Fuori! Il Teatro fuori dal Teatro

INSERZIONE PUBBLICITARIA Fino al 30 giugno la stagione estiva dello Stabile di Bolzano invade la provincia con più di 100 appuntamenti gratuiti.
A Bolzano il cuore pulsante della rassegna sarà l’anfiteatro nel Parco delle Semirurali. Neri Marcorè, Stefano Bollani e Irene Grandi tra i protagonisti.

Dal 23 maggio al 30 giugno FUORI! Il Teatro Fuori dal Teatro, la stagione estiva gratuita dello Stabile di Bolzano, torna a invadere il capoluogo. FUORI! offre gratuitamente un teatro professionale di qualità, diffuso e partecipato, distribuito capillarmente sul territorio e ideato per il coinvolgimento diretto dei cittadini. 

FUORI! è un progetto del Teatro Stabile di Bolzano e del Dipartimento alla Cultura italiana della Provincia Autonoma di Bolzano, con il patrocinio del Comune di Bolzano e di tutti i comuni che ospiteranno le iniziative.  

La stagione estiva del TSB porta gli artisti ad interagire attivamente con la popolazione, giocando con i generi artistici e narrativi. 

ANFITEATRO DELLE SEMIRURALI

A Bolzano, l’epicentro della stagione estiva sarà l’Anfiteatro delle Semirurali. A inaugurare la programmazione nel parco che ospita le rovine della chiesa Medioevale di Santa Maria in Augia il 28 maggio alle 20.30 sarà Neri Marcorè, con lo spettacolo “Duo di Tutto. Canzoni Belle e Buone”, che lo vede affiancato dal polistrumentista Domenico Mariorenzi.

Il 17 giugno sempre alle 20.30 il fuoriclasse del pianoforte Stefano Bollani sarà protagonista di “PIANO SOLO”, recital in cui rende omaggio all’arte dell’improvvisazione in un mirabile viaggio che si rinnova ogni sera.

Una sferzata di energia, sorprendente e irresistibile: la sera del 25 giugno Irene Grandi presenterà “Io in blues”, appassionante itinerario blues alla scoperta dei miti della cantante fiorentina. L’appuntamento è realizzato in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano in occasione dei 30 anni dalla sua nascita. Anche in questo caso l’ingresso è gratuito previo ritiro dei biglietti presso la sede di Via Talvera 18 a Bolzano. Tel. 0471/316017 ed e-mail: berger@stiftungsparkasse.it

PRODUZIONI ITINERANTI, 

TEATRO D’INCIAMPO

Nell’arco di un mese, nell’Anfiteatro delle Semirurali faranno tappa tutti i progetti e gli spettacoli previsti dalla programmazione di FUORI!, come le due produzioni itineranti: “Spotifai Teatrale” (il 18 e il 19 giugno) e “Bolzano Sud Quiz Show” (30 giugno). Scritto e diretto da Roberto Cavosi, “Spotifai Teatrale” è un format basato sulla rivisitazione dei classici e sull’offerta al pubblico di pillole teatrali “a richiesta”. Sempre sul palco dell’Anfiteatro si svolgerà l’appuntamento conclusivo di “Bolzano Sud Quiz Show”, format teatrale ideato e diretto da Francesco Ferrara e Salvatore Cutrì. Domande a raffica, un pulsantone e premi in palio: lo spettacolo permetterà di incontrare le persone che abitano o hanno abitato quella zona della città che si sviluppa intorno a via Milano – e che un tempo veniva chiamata “Sciangai”. 

STIVALACCIO TEATRO – COMMEDIA DELL’ARTE

Il 13 giugno alle 20.30 il Parco delle Semirurali ospiterà la Compagnia Stivalaccio Teatro con lo spettacolo “Romeo e Giulietta. L’amore è saltimbanco” che rende Shakespeare materia viva per portare sul palco, attraverso il teatro popolare, le grandi passioni dell’uomo. 

SPETTACOLI PER BAMBINE/I VITAMINE TEATRALI

L’anfiteatro ospiterà inoltre i cinque appuntamenti pomeridiani (h. 17) con il teatro per bambine/bambini selezionati nell’ambito del progetto “Piattaforma Regionale per la Circuitazione dello spettacolo dal vivo” sostenuta dalla Regione Trentino-Alto Adige. “I tre porcellini di Pian del Porco” della Compagnia Teatro a Dondolo (10 giugno), “La Battaglia dei Calzini” della Cooperativa Teatrale Prometeo (11 giugno), “Alla ricerca di gocciolina” di Chiara Sartori e Max Meraner (12 giugno), “La Magia delle Onde” di Sagapò Teatro (14 giugno), e la “Guerra delle bolle di Sapone” di Contro Tempo Teatro (15 giugno). Da questa edizione, gli spettacoli per bambine e bambini rientrano nella nuova iniziativa del TSB realizzata in collaborazione con la Provincia Autonoma di Bolzano intitolata “Vitamine Teatrali” e potranno essere simbolicamente prescritti dai pediatri che aderiscono al progetto. 

Al Centro Trevi si svolgeranno due appuntamenti della rassegna “Wordbox”: “Il Fuoco invisibile”, che verrà proposto in forma di lettura dall’autore Daniele Rielli (23 e 24 maggio, h. 18) e “Beata oscenità” di Massimo Sgorbani, nella lettura scenica di Gianluca Ferrato diretta da Andrea Bernard (18 e 19 giugno, h. 18). 

Non solo! le produzioni itineranti, le commedie di “Stivalaccio Teatro”, i Concerti di “Musicantiere”, gli spettacoli gratuiti per bambine/i della Compagnia TeatroBlu, faranno tappa al Teatro Cristallo, in Piazza Lino Ziller e Anita Pichler, allo Spazio Costellazione/ Circolo Culturale Oltrisarco, al Centro Ermete Lovera, passando per il Parco delle Inglesine, La Rotonda/ COOLtour, l’Area Ristoro Via Genova, i Prati del Talvera e il centro Storico con Piazza del Grano e Piazza Municipio. Ma gli spettacoli di FUORI! coinvolgeranno tutta la provincia!

