Art of freedom in carcere

Quando pensiamo al penitenziario di Bolzano la prima cosa che ci viene in mente è il degrado della struttura,  vera e propria vergogna per una provincia che da sempre si trova ai primi posti nelle classifiche della qualità della vita. Sta di fatto che, però, la casa circondariale del capoluogo si distingue per essere in Italia una delle strutture in cui ai detenuti viene riservata la maggiore attenzione, nell’ottica del reinserimento sociale. Lo dimostra il progetto innovativo Art of Freedom che coinvolge numerose realtà culturali del territorio e diversi volontari.

Il progetto Art of Freedom parte dalla difficoltà di fondo che vivono gli ex detenuti nel tentativo di abituarsi alla vita oltre le sbarre, poiché spesso durante la detenzione perdono ogni tipo di contatto con il mondo esterno, oltre che la propria capacità di interazione sociale e lavorativa. 
Chi vuole provare a ricostruirsi un futuro deve inoltre fare i conti con uno stigma sociale difficilmente cancellabile.
Mauro di Vieste della Biblioteca Culture del Mondo spiega: “Il partner principale con il quale condividiamo  questo percorso è Alpha Beta, che lavora principalmente con il carcere. La nostra biblioteca invece lavora soprattutto con Odós, il progetto per il reinserimento sociale di detenuti ed ex-detenuti della Caritas. Odós dà sicurezza a molti ragazzi che escono dal carcere, evita loro di finire per strada, dà loro un tetto e dei pasti, la possibilità di lavarsi, di formarsi, di mandare curriculum, e per loro piano piano riparte la vita.”

Che tipo di supporto date attraverso Art of Freedom?

L’idea di fondo è stata quella di avere un approccio prevalentemente culturale per il reinserimento di queste persone che presentano una fragilità sociale oggettiva. È così che, oltre alle esperienze su come si coltiva un orto o come si lavora in una ciclo officina, noi li accompagniamo in questo percorso, favorendo la loro partecipazione a spettacoli teatrali o a concerti  di musica classica, ma anche a workshop che fanno loro capire le professioni tecniche che stanno dietro allo spettacolo dal vivo.” 

Per loro non deve essere facile farsi accettare..

Molta della nostra attività si basa sulla mediazione culturale ultra decennale svolta sia in carcere che fuori. Grazie a questo lavoro – svolto in parte da Erjon Zeqo, in parte da altri colleghi – siamo riusciti ad abbattere questo muro iniziale di diffidenza, non ultimo attraverso la musica popolare suonata, che spesso è in grado di aprire porte e creare dialogo.  Non va dimenticato infatti che ci presentiamo a persone che non ci conoscono e che vivono una situazione pesante.”

Come vede il ruolo della biblioteca in questo progetto?

Mi piace l’idea della biblioteca come luogo con più funzioni, in cui si realizzano relazioni che altrove non sarebbero possibili. L’idea che sta dietro ad Art of Freedom è quella di una biblioteca che collabora sia con il mondo della cultura che con il sistema della giustizia… Non è una cosa banale.

Per capire come funzionano i progetti teatrali dentro al carcere, abbiamo intervistato anche l’attrice Chiara Visca.
Qual è il suo ruolo all’interno di Art of Freedom?

Da gennaio tengo un laboratorio teatrale all’interno della casa circondariale di Bolzano. Ma ho anche avuto la fortuna di accompagnare i detenuti che si sono iscritti ai vari corsi offerti in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano e quindi anche al laboratorio teatrale tenuto da Babilonia Teatri e a un corso di illuminotecnica tenuto da Denis Frisanco. Ero anche presente agli incontri significativi e importanti che i detenuti hanno avuto con attori famosi quali Stefano Accorsi e Rocco Papaleo.

Quali sono i vantaggi che ha un detenuto se partecipa a dei laboratori teatrali?

Il teatro aiuta sempre a esprimersi meglio, a conoscersi, a capire quali sono i propri punti di forza e le proprie debolezze e quindi a migliorare in termini di comunicazione. Può e deve anche divenire una sfida a lavorare in gruppo ascoltando gli altri, che è una cosa che forse in carcere non è così facile da provare tutti i giorni, nonostante la “pesante vicinanza” con altre persone. Grazie al teatro ognuno può scoprire un proprio talento a cui non ha mai dato peso, perché la vita di tutti i giorni non ci fa vedere queste piccole luci che abbiamo dentro, e invece il palcoscenico è un luogo giusto per farle brillare.

Che cosa si prova a lavorare nella casa circondariale?

Di recente sono state aperte delle aule in cui si può lavorare e in cui chi fa parte del corso viene accompagnato e poi la porta si chiude. Nel periodo precedente abbiamo invece lavorato nella chiesa, che si trova nella sezione delle celle, per cui succedeva che anche altri detenuti venivano a buttare un occhio, a salutare e anche a osservare quello che facevano i compagni.
Quando tu entri, accedi un po’ nell’intimità dei detenuti, perché quando percorri il corridoio, passi davanti alle celle che spesso sono aperte, ed è lì dove tutti trascorrono gran parte del loro tempo. Per cui secondo me ci vuole attenzione, rispetto, forse il sorriso e comunque la voglia di portar dentro qualcosa di diverso, di pulito e di bello. C’è anche la possibilità di stare ad ascoltare, ma chiaramente è un ambiente chiuso in cui i problemi pesano moltissimo sull’umore di tutti ed è facilissimo… contagiarsi. A volte si cambia l’energia, proponendo qualcosa di totalmente diverso che può essere una canzone o una lettura. Insomma: uno spunto ad andare per un momento, chiudendo gli occhi, da… un’altra parte.

Se la sente di tracciare un bilancio di quella che è stata la sua esperienza? Pensa che il progetto proseguirà?

Lo spero caldamente. Anzi spero che oltre a un seguito ci sia anche una crescita in questa direzione, perché per me è stato molto arricchente e ho visto veramente alcune cose cambiare. Ho ricevuto tanto nell’ascoltare solo alcune frasi o nel leggere quello che è stato scritto nei corsi di scrittura creativa come commento ad alcune cose che sono successe. Quello che è entrato in carcere quest’anno è stato un seme che potrebbe portare veramente a una grande crescita o un grande cambiamento nella vita delle persone.

