerdì) Fraita, kein (nessun) kaan… Singolare, ci vien da pensare, come a volte una sola lettera dell’alfabeto sia più istruttiva di un libro di storia.

Autore: Reinhard Christanell

“Italia e Germania tra le favorite”

Per l’allenatore ed ex giocatore di Salorno Yuri Pellegrini l’Europeo 2021 sarà un’importante vetrina per i giovani talenti italiani, che hanno tutte le carte in regola per fare molto bene, guidati dal ct Roberto Mancini. Per la vittoria finale Pellegrini vede favorite Francia, Germania e Spagna. Ma non esclude la possibilità che l’Italia possa di nuovo vincere l’Europeo, 53 anni dopo il mitico 1968.

Yuri Pellegrini: come sarà l’Europeo 2021? Come vede le chance della nazionale italiana?
Il calcio italiano di club è da tempo in difficoltà. Escludendo le vittorie della Juventus, negli ultimi anni c’è stato poco altro. Ma in realtà la nazionale di Mancini sta facendo molto bene: ha vinto quasi sempre, ha stabilito dei record e si è qualificata “in carrozza”. Rispetto alla nazionale c’è molto entusiasmo, Mancini è un tecnico benvoluto da tutti e che ha saputo creare anche un buon feeling con il pubblico e con la stampa. Penso sia la persona giusta nel posto giusto, in questo momento. Il ct ha anche lanciato un sacco di giovani ed è un aspetto questo, nel quale i suoi predecessori hanno fatto molta fatica. Ad esempio ha fatto esordire Zaniolo quando ancora non giocava nelle squadre di club, e poi ha lanciato Barella. Devo dire che ora la nazionale è anche piacevole da guardare.

Sembra quasi una situazione rovesciata rispetto al passato. Le squadre di club sono un po’ in ribasso, mentre la nazionale piace e diverte…
Sì. Bisogna anche dire che, visti i risultati, questa volta non dico che partiamo da favoriti ma senz’altro ce lo possiamo giocare questo Europeo. Il Campionato Europeo è una competizione molto particolare; noi l’abbiamo vinta solo una volta ma spesso la vincono anche delle outsider, basti guardare a Danimarca, Grecia e Portogallo.
Non è certo come ai mondiali che vengono vinti sempre dalle stesse tre o quattro squadre favorite.

Quest’anno per la prima volta l’Europeo viene giocato spalmando le partite nei diversi paesi dell’unione. Questo fatto potrà anche contribuire a creare una maggiore coscienza europea nel pubblico?
Si gioca sempre in stadi di primo livello. 30 anni fa poteva essere lunga una trasferta dalla Norvegia al Portogallo, ma oggi non è più così. Viene poi coinvolto il pubblico di diversi paesi e questo è senz’altro un aspetto interessante, anche in questo periodo in cui le presenze negli stadi saranno per forza di cose limitate.

C’è poi la vetrina per molti giovani. I nostri migliori talenti spesso non trovano lo spazio che meritano nel campionato per club… All’Europeo possono mettersi in mostra e fare grande esperienza.
Nel calcio italiano quando si dà fiducia ai giovani, spesso questa viene ripagata, come sappiamo. Putroppo questo non succede nei club, se si escludono singole eccezioni come Atalanta e Sassuolo.

In Alto Adige c’è poi una faccenda prettamente campanilistica. Come sappiamo la tifoseria locale storicamente si divide tra coloro che guardano all’Italia e quelli che invece prendono come riferimento la Germania.
Succede da sempre. Io alleno bambini e i ragazzi di madrelingua tedesca tifano sempre per il Bayern. è una cosa molto radicata. Uno da fuori può anche stupirsi, ma la realtà è questa e la accettiamo, ci mancherebbe altro. Si tratta di sport e ognuno fa le sue scelte. Io in ogni caso tiferò Italia, è poco ma sicuro! Anche se devo dire che la Germania mi è simpatica, mi piace il loro gioco e la loro mentalità vicente.

Un pronostico? Quali saranno le quattro squadre che si ritroveranno in semifinale?
è difficile dirlo, perché dipende anche dagli abbinamenti nei gironi.
Potrebbero esserci la Francia, la Germania e la Spagna… e poi noi!
La Francia sicuramente, per Italia ci spero, la Germania come sappiamo arriva sempre in fondo e poi per quanto riguarda la Spagna dobbiamo ricordarci che negli ultimi anni ha spesso vinto le competizioni per club.

Autore: Luca Sticcotti

Hikikomori, quando i giovani si ritirano

La pandemia ha acccentuato ancora di più il fenomeno dell’isolamento sociale e coinvolge soprattutto giovani e adolescenti, che decidono di ritrarsi nella proria cameretta e troncare qualsiasi relazione o attività con il mondo esterno. In Alto Adige si contano circa 600 casi. La cooperativa bolzanina “Il Germoglio”, con l’Associazione “La Strada-Der Weg” e il CRAIS di Bolzano ne ha parlato durante un evento online.