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Scuola di musica Vivaldi: aperte le pre-iscrizioni. Ecco le novità

INSERZIONE PUBBLICITARIA Dal 2 al 31 maggio riaprono le pre-iscrizioni alla Scuola di Musica Vivaldi. Si può far domanda di iscrizione sul sito delle scuole di musica della Provincia di Bolzano.

Ormai è nota l’ampia offerta della Scuola di Musica Vivaldi della Provincia Autonoma di Bolzano che spazia dai corsi per bambini a partire dai 4 anni, ai corsi di strumento e canto rivolti a tutti, dagli 8 ai 90 anni. I corsi offerti – oltre ai classici strumenti quali pianoforte, chitarra, percussioni, canto lirico e moderno – coprono anche strumenti meno conosciuti, ma ugualmente interessanti come il mandolino, l’arpa, la fisarmonica, l’organo. Presso la Scuola di Musica è possibile frequentare corsi su strumenti elettronici, ma anche corsi per gli amanti della musica rinascimentale e barocca come flauto dolce/traversiere, clavicembalo, viola da gamba e da quest’anno si è aggiunto il liuto. Particolarmente interessante è inoltre l’iscrizione agli strumenti ad arco e a fiato, che consentono agli allievi di suonare nell’orchestra e nelle bands della scuola, presenti in numerose manifestazioni pubbliche. I nostri punti di forza sono infatti i corsi di musica d’insieme e i cori, che danno l’opportunità di condividere la passione per la musica sia con i compagni di corso che con il pubblico.

Ricordiamo infine il laboratorio di Teatromusical, che dà l’opportunità a giovani dai 15 ai 30 anni di cimentarsi con canto, danza e teatro.

Le novità di quest’anno?

Oltre all’apertura a Bolzano dei corsi di tuba, liuto e musica elettronica, dall’anno prossimo sarà possibile per i più piccoli cantare nel coro di voci bianche di Merano e di Bressanone. Prosegue inoltre il corso Suono x 4 a Merano, la cui apertura ha riscosso notevole successo. 

Chi invece è amante della musica, ma non è necessariamente musicista, a partire dall’autunno potrà seguire il ciclo di conferenze aperto a tutti dal titolo “La musica più bella di sempre”, tenuto dal musicologo Mauro Franceschi.

Dove è presente la scuola di musica Vivaldi?

La Scuola Vivaldi è presente in 12 sedi su tutto il territorio provinciale: Bolzano, Merano, Laives, Bronzolo, San Giacomo, Ora, Egna, Salorno, Bressanone, Vipiteno, Brunico e San Candido.

Istruzioni per l’uso 

Quali sono i passi da fare se ci si vuole pre-iscrivere?

In primo luogo è utile visitare il sito del Vivaldi https://scuole-musica.provincia.bz.it, dove si trovano tutte le informazioni sui corsi attivati e il link al sito per le pre-iscrizioni, ossia 

https://provincia.bz.it/iscrizione-scuola-musica

La pre-iscrizione si compila on line. Bisogna essere in possesso dello spid o della carta di identità elettronica.

Le iscrizioni sono subordinate al numero dei posti disponibili per ogni corso e verranno accettate in base all’ordine di arrivo. Coloro che per mancanza di posti disponibili non potranno iscriversi ai corsi rimarranno in lista d’attesa e potranno essere contattati anche nel corso dell’anno, nel caso si liberassero dei posti; inoltre avranno la precedenza nelle iscrizioni per l’anno successivo.

Dove possiamo ascoltare gli allievi del Vivaldi in azione?

Numerosi sono gli appuntamenti in calendario. Tra i più importanti vogliamo ricordare l’appuntamento con la nuova produzione del laboratorio di teatromusical “Sbiancaneve” che andrà in scena al Teatro Cristallo di Bolzano il 12 maggio alle 20.30 e il 13 maggio alle ore 17 e alle 20.30 e il concerto finale delle Band del Vivaldi “Fiati in festa” sempre al Teatro Cristallo il 19 maggio.

Per gli amanti della musica classica gli appuntamenti saranno il 7 e 8 giugno a partire dalle ore 17 a Castel Mareccio ed il 13 e 14 giugno nella Sala Michelangeli del Conservatorio Monteverdi di Bolzano, nell’ambito della rassegna Classicall.

Il pubblico meranese potrà ascoltare i giovani musicisti al Teatro Puccini il 24 maggio. Sempre il 24 maggio si potrà assistere al saggio finale degli allievi di Bressanone al Centro Don Bosco.

La musica jazz troverà il suo spazio il 12 giugno a Laives al Centro Don Bosco e il 13 giugno a Bolzano al Waag Cafè.

Gli eventi della Scuola di Musica si possono seguire anche sui suoi canali social Facebook e Instagram.

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“Insieme per una Merano pulita”

“Il mondo non è il nostro bidone dell’immondizia, né tantomeno un posacenere. E credo che grazie al nostro operato le persone riescano a comprenderlo meglio”: Petra Laner, referente assieme a Sonia Milanese della sezione meranese di Plastic Free, non usa mezzi termini quando si tratta di salvaguardia dell’ambiente. E quando c’è da “scendere in campo” lo fa in maniera combattiva.

// Di Luca Masiello

Nata nel 2019 come realtà digitale, nel giro di pochi anni l’associazione Plastic Free ha raggiunto milioni di utenti e oggi, con più di mille referenti in tutt’Italia, è divenuta la più importante e concreta associazione attiva su questa tematica. Fra questi mille ci sono anche Sonia Milanese e Petra Laner, che da circa tra anni guidano un folto gruppo di volontari per rimediare alla negligenza di chi non riesce proprio a fare a meno di sporcare la città in Riva al Passirio.

Petra Laner, come è iniziata la sua avventura in Plastic Free? 

Circa tre anni fa: avevo seguito la signora Melanie Plattner nella sua iniziativa “Merano senza rifiuti- ein müllfreies Meran”, lanciata su Facebook per organizzare incontri spontanei per ripulire la città organizzando eventi pubblici aperti alla cittadinanza. È stato anche grazie a lei e a queste sue iniziative se sono entrata a far parte del team di Plastic Free.

Da allora quante uscite avete organizzato?

