Insieme per “uscire dalla caverna”

Con una festa svoltasi al teatro Puccini gremito di bambini e famigliari, si è conclusa la 26esima edizione del Grest organizzato dal Punto d’Incontro per giovani “Cilla”,che  quest’anno ha visto coinvolte 140 persone fra bambini, ragazzi ed educatori presso l’ex Dopolavoro di Sinigo.

Il titolo di questa edizione era “Esci dalla caverna per vivere alla grande”, e per introdurre i tanti partecipanti alla tematica, il gruppo dei giovani “gialloni” ha aperto la festa con una rappresentazione teatrale sulla storia della famiglia “Croods”, ispirata dunque al film d’animazione della DreamWorks. E proprio questa originale e spassosa famiglia di cavernicoli ha fatto scoprire a tutti, attraverso i suoi personaggi, che non conviene mai chiudersi nel proprio guscio. Grazie alle tante attività svolte, infatti, ognuno, piccolo o grande, nelle due settimane di Grest ha potuto comprendere che è meglio abbandonare ogni paura, rischiare e seguire la luce: solo così la nostra vita e quella degli altri potrà fiorire e realizzarsi. 

A dialogo con i ragazzi più grandi

Ogni giornata del Grest non finiva con la riconsegna dei bambini alle famiglie ma continuava con i ragazzi delle scuole superiori e gli universitari attraverso un momento di dialogo e confronto. Aiutati dalla lettura di alcuni testi precedentemente scelti o dalle testimonianze di amici adulti invitati a raccontare le proprie esperienze, i ragazzi hanno compreso come nella loro vita l’uscire dal proprio guscio accogliendo il “nuovo” e fidandosi dell’altro, sia sempre una ricchezza e una risorsa.

Due gite di sport, musica e relax 

Sono state inoltre organizzate due gite: la prima destinazione era Andalo, dove all’interno del Palazzetto dello Sport – insieme al Grest di Bolzano e Laives – la bellezza di 500 persone tra bambini e giovani hanno dato vita ad un momento conviviale fatto di canti, balli e tanta musica. Un momento particolarmente interessante è stato il dialogo semplice e spontaneo con alcuni dei bambini e ragazzi sul tema “cosa vuol dire per te uscire dalla caverna?”, che ha riservato grandi ed istruttive sorprese.

La seconda gita è stata sull’incantevole Lago di Nembia dove, dopo una breve passeggiata dal Lago di Molveno, i bambini si sono sfidati in giochi organizzati sui prati, hanno organizzato un pic-nic e infine hanno giocato liberamente sulle sponde del laghetto.

Lo staff di Cilla vuole cogliere l’occasione per ringraziare tutti gli innumerevoli volontari che dall’inizio si sono coinvolti a vario titolo per la realizzazione di questa opera educativa.

Autore: Luca Masiello

Tre giornate alla scoperta della storia

“Atrium” è l’acronimo di Architecture of Totalitarian Regimes of the 20th century In Europe’s Urban Memory. L’associazione e la rotta sono state fortemente volute e patrocinate dal consiglio d’Europa con lo scopo di indagare, contestualizzare, spiegare gli edifici costruiti a scopo di propaganda, ma non solo, durante i regimi totalitari del XX secolo, di stampo fascista, nazista e comunista.

Nel maggio scorso, La Fabbrica del Tempo, in collaborazione con “Atrium” ha pubblicato il libro “Less is more”, un libro che, basato su ricerche d’archivio, spiega questo difficile periodo storico attraverso le architetture pubbliche, di propaganda, sportive, religiose e private e si pone come guida per tutti quei fruitori interessati a percorrere la rotta europea e comprenderne gli edifici nelle singole tappe. 

Quest’anno in collaborazione con il Comune di Merano e “Atrium”, La Fabbrica del Tempo ha organizzato tre giornate “Atrium” con le quali si intende invitare la cittadinanza a scoprire con noi la ex Montecatini, Il Borgo Vittoria, la Centrale idroelettrica di Marlengo, mentre la serata è dedicata all’arte modernista e a conoscere meglio “Atrium”.
Il borgo di Sinigo nacque a coronamento degli sforzi fatti per la bonifica del fondovalle compiuta a partire dal 1924, fu costruito tra i ruscelli Neifer e Rio Sinigo, fu chiamato “Borgo Vittoria” e fu inaugurato nel 1928. Nei progetti iniziali del governo fascista qui contadini e operai di varie zone d’Italia si sarebbero dovuti trasferire in massa ma non accade in maniera compiuta.

La complessa opera di drenaggio dell’ampio areale paludoso attorno al fiume Adige, precedette quelle compiute nell’Agro Pontino e nel resto della Penisola, servendo da modello alle altre regioni. Fu realizzato come insediamento industriale e abitativo dello stabilimento della Montecatini. 

Oltre alla fabbrica l’area fu dotata di un proprio spaccio e di un centro di assistenza medica, un quartiere prevalentemente autonomo dove impiegati ed operai -inizialmente 650 ma alla fine degli anni Trenta già intorno a 1000 – vivevano con le loro famiglie. 

La dirigenza della fabbrica – in linea con lo spirito del tempo – provvedeva anche all’offerta di attività per il tempo libero dei propri occupati attraverso l’Opera Nazionale Dopolavoro con intrattenimenti sportivi e culturali: oltre a praticare attività sportive si poteva trascorrere il tempo nelle sale comuni ascoltando la radio o assistendo alla proiezione settimanale di un film; venivano organizzate gite e partecipazioni a molteplici celebrazioni e manifestazioni. Erano presenti inoltre una piccola compagnia teatrale e una banda musicale della fabbrica, che fungeva altresì da veicolo pubblicitario della Montecatini.
La centrale idroelettrica di Marlengo, nelle raffinate forma architettoniche, ricche di particolari art déco, che vediamo oggi, nasce a metà degli anni ’20 ad opera della società Montecatini con il preciso scopo di alimentare il nuovo stabilimento industriale che in quegli stessi anni andava costruendo a Sinigo. 