Immaginate di rimanere chiusi in casa nella vostra stanza, avendo contatti solamente attraverso il computer, e passare intere giornate tra videogiochi e altre attività da cameretta. Vero, in un certo senso è quello che tutti noi abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle durante il primo lockdown di marzo 2020, quando l’emergenza Coronavirus sconvolse le nostre vite. Sotto al tappeto di incertezze e paure che pian piano la maggior parte di noi sono riusciti a spazzare via, c’è però chi ci vive ancora, e non per obbligo, ma addirittura per scelta. Si chiamano infatti Hikikomori (termine giapponese che vuol dire ‘stare in disparte’) quelle persone che decidono di ritirarsi dalla società e chiudersi all’interno della propria stanza, troncando qualsiasi tipo di rapporto con l’esterno. Un fenomeno diffuso anche in Alto Adige, dove ad oggi si contano circa 600 casi del genere. Sul tema si è svolto nei giorni scorsi un incontro online promosso dalla cooperativa bolzanina “Il Germoglio-der Sonnenschein” con l’associazione “LaStrada-derWeg”, e con il sostegno e il supporto del CRAIS di Bolzano. Si tratta di enti e associazioni che da tempo fanno del loro meglio per andare incontro alle famiglie dei ragazzi che si ritirano, attraverso progetti come “Invisibili”, o con vere e proprie ricerche o azioni di sensibilizzazione nelle scuole. Il fenomeno coinvolge nella stragrande maggioranza dei casi giovani e adolescenti, ed è un processo lento qullo che porta il ragazzo a ritirarsi lontano da sguardi indiscreti e dai propri affetti più cari, per paura di giudizi, insulti o più semplicemente per il fatto di non sentirsi adeguato nella società in cui viviamo oggi. Ciò porta anche ad un’inevitabile allontanamento dalla scuola, dallo sport o da altre attività di gruppo. Un rifiuto del mondo esterno che dipende il più delle volte da una fragilità d’animo e da sensibilità individuali non capite, da episodi di bullismo, problemi familiari o la continua difficoltà a sentirsi adatti in un ambiente in continua evoluzione, spesso troppo competitivo e giudicante.

Elena Carolei


“Quelle colpite da questo tipo di situazione sono molto spesso famiglie di cultura medio alta, in cui il figlio viene educato ai valori della serietà e dell’impegno a scuola. Ciò comporta alte aspettative nei suoi confronti. Il ragazzo generalmente è brillante e rispettoso, ma ad un certo punto queste aspettative su di lui vengono gradualmente meno”, racconta Elena Carolei, presidente dell’Associazione Genitori Hikikomori Italia. 
Il ragazzo rifiuta gli impegni perché viene messo a confronto con i propri coetanei che hanno valori diversi dai suoi e patisce così il giudizio degli altri. “Si innesca così un vero paradosso, perché il ragazzo che è sempre andato bene a scuola, di punto in bianco decide di non andarci più e rischia la bocciatura per le troppe assenze”, continua Carolei. 
Il giovane in pratica trova rifugio nella sua cameretta, distante dalla pressione della società. E anche l’aiuto iniziale non sempre funziona, perché genera ulteriori pressioni e vergogna.
“Quello degli hikikomori è un fenomeno sempre più presente anche – racconta Gabriele Baldo, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore delle attività dell’associazione regionale Hikikomori Italia -. È importante riuscire a distinguere i vari casi per capire le cause che evocano il ritiro, e che possono essere riconducibili a più fattori”. In questo senso, l’associazione cerca di dare una mano anche ai genitori, che spesso si ritrovano spaesati e non sempre riescono a condividere le proprie paure, sentimenti, sensazioni.

Gabriele Baldo


“Con noi il genitore può conoscere a fondo il problema e avere un confronto sano con altre persone nella stessa situazione. Il gruppo aiuta a superare la vergogna e a chiedere aiuto”, continua Baldo.
E anche il web gioca un ruolo chiave: “È assolutamente sbagliato pensare che internet sia la causa di tutto questo. Contrariamente a quanto si può pensare, il web è un mezzo d’appoggio ad una condizione già esistente per il ragazzo. È grazie al pc infatti che i ragazzi riescono ad avere contatti sociali. Senza internet, probabilmente, l’isolamento sarebbe ancora più duro”, spiega Baldo. Rimane quanto mai fondamentale però sottolineare come non esista una cura o un protocollo certo per far tornare i giovani alla vita di prima. 
“L’importante è riuscire a tenere a bada il giudizio, ascoltare il ragazzo e fare in modo che torni a fidarsi delle persone che ruotano attorno a lui costruendo una rete forte e avendo una forte rapidità d’intervento”, conclude Baldo.