Difficile da dire: decine e decine. Ultimamente siamo riusciti a coinvolgere le scuole, quindi ci sono dei periodi in cui organizziamo fino a tre uscite a settimana. Fra le più grandi soddisfazioni c’è la collaborazione  con le elementari di Goldrano, in Val Venosta. Nei giorni scorsi abbiamo partecipato con gli alunni ad un evento molto carino: nell’ambito di un progetto nato per premiare le scuole che si adoperano per la sensibilizzazione dei temi ambientali, abbiamo piantato un ciliegio.

In quanti siete?

Siamo 250 mila volontari in Italia, a Merano il nostro gruppo è di una quarantina di persone. Ci sono soci molto attivi, quelli che non si perdono un appuntamento, e quelli che partecipano soprattutto ai grossi eventi, come quello a cui abbiamo preso parte nel rione Santa Maria Assunta.

Come è andata?

Molto bene: abbiamo raccolto quasi 200 chili di rifiuti in due ore. L’evento era stato organizzato in collaborazione con il Comitato di quartiere e all’azione hanno preso parte altre realtà, quali la parrocchia di Santa Maria Assunta, la Cooperativa Ginko, il centro giovani Jungle, il Gruppo Volontarius, l’Unione Ciclistica Meranese, la Missione anglicana. C’erano volontari  di tutti i tipi e di tutte le età, è stato bello, le persone passavano e ci facevano i complimenti, e questo ci fa doppiamente piacere, perché anche questa è sensibilizzazione: noi non vogliamo puntare il dito contro gli altri, né sentirci meglio di loro: noi chiediamo collaborazione per un mondo più pulito.

Prossimi progetti?

Coinvolgere il più possibile le scuole, dall’asilo alle superiori: i bambini dell’asilo sono i più entusiasti e questo ci rende felici, perché sono loro il nostro futuro.

Autore: Luca Masiello


Prima guerra mondiale: il poeta ebreo Hugo Zuckermann fra i caduti meranesi

Avvocato, poeta, sionista, Hugo Zucckermann scrisse fra l’altro l’“Österreichisches Reiterlied” che, per ironia della sorte, fu musicata da Franz Lehar e cantata molti anni dopo dagli ignari membri della Hitlerjugend. Morì sul fronte russo e la moglie, incapace di reggere al dolore, si suicidò sulla sua tomba.

Alla vigilia della Prima guerra mondiale il gruppo ebraico che faceva capo alla sinagoga di Merano era composto da 114 capifamiglia per un totale di 270 persone. Fra loro, vi erano venti medici, sei albergatori, ventuno commercianti. In città potevano contare su tutta una serie di infrastrutture necessarie alla vita religiosa come il cimitero, il sanatorio per i non abbienti e la sinagoga, che erano state via via create grazie alla generosità dei correligionari. In questi anni a Merano viveva anche Hugo Zuckermann, un giovane boemo che aveva da poco compiuto i propri studi a Vienna e aveva scelto la città sul Passirio per iniziare la propria carriera professionale. Sposò una giovane non ebrea, Ida, che si rivelò la compagna ideale, capace di condividere tanto gli aspetti religiosi che il sionismo.  Nel mondo ebraico, Hugo Zuckermann, è considerato uno fra i più importanti poeti sionisti, mentre per gli esperti della cultura mitteleuropea egli è l’autore della popolare Österreichisches Reiterlied, che, musicata da Franz Lehar divenne famosa durante la Prima guerra mondiale e, anni dopo, anni dopo, sarebbe stata cantata dalla Hitlerjugend. 

Scrisse numerose poesie di tematica ebraica e fu uno dei più appassionati traduttori della poesia yiddish. Quando la guerra iniziò. Hugo Zuckermann, come capitano della Riserva nell’imperial-regio esercito, fu fra i primi ad essere richiamato e nell’autunno 1914 venne a trovarsi sul fronte russo.  Era stato nominato comandante della III Compagnia di fanteria della Milizia territoriale (k.k. Landwehr-Infanterie), Proprio nel giorno di Channuckà (la festa delle luci che cade in dicembre), nel giorno cioè della vittoria dei Maccabei sui Greci invasori, alla redazione dello “Jüdische Zeitung” giunse, quasi illeggibile, il suo ultimo messaggio, la sua ultima poesia, intitolata Makkabäer 5675 (il 5675 nel calendario ebraico corrisponde al 1915). Durante l’assalto sferrato dall’esercito austroungarico sull’altura di Dania nei Carpazi egli riportò ferite gravissime e, trasportato ad Eger, vi morì il 23 dicembre 1914. L’amatissima moglie Ida non resse al dolore e si suicidò sulla sua tomba. Il sacrificio del trentatreenne Zuckermann per la patria gli procurò una croce al merito di terza classe e oggi il suo nome compare sulla lastra marmorea nella chiesa cimiteriale di Merano insieme a quello di altri caduti meranesi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Interessiamoci anche ai mondi digitali dei nostri figli”

Uso scorretto dei social media e disturbi del comportamento alimentare in età adolescenziale. Un connubio sempre più evidente per chi – come Raffaela Vanzetta, pedagogista e psicoterapeuta, coordinatrice di Infes, il Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare del Forum Prevenzione – da molti anni è attivo nella riabilitazione e prevenzione di patologie come l’anoressia o la bulimia. Il libro “Social Fame”, curato assieme a Laura della Ragione, ha l’intento di fare luce su un fenomeno preoccupante e che, troppo spesso, coglie impreparate le famiglie.

// Di Nilo Ruggeri

Partiamo dal titolo. A cosa si riferisce “Social Fame”? 

È un gioco di parole che ci sembrava racchiudesse l’essenza del nostro lavoro di ricerca su un fenomeno che è estremamente attuale, ovvero dei disturbi alimentari che sono alimentati e, a volte, incoraggiati da messaggi distorti che viaggiano sui canali dei social media. “Fame”, oltre al significato italiano, in inglese significa fama, notorietà, cui tendono, consapevolmente o meno, gli adolescenti che cadono vittime di una ricerca di affermazione di sé legata al loro corpo e a quello che mangiano o non mangiano per avvicinarsi ai modelli – o influencers – con cui vengono a contatto nelle loro relazioni virtuali. 

Come è nato il libro e per chi è pensato? 