La nuova centrale doveva fornire alla nuova fabbrica la potenza elettrica necessaria ai processi industriali di sintesi dei composti azotati ma anche l’idrogeno necessario. Originariamente entrambe – centrale e fabbrica – avrebbero dovuto sorgere a Marlengo, ma alla fine si decise per l’attuale ubicazione. 

La facciata squadrata sembra quasi voler gelosamente custodire l’apparato decorativo dell’interno, dove ampie pitture inneggiano alla forza dell’allora ancora nuova energia, quella elettrica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Connettere Alto Adige e l’Europa: intervista a Giulia Chiarel

Oggi dialoghiamo con una bolzanina che da anni vive nel cuore dell’Europa. Il suo compito è proprio quello di connettere la provincia di Bolzano, con le sue diverse realtà, con le potenzialità rappresentate dai fondi europei. 

Quando qualcuno racconta di essersi trasferito in una città per il suo clima, è probabile che Bruxelles non sia la prima a venire in mente. “Invece è proprio così che Bruxelles mi ha fregata” racconta ridendo Giulia Chiarel. “Ho studiato Giurisprudenza a Trento e cercavo un impiego che mi permettesse di andare all’estero, perciò ho partecipato a una Summer school organizzata da quello che, anche se ancora non lo sapevo, sarebbe diventato il mio posto di lavoro: l’Ufficio di Bruxelles della Provincia di Bolzano, all’interno della Rappresentanza comune della Regione europea Tirolo-Alto Adige-Trentino. Come dicevo, Bruxelles mi ha fregata perché a luglio è bellissima: è piena di vita, ci sono moltissime attività e luce fino a tardi, e ho subito pensato di volermi trasferire lì. Poi ha nevicato da novembre fino a marzo”.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Mi occupo di fondi europei diretti: in altre parole, cerco di mappare le possibilità che ci sono per le realtà dell’Alto Adige in diversi campi, dalla ricerca all’agricoltura, dalla cultura alla salute. Ci occupiamo di tanti progetti diversi, il più famoso è senza dubbio il progetto Erasmus. Quello che facciamo, comunque, è monitorare i fondi, mettere in connessione le realtà altoatesine e quelle europee e affiancarle durante il percorso, collaborando anche con gli uffici di Trento e Innsbruck. Oltre a questo, svolgiamo altre mansioni. Io, per esempio, mi occupo di co-coordinare, a nome dell’Ufficio, un gruppo di lavoro su design e creatività all’interno della rete ERRIN (European Regions Research and Innovation Network), del quale l’Alto Adige è co-leader. Lo stesso vale per il gruppo di lavoro sul New European Bauhaus.

Cosa ami del tuo lavoro?

Che non ho una giornata tipo: dover seguire progetti diversi ti dà l’opportunità di incontrare e conoscere tante persone. Avere a che fare con università, centri di ricerca, realtà territoriali ed esponenti delle istituzioni come il Parlamento europeo è molto stimolante. Non ci si annoia mai.

Come racconteresti Bruxelles a chi non la conosce?

La cosa più importante è che, benché sia una grande città, Bruxelles mantiene una dimensione umana: offre tantissimo, anche in termini di attività culturali, e puoi raggiungere ogni posto con facilità. E poi è un luogo fortemente multiculturale: una delle città al mondo con la maggior presenza di cittadinanze diverse. Inoltre, i belgi hanno la tendenza a supportare l’associazionismo, le organizzazioni dal basso, e questo è fondamentale per costruire una comunità. Un’altra cosa di cui non si può non parlare quando si parla del Belgio sono le lingue. Quelle ufficiali sono il francese, il fiammingo e il tedesco, ma la cosa bizzarra è che a scuola si impara una lingua sola. Mia figlia fa la scuola francese e non studia il tedesco – a noi altoatesini, all’inizio, fa uno strano effetto. Cosa non mi piace? Beh, anche se all’inizio è quello che mi aveva convinta, il clima. Ma in quanto italiana è quasi una risposta da statuto, no?

Autore: Alex Piovan COOLtour

Un’estate di successi e generosità

L’estate della ginnastica Sportclub Merano è giunta al termine lasciando dietro a sé un sentiero di vittorie e iniziative che hanno reso la stagione estiva un’oasi di successi e soddisfazioni per l’intera società.

Per concludere in bellezza la stagione sportiva, la ginnastica meranese si è presentata al saggio di fine anno con uno spettacolo unico: 450 gli atleti che si sono esibiti in un’atmosfera di gioia, emozione e orgoglio coinvolgendo un pubblico numerosissimo. 19 corsi e 5 squadre di gara hanno illuminato la palestra di Lagundo con esibizioni accurate e scenografiche incantando familiari, amici e appassionati. Quella giornata non è stata solo la celebrazione dell’impegno e del talento di giovani atleti e atlete, ma anche una festa che ha riunito più di 3.000 persone con musica, giochi per bambini, buon cibo e lotteria, il tutto grazie al grande sostegno e aiuto di istruttori e famiglie: un risultato di un’eccezionale comunità sportiva che condivide la grande passione per la ginnastica. 