Autore: Alexander Ginestous

Se gli studenti diventano progettisti

Progettare un piccolo edificio destinato a diventare il futuro punto d’incontro del complesso residenziale “Ganda di Sopra” ad Appiano: è stato questo l’incarico affidato alla classe 3H della scuola tecnica professionale per l’edilizia “Peter Anich” di Bolzano. Complessivamente sono stati sei i team che si sono messi al lavoro, dimostrando in tutti i casi grande spirito imprenditoriale e spiccate idee pratiche. Per otto mesi i ragazzi hanno ragionato sulla fattibilità del progetto, sui dettagli tecnici ed in particolare su una spiccata sostenibilità sociale, ecologica ed economica. I lavori emersi sono stati il risultato di un progetto avviato congiuntamente un anno fa da VIVIUS, il polo di innovazione per l’edilizia ecosostenibile nella zona alpina, e dall’istituto tecnico professionale per l’edilizia “Peter Anich” di Bolzano con l’obiettivo di progettare un piccolo edificio idoneo a rappresentare il futuro punto d’incontro per giovani ed anziani all’interno del complesso residenziale “Ganda di Sopra” ad Appiano. “Fin da subito la volontà è stata quella di coinvolgere i giovani a partire dalla pianificazione, lasciando in tal modo che potessero dire la loro sul proprio futuro – ha affermato la presidentessa di VIVIUS Christine Pfeifer -. Grazie al proprio contributo i ragazzi hanno portato un nuovo modo di pensare, metodologie innovative ed idee differenti. Al contempo hanno avuto modo di trasformare le proprie conoscenze teoriche in una costruzione reale.” L’obiettivo è stato quello di individuare un approccio olistico alla pianificazione ed all’esecuzione dei lavori, in modo tale da lasciare un’impronta più ridotta a livello ecologico attraverso la realizzazione di strutture e edifici. La scuola professionale “Peter Anich” ha visto questa iniziativa da subito in modo positivo, soprattutto nell’ottica di permettere agli studenti di essere coinvolti in un lavoro concreto. “In questo modo i nostri ragazzi hanno avuto un’opportunità unica per mettere in pratica le conoscenze tecniche acquisite, contribuendo al progetto con idee innovative ed orientate al futuro”, ha affermato con soddisfazione la direttrice dell’istituto Ingrid Keim.
Una giuria di esperti composta dal sindaco del comune di Appiano Wilfried Trettl, dall’architetto Lukas Rungger dello studio NOA, dall’architetta Christine Pfeifer del polo di innovazione VIVIUS, dalla referente economica Heidi Felderer e dal responsabile locale di “Ganda di Sopra” Martin Haller ha valutato i singoli progetti nel dettaglio ed ha scelto i vincitori. Le proposte presentate si sono rivelate tutte di ottima qualità a livello tecnico e progettuale. Proprio per questo la giuria ha impiegato oltre un’ora per decretare il team vincitore, composto da Simon e Lukas Brunner.
Il progetto dei due ragazzi ha saputo colpire per la particolare forma del tetto, sviluppato a padiglione. Al contempo l’intero edificio è stato leggermente rialzato da terra e risulta facilmente accessibile per anziani e giovani grazie ad un’invitante rampa. L’ampia superficie delle finestre invita inoltre le persone a soffermarsi sul posto, garantendo l’adeguato equilibrio a livello d’illuminazione. La scelta di un legno rosso evidenzia infine a dovere la scelta di puntare su una struttura interamente in legno. Nel complesso dunque, il progetto risulta armonioso e di fatto perfettamente riuscito: non a caso tutti i partecipanti all’iniziativa non vedono l’ora di realizzarlo.

A Ora si punta alla ripresa tra turismo e ambiente

Il Sindaco di Ora Martin Feichter ci racconta i mesi bui dell’epidemia, tra ostacoli e nuove sfide. Ora lo sguardo è rivolto al futuro, tra turismo, sociale e ambiente: “Sono molto fiducioso, ora puntiamo alla ripresa”.

Continua il viaggio nella Bassa Atesina. Anche il Comune di Ora è alle prese con la ripartenza, dopo un anno di ostacoli per via dell’emergenza sanitaria. Lo racconta il sindaco Martin Feichter, eletto a settembre dell’anno scorso, quando il paese si preparava ad affrontare la seconda ondata: “Sono molto speranzoso, ora si punta alla ripresa”. Una ripresa che parte dalla valorizzazione del territorio e dal turismo. 