È un’opera collettiva di persone che, a vario titolo, si occupano di adolescenti, mezzi di comunicazione e disturbi alimentari e che è nata riflettendo insieme a Laura Della Ragione – una luminare nel campo della cura dei disturbi dell’alimentazione – sullo sviluppo recente dei disturbi di questo genere. In particolare, abbiamo tentato di sistematizzare gli interventi di tanti colleghi con cui sono in contatto nel resto d’Italia che, ai convegni, segnalano come la rete in cui i ragazzi e le ragazze vivono e si incontrano sia diventata una piattaforma per la diffusione di modelli nocivi del rapporto col proprio corpo e con il cibo. Il libro non è solo per specialisti ma, al contrario, punta a portare a conoscenza di famiglie, insegnanti, educatori il rischio che molti adolescenti stanno correndo. 

I social vanno evitati? Sembra difficile poter proibire quello che per molti giovani è uno spazio di intimità e socialità irrinunciabile… 

No, sia chiaro che i social non vanno demonizzati. Non sono negativi di per sé se, ad esempio, se qualcuno posta una fotografia di un piatto o un alimento. Quello che è importante è insegnare ai ragazzi e alle ragazze a farsi delle domande sia rispetto al proprio comportamento che rispetto a quello degli influencer che seguono. Perché si pubblica una foto? Qual è il messaggio che ci manda? L’immagine del cibo e del corpo che viene trasmessa è vera e reale oppure è artificiale e costruita per venderci qualcosa? Dobbiamo incominciare, come genitori, ad interessarci di più a chi i nostri giovani frequentano online, allo stesso modo in cui il genitore responsabile vuole sapere con chi esce e chi incontra il figlio o la figlia nella vita reale. Teniamo presente che la media di ore trascorse in rete da un adolescente ogni giorno è di cinque o sei.  

Cosa manca per contenere questo fenomeno? 

Certamente avvertiamo la necessità di un intervento regolativo, normativo, a livello europeo, direi. Le piattaforme social sono enormi aziende con grandi interessi economici e gli stessi influencer sono mossi dall’obiettivo di monetizzare i loro contenuti. Come si sono regolamentate sostanze come il tabacco, il gioco d’azzardo o l’alcol, lo stesso si può fare con l’uso di internet e dei social, per spingere verso un uso consapevole della rete. 

Come Infes, quali sono le attività che proponete? 

I miei colleghi ed io lavoriamo proponendo attività di sensibilizzazione nelle scuole. Stiamo lavorando anche all’idea di una sorta di “patentino” per l’uso di internet che consista in una formazione all’uso consapevole. Il coinvolgimento sia della scuola che delle famiglie è fondamentale.  

Se un genitore sospetta che il figlio o la figlia abbia problemi alimentari, cosa deve fare?  

Può rivolgersi a noi per una consulenza gratuita. Se nota una perdita o un aumento di peso consistente, un’attenzione esagerata alle forme del corpo e all’alimentazione, prendiamo appuntamento e analizziamo insieme la situazione.  

Il Covid ha aggravato questi fenomeni? 

Sì, si calcola che i disturbi alimentari siano aumentati del 30% nell’epoca della pandemia. Adesso i numeri si stanno normalizzando ma quello che osserviamo è un’età più giovane di chi si rivolge ai servizi. Ci sono bambine di 11 o 12 anni che arrivano a perdere anche 10 chili nel giro di poco tempo. Si tratta di una grande sfida per chi si occupa di adolescenti e bisogna attrezzarsi. Speriamo di dare un contributo concreto anche con questo volume.

Il libro “Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari” verrà presentato a Bolzano il giorno 2 maggio nella floricoltura Schullian di via Merano a Bolzano. Maggiori informazioni su www.infes.it oppure 0471 970039. 

Delia, una vita per il Brasile

Delia Boninsegna – nata a Merano ma ormai da 52 anni in Brasile – si racconta: la sua passione per la scuola dell’infanzia, la scelta radicale di cambiare vita, la missione in Brasile e l’associazione Paolo Tonucci, oggi conosciuta come Apito.

// Di Chiara Caobelli

Oggi Delia ha 77 anni ed è molto attiva nella comunità della città di Camaçari, nello Stato della Bahia. In Brasile non è solo presidente di associazione, ma svolge varie attività, come corsi di macramé e di lingua italiana, organizzando e partecipando ad eventi culturali e sociali, battendosi ogni giorno per cercare di superare le molte ingiustizie di cui il popolo brasiliano è vittima.

Delia, tua hai una grande passione per la scuola dell’infanzia: come è iniziato tutto?

Sin da piccola il mio sogno era quello di diventare una maestra d’asilo, così dopo un anno di corso a Trento ho conseguito il diploma in puericultura. Successivamente ho avuto l’opportunità di trasferirmi in Svizzera, nella periferia di Berna, per lavorare in un asilo dedicato ai figli degli immigrati italiani che lavoravano durante il giorno. Dopo alcuni anni sono tornata in Italia e mi sono diplomata a Verona diventando maestra d’asilo. È iniziata così la mia avventura, dando il via a una serie di tirocini in varie scuole dell’infanzia di Merano e Gargazzone.

Come mai il Brasile?

In quegli anni frequentavo gruppi di giovani e durante un campo estivo a Spello ho conosciuto un sacerdote di Firenze che si stava preparando per andare in Brasile per una missione. Mi ha invitato a seguirlo e io senza dubitare ho deciso di frequentare un corso preparatorio di tre mesi e in seguito sono partita.

Salvador, la capitale dello stato di Bahia, è stata la tua meta: quando e come è iniziata questa avventura?

Nel gennaio del 1971 sono partita: un viaggio in nave fino a Rio De Janeiro e poi 28 ore di autobus fino a Salvador, nel nord-est del paese. Avevo poche informazioni, non sapevo a cosa sarei andata incontro e soprattutto non avrei mai pensato di rimanerci per sempre. Ho iniziato così a lavorare nella parrocchia della comunità tenendo corsi di alfabetizzazione, occupandomi della catechesi e prestando servizio sociale. Intanto gli anni passavano e diventava per me sempre più difficile tornare in Italia: la mia vita ormai era lì.