Questa festa è stata anche l’occasione di raccogliere delle offerte per l’Associazione Apito Paolo Tonucci, un’associazione che promuove progetti socio educativi per bambini e adolescenti in Brasile sostenendo e migliorando le condizioni di vita delle famiglie nella città di Camaçari in Bahia. La sezione di ginnastica di Merano con una donazione ha voluto compiere un gesto di generosità e di impegno sociale per un’associazione che riflette i valori che sono anche alla base dello Sportclub: l’impegno per il benessere sociale, la condivisione e l’importanza di estendere il potenziale dello sport al di là del mero aspetto competitivo. 

Le celebrazioni non si sono fermate al saggio di fine anno. La società di ginnastica artistica ha recentemente lasciato il proprio segno ai campionati nazionali di Rimini. Le gare sono state una vetrina per il talento e l’impegno delle atlete che hanno trionfato con una serie di straordinarie performance. Numerosi ori, argenti e bronzi hanno aggiunto ulteriore prestigio al già brillante palmarès dello Sportclub Merano.

La ginnastica meranese ha sfruttato l’estate anche per diverse collaborazioni, come quella con la sezione nuoto dello Sportclub, organizzando la terza edizione della “settimana estiva ginnastica-nuoto”. Si è trattata di un’esperienza all’insegna del movimento tra giochi e svago in palestra e in piscina, incentivando l’esercizio fisico abbinato al divertimento, il tutto in un contesto bilingue in cui i bambini hanno potuto approcciarsi alle lingue italiano e tedesco. Ma non solo, la settimana dal 23 al 29 luglio lo Sportclub ha accolto nella palestra Savoy la società di ginnastica Artisticamente 2010 di Rovigo in cui collabora l’allenatrice meranese Elena Rossi. Una settimana in cui 9 ginnaste hanno partecipato agli allenamenti usufruendo dell’attrezzatura e in cui ci sono stati interessanti scambi tecnici tra gli allenatori.  

Un momento di unione e crescita è stato anche il collegiale a Fano, una settimana di allenamenti intensivi presso la palestra della società Alma Juventus con allenatori altamente specializzati. Un’esperienza che oltre a perfezionare le abilità tecniche delle ginnaste, promuove ogni anno valori come la collaborazione di squadra, la determinazione, la passione e soprattutto l’amicizia, rafforzando sempre più i legami tra le atlete e le allenatrici: gli ingredienti vincenti per raggiungere vette sempre più alte.

Si conclude così una ricca estate per la ginnastica meranese che tra iniziative coinvolgenti, collaborazioni proficue e vittorie si può ritenere più che soddisfatta. Un successo ancora maggiore considerando di essere l’unica realtà sul territorio altoatesino ad aver raggiunto questi risultati senza disporre di una struttura dedicata. Nonostante le difficoltà, la sezione, con oltre 700 soci, si prepara per una nuova stagione, conscia delle sfide che la aspettano. Le palestre scolastiche diventeranno ancora una volta il luogo degli allenamenti per gli atleti, ma anche il palcoscenico per il montaggio e smontaggio degli attrezzi ogni giorno. Questo sacrificio di tempo ed energie, necessario per sopperire alla mancanza di una struttura fissa, sottolinea la dedizione e la passione che guidano ogni passo la ginnastica meranese. In questo contesto, la sezione Sportclub guarda avanti con speranza di ricevere una maggiore attenzione e supporto nel panorama politico. I numeri e i risultati finora ottenuti dimostrano che questa realtà è meritevole di ulteriori risorse e considerazione.
I successi ottenuti, le sfide superate e il desiderio di una palestra tutta propria creano un quadro di passione e determinazione che non può passare inosservato, ma che soprattutto spinge la ginnastica meranese a guardare il futuro con ancora più grinta e tenacia.

Autrice: Chiara Caobelli

Sempre più violenza sulle donne 

La cronaca nera locale riporta fin troppo spesso notizie agghiaccianti che fanno sprofondare anche il nostro Alto Adige dalla visione dei gerani curati alle finestre a quel putrido baratro che vede le donne vittime privilegiate della violenza. Dai dati dei carabinieri il quadro che emerge non aiuta certo a dormire sonni tranquilli, neanche per la coscienza collettiva: le denunce per violenza sono infatti aumentate, e l’86% delle vittime sono donne. 

L’arma dei Carabinieri è molto sensibile al tema della violenza di genere e agisce, ogni giorno, con diverse iniziative, anche sociali, per cercare di contrastare qualsiasi forma di comportamento violento e deviante, sia fisico che psicologico. 

Le tante iniziative – che hanno coinvolto i media tradizionali, il web e i social – hanno anche un altro obiettivo fondamentale: quello di convincere tutte le donne che subiscono maltrattamenti o vessazioni di qualsiasi tipo a denunciare con fiducia ai Carabinieri. Non è giusto infatti subire violenze o privazioni della propria dignità neppure all’interno delle mura domestiche e quando l’autore di tali gesti è un congiunto. È per questo che l’Arma punta a far diminuire il numero dei cosiddetti “reati sommersi”, spronando le vittime a muovere il primo passo verso la libertà: sporgere denuncia.

UNA STANZA PER TROVARE CORAGGIO

La risposta determinata al fenomeno ha visto la formazione di militari specializzati, che possono fornire un aiuto immediato alla popolazione, nonché la presenza delle sale “rosa” per l’audizione protetta realizzate a Merano, Laives e Brunico, grazie anche alla collaborazione di Comuni e associazioni private senza scopo di lucro, Club Soroptimis in primis. 