Autore: Till Antonio Mola

Un impresario americano a Merano

L’impresario teatrale statunitense che aveva fatto calcare i palcoscenici americani a molti importanti attori italiani, approdò con moglie e figlia, come turista di cura, in riva al Passirio nel giugno del 1925 per non andarsene mai più. Nel 1932 commissionò la propria villa che finì per essere un fulgido esempio di architettura moderna. 

Josef Mandelkern era nato il 17 gennaio 1863 a Bialjstock in Podlachia, una regione della Polonia orientale, figlio di Jsrael e di Francesca Delugatz, ed era coniugato con Teresa Jung dalla quale aveva avuto una figlia, Tea che, come spesso accadeva nelle famiglie ebree statunitensi, aveva mantenuto i cognomi di entrambi i genitori: Jung – Mandelkern. Josef Mandelkern era assai conosciuto come impresario dell’attrice Eleonora Duse che – come è noto – era morta proprio durante la tournée statunitense, a Pittsburgh, nell’aprile del 1924. L’anno seguente Mandelkern era giunto a Merano con la sua famiglia e quello che sarebbe dovuto essere solo un soggiorno si trasformò in una residenza stabile ma purtroppo, come vedremo, anche una trappola. 

Fin da subito l’impresario si era inserito a pieno titolo nella società cittadina partecipando a raccolte fondi per le famiglie più disagiate, iscrivendosi all’Associazione Protezione Animali – creata in città da Nahida Ruth Lazarus – diventando, col passare degli anni, noto ai giornalisti che spesso scrivevano di lui o gli chiedevano un’opinione oppure lo menzionavano in articoli di costume definendolo sempre “uno dei nostri più vecchi ospiti di cura residenti”, oppure “Il signor Mandelker è un vero self-made-man e un globetrotter, ha girato proprio tutto il mondo e conosciuto gli angoli della terra più belli ma ha scelto Merano – la perla – come dimora”. 

Decisi infatti a restare, i coniugi Mandelkern commissionarono all’architetto Franz Lottersberger quella che sarebbe divenuta la loro villa: Villa Dux / Duse. La costruzione appartiene a quel filone stilistico del Razionalismo tedesco che ebbe sviluppo in Germania con espressioni diverse quali “Deutscher Werkbund”, “Bauhaus”, ma tutte riconducibili al “Movimento Moderno” che aveva fatto della purezza delle linee, delle forme cubiche elementari e della mancanza di ornamenti il nuovo linguaggio rivoluzionario dell’architettura. 

A partire dall’estate del 1938 le cose però precipitarono e il 22 agosto del 1938 Josef Mandelkern fu aggiunto all’elenco degli “Appartenenti alla razza ebraica” di Merano. Il documento lo classifica come “residente stabile”. In quanto cittadino americano, il rimpatrio negli Stati Uniti non avrebbe dovuto costituire una difficoltà eppure Josef rimase, e il 7 dicembre 1939 alle ore 14.30 morì nella sua residenza di via Maia, all’età di 76 anni per “paralisi del cuore”. 

Fu sepolto nel cimitero ebraico di Merano. L’Alpenzeitung che aveva seguito molto spesso la sua vita meranese annunciò la sua morte nonostante le Leggi razziali lo vietassero: “A Maia Bassa è morto Mandelkern il noto impresario americano che era in contatto con i più grandi attori italiani”. La villa fu messa all’asta il 31 ottobre del 1941.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Sulle tracce del populismo

Gli scout del Merano 1 quest’anno hanno intrapreso un percorso tematico davvero molto particolare e significativo. Al centro della loro attenzione c’è il populismo che hanno incontrato lo scorso settembre quando hanno partecipato per la prima volta alle elezioni politiche. Ne sono scaturite una serie di iniziative concrete con le quali hanno inteso accrescere la loro consapevolezza e confrontarsi con le persone che la pensano in maniera diversa da loro. 

“Hai il coraggio di pensare? Scegli tu o la massa? Tu pensi con la tua testa? Sind das deine Ideen?”

Questi sono gli interrogativi che i ragazzi scout del gruppo “Merano 1” hanno scelto di porre innanzitutto a sé stessi e poi agli adulti, non solo quelli a loro “vicini”. Si tratta di interrogativi che sono scaturiti quando la maggior parte di questi ragazzi (fascia d’età 16-21) si è ritrovata, per la prima volta nello scorso mese di settembre, chiamata alle urne per scegliere i propri rappresentanti al parlamento nazionale. 

Lo spaesamento rispetto al bombardamento di informazioni e la consapevolezza rispetto ai pericoli della propaganda ha fatto il resto. Suggerendo a questi ragazzi – appunto – di capire meglio non solo quello che erano chiamati a fare ma anche il contesto in cui tale scelta avveniva, Rivendicando il loro diritto ad esercitare una matura coscienza critica. Ne abbiamo parlato con uno dei loro animatori, Marco, e anche e soprattutto con i ragazzi stessi, ovvero Fabio, Chiara e Michele. 

LA VOCE DEGLI ANIMATORI

Come è partita la cosa?

In realtà in maniera molto semplice. Un pomeriggio ci siamo incontrati e ci siamo chiesti: “cosa vogliamo fare quest’anno?”, “quali argomenti vogliamo trattare?”.
Sono state un paio di ore molto produttive in cui sono usciti quattro macro temi. Uno di questi era proprio il populismo. La settimana prima c’erano state le elezioni politiche nazionali e questa parola era stata molto utilizzata. I ragazzi lo hanno segnalato unitamente al fatto che la maggior parte di loro non sapeva di cosa si trattasse. Ma si erano sentiti comunque “bombardati”, a livello mediatico. 
Il discorso si è poi specificato un po’ e si è focalizzato sul rapporto tra il populismo e la “massa”.

Il percorso scout, però, si caratterizza sempre per la sua ricerca di… concretezza.