Poi è arrivato il tuo incontro con don Paolo Tonucci…

Sì, nentre ero a Salvador ho incontrato questo  prete diocesano di Fano, venuto in missione in Brasile convinto di dedicarsi agli ultimi, mettendosi a disposizione per cercare di risolvere le esigenze del popolo. Realizzò una scuola professionale per operai, la scuola Primo Maggio, sede non solo della formazione di molti bambini e ragazzi, ma anche centro di incontri e di dibattiti politici, luogo di solidarietà e resistenza. Condividevo molto le idee e i valori di Paolo: avevamo la stessa missione, quella di lavorare affinché la gente locale prendesse coscienza, conquistandosi autonomia, libertà e i diritti fondamentali che ogni essere umano dovrebbe aver garantiti. Ricordo che il Brasile in quegli anni era sotto una forte dittatura, il popolo era oppresso e c’erano grandi disuguaglianze sociali.

Perché da Salvador a Camaçari?

Nel 1981 volevamo cambiare e così abbiamo deciso di spostarci nella città di Camaçari, a 40 km dalla capitale dello stato di Bahia. Si tratta di una città sorta negli anni Settanta in funzione della costruzione del polo petrolchimico. Considerata una città dormitorio, è stata costruita dai lavoratori che prestavano servizio nella realizzazione del polo. Una volta terminata la costruzione del polo, le uniche professionali ad essere richieste erano quelle relative a persone altamente specializzate, e quindi tutti coloro che avevano lasciato le loro terre per cercare fortuna in città, si trovarono senza lavoro e a vivere in condizioni pietose. Da qui l’inizio di una grande crisi, fame e povertà.
Il nostro lavoro dunque era quello di cercare di aiutare le famiglie in difficoltà. Avevamo istituito un gruppo di donne all’interno della comunità che si impegnavano a visitare le famiglie e a indicarci quelle più bisognose, le quali ricevevano beni di prima necessità, ma soprattutto un’educazione alla vita. Ci impegnavamo ad insegnare l’importanza dell’igiene, di una sana alimentazione, del valore della scuola e della formazione: il tutto con l’obiettivo di formare cittadini brasiliani più consapevoli, responsabili e autonomi in un futuro prossimo.

Nel 1994 scompare Paolo Tonucci. Negli anni seguenti però nasce la scuola dell’infanzia Apito dedicata proprio a lui.

Grazie al suo operato Paolo era conosciuto in tutto il Brasile e in gran parte dell’America Latina, e proprio per tener vivo il suo animo abbiamo voluto realizzare un qualcosa in suo nome. A quel tempo davamo assistenza a più di 400 famiglie e l’aiuto era principalmente rivolto alle donne, le quali non solo si occupavano dei figli, ma al tempo stesso lavoravano. Il problema maggiore dunque, era dove lasciare i bambini durante il giorno. Gli asili pubblici erano rari ed erano più che altro dei depositi di bambini e non delle scuole. Abbiamo realizzato così nel centro di Camaçari la scuola dell’infanzia Apito, grazie al contributo della Provincia Autonoma di Bolzano, del Comune di Merano, della parrocchia di Santa Maria Assunta e tutti gli amici di Paolo di Fano. Si tratta di una scuola gratuita, su misura di bambino, sicura, bella, e che non solo garantisce un’educazione di qualità, ma anche una sana alimentazione e una buona formazione alle famiglie dei bambini. Un grande successo di cui andiamo molto fieri e di cui il prossimo anno festeggeremo i 25 anni.

Dopo la scuola è nata l’Associazione Paolo Tonucci, oggi conosciuta come Apito. Cosa significa “apito” in portoghese?

Apito vuol dire fischietto, un oggetto simbolico che vuole richiamare l’attenzione sui problemi che il Brasile sta affrontando. Vuole dunque farsi sentire e urlare al mondo che oggi questo paese si trova in grande difficoltà. Più della metà della popolazione non ha garantiti i tre pasti al giorno e più di 33 milioni di persone ne possono consumare solamente uno. La violenza è ai massimi livelli, il traffico di droga regna, la miseria è alle stelle e il tutto in un clima di paura e incertezza. I giovani, ormai senza sogni, vivono la giornata senza sapere cosa succederà domani, senza avere il diritto di pensare a prospettive per il futuro, umiliati e abbandonati dalle istituzioni. Pregiudizi, razzismo e violenza sulle donne e sulle persone di colore sono all’ordine del giorno. Come può un paese vivere così?

Qual è la missione di Apito oggi?

Garantire i diritti umani incoraggiando la collettività attraverso l’educazione e la cultura, mirando sempre a far prevalere la giustizia. Per fare ciò la scuola dell’infanzia non è sufficiente, perché una volta terminati i tre anni, ci siamo resi conto che i bambini escono dalla scuola e le prospettive di vita offerte dalla realtà sono tutt’altro che buone. Abbiamo organizzato così attività extra curricolari, come ad esempio attività sportive, corsi di lingua, di robotica, di percussioni, nei quali non vengono solo insegnate varie discipline, ma soprattutto vengono coltivati i valori del rispetto, della libertà, della giustizia, offrendo luoghi protetti, sicuri, in cui crescere per diventare cittadini di domani migliori. Il nostro obiettivo non è quello di mantenere il Brasile un paese che chiede l’elemosina; noi vogliamo che sia un paese formato, capace, autonomo per potersi riscattare e creare un futuro migliore.

Dov’è Apito in Italia?

La sede dell’associazione Paolo Tonucci è a Merano, ma ha una filiale anche nella città di Fano, nelle Marche. Quando torno a Merano il mio collegamento principale è la comunità del Cenacolo. A Fano l’associazione opera con diversi progetti sul territorio, lavorando con i migranti, i poveri, con la clownterapia negli ospedali e con la scuola dell’infanzia Collodi di Fano. L’associazione permette di sostenere gran parte dei progetti e la scuola dell’infanzia qui in Brasile e nonostante gli alti e i bassi avuti negli anni, siamo molto orgogliosi di quello che siamo diventati. Una delle nostre pecche però, è che negli anni l’associazione non si è rinnovata molto e quello che ci manca sono le cosiddette “nuove leve”: giovani volenterosi, determinati e formati che credono nei nostri valori e che ci aiutino a portare avanti la nostra missione.

Quale messaggio ti senti di lanciare ai tuoi amici meranesi?