Sono delle stanze denominate “tutte per sé”, dove le vittime dei reati più delicati, che riguardano le fasce deboli della popolazione, possono denunciare nel massimo della riservatezza, senza pressioni e nella migliore condizione possibile. “Perché noi siamo lì per loro, per ascoltarle, comprenderle e aiutarle”, ricordano i militari dell’Arma,

Una “stanza tutta per sé” consiste nell’allestimento, all’interno di caserme dell’Arma, di locali idonei all’ascolto protetto di donne vittime di violenza, in grado di consentire, ogni giorno, di accogliere in un ambiente confortevole e meno “istituzionale” le vittime di abusi.

PARTIRE DAI BAMBINI PER UN FUTURO MIGLIORE

La sfida dell’Arma comincia da lontano, tra i banchi delle scuole, e si inserisce nelle numerose attività che vengono svolte cercando di diffondere la cultura della legalità, parlando con i ragazzi.

A questo si aggiunge, sin dal 2014, la “Rete nazionale di monitoraggio sul fenomeno della violenza di genere”, strutturata sulla base di ufficiali di polizia giudiziaria – marescialli e brigadieri – inseriti nell’ambito delle articolazioni investigative territoriali e formati presso l’Istituto Superiore di Tecniche Investigative con specifici corsi.

Nell’ambito di questa iniziativa si inserisce il pool, realizzato in collaborazione con la Procura della Repubblica di Bolzano, che agisce per tutelare le fasce deboli e che coinvolge direttamente personale dell’Arma dei Carabinieri, formato e specializzato, per fornire al meglio il proprio contributo e aiuto, sia alla popolazione che ai magistrati.

Sul sito www.carabinieri.it, inoltre, è stata dedicata un’intera area tematica al “codice rosso”, dove è possibile trovare tante informazioni utili su temi quali: atti persecutori, maltrattamenti, revenge porn, violenza sessuale e altro. Nell’area tematica è possibile trovare anche il “violenzametro” un test di autovalutazione, elaborato dal Reparto analisi criminologiche del Raggruppamento Carabinieri investigazioni scientifiche (Ra.C.I.S.), per rilevare i segnali del livello di violenza di genere subita in un rapporto di coppia. Contiene consigli utili per chiedere supporto e aiuto, in base al livello di violenza riscontrata.  Si ricordano inoltre l’importanza del numero di pubblica utilità 1522, Help line per la violenza e lo stalking, e la presenza dei Centri Antiviolenza, presenti su tutto il territorio nazionale.

SONO REATI IN COSTANTE AUMENTO

L’attività operativa nella provincia di Bolzano, da gennaio 2023, diretta a tutelare le fasce più deboli della popolazione, ha permesso ai militari di identificare circa il 95% delle persone denunciate. Purtroppo, le vittime sono per la maggior parte donne, circa l’86%, e di nazionalità straniera, circa il 67%. è alta in ogni caso anche la percentuale delle vittime di nazionalità italiana, riconducibili al Codice rosso, che sono state il 33% del totale.

L’attività repressiva ha visto i carabinieri procedere, in circa il 50% dei casi, per maltrattamenti in famiglia, ma anche per violenza sessuale (9% circa del totale) e per atti persecutori (20% del totale).

L’impegno quotidiano degli uomini e delle donne dell’Arma è innanzitutto finalizzato ad evitare che si verifichino ulteriori “femminicidi” e qualsiasi forma di violenza contro le fasce deboli della popolazione, e tutti quegli altri reati, apparentemente meno gravi, che insidiano quotidianamente le donne. Un esempio è il fenomeno comunemente denominato stalking, che è ricondotto ai reati di “atti persecutori”, nonché i casi di maltrattamenti in famiglia e percosse, con vittima donna.

Autore: Luca Masiello

Al via la stagione 23/24 del Teatro Cristallo

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Teatro, musica, corsi ed incontri. Da oggi ci si può anche nuovamente abbonare alle diverse rassegne in cartellone.

Riparte la stagione teatrale del Teatro Cristallo di Bolzano, ricca più che mai: 104 sono in totale le proposte tra le quali spettacoli, concerti, appuntamenti, corsi, laboratori, incontri e camminate. Al via la campagna abbonamenti per le rassegne e la vendita degli spettacoli nonché il rinnovo o la sottoscrizione della Cristallo Card. Il cartellone è realizzato grazie al supporto dell’Assessorato alla Cultura Italiana della Provincia Autonoma di Bolzano, dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Bolzano, della Regione Trentino Alto Adige. Tra i principali sponsor figurano la Fondazione Cassa di Risparmio e Alperia Spa ai quali si aggiungono anche ITAS Mutua e Despar, Interspar ed Eurospar: questi ultimi offrono anche uno sconto di 5 euro per la spesa per chi sottoscrive o rinnova la Cristallo Card. Un grazie per il sostegno va anche a: Cassa di Risparmio di Bolzano, Avis Bolzano, Caaf CGIL, Horizon, Zorzi, Audiotek, Cittadini dell’Ordine, MCSystem, C.S.U., Hypo Leasing Voralberg,  Noi Studio, Lars Communication, Studio Alfa, B&R Service e Ristorante Pizzeria Il Cantuccio.

“La bella stagione” è il nuovo leitmotiv del Cristallo per la stagione 2023/24 che è composta da 46 spettacoli, 32 eventi culturali, 5 mostre, 21 laboratori per adulti, ragazzi e bambini.  Ad inaugurarla sarà il Teatro la Ribalta – Kunst der Vielfalt con Otello Circus, accompagnato dall’Orchestra AllegroModerato di Milano. Nella rassegna sono presenti “Il Ballo”, il concerto con Frida Bollani Magoni, una mostra dedicata allo sterminio dei disabili della Germania nazista, gli incontri con Alessandro Bergonzoni, Massimo Cacciari e Ugo Morelli e Mons. Gianfranco Ravasi, ospite illustre anche del percorso “Le vie del sacro”.