Già. Durante il campo invernale il tema è stato sviscerato ma poi i ragazzi si sono chiesti: adesso cosa facciamo? Hanno quindi deciso di programmare alcune azioni concrete, che tra contenuti e tempistiche li hanno impegnati fino al mese di marzo. Come prima cosa Hanno realizzato degli striscioni con degli interrogativi rivolti alla cittadinanza. Come seconda azione poi i ragazzi si sono recati a Trento per chiedere direttamente alle persone per strada cosa ne pensassero del populismo e della massa influenzata dal cosiddetto “pensiero unico”. 
La terza azione è stata quella di chiedere a personaggi più o meno di rilievo un’opinione su come al giorno d’oggi il populismo influenza le persone. I ragazzi hanno anche collegato il populismo, violento, con quanto è avvenuto negli scorsi decenni nei Balcani. Toccando temi con l’annullamento delle diversità e la violenza esercitata sull’opinione degli altri. Si sono quindi proiettanti con la terza e ultima fase del percorso che  in estate porterà in Bosnia. 

LA VOCE DEI RAGAZZI

Non è una cosa di tutti giorni il fatto che un gruppo scout scelga di confrontarsi con un tema politico come quello del populismo? Come ci siete arrivati?

Come gruppo scout noi trattiamo un tema ogni anno. è nato tutto in ottobre. La maggior parte di noi ha fatto 18 anni e per la prima volta è stata chiamata a votare. Si trattava di una votazione importante e ci siamo trovati un po’ spaesati. Non riuscivamo a capire dove trovare le informazioni e a chi credere, per decidere chi votare e anche se votare. Mentre ci confrontavamo tra di noi è uscito il tema dell’influenza importante che ha la propaganda, in questi casi. Abbiamo deciso allora di inserire questa cosa nel macrotema populismo, focalizzandoci sulle influenze esterne che subiscono le idee che ci facciamo. Anche le influenze inconsapevoli, quelle di cui non ci accorgiamo. Secondo noi si tratta di un problema che non viene discusso molto. Io ho 19 anni e per tutti questi anni nessuno me ne aveva ha mai parlato. 

E allora vi siete organizzati da soli. E’ così?

Beh, noi siamo solo dei ragazzi. Non siamo andati in biblioteca a fare delle ricerche, però ci siamo messi lì e abbiamo cercato un po’ di venirne a capo, esprimendo anche le nostre idee.

Vi siete anche confrontati sia con degli esperti che con delle persone normali come voi.

Sì, a gennaio abbiamo fatto il nostro campo invernale, come ogni anno. Abbiamo giocato, cantato, ma ci siamo anche confrontati su questa cosa. Sono venuti allora fuori alcuni progetti. Siamo andati a Trento, perché volevamo trovare opinioni diverse dalla nostra e anche da quelle delle persone collegate a noi. Abbiamo anche scritto svariate mail a persone che noi ritenevamo importanti, tra cui il presidente della Provincia Arno Kompatscher, il direttore della Caritas Italiana Mauro Pagniello e il prof. Alessandro Barbero. Anche grazie al loro aiuto e alle loro opinioni abbiamo capito meglio i termini della questione. E siamo stati in grado di scrivere una nostra “sintesi”. 

Il testo che avete prodotto è il risultato del confronto tra di voi? Qual è il suo scopo?

Volevamo aiutare le persone che sono nella nostra stessa situazione. è un tema a cui pochi fanno caso e forse molte persone possono apprezzare il risultato del lavoro che noi abbiamo svolto in questi mesi.

Insomma: volevate condividere e… restituire. 

Abbiamo anche realizzato un volantino che abbiamo distribuito ad un evento di autofinanziamento per il viaggio che faremo in estate. Lì c’è anche una lista delle cose che si potrebbero fare per crearsi un’opinione oggettiva e meno influenzata dalla propaganda. Gli striscioni invece li abbiamo appesi con l’intento di provocare un po’ le persone. 

E l’idea del viaggio com’è nata? 

Questo tipo di viaggio si chiama route e noi lo facciamo ogni anno. Abbiamo pensato di andare in Bosnia perché essendoci stata lì la guerra loro sono toccati più di noi dall’argomento del populismo. Lì potremo raccogliere altri punti di vista. E vogliamo vivere sulla nostra pelle gli effetti che hanno queste influenze esterne sulle idee delle persone. Non solo sui singoli ma anche sull’intera società e su uno stato. 

Qual è il programma del viaggio in Bosnia?

Si svolgerà nei primi dieci giorni di agosto. Visiteremo Tuzla, Srebrenica e Sarajevo. In Bosnia potremo vedere gli effetti ancora presenti non solo della guerra ma anche del comunismo che c’era precedentemente in Jugoslavia. 

Autore: Luca Sticcotti

Il castello e il mausoleo di Scena narrano una storia d’amore

Un maniero, un mausoleo, una storia di un amore che fece discutere perché nato fra due persone di diverso lignaggio, un erede della famiglia imperiale degli Asburgo e una giovane borghese. Il castello lontano dalla corte e dalle sue convenzioni, un titolo creato ad hoc per dare una qualche dignità nobiliare alla discendenza.  