Il sindaco di Ora Martin Feichter

Com’è stato insediarsi come sindaco nel corso di una pandemia? 
Entrare in corso d’opera non è stato facile, ma abbiamo lavorato fin da subito. Come i privati, anche il Comune ha dovuto superare diversi ostacoli, soprattutto per quanto riguarda le aperture al pubblico degli uffici. Gestire gli appuntamenti dei cittadini e, al contempo, qualche dipendente malato, non è stata una passeggiata. Ovviamente tutte le sedute del Consiglio Comunale si sono svolte in videoconferenza, e anche a quello non eravamo abituati. Penso che confrontarsi seduti intorno ad un tavolo, dal vivo, sia molto meglio. Soprattutto quando bisogna prendere delle decisioni importanti come quelle che riguardano la pandemia.

Quali sono state le misure adottate per il contrasto della pandemia? 
Oltre a quelle nazionali, abbiamo garantito a tutti i cittadini di Ora, già da febbraio, la possibilità di fare un test antigenico rapido gratuito. Durante il lockdown per farlo ci si poteva recare in piazza, senza appuntamento. Poi sono state istituite le due stazioni drive-in della Bassa Atesina, una a Salorno e una a Ora. È una misura molto importante che aiuta nel monitoraggio, ed è tutt’ora attiva, anche se su prenotazione. L’ondata di gennaio e febbraio è stata molto sentita, i numeri erano alti. In quel periodo anche molti consiglieri comunali si sono messi in gioco per invitare le persone ad andare a testarsi. Al momento la situazione è sotto controllo e il numero dei contagi è molto basso. 

Anche nel vostro Comune le attività si sono dovute fermare. 
Certamente. Tutte le attività sociali si sono fermate. Ad Ora, per esempio, hanno subìto un forte stop la banda musicale e la squadra di hockey. È una misura che non è piaciuta ai cittadini, come non è piaciuta a noi, ma purtroppo la situazione era quella. Tuttavia, come ogni anno, mettiamo a disposizione fondi e contributi per aiutare le associazioni, che speriamo si riprendano presto.

Il settore del turismo, invece? 
Lo stop sul settore del turismo per Ora è stata una catastrofe. Il turismo del nostro Comune è alimentato, oltre che dalla presenza di bar e ristoranti, anche dal transito dei bus turistici che arrivano soprattutto da Austria e Germania. Con il divieto di spostamento tra i vari stati l’Associazione turistica ci informa che i pernottamenti sono diminuiti di più del 60%. 

Come si rimetterà in moto questo settore? 
Ancora non lo sappiamo con certezza, la situazione cambia da un giorno all’altro. Ci stiamo affidando all’assessorato competente e come Comune interveniamo dove possibile. Una delle iniziative introdotte a favore del turismo è sicuramente il progetto della costruzione di un tratto ciclabile che collega più punti della Bassa Atesina (oltre a Ora anche Egna, Termeno e Caldaro). Si tratta di un investimento di circa tre milioni di euro deliberato dalla Giunta Provinciale, grazie al quale gli abitanti di Ora e i turisti potranno usufruire di un percorso ciclabile sicuro verso il lago di Caldaro. Inoltre, ci siamo dedicati alla valorizzazione di Castelfeder, il punto turistico più attrattivo della zona. 

In che modo?
In collaborazione con l’Associazione turistica abbiamo deciso di sviluppare le potenzialità turistiche della collina. 
Ci siamo dedicati a Castel Leiterburg, un punto panoramico molto bello e conosciuto sopra Ora. È stato ripulito e sono state aggiunte delle panchine, per valorizzare i posti di sosta durante le escursioni e le passeggiate, così che i turisti e gli abitanti possano godere del panorama – che con uno sguardo abbraccia tutto il territorio, da Salorno a Bolzano – in tranquillità. 

Sono state avviate anche altre iniziative a tutela dell’ambiente. 
Sì, in particolare due. Innanzitutto, ci siamo impegnati per aumentare la biodiversità del territorio. Grazie alla collaborazione tra l’Associazione apicoltori di Montagna e l’ispettorato forestale sono state distribuite gratuitamente, presso il campo sportivo, piante e cespugli ricchi di nettare e polline. Vogliamo coinvolgere anche i cittadini a piantare, in modo consapevole, gratuito e con l’aiuto dell’ispettorato forestale, alberi e cespugli che possano salvaguardare la vita delle api. Poi ci siamo dedicati a ripulire il paese dai rifiuti. È stata un’iniziativa molto partecipata anche dai membri della Commissione Ambiente che ci hanno supportato nell’organizzazione. Per questo voglio ringraziare tutti i volontari che si sono messi in gioco. Da qui si vede anche la voglia di ripartire, di rivedersi, e di fare qualcosa di bello per il posto in cui si abita. 

Autore: Ana Andros