L’Obiettivo e i suoi Racconti di Musica porteranno al Cristallo Toquinho, la musica dei Beatles con i The Beatbox e Carlo Massarini, Mario Biondi ed il gospel di Nate Brown & One Voice.  Imperdibile per i piccoli “Il teatro è dei bambini” di teatroBlu: in calendario “A pesca di emozioni” (compagnia Eccentrici Dadarò), “Abbracci” di Teatro Telaio, la nuova produzione di teatroBlu “L’uccello di fuoco”, seguita da “Il gatto con gli stivali” della Bottega Buffa Circo Vaganti. Ed ancora, “Il Gran Ventriloquini” della compagnia Madame Rebiné, il “Brutto anatroccolo” di Proscenio Teatro, “Stravaganze in sol minore” della Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto e “La bianca, la blu e la rossa”. (Abbonamento: Adulti: 38 € / Bambini: 28 €). TeatroBlu cura al Cristallo anche corsi di teatro ed organizza un ciclo di conferenze spettacolo sulle emozioni col Servizio Psichiatrico del Comprensorio Sanitario di Bolzano.

Molto apprezzata è la proposta di prosa (e danza da questa stagione), di “In Scena,” del Cristallo, realizzata col Teatro Stabile di Bolzano che quest’anno si è arricchita di tre spettacoli di danza grazie al Circuito Regionale della Danza proposto dal Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento. Tra i protagonisti: Ezio Mauro con “L’anno del fascismo. 1922, cronache della marcia su Roma”, Anna Della Rosa che interpreterà Maria, la figlia di Bonaria Urrai, l’”Accabadora” del romanzo di Michela Murgia e poi Andrea Pennacchi con un progetto di teatro civile dedicato alla tempesta Vaia. Lucia Calamaro e la Compagnia dei Giovani del TSV proporranno uno spettacolo dedicato alle biblioteche e a chi le frequenta mentre in occasione della Giornata contro la Violenza sulle donne ci sarà “Remake in swing” con la The Swinging Orchestra e Maria Andaloro, ideatrice della campagna “Posto occupato” perché in quella serata al Cristallo una poltrona si tingerà di rosso e verrà posta al di fuori del sistema di vendita per ricordare perennemente le donne vittime di femminicidio. In calendario “Graces” con Silvia Gribaudi ed il ritorno di Simone Cristicchi con “Franciscus, il folle che parlava agli uccelli”. Innovativo il secondo appuntamento di danza “Blu infinito” di eVolution dance theater. Ci sarà poi “Gl’innamorati” di Carlo Goldoni con la Compagnia Giovani del TSV, “Arlecchino muto per spavento” di Stivalaccio Teatro e “L’avaro” di Molière con Ugo Dighero.  Spazio anche alle grandi interpreti femminili come Lunetta Savino ne “La madre” e Maria Paiato con “Ladies Football Club. 11 ritratti di donne che amano il calcio” di Stefano Massini. Chiude la rassegna “Traviata” della Compagnia Artemis Danza e Monica Casadei. (Abbonamento: 110 euro / 85 euro per gli under 26).

Sono dieci i titoli anche per la rassegna di teatro amatoriale curata dalla Uilt “Buona domenica a teatro”: si parte con “Madame Lupin” del Piccolo Teatro Città di Merano. (Abbonamento: 50 euro).

Moltissimi gli appuntamenti in stagione: al via un nuovo percorso dedicato alle donne, “Everyday Women’s Day”, che il Cristallo
realizza in collaborazione coi Consultori Kolbe e Aied ed il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio e di Itas Mutua. Al suo interno si trovano spettacoli come “Stai zitta”, tratto dal libro di Michela Murgia, “I dialoghi della vagina”, “MAMMADIMERDA LIVE. Natale esecrabile”, l’attesissimo spettacolo di Sarah Malnerich e Francesca Fiore che racconta, senza falsi pudori, com’è essere mamme oggi.

Sempre dedicato alle donne ma questa volta in una funzione di prevenzione degli abusi e delle violenze di genere è il percorso “Insieme contro la violenza di genere” realizzato dal Teatro Cristallo, dal Cristallo Young e da Unicef Bolzano in collaborazione con il Comune di Bolzano, Gea, Assb e la Polizia di Stato e con il sostegno di Despar, Eurospar, Interspar. è un percorso dedicato in particolare alle scuole superiori e prevede un incontro informativo in classe sui temi della violenza di genere.

Continuano poi i percorsi storici del Cristallo come “Madre Terra” realizzato con Caritas Bolzano-Bressanone che ospiterà, tra gli altri, il progetto lanciato da Marco Paolini dedicato al Vajont.

“Tutta tua la città” quest’autunno si concentrerà sul cammino e propone tre appuntamenti, (conferenza il venerdì + camminata il sabato) dedicati al valore interiore, spirituale e sociale del camminare.

Con Unicef Bolzano il Cristallo collabora per “Uniti per i bambini” ed ha in calendario moltissimi appuntamenti tra i quali Andrea Iacomini e Giammarco Sicuro che faranno il punto sui bambini migranti, Luca Trapanese, scrittore, papà e politico, che presenterà il suo ultimo libro, Franco Lorenzoni ed il valore dell’educazione, Francesco Niccolini e la figura di Don Milani ed in occasione della Giornata contro le vittime innocenti di tutte le mafie, il 21/03, all’interno anche del percorso “Educare alla giustizia”, Nello Scavo presenterà il legame indissolubile tra migranti e mafie, ed il suo lavoro di indagine sul Mediterraneo, sulle sue rotte della speranza e sui suoi traffici illeciti. Sui temi della giustizia e del perdono parlerà anche la vedova del commissario Calabresi, Gemma Capra Calabresi Milite che racconterà il suo percorso di amore e perdono presentato nel libro “La crepa e la luce”.