Guardare anche solo di lontano il Castello di Scena e il Mausoleo significa fare capolino in una bellissima storia d’amore fra un uomo e una giovane donna che non avrebbero dovuto neppure guardarsi e certamente non sposarsi. Quella del Conti di Merano è una discendenza scaturita da un matrimonio morganatico (matrimonio di un nobile con una borghese) che suscitò scandolo, pettegolezzi e determinò una vita felice ma ritirata e lontana dalla corte imperiale di Vienna e dal suo severo protocollo. È la storia d’amore fra l’arciduca Giovanni d’Austria e Anna Plochl di Aussee figlia del maestro di Posta Jakob Plochl. Anna aveva altri dodici fratelli e dopo la precoce morte della madre si era presa cura della casa e della famiglia. Aveva 15 anni quando, il 22 agosto 1919, incontrò per la prima volta l’arciduca Giovanni d’Asburgo al Lago Toplitz. Giovanni d’Austria ne restò immediatamente catturato per la dolcezza, la riservatezza e la saggezza e pochi anni dopo, il 20 settembre del 1823, era deciso a condurla all’altare. Il matrimonio avrebbe dovuto svolgersi a Vorderberg dove l’Arciduca possedeva una officina meccanica con annessa ampia casa d’abitazione ma quando l’arciduca chiese il permesso di sposare Anna al fratello, l’imperatore Francesco Primo d’Austria,  questi glielo negò. Giovanni decise allora di trasferirsi con l’amata al Castello di Brandhof e di intraprendere una battaglia legale, che si rivelò annosa, per l’ottenimento del consenso imperiale al matrimonio. I due si sposarono segretamente nella cappella privata del Brandhof sei anni dopo, il 18 febbraio 1829 quando Anna aveva 25 anni e Giovanni 47. Il consenso a questa unione morganatica giunse solo nel 1833. L’anno successivo e a firma dell’Imperatore Francesco II venne creata baronessa del Brandhof. Quando nel 1839 la coppia ebbe la gioia di un figlio, Metternich mediò affinché il pargoletto potesse avere un più importante titolo nobiliare e nel 1844 a firma di Ferdinando I d’Austria, e il bambino fu nominato Franz Conte di Merano. Per dare una degna residenza  alla propria discendenza, l’arciduca Giovanni d’Austria acquistò e restaurò il maniero trecentesco di Scena. Dopo la sua morte avvenuta nel 1859, il figlio chiamò l’architetto viennese Moritz Wappler che fra il 1860 und 1869 realizzò la costruzione neogotica in granito di Ivigna e quindi dieci anni dopo la sua morte fu composto nel nuovo mausoleo.  Anna sopravvisse al marito altri 26 anni durante i quali si dedicò prevalentemente ad opere assistenziali e di beneficenza come ad esempio l’ospedale infantile di Graz che ancora oggi porta il suo nome. Anna morì nell’agosto del 1885 a Bad Aussee e venne sepolta accanto al marito nel mausoleo di Scena. Nel mausoleo riposano anche il figlio Franz e la di lui consorte Teresa von Lamberg Contessa di Merano.  

L’ARCIDUCA GIOVANNI

L’arciduca Giovanni d’Asburgo-Lorena era il tredicesimo figlio del Granduca Leopoldo di Toscana e di Maria Luisa di Spagna ed era nato a Firenze nel gennaio del 1782. Da adulto ricoprì ruoli importanti: fu feldmaresciallo durante le Guerre napoleoniche e Reggente imperiale (Reichsverweser) dell’Impero tedesco durante le rivoluzioni del 1848. L’arciduca Giovanni sostenne a più riprese la ribellione organizzata dai partigiani tirolesi contro gli occupanti bavaresi e capeggiata da Andreas Hofer. Passò alla storia come il grande modernizzatore della Stiria. 

Autrice: Giovanna Pruccoli

Se il palco è accanto alla strada

Il loro esordio davanti alle telecamere di Mamma Rai è stato strepitoso: una standing ovation ha accolto la loro prima esibizione, con la quale si sono guadagnati il diritto di competere in finale con altri artisti di strada di altissimo livello. Naimana Casanova e Daniele Tommasi non hanno vinto il primo premio ma, partecipando al programma “Dalla strada al palco” condotto da Nek, hanno vissuto una bella favola. La prima di una lunga serie.

Lei è una cantante lirica, lui un mimo e ventriloquo, ed entrambi sono piuttosto conosciuti per le loro performance artistiche che allietano le vie dell’Alto Adige. La voce di Naimana Casanova fa ormai quasi parte dei suoni del centro di Merano, e i pupazzi cantanti di Daniele Tommasi non passano certo inosservati. Poi il caso ha voluto che si incontrassero, e la scintilla artistica che ne è scaturita ha portato lei ad entrare nel magico mondo della ventriloquia, lui a migliorare l’arte del bel canto, per poi arrivare in coppia in prima serata su Rai2. 

Naimana Casanova, come siete arrivati a partecipare a “Dalla strada al palco”?

È  successo un annetto fa, ero stata contattata dagli autori del programma: un talent scout mi aveva notata a Merano, ha esaminato dei miei video che avevo pubblicato sui social e poi mi aveva chiesto di partecipare ad un provino come cantante lirica. Avevo accettato, anche se solo da remoto perché non potevo recarmi a Milano in quei giorni. Si erano dimostrati interessati ma il provino non lo avevo passato:  non mi sentivo in forma, avevo problemi con la voce. Poi, pochi mesi fa, mi hanno ricontattato ed ho chiesto di poter partecipare al provino in coppia con Daniele come ventriloqui. Ho inviato un nostro video, abbiamo passato il provino e dopo poche settimane ci hanno invitato in studio a Milano.

Da cantante lirica a ventriloqua, un bel passaggio. Come è successo?

Il ventriloquismo è una passione nata dalla mia innata curiosità. Spinta dalla passione per la musica della mia mamma, ho iniziato la mia carriera fra le sette note con il violino, e successivamente mi sono dedicata al canto. Mi sono diplomata al Conservatorio di Genova, città in cui sono cresciuta e alla quale devo molto, poi mi sono trasferita a Merano, dove fra insegnamento e arte di strada ho trovato la mia dimensione. Un giorno, per caso e neppure troppo tempo fa, mi sono imbattuta in Daniele. Si stava esibendo per strada ed ero rimasta ammaliata dalla sua capacità di sdoppiarsi: stava eseguendo un’aria di Mozart cantando da baritono, ed aveva in mano un pupazzo, una mucca, che cantava da controtenore. Era interessantissimo ed estremamente divertente; così ci siamo conosciuti, ho scoperto che ha studiato da mimo, e nonostante abbia una bellissima voce e un’ottima intonazione era praticamente un autodidatta. Era da tempo che pensavo ad uno spettacolo in coppia con un pupazzo, pensavo di registrare una voce da tenore ed esibirmi interagendo con esso cantando con la mia voce; avevo anche guardato dei video in cui si spiegano i “segreti” dei ventriloqui, ma avevo abbandonato subito, mi sembrava una cosa inarrivabile, troppo difficile per me.

E invece ha scoperto un nuovo mondo…

Esattamente, un mondo divertentissimo, un’arte davvero complicata sotto molti aspetti: cantare senza muovere le labbra è difficile, ma lo è soprattutto coordinare il movimento del pupazzo. E anche dal punto di vista psicologico non è una passeggiata: sentire la propria voce uscire da un pupazzo è a tratti imbarazzante, non ci si sente mai davvero all’altezza della situazione. Il ventriloquismo è una disciplina a sé, è interessantissima. 

Come ha scelto il suo pupazzo, la pecora Belinda? 