Vorrei far loro una domanda: avete mai conosciuto dei ricchi felici? Beh, io no, ma in 52 anni qui in Brasile ho conosciuto centinaia e centinaia di poveri felici. Vorrei farvi riflettere che oggi viviamo in un mondo sempre più connesso e non solo grazie alle nuove tecnologie, ma anche tra di noi come esseri umani: le sorti di uno dipendono dalle coscienze di tutti. Con questo voglio dire che ognuno di noi può fare la differenza per rispettare meglio il nostro pianeta, per superare le disuguaglianze, per far sentire la propria voce di fronte alle ingiustizie senza nascondersi dietro allo scudo dell’indifferenza. Dobbiamo apprezzare quello che abbiamo rendendoci conto di quanto siamo fortunati, ma se non proviamo tutti insieme a cambiare la coscienza a livello mondiale, prima o poi tutti andremo a fondo.

Autrice: Chiara Caobelli

Un informatico a Zurigo

Alberto Masera è un bolzanino classe 2000 con una grande passione per l’informatica e per l’atletica. Dopo essersi laureato in Computer Science alla Libera Università di Bolzano, sta svolgendo un master in Svizzera. Oggi grazie alla sua esperienza andremo a scoprire assieme la città di Zurigo e conoscere la vita di un bolzanino all’estero.

Ciao Alberto, come sei finito a Zurigo?

Dopo aver passato tutta la mia vita a Bolzano ho deciso di provare a vedere se si potesse continuare l’esperienza universitaria attraverso un master all’estero, aggiungendo anche un po’ di economia al mio percorso di studi informatico. Ho deciso di partire perché volevo andare via di casa, fare un’esperienza diversa da quello che è il quotidiano qua a Bolzano. A Zurigo ci ero già stato come turista e mio fratello si è trasferito là a vivere con la sua famiglia. Zurigo è una città molto internazionale, dove comunque si parla il tedesco, una lingua a me già nota. Come turista non è una città che offre molto, ma come città in cui vivere è bellissima; la qualità di vita è molto alta e ci sono servizi di trasporto eccellenti (mi ero portato la bici da Bolzano per i brevi spostamenti cittadini, ma mi sono trovato da subito così bene con i bus e i tram che non l’ho quasi mai usata). I mezzi funzionano bene, sono comodi, puliti e puntuali.

Cosa ti manca di più di Bolzano?

Sicuramente le amicizie, le compagnie e la famiglia. Però la poca distanza da Bolzano (4 ore di macchina) mi permette di passare tranquillamente un week-end a casa. Ma la cosa che mi manca di più di tutte è vedere il Rosengarten al tramonto e in generale tutti i panorami mozzafiato altoatesini.

All’Italia cosa manca?

Potrei dire tante cose, ma credo manchi soprattutto l’apertura verso le altre persone, verso l’estero e le loro culture.Zurigo ti permette di crescere anche a livello culturale, è una città internazionale, ci sono moltissimi residenti stranieri e solo nel mio corso un buon 70-80 % degli studenti è di origine straniera.

Una cosa che lì è normale è che quando entri in un bar o quando fai una passeggiata, senti persone parlare in tantissime lingue diverse, nessuno viene guardato male, sembra quasi che ognuno pensi a sé stesso senza giudicare o “pre-giudicare” nessuno.

A livello sportivo come ti stai trovando?

Benissimo! A livello sportivo è un sogno vivere in Svizzera: ho la fortuna di allenarmi in una società molto ben organizzata e con un livello molto più alto di quello delle società di atletica bolzanine. Ci sono cinque allenamenti a settimana, che vengono già programmati settimanalmente e c’è la possibilità di fare una seduta di fisioterapia a settimana. Abbiamo sette allenatori fissi più diversi aiutanti, ognuno specializzato in diverse discipline che sono molto bravi e preparati.
In Alto Adige mi trovavo già molto bene, ma la qualità tecnica e la preparazione che hanno gli allenatori in Svizzera è un altro mondo.  Lo stato investe molto nello sport e si vede: le strutture d’allenamento sono molto all’avanguardia e ti permettono di allenarti con qualsiasi meteo possibile: ci sono piste outdoor, indoor, palestre e molto altro.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

Finire il master e trovare lavoro in Svizzera. Sto pensando anche di fare un dottorato, però preferirei prima vivere un’esperienza lavorativa, mi piacerebbe fare ricerche per qualcosa di innovativo che potrebbe servire all’umanità, magari in una start-up o aiutando un progetto già esistente, una realtà che potrebbe aiutare più persone avendo grossi finanziamenti. Una cosa molto bella della Svizzera è che è molto più facile trovare lavoro, soprattutto nell’ambito informatico; hai tante opportunità ed è molto facile conoscere persone che hanno aziende e che hanno bisogno di collaboratori e di persone che hanno idee innovative.