(inserzione pubblicitaria)

Il cuore pulsante del turismo di cura

Fin dal 1885, un nuovo dibattito aveva catturato l’attenzione dell’opinione pubblica meranese e degli addetti ai lavori: si era infatti costituito un comitato per la costruzione di un Kurmittelhaus in cui far trovare posto alle attrezzature più all’avanguardia e alla più ampia gamma di terapie scientificamente provate da poter offrire ad una clientela sempre più numerosa e sempre più esigente. 

Tuttavia numerosi impedimenti di ordine finanziario, di scelta del terreno e di progetto, impedirono ogni trattativa fino al 29 marzo 1905 quando, sotto la pressione del dottor Emil Rochelt, il più convinto sostenitore del progetto, la Giunta comunale ne decise la costruzione. Fra i progetti presentati, quello che più convinse la commissione preposta, fu quello dell’architetto Max Langheinrich, allievo di Martin Dulfer, l’architetto che, sei anni prima, aveva progettato il Teatro Civico. I lavori dovevano comprendere il riscaldamento, l’impianto elettrico, i mobili, la biancheria per un totale di 650.000 corone, cifra che non si sarebbe dovuta superare per nessun motivo. In realtà le cifre crebbero notevolmente fino a raggiungere il totale di 1.009.704 corone. I lavori vennero finanziati per intero dalla Giunta comunale che poi avrebbe ceduto l’amministrazione della struttura ad una commissione di medici e notabili meranesi. I lavori, iniziati nel marzo del 1906, necessitarono di quindici mesi di tempo e il 28 giugno 1907 furono conclusi ma si attese il 13 ottobre 1907 per la cerimonia di inaugurazione giacché l’estate a Merano era una stagione morta. Tutto ciò che la scienza moderna offriva in campo terapeutico fu individuato e fatto istallare sul posto. Nel sotterraneo batteva il cuore dei complicatissimi marchingegni che davano vita alla struttura per la produzione di acqua calda, vapori, riscaldamento e quant’altro fosse necessario, mentre all’ultimo piano trovavano posto gli appartamenti del personale e degli impiegati oltre che la lavanderia. Tutto l’edificio era illuminato elettricamente e tramite telefono interno o campanelli elettrici si poteva chiamare immediatamente il personale addetto. Il 1° settembre la struttura fu aperta al pubblico, entrando da subito a regime. Essa consentiva una variegatissima gamma di cure, terapie, ginnastica, nuoto a altre attività. Disponeva di un proprio medico, che prestava servizio durante le ore di apertura. Vi erano numerosi reparti come ad esempio il reparto di pneumoterapia, i bagni di aria e luce, le inalazioni, le vasche per i bagni caldi e freddi, la piscina, ecc. Fra tutti però fu forse l’istituto medico-meccanico Zander a rappresentare una novità assoluta. Esso consisteva in una ampia palestra attrezzata di macchinari ginnici creati dal dottor Jonas Gustav Zander, il medico che nella sua città natale, Stoccolma, aveva organizzato un istituto per la ginnastica medica con mezzi meccanici e ideato una numerosa serie di apparecchi ginnici per la cura di diverse infermità caratterizzate da compromissione della funzione muscolare e articolare. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Sud nelle pennellate di Baldessarini

Walter Baldessarini fu artista meranese dalla vivacità coloristica tutta mediterranea e dal cuore curioso che lo portò a viaggiare alla ricerca di quegli scorci e di quei paesaggi meridionali dove mare, promontori, vegetazione e luce si fondono. Dall’Italia, attraverso la Grecia e la Turchia, fino al Marocco, alla Spagna e al Portogallo, l’artista ha realizzato le sue opere en plein air.

Walter Baldessarini era nato a Merano, in piena epoca fascista, nel 1936. Era figlio degli antiquari Lina Klotz e Rinaldo Baldessarini dai quali ereditò la passione per la bellezza. Anche se inizialmente la strada tracciata doveva condurlo ad una vita dedicata alla musica, suonava infatti il pianoforte, a 16 anni decise che era invece l’arte la sua passione e si iscrisse alla scuola d’arte privata fondata nel 1915 da Minni Bosshard e Karl Blocherer a Monaco di Baviera. Nel 1955, vinta una borsa di studio, poté trasferirsi a Roma e frequentare le lezioni presso il “Centro sperimentale di cinematografia” dove approfondi costume e scenografia. Nella stessa città, accanto a questo istituto il giovane meranese frequentò anche l’Accademia di Belle Arti dove frequentò la classe di Mario Mafai, l’iniziatore della cerchia artistica conosciuta come Scuola di Via Cavour. Nel 1957 aveva partecipato alla mostra collettiva di costume e scenografia al Festival del Cinema di Venezia e ne fu premiato col “Ciak d’oro”. Per quanto riguardava invece il suo percorso artistico il giovane pittore fu influenzato sia dagli antichi maestri del Gotico e del Rinascimento, quanto da quegli artisti che avevano aderito all’espressionismo e alle sue declinazioni come quella della “Der Blaue Reiter” o “Die Brücke”.  Nel 1959 iniziò da Trapani la sua lunga esperienza espositiva che portò le sue tele in numerose città italiane ed europee. L’ultima delle sue mostre si tenne a Roma, nel 2022 presso la Fiera d’Arte Contemporanea Nuvola di Fuksas. I soggetti risentirono spesso della mitologia e della classicità che fecero capolino nelle sue tele attraverso tutte le sue fasi artistiche e financo alla maturità. La sua pennellata si era via via evoluta, diventando sempre più libera, ampia, materica, inserendo a tratti piccoli gesti di “frottage”, la tecnica cioè della raschiatura del colore riscoperta da Max Ernst.  La tavolozza era divenuta via via sempre più vivace con tonalità acriliche assai variegate e inaspettate. La luce calda, a volte abbacinante, invadeva gran parte delle tele e dei soggetti rappresentati, allontanandosi sempre più dal figurativismo per giungere ad un gestuale, astratto e bidimensionale.
Le sue tele sono conservate e fruibili presso l’Archivio Walter Baldessarini, curato dalla Galleria Denny Staschitz.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I giovani tra fede e speranza