L’ho letteralmente scippata a Daniele (ride, ndr). Lui mi aveva comprato una giraffa, ma non mi piaceva, aveva la bocca troppo grande, e poi un alpaca. Lui invece aveva questa pecora, che mi era molto simpatica; ho insistito per farmela regalare, me l’ha imprestata per qualche giorno e alla fine anche lui ha capito che “doveva” essere mia. Si chiama Belinda in onore della mia città d’origine, ma è anche il nome di un personaggio dell’opera “Didone ed Enea” di Purcell.

Cosa si prova entrando per la prima volta in uno studio televisivo?

Tanta emozione, come si può facilmente immaginare; quando siamo entrati per la prima volta nello studio ci sembrava qualcosa di troppo grande, al di fuori dalla nostra portata. Poi, però, ci siamo fatti coraggio, anche perché ad esibirsi c’erano solo artisti di strada, quindi colleghi, persone come noi. 

E di Nek, cosa può dire? 

C’è stato un periodo in cui ascoltavo spesso le sue canzoni; ricordo che quando ancora vivevo in Liguria continuavo a mettere i suoi pezzi nel juke box del bar che frequentavo regolarmente. Quando l’ho incontrato per la prima volta in Rai pensavo di trovarmi di fronte un personaggio irraggiungibile, quella star che sentivo cantare dalla radio e che vedevo nei primi posti della hit parade. Poi, invece, si è rivelata una persona gentilissima, umile, uno di quelli che ti fanno sentire subito a tuo agio, che ti infondono tranquillità, che ti parlano come se ti conoscessero  da sempre.

Cosa vi ha portato questa esperienza, che cosa resterà nel vostro cuore? 

Tanta felicità e serenità, guardando al futuro. Dopo la nostra performance in televisione abbiamo ottenuto una grande visibilità, siamo stati contattati da molte persone per fare degli spettacoli. Ne stiamo studiando uno nuovo, in cui interagiamo con i pupazzi, li facciamo parlare, e cantiamo con loro i brani più famosi della musica italiana, dalla canzone all’opera.

Autore: Luca Masiello

“Da grande farò l’architetten”

Nata a Bologna nel 1984, Sofia Bonvicini è un’architetta traferitasi da poco a Bolzano. E’ figlia di Franco Bonvicini – in arte Bonvi – uno dei più grandi fumettisti d’Italia conosciuto per la sua serie a strisce Sturmtruppen. Dal 26 maggio al 7 giugno presso la Waag in Piazza del Grano sarà ospitata la mostra “Sturmtruppen a Bolzanen”, organizzata in occasione del festival ArtMaySound. 

“Un aneddoto divertente di quando sono nata è che mio padre mi mise subito in mano una matita. In quel momento scrisse il mio destino. Mi è sempre piaciuto disegnare e cercando il mio posto nel mondo ho trovato nell’architettura il posto dove poter esprimere la mia creatività. Finita la scuola ho iniziato a studiare architettura a Ferrara, ma la passione del disegno c’è sempre stata.
È morto quando avevo undici anni ma attraverso il disegno riesco a ricollegarmi a lui. È un modo per ricordarlo.
Sono molto legata al mondo del fumetto quanto a quello dell’architettura. Anche perché le due cose sono molto collegate: quando ti immagini una storia a fumetti devi dargli un contesto che è ciò che fai in un progetto d’architettura.”

Che cosa ti ha portato a Bolzano?

Sono approdata a Bolzano per la prima volta nel 2021 e mi ha colpito da subito la sua aria internazionale. Si respira un’aria diversa qua a Bolzano. Avendo sempre vissuto tra Milano e Bologna cercavo un posto che mi permettesse di crescere a livello professionale in un ambiente più europeo. Per certi versi credo che Bolzano sia molto più europea di Milano. Ho anche una mia cara amica che abita a Bolzano e che ho conosciuto in università; quindi, c’è anche questo fil rouge che mi collega alla città. Qua a Bolzano c’è un modo più umano di vivere. Poi i problemi ci sono anche qui, come è normale che sia, i problemi ci sono dappertutto. Però questa natura molto forte e selvaggia, a due passi da casa è qualcosa di fantastico. Un posto strano che mi ha incuriosita molto. Spero di restarci a lungo.

Quanto è importante per te far rimanere vivo il ricordo di tuo papà?

Mio papà è stato un uomo incredibile, io lo chiamo un super uomo, ma non lo dico perché era mio padre. Era un uomo con un codice d’onore, con una cultura molto vasta, un modo di approcciarsi alla vita e alle persone molto umano, molto umile. Non esistevano distinzioni di ceppo sociale per lui. Si definiva un anarchico, tra virgolette, scevro da condizionamenti politici. Anarchico non in modo violento, ma in modo intellettuale. Per me è un modello d’ispirazione, che io stessa cerco di seguire.
Seppur avendo passato poco tempo con lui, abbiamo passato dei bellissimi momenti, anche perché eravamo molto affini. Sin da piccolina mi piaceva disegnare e lo facevo spesso insieme a lui, già lo aveva capito che c’era il disegno dentro di me. Mi reputo molto fortunata, ci sono persone che hanno avuto il papà per tutta la vita; eppure, non riescono a ricordare dei bei momenti insieme. 

Che messaggio vuole lasciare Bonvi alla nostra società?

Fa riflettere le persone, è un fumetto trasversale, sia per piccini che per adulti.  La risata è un modo che usa per far pensare le persone, fargli venire dubbi, facendoli sempre divertire. Alla fine Sturmtruppen è un fumetto che narra le disavventure di un esercito, formato da singoli soldati, che combattono contro un nemico che non si vede mai. Che lottano cioè, contro sé stessi. Affronta temi sociali, la borghesia, il bullismo, l’amore, l’omosessualità, la morte. Negli anni Settanta non si trattavano apertamente questi temi, alcuni di questi erano dei tabù.
Al giorno d’oggi (anche grazie al mondo dei social) veniamo bombardati di contenuti, ma sono contenuti poveri, sono “scatole vuote”, non ti dicono nulla: non ti lasciano spunti di riflessione, ma le subisci passivamente. Per questa ragione occorre fare un passo indietro e domandarsi “di tutto ciò che assorbo che cosa ha ancora valore?”
Secondo me è importante leggere Sturmtruppen per questo motivo qui. Nell’arco di tre vignette, ti fa riflettere o ti lascia un bel ricordo, o ti fa sorridere o ti genera malinconia. In un’epoca così ricca di scatole vuote, le scatole veramente piene sono da tutelare.