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

Focus sull’arte “preziosa” del meranese Konrad Laimer

Agli occhi di Konrad Laimer l’arco alpino è uno scrigno prezioso, capace di offrire gemme e pietre dure di pregio, gli alberi del bosco offrono venature fantasiose, le corna di cervo, tagliate e sbiancate, hanno il fascino dell’avorio ma il cervo le perde annualmente e basta raccoglierle nel bosco. L’arco alpino quindi come fonte di ispirazione poetica e creativa per dar vita a monili d’oro o d’argento.
L’arco alpino vissuto come uno scrigno prezioso in cui flora, fauna e geologia offrono ispirazione ma soprattutto i materiali utili al concetto produttivo di Konrad Laimer, orafo artista che intende il gioiello come il risultato che scaturisce dal territo stesso. Il gioiello è visto come un ponte fra il soggetto e le sue radici. Il gioiello che diventa vettore per comunicare una storia millenaria poiché, la gemma incastonata, racconta di vulcani in eruzione, terremoti e glaciazioni. Così le corna, che il cervo perde ogni inverno, le fette di mela, il marmo di Lasa, il cristallo della valle Aurina, la corniola delle Dolomiti, lo smeraldo della valle di Habach, la pisolite del Montebianco, la tormalina dell’Ortles, il cristallo doppia-punta della Val Tellina, il granato della Zillertal e soprattutto la nostra meranite diventano le mille occasioni per la creazione di un monile. La raffinatezza del gioiello è dunque anche conoscenza e fascinazione per la natura e indossarlo diviene quasi una sorta di sodalizio con essa.
Questi sono i concetti che sottendono all’oreficeria di Konrad Laimer, classe 1960, venostano ma residente a Merano, in attività come orafo sin dal 1976.
In gioventù Laimer aveva svolto il proprio alunnato presso uno dei nomi più importanti dell’oreficeria meranese Walther Erkert, aveva frequentato la scuola di oreficeria a Bolzano e l’Accademia estiva di oreficeria a scultura di Salisburgo diventando poi per un biennio l’assistente del professor Neele. Nel 1987 Laimer aveva aperto il proprio laboratorio orafo iniziando fin da subito a lavorare per “collezioni tematiche” che, di volta in volta diverse, si componevano tanto di gioielli che di oggetti scultorei, che di grafiche e schizzi. Con le sue istallazioni e opere multimediali ha partecipato anche a mostre a Düsseldorf, Berlino e Milano.
L’idea o meglio l’intuizione della “ricchezza e del valore del territorio alpino” lo ha sviluppato via via approfondendo la propria ricerca e portandola alla maturazione che oggi gli consente di esserne foriero in Italia e all’estero. L’attaccamento al territorio infatti non ha però impedito a Laimer di sfondare i confini altoatesini portando il suo know how negli Stati Uniti nelle vesti del docente ospite per insegnare a molti giovani a conoscere la propria terra e le possibilità da essa offerte.
Inseguendo la via dell’ambra ha iniziato una sinergia ormai decennale -e che a tutt’oggi continua- con la scuola orafa di Kaliningrad e con quella di Mosca, portando suggestioni del mondo alpino e ricevendo ispirazione dagli Urali. La sua idea di “gioiello del territorio” è sbarcata anche alla “Milano Jewelry week” dove Laimer non solo ha esposto ma ha tenuto anche conferenze e un workshop presso la Scuola di oreficeria Galdus.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il quindicesimo anniversario

Qui Bolzano compie 15 anni ed anche QuiMerano e QuiBassa Atesina sono molto vicini a questo traguardo. Rispetto al 2008 – quando Athesia pubblicò il suo primo giornale in lingua italiana – tante cose successe ed è il panorama dell’informazione in generale ad aver subito una serie di cambiamenti che è poco definire epocali. Una cosa è certa, i freepress QuiMedia continuano a giungere direttamente nelle case di decine di migliaia di abitanti della provincia di Bolzano, consolidando il loro ruolo di informare, raccontare ed essere un punto di riferimento per la vita delle comunità.

UN LUNGO PERCORSO

Era il 27 marzo del 2008 quando uscì per la prima volta QuiBolzano. Sull’onda del successo riscontrato dal primo quindicinale gratuito in lingua Italiana uscito in Alto Adige, nel settembre dello stesso anno fecero la loro comparsa le altre due edizioni dei nostri giornali QuiMedia che tuttora raggiungono più di 70 mila lettori direttamente a casa loro, nella buca delle lettere.
Nel corso degli anni le edizioni furono addirittura di più, arrivando ad interessare anche la vicina provincia di Trento (QuiTrento e QuiRovereto) e altre zone della provincia di Bolzano (QuiValleIsarco). Dal 2015 si tornò alla diffusione originaria che si andò quindi stabilizzando su QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina.
Dal 2008 ne è passata di acqua sotto i ponti e speriamo che in futuro possa passarne ancora molta, non solo in senso metaforico visti i tempi che corrono. Tante sono le persone che, nel corso di questi 15 anni, hanno lavorato con dedizione e con passione per far giungere a tutti voi i nostri giornali. Per primi vanno citati, per forza di cose, il nostro editore On. Michl Ebner e la prima direttrice dei nostri giornali Cristina Ferretti, che con grande determinazione hanno voluto prima ideare e poi sostenere l’idea che la crisi dell’informazione veicolata dalla carta stampata possa essere affrontata e in parte risolta, anche grazie alla proposta di un prodotto che possa giungere a destinazione gratuitamente, attraverso una diffusione davvero capillare.
Nei nostri giornali in questi anni hanno lavorato diversi giornalisti, d’esperienza o alle prime armi, grafici, impiegati amministrativi, addetti all’organizzazione e alla diffusione, agenti pubblicitari. A tutti loro va il nostro grazie, in particolare a coloro che ad un certo punto hanno terminato la loro collaborazione con QuiMedia. Se i nostri giornali, oggi, restano una presenza stabile e apprezzata nel panorama dell’informazione locale, lo dobbiamo anche e soprattutto a loro. Ma va anche detto che QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina oggi sono quello che sono soprattutto grazie a voi appassionati lettori e tantissimi investitori, pubblici e privati, che avete voluto dare un senso al nostro lavoro. Da una lato leggendo e fornendoci tanti feedback, e dall’altro finanziando i nostri giornali che – va detto – non godono di alcun contributo pubblico per il semplice fatto di essere pubblicati.
Nella primavera di 5 anni fa, in occasione del primo decennale di QuiMedia, ci ritrovammo tutti insieme al Teatro Cristallo di Bolzano, per una giornata di festa e al contempo di riflessione sul futuro della città capoluogo. Quest’anno, festeggiando un anniversario importante ma “intermedio”, ci limitiamo a pubblicare questa storia di copertina, che vuole essere da un lato un ringraziamento e dall’altro un momento per ribadire quali sono i motivi che ci animano, nel nostro imperterrito impegno di informarvi ed essere degli interlocutori affidabili per i territori in cui i nostri giornali escono.
Auguri!

UNA PRESENZA CONSOLIDATA

Nel panorama dell’informazione in provincia di Bolzano i freepress QuiMedia rivestono un ruolo peculiare, rappresentando in molti casi l’unico accesso ad una fonte d’informazione veicolata dal tradizionale supporto cartaceo. Com’è noto recentemente i media cartacei hanno suscitato un rinnovato interesse da parte dei cittadini, che tendono a vedere in essi i depositari di un’informazione autorevole e certificata, rispetto al bombardamento di notizie spesso non verificate e non verificabili che vengono veicolate dai social network. Gli stessi social network hanno però anche abituato molti cittadini all’idea che non si debba pagare per poter accedere alle notizie ed è per questo che i freepress si trovano dunque a giocare un ruolo particolarmente importante in quanto giungono gratuitamente a casa delle persone. I freepress hanno dunque davanti la sfida di risultare davvero interessanti e significativi, anche solo per poter essere presi in considerazione e quindi sfogliati e letti. Questo è il compito, rinnovato, che ci assumiamo nei vostri confronti, cari lettori. E per farlo ci basiamo su alcune scelte di fondo. Cogliamo dunque l’occasione del nostro “compleanno” per ribadirle.  