// Di Niccolò Dametto

Michele Dalla Serra è da non molto il nuovo referente del settore della Pastorale Giovanile della Diocesi di Bolzano Bressanone. Questo compito è sempre stato affidato a un sacerdote, ma ora per la prima volta l’ambito viene coperto da un teologo laico per tutti i tre gruppi linguistici. Attirare i giovani al mondo della chiesa risulta sempre più difficile oggigiorno, una vera sfida che Michele, classe ’93, ha preso a cuore. Con lui oggi andremo a scoprire cosa è cambiato rispetto alle generazioni passate e come i giovani vedono la chiesa cattolica.

Come ti sei avvicinato alla religione fino poi ad arrivare a fare questo lavoro?

Sono cresciuto a Bolzano in un ambiente parrocchiale. I miei genitori mi portavano nella chiesa della Visitazione, ho frequentato lì la catechesi e i campi scuola estivi. È sempre stato il mio ambiente. Poi quando ho iniziato le superiori mi sono aggregato ad un gruppo di miei coetanei che si trovava alla Parrocchia dei Tre Santi e sono cresciuto assieme a loro, con esperienze, gite in montagna e viaggi organizzati dalla Pastorale Giovanile. Facendo queste esperienze con il tempo mi sono offerto nel dare una mano nell’organizzazione; una cosa tira l’altra e finite le superiori ho iniziato a dare una mano più sostanziosa sempre su base volontaria, fino a quando non mi è stato offerto un lavoro part-time dall’azione cattolica.

Poi ad ottobre nel 2022 la Pastorale Giovanile stava cercando qualcuno che si impegnasse nel coordinamento delle attività del gruppo linguistico italiano e del gruppo linguistico tedesco, allora mi sono candidato ed eccomi qua.

La tua fede come ti ha influenzato in questo percorso?

Sicuramente è stato un percorso di crescita. Quando le cose vanno bene, viene facile avere fede, quando invece le cose non vanno mi chiedo sempre perché lo faccio. Sicuramente non lo faccio per me: lo faccio sempre nell’ottica del servizio. Fede e servizio sono due parole che vedo molto legate tra di loro.

Che rapporto hanno i giovani con la chiesa rispetto alle generazioni passate?

In passato c’erano meno proposte e i giovani erano meno ribelli, avevano meno voglia di autodeterminarsi e fare di testa loro. Quindi era più facile per le famiglie trasmettere ai propri figli il loro spirito religioso.

I miei genitori sono cresciuti frequentando l’oratorio, come molti dei loro coetanei. Oggi non tutti i genitori d’oggi hanno avuto un passato parrocchiale, e quindi la chiesa viene vista solo come una istituzione e non si propone più ai ragazzi di andare in parrocchia. Molti genitori delle generazioni passate raccontavano le loro esperienze positivi ai loro figli e questo sicuramente aiutava: i figli si fidavano di più.

Come li vedi i giovani d’oggi?

Quello che vedo adesso è che c’è più un senso di ribellione, di fare di testa propria. Non ho ancora capito se è per mancanza di voglia, per i troppi impegni o per il troppo stress.

Insegnando religione in un liceo mi sono reso conto che i ragazzi d’oggi sono stressati in generale. Alcuni arrivano a scuola già spremuti: tra compiti, sport e lezioni se gli si fa una proposta ulteriore diventa facile che ti dicano di no.

Da un lato c’è questo abbondare di proposte, impegni e stress, dall’altro (in modo implicito/silente) c’è un fortissimo desiderio di approfondire alcune tematiche. Anche sulla scia del post-Covid a lezione si fanno un sacco di domande, non solo sul futuro ma anche sul presente. E, secondo me, rispetto a queste domande manca spesso l’occasione per metterle in comune e discuterle assieme.

Perché si parla poco di religione tra i giovani?

L’estate scorsa abbiamo fatto un campo estivo con la parrocchia e una delle difficoltà che emergeva dai ragazzi (che erano quasi tutti delle superiori) è che oggi se dicono in classe che vanno a messa o fanno parte di un gruppo parrocchiale, a loro viene attribuito lo stigma dello sfigato e quindi magari tanti si vergognano di raccontare questa loro esperienza. è stato interessante: quando ne abbiamo parlato alla fine si sono trovati ad essere ben in sei in una classe di venti alunni che stavano facendo questa esperienza, ma non ne avevano parlato tra di loro.

Secondo me, è perché si ha paura di venire etichettati anche perché ultimamente la chiesa istituzione viene criticata molto. Ma essere chiesa in realtà è una cosa diversa da quello che normalmente si pensa. Si ha paura di porsi delle domande per la paura delle risposte. Il tema della fede presuppone di farsi domande tutti i giorni per crescere, per mettersi in discussione.

Come si fa ad attirare i giovani affinché prendano parte alle iniziative religiose?