Tuo papà ti hai mai dedicato una striscia?

Sì! È capitato diverse volte, ho dei bellissimi fumetti che conservo a casa mia tipo “La piccola Sofia che va a scuola” e sono dei bellissimi ricordi che mi porto di lui. Strisce vere e proprie no, negli ultimi capitoli ogni tanto si incontra qualche personaggio che ha delle mie somiglianze. Mi ricordo però sempre molto volentieri di una striscia che venne pubblicata negli anni ‘70, che sicuramente non mi ha potuto dedicare perché non ero ancora nata ma mi rimane nel cuore. Mi ci rivedo – risata.

Qual è il ricordo più bello che hai di lui?

Ne ho tantissimi, ma il più bello è legato ad un rumore, la più dolce delle melodie, lo scricciolo del suo pennino a china che incideva i fogli di carta Schoellershammer. Ero piccolina e dormivo assieme a mio fratello in studio da papà e lo sentivo lavorare, mi piaceva addormentarmi e svegliarmi con questo rumore. 

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

Scoprire l’arte passeggiando

Torna, dal 25 maggio al 4 giugno, LanaLive, l’appuntamento con l’arte nel paese ddel Burgraviato. Il titolo di questa edizione è “Walking Connections”: durante alcune passeggiate ed escursioni attraverso Lana si creerà una rete che unisce e intreccia il territorio e le persone. Una serie di tour inaspettati, sconosciuti e sorprendenti consentirà ad artisti di diverse discipline e vari esperti di incontrarsi con i residenti e tessere connessioni.

La manifestazione nel suo complesso disegnerà una rete di punti di riferimento e intuizioni, che non solo arricchiranno Lana, ma daranno una visione di come una società può essere unita con mezzi culturali, oggi e in futuro. La mostra “Tales of the Future” inaugurerà LanaLive giovedì 25 maggio dalle 19: l’esposizione, curata da Sofia Margesin e Angela Zittel presso il magazzino frutticolo Rudolf Margesin (via Schnatterpeck 15) a Lana di Sotto, costruisce un ponte tra Berlino e l’Alto Adige e porta a Lana installazioni sperimentali e opere d’arte che si confrontano con le forme del continuo avanzamento della tecnologia e il loro impatto sulla convivenza.

L’emozionante relazione tra uomo e macchina sarà presentata in un vecchio magazzino frutticolo attraverso installazioni, opere generate dall’intelligenza artificiale, video e fotografie. Gli artisti espositori sono Ugne Agrypnia, Anastasya Cherepanova, Damian Pfattner, Nikita Nikitin, Marlon Nicolaisen, Johannes Lex, Simon Perathoner, Leevke Succow e Johannes Thiel. La mostra è aperta tutti i giorni fino a domenica 28 maggio, dalle ore 16 alle 20. Il discorso d’inaugurazione sarà tenuto da Jörg Zemmler.

Venerdì 26 maggio, con partenza alle 17 dalla biblioteca civica Kultur. Lana, si terrà un’escursione artistica alla mostra Kunst aus der Kiste, allestita da [kunstwerk] krastal e LanaArt a Lana di Sopra, Lana di Mezzo e Lana di Sotto. Il tour si concluderà alle 19.30 al Museo altoatesino della Frutticoltura, dove l’artista milanese Enzo Umbaca presenterà i risultati della ricerca iniziata lo scorso anno nell’ambito del progetto Abrufen e li consegnerà all’Archiv.Lana durante una performance.

UN ESPERIMENTO

Sabato 27 maggio alle 14.30, Schnitzeljagd – jagt Schnitzel di Annika Terwey inviterà a un esperimento artistico-sociale lontano dagli spazi artificiali del Web e attraverso Lana, dove nuove persone incontrano vecchi sconosciuti e intraprendono insieme un viaggio di scoperta. Lungo il percorso i partecipanti avranno la possibilità di raccogliere impressioni, sapori e idee diverse: dalla cultura alla cucina al dialogo. 

Domenica 28 maggio, dalle ore 18, presso il Bach- und Gerengut (di fronte al magazzino frutticolo Rudolf Margesin) si concluderà il primo fine settimana di LanaLive con il finissage della mostra “Tales of the Future”, uno speed dating informale, una performance di Silvia Morandi e un concerto della band berlinese “niuee”. I musicisti creeranno paesaggi sonori coinvolgenti e meditativi che fondono ad arte campionamenti, strumenti e voce. 

Lunedì 29 maggio, alle ore 19, LanaLive farà tappa a Bolzano per la Bolzanism Walk Manhattan, un avvincente tour teatrale che permetterà di vivere in prima persona la storia e le persone del quartiere Don Bosco. 

IL PONTE MELODICO

Venerdì 2 giugno alle ore 18 il giovane artista Jonathan Zwießler, laureato alla Facoltà di Arti e Design della Libera Università di Bolzano, trasformerà il vecchio ponte della ferrovia Lana Postal in un punto d’incontro simbolico con con il suo melody of encounters. Il ponte stesso diventerà un grande strumento musicale e chi lo attraverserà musicista: un’esperienza suggestiva, sospesi sull’acqua, in un paesaggio sonoro autogenerato. Punto d’incontro alle ore 18 è la stazione di Lana-Postal.

L’installazione è preceduta da un laboratorio condiviso, durante il quale i visitatori trasformeranno vari oggetti in strumenti e li utilizzeranno per suonare sul ponte. Gli oggetti che solitamente appartengo allo spazio privato incontreranno in uno spazio, che è pubblico, l’architettura del ponte. Questa nuova relazione si rifletterà in una registrazione intitolata “melody of encounters”. Inizio alle 16.

Sabato 3 giugno, con il titolo “From A to P”, si svolgerà una giornata escursionistica curata dalla guida Markus Breitenberger in collaborazione con il Comitato per l’educazione permanente di Lana e di Lagundo. Il ritrovo per l’escursione è previsto alle ore 9 presso la stazione di Rablà. Con la funivia Aschbach si salirà in quota e, dopo una visita alla vecchia scuola di Rio Lagundo, ora adibita a centro educativo “werkSTOTTschual”, l’escursione proseguirà con l’accompagnamento musicale dei Pasui (Johanna Springeth, Barbara Grimm e Volker Klotz) attraverso il Monte San Vigilio (picnic dallo zaino) fino alla stazione di monte della ormai dismessa funivia Pavicolo, dove l’artista Maria Walcher presenterà un’installazione. “From A to P” non sarà solo un’escursione sul Monte San Vigilio, ma anche un collegamento tra due funivie: una è di nuova costruzione, di design moderno e molto utilizzata, la seconda, invece, ha improvvisamente cessato la sua attività dopo più di 50 anni di servizio e si mostra oggi come sorta di monumento all’antimobilità. Dopodiché si scenderà alla locanda Forsthof per prendere l’autobus di linea fino a Lana. Ai partecipanti si chiede di portare con sé scarpe buone, abbigliamento resistente alle intemperie, pranzo al sacco.

La sera dello stesso giorno alle ore 21, la banda cittadina Bürgerkapelle Lana e il coro femminile Raindrops si “connetteranno” per dare vita ad una “opera d’arte totale” arrangiata da Ivan Marini con rock, pop, gospel e blues di Elvis Presley. L’intera la comunità è invitata.

IL GRAN FINALE

LanaLive si concluderà domenica 4 giugno con “Il sogno del cammino”, un incontro con successiva escursione alla Dria al Fos con l’autore dell’omonimo libro, Antonio Moresco. Il ritrovo è previsto alle ore 11 presso il Bar Ai Laghetti di Ruffrè-Mendola. L’evento si svolgerà in collaborazione con CRATere.

La partecipazione agli eventi è gratuita; per adesioni: info@lanalive.it

Autore: Luca Masiello

“Il privilegio del mio lavoro? Il lato umano dei campioni” 

Uno dei decani del giornalismo sportivo italiano è un cittadino di Bolzano. Per quasi  due decenni, Ezio Zermiani è stata la voce e il volto delle telecronache delle competizioni motociclistiche e automobilistiche sulla RAI. Ha interpretato il suo ruolo di inviato in pista con estro e inventiva, guadagnandosi sul campo la stima e l’amicizia dei tanti fuoriclasse raccontati in una carriera ricca di soddisfazioni. La nostra intervista.

Zermiani, come nasce la Sua passione per il giornalismo? 

Parte tutto dalla mia città, Bolzano. All’epoca degli studi universitari – studiavo Ingegneria a Bologna – avevo cominciato a collaborare come esterno con la sede Rai di piazza Mazzini. In quegli anni collaborai anche a programmi radiofonici famosi come “Chiamate Roma 3131”. Quando venni assunto in pianta stabile, nel ’75, cominciai ad occuparmi di cronaca nera e giudiziaria ed ebbi la possibilità di affrontare alcuni casi di cronaca che ebbero eco mediatica nazionale. 

Ci aiuta a ricordare quali?

Ad esempio, il delitto della perpetua della Val d’Ultimo, il cui processo venne rifatto tre volte. Poi mi interessai dei delitti di Marco Bergamo. Grazie alle mie inchieste, venne scagionato un portiere di notte che era stato inizialmente accusato di essere il responsabile dell’uccisione di una prostituta che in realtà era stata vittima di Bergamo. In seguito a questi casi, nel ’78 venni chiamato a Milano da Sergio Zavoli che aveva fondato il GR1. Non ci pensai due volte a trasferirmi in Lombardia.  

Lì ebbe inizio la sua seconda carriera, quella che la rese il giornalista per eccellenza del mondo dei motori.

In precedenza, ovviamente, avevo già fatto incursioni nel territorio del giornalismo sportivo. Ero appassionato di moto e macchine e chiesi se interessavano contributi per la Domenica sportiva. Iniziai con servizi sulla sicurezza nel mondo delle gare di motociclismo: un aspetto del tutto trascurato all’epoca, i piloti morivano come mosche. Quando cominciai, a fine anni ’70, era l’epoca dominata da Niki Lauda. Dai primi anni ’80 in avanti, ero sempre in trasferta per fare le telecronache di moto e F1. Posso affermare tranquillamente di aver fatto almeno una volta il giro del mondo. 

Qual è lo sportivo che più l’ha colpita?

Ho avuto modo di entrare in confidenza con grandi campioni come Prost, Piquet, Nannini, Alboreto, anche Alonso, tra i tanti. Ma il più grande per me rimane Ayrton Senna che purtroppo non è più tra noi.  

Chi era Senna, una volta smessi i panni del pilota di Formula Uno?

Era un uomo a tutto tondo. Non era solo il grande campione dell’automobilismo che tutti conosciamo. Dava una mano ai bambini di strada brasiliani, pagando loro cibo e istruzione, come oggi continua fare la fondazione che porta il nome. Era un pilota dall’animo nobile che faceva un lavoro pericoloso non per i soldi o la fama ma per aiutare chi ne aveva bisogno. Altri bei ricordi mi legano all’amico Michele Alboreto, purtroppo prematuramente scomparso, con cui facevamo una trasmissione insieme. Una volta, tra Natale e Capodanno dell’87, ci incontrammo a Maranello a provare in pista la nuova Ferrari da strada, la F40. Poi si decise di usare la macchina, non ancora omologata, per andare dalla famiglia di Michele e facemmo un servizio su quel folle viaggio da Modena a Milano. Il grande vecchio, Enzo Ferrari, si infuriò. Poi vide il servizio e mi mandò una nota per complimentarsi.  

Com’era il mondo del giornalismo sportivo, a quei tempi?