Secondo me la strategia della testimonianza e dell’esempio è senz’altro quella più efficace. Se esprimo ai giovani le mie emozioni e faccio capire loro che quella cosa lì muove anche me, la testimonianza senz’altro ha effetto. Magari non viene recepita subito ma viene presa messa lì da qualche parte e poi magari dopo qualche anno viene tirata fuori, perché qualcuno capisce cosa ha voluto dire fare quell’esperienza. In ogni caso che vengano tre ragazzi oppure cento per me tutti sono importanti ed è importante che tutti riescano a vivere bene quell’esperienza.

Ai giovani che messaggio vuoi lanciare?

Dico loro: se per un periodo le cose vanno male devi pensare che poi passa, e allora intanto prova a vedere il bello che ti dà il ritmo per andare avanti. Comunicare questo ai giovani è determinante. Perché poi iniziano a fidarsi di più e a capire che con la fede la vita non è un sogno dove va tutto alla perfezione ma che ognuno ha le proprie difficoltà ma anche le sue gioie. Per me avere fede è un valore aggiunto, mi dà ha una marcia in più per ripartire: è una speranza a lungo termine.

Che cosa deve assolutamente avere un buon cristiano?

La speranza. Se non abbiamo la speranza non possiamo ritenerci cristiani. Però non deve essere una speranza del “che vadano bene le cose”, ma un “io credo che le cose vadano bene”, “spero di capire come farle andare bene”, e “spero che succeda nei tempi giusti”. Occorre essere sicuri che prima o poi ci sarà una svolta e credere in quella sicurezza vuol dire appunto aver fede.

Come si fa poi a mantenere la fede?

Da bambino hai una fede giovane e acerba. Hai le tue scarpette piccoline. Se quando cresci ti allontani dalla fede, ti ritrovi poi ad essere adulto e avere ancora le scarpe da bambino. Ti senti ridicolo, non le vuoi più mettere quelle scarpe. Ma come cresce il piede, devi anche cambiare la scarpa. Ciascuno deve crescere nella fede facendosi delle domande, confrontandosi con gli altri, capendo se anche loro si fanno le stesse domande e come si possono trovare dei punti in comune. La dimensione tanto sottolineata dal Papa della fraternità è questa: stare insieme, confrontarsi insieme per cercare di trovare una soluzione ai problemi di tutti.

Dalle sponde del Nilo fino a Merano

Quella della cosiddetta “Mummia di Merano” o meglio di Bast-en-Ankh, è una storia ancora incompleta ma comunque piena di fascino. Nel 1915 Fritz Krafft giunse a Merano per un soggiorno di cura portando con sé la preziosa mummia con sarcofago acquistata durante un viaggio in Egitto.

Risiedeva a Castel Verruca dove la mummia era esposta per i suoi ospiti. Rientrato improvvisamente in Germania lasciò la mummia nel deposito di uno spedizioniere e solo nel 1959 i suoi eredi decisero di donarla al Museo Civico.
Qui trascorse altri cinquant’anni nei depositi e, finalmente nel 2016, con l’apertura del nuovo Museo di Palais Mamming, essa ha trovato la sua giusta collocazione nella bacheca al secondo piano.
Nel 2013 il gruppo di esperti del Mummy Project, guidato dalla dottoressa Sabina Malgora, ha condotto una approfondita indagine sul reperto e sul suo sarcofago facendo luce almeno in parte sulla storia e sulla provenienza della “Mummia di Merano”.
Si tratta di una donna che godeva di una posizione sociale elevata poiché probabilmente era la figlia di un sacerdote. Forse Irethorrou, sacerdote del tempio dedicato al dio della fertilità Min, nella città di Ipou, oggi Akhmin, nell’Alto Egitto. Si chiamava Bast-en-Ankh che significa “La dea Bastet è vivente”. Dalla posizione del corpo, con le mani incrociate sul petto e con il braccio destro sopra al sinistro, tipica delle mummie reali, gli esperti datano il periodo in cui visse fra il 261 a.C e il 387 a.C. ossia a cavallo tra la fine della XXIX Dinastia e l’inizio del periodo Tolemaico. Doveva essere deceduta intorno ai sessant’anni ed era stata deposta nella necropoli nota come “Tombe dei Nobili” nei pressi di Assuan. Sulle bende i sacerdoti avevano posizionato le tradizionali placche in “cartonnage” (carta pesta).
Secondo gli scienziati che le hanno esaminate, esse risalgono al Primo Periodo Tolemaico e cioè al III secolo a.C. mentre lo stile della decorazione è proprio quella tipica del territorio dal quale proviene la mummia. Generalmente le placche erano 4 e venivano a coprire la zona del busto, degli arti inferiori e dei piedi.
Qui però un frammento della placca che di solito sta sui piedi, si trovava sul petto; la placca che di solito copre le gambe era invece posizionata sul ventre. Manca anche la maschera che però doveva avere di sicuro come testimonia il diverso colore delle bende. Anche il tipico sudario rosso che tradizionalmente avvolgeva la salma per intero è sparito.
Ma piccoli frammenti di tessuto rosso sono stati trovati sotto il cartonnage durante le fasi del restauro compiuto nel 2000. Anche il sarcofago proviene dal territorio di Akhmim, ha forma antropoide, ossia che presenta un volto umano ma non è il suo. E’ troppo grande ed è datato all’VIII o VII secolo a.C. al III Periodo Intermedio.
La maschera rappresenta un bel volto dai grandi occhi truccati di nero e dalle labbra sono rosee, incorniciato da una tipica parrucca che ricade sul petto e prosegue sulla schiena. Il petto mostra una tipica ampia collana conosciuta come collana “usekh”. Una collana cioè fatta di tantissime piccole perline disposte in numerosi fili.

Rosanna Pruccoli