Era completamente diverso da oggi. Allora si viveva in simbiosi con i campioni sportivi, si riusciva a coglierne il lato umano, a conoscere le loro famiglie e le loro storie. Ti affidavano segreti e confidenze e tu dovevi scegliere di non raccontare alcune cose perché era un rapporto basato sulla correttezza, la fiducia e l’amicizia. A volte, con le loro famiglie e le nostre, facevamo le ferie insieme. Io ero solito intervistare i piloti sulle griglie di partenza, pochi secondi prima che schiacciassero l’acceleratore. Adesso è inimmaginabile. Ora ci sono conferenze stampa e interviste uguali per tutti, anche perché una parola di troppo, pronunciata nel momento sbagliato, può causare disastri finanziari. Noi abbiamo consumato tante suole delle scarpe per scovare le notizie e raccontarle. Oggi il pc e internet, che sono molto utili, forse ci hanno reso un po’ più pigri. Io rimango convinto però che il giornalismo vada fatto recandosi sui luoghi degli avvenimenti in prima persona, per vedere con i propri occhi e ascoltare i testimoni, come mi ha insegnato Sergio Zavoli.  

Autore: Nilo Ruggeri

Obiettivo Italia: anche Merano partecipa

Sono stati ben 82 i cittadini volontari che nel fine settimana del 6 e 7 maggio sono stati ritratti dai professionisti del FotoClub Immagine Merano Bfi nell’ambito del progetto Obiettivo Italia – Censimento Fotografico organizzato in tutta la Penisola. Gli scatti dedicati a questi 82 meranesi saranno esposti a Torino alle Gallerie d’Italia a partire dall’8 dicembre.

Il compito non era facilissimo, eppure i fotografi meranesi sono riusciti a riscuotere un buon successo in termine di adesioni. Il Fotoclub ha partecipato al nuovo progetto fotografico collettivo nazionale organizzato da Fiaf, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Statistica in occasione del 75° anno di attività. In contemporanea con gli oltre 550 Circoli Fotografici affiliati Fiaf, è stato allestito un set fotografico presso la sede in Via Vigneti 3 a Merano per raccogliere i ritratti degli Italiani e realizzare così il più ampio affresco corale della popolazione nazionale. 

Ogni cittadino è stato fotografato secondo uno schema iterato con metodo e rigore: inquadratura frontale, profondità di campo ridotta e ambientazione essenziale, affinché, in assenza di altre distrazioni visive, ciascun soggetto possa essere collocato con precisione nel tessuto sociale, diventando un tassello del mosaico finale.

L’ampio corpus di immagini che saranno raccolte, intatti, fornirà un ritratto dell’odierna società italiana e della sua composizione, con preziosi risvolti culturali, sociali e di costume.

“L’idea della Federazione è che la fotografia sia principalmente un fatto sociale, un eccellente strumento per raccontare la contemporaneità dove tutti siano protagonisti, come fruitori ma anche come parte integrante della rappresentazione – ha dichiarato Roberto Rossi, presidente Fiaf – Per questo, per festeggiare i 75 anni della nostra storia, con Obiettivo Italia vogliamo restituire alla collettività un mosaico fotografico della popolazione residente in Italia oggi realizzato da tutti noi, con decine di migliaia di volti per guardarci allo specchio come Paese, grazie alla Fotografia”.

Autore: Luca Masiello

Gli affreschi di Albert Stolz sulla facciata est e sud del municipio di Merano

Nel 1929 fervevano i lavori per la costruzione del nuovo municipio. Per le decorazioni pittoriche delle pareti esterne ed interne fu scelto e incaricato l’artista bolzanino Albert Stolz che decorò le facciate con tematiche e tecniche pittoriche differenti. 

Tanto l’edificio che le pitture suscitarono sentimenti contrastanti fra la popolazione del tempo ed è possibile coglierne le voci leggendo gli articoli redatti dal giornalista Albert Ellmenreich che ne diede un giudizio positivo. Ai suoi occhi infatti l’opera pittorica dello Stolz sulla facciata est dell’edificio, appariva intrinsecamente legata alla pittura tradizionale tirolese e specificatamente vicina al tratto tipico del pittore Albin Egger Lienz. 

“A metà tra pittura e plastica le figure, che ricordano i tratti di quelle di Albin Egger Lienz, rappresentano nell’odine, il Diritto, la Giustizia e il Governo, la Concordia il Lavoro, l’Agricoltura e il Commercio e, infine, il Turismo. Tali personificazioni sono affidate a figure piene di forza, dei quali lo stato può andare fiero.” 

Di fattura completamente diversa appare invece l’affresco raffigurante il Sant’Urbano e posto proprio sotto la torre dell’orologio del municipio. 

Il santo caro ai vignaiuoli si presenta in primo piano e, come in una istantanea, nell’atto di incedere: il braccio discosto dal corpo che apre ed amplifica le volumetrie della preziosa veste liturgica, la mano guantata salda sul vincastro. Il suo corpo è creato dagli ampi volumi del pregiato tessuto chiaro e cangiante del vestito, le cui ricche bordure decorate a ricamo e il razionale ne sottolineano i confini lasciando intravedere il biancore della sopraveste liturgica, col suo pizzo raffinato. Grappoli d’uva, i suoi attributi, ritornano più volte, sia in mano al santo che a decorare il pastorale, sia in primo piano a destra e a sinistra ai piedi del santo. Sullo sfondo uno scorcio della città circondata dalle sue vette innevate, con la sua parrocchiale, Monte Benedetto e la torre di Castel Ortenstein coi vigneti e, più in lontananza, Castel Tirolo. 

Sulla facciata sud, proprio a coronare la prima arcata dei portici, campeggia il terzo affresco di Albert Stolz. 

Esso si presenta suddiviso in riquadri, quasi l’insieme di fotografie giustapposte in un album dei ricordi. Al centro infatti spicca il monocromo con il palazzo rinascimentale demolito per far posto all’attuale edificio municipale. Sotto vi compaiono le date precise: 1317 – 1930. Le altre sono invece istantanee, tenuemente policrome, che rappresentano momenti diversi della sua costruzione.  Nella prima un ingegnere studia la nuova e dettagliata planimetria aperta dinnanzi a lui. Più sotto, un muratore è armato degli strumenti necessari per intonacare la parete. Sul lato opposto un carpentiere seduto su un’asse ma con una gamba già spinta nel vuoto sembra far leva sull’ascia col braccio muscoloso per spiccare il salto. Sotto di lui un muratore, piegato dal peso del sacco che porta in spalla, sta salendo una ripida scala. Sotto la scala si trova la firma dell’artista. Si legge: “Alb. Stolz Bolzano 1931”.

Autrice: Rosanna Pruccoli