LA SCELTA DEI CONTENUTI

I contenuti di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina sono per scelta da un lato “locali” e dall’altro legati alla reale vita delle persone.
Non c’è nulla di virtuale, una volta tanto: essere locali per i nostri giornali vuol dire essere davvero “innervati” nei territori in cui vengono distribuiti. Stiamo parlando dei quartieri nella città di Bolzano, della città di Merano e del suo circondario, e delle varie località della Bassa Atesina. 
A ciò si aggiunge la consuetudine, che nei prossimi anni verrà ulteriormente rilanciata, di raccontare la vita delle persone, quelle reali, con le loro gioie e i loro dolori. Ma continuando nella scelta di lasciare volutamente sullo sfondo, nel racconto dei fatti, sia la “cronaca nera” che la cronaca politica nella sua accezione più specificatamente “partitica”. 

ESSERE UN “PONTE”

I freepress QuiMedia negli ultimi anni si sono distinti per il loro sforzo di essere un ponte, soprattutto tra le generazioni più lontane. Stiamo parlando degli anziani,  sempre più numerosi, e dei giovani sempre più impegnati, e in alcuni casi anche affaticati, nella loro difficile sfida di costruire il loro e il nostro futuro. Questo impegno verrà ulteriormente rafforzato. 
Ma il ponte non è solo tra le generazioni. Un altro aspetto della linea editoriale di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, è quello di guardare, seppure utilizzando la sola lingua italiana, all’intera realtà altoatesina e quindi alla vita e alle vicende delle persone dei tre gruppi linguistici ufficiali e di quelli dei nuovi cittadini, sempre più numerosi.
Da sempre attenta alla vita delle associazioni e del volontariato, la linea editoriale dei freepress QuiMedia manterrà un occhio di riguardo anche rispetto a tre nuove tematiche che negli ultimi tempi si sono affermate con forza, trasformando le vite di tutti noi. 

SALUTE, ECONOMIA E PACE

La salvaguardia della salute, la gestione economica individuale e delle famiglie in tempi di crisi e una riaffermata cultura della pace, nei prossimi mesi si affermeranno sempre di più come temi privilegiati per i contenuti che i freepress QuiMedia sceglieranno di offrire ai loro lettori. Si tratta di tre specifiche “lenti” che verranno utilizzate per leggere i fatti e per alimentare – attraverso anche commenti e opinioni autorevoli – la coscienza critica dei lettori.

LE TRE ANIME DEL GIORNALE

I nostri giornali escono grazie alla lungimiranza e al sostegno del nostro editore, che da luglio 2022 è divenuto Media Alpi, restando comunque nella galassia Athesia. 

QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, sono sempre e comunque dei “giornali”, anche se vengono “regalati” ai loro lettori. Sono allora “mezzi di informazione” che si alimenta attraverso la professionalità dei giornalisti professionisti che vi lavorano e i tanti collaboratori che vi scrivono. Ma fondamentale in questa sede è anche ricordare, attraverso un’importante e indispensabile forma di trasparenza, che il vero motore che consente giornali QuiMedia di sostenersi è rappresentato dai tanti clienti, pubblici e privati, che decidono di “investire” con i loro contenuti e le loro grafiche nelle tre edizioni QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, supportando l’editore nel suo impegno rinnovato.

IL NOSTRO “BIGLIETTO DA VISITA”

I giornali QuiMedia vengono realizzati presso la sede di Via Volta 10 a Bolzano. Dal settembre 2019 direttore responsabile è Luca Sticcotti, già redattore centrale dal settembre 2017. Collaboratore giornalistico per QuiMerano e QuiBassa Atesina è Luca Masiello. Responsabile grafica di QuiMedia è quindi Andrea Mercurio. Della Pubblicità, che fa capo ad Alessandro Toller, se ne occupano Barbara Sonetti (coordinatrice), Giovanni Spagnulo e Mauro Profaizer.
L’editore di QuiMedia è Media Alpi pubblicità srl, che ha sede a Trento in Via Missioni Africane 17.
La stampa di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina viene effettuata presso Athesia Druck srl, in Via del Vigneto 7 a Bolzano. Non tutti sanno che i giornali QuiMedia si possono ricevere anche attraverso un abbonamento annuale con spedizione postale (indirizzato) al costo di 26 euro l’anno. QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina sono quindicinali ed escono 24 volte all’anno. Periodicamente ai giornali vengono abbinati inserti magazine tematici.
Per contattare QuiMedia basta chiamare il numero 0471 307930 o scrivere una mail a redazione@quimedia.it

E’ altoatesino l’ambasciatore dell’arte digitale in Italia 

Stefano Favaretto, artista e fotografo di origini meranesi, è uno dei pionieri dei NFT (certificati digitali di proprietà delle opere d’arte) nel nostro Paese e ha curato a Roma una delle prime mostre in Italia su questa nuova forma espressiva.

Dalla concretezza e solidità del marmo all’impalpabilità dell’arte digitale il salto è molto lungo. Non per Stefano Favaretto che da fotografo cercava l’anima del marmo nelle cave della Lunigiana e si è costruito una reputazione per sfruttarne la superficie lucida per la stampa delle proprie immagini. Poi venne la pandemia e anche la sua ricerca artistica, momentaneamente   imprigionata dalla immobilità forzata dei lunghi mesi di lockdown, si è incamminata su strade virtuali.  

“Nei primi mesi di clausura obbligata, mi sono iscritto al social “Clubhouse”, una dimensione virtuale in cui esistono stanze, ovvero luoghi digitali dove gli appassionati di arte e gli artisti in cerca di sostenitori e acquirenti si incontrano e si conoscono”, spiega Favaretto che nel 2014, dopo oltre tre lustri di lavoro come psicologo, si è dedicato a tempo pieno alla sua passione, la fotografia artistica “Ho iniziato a prendere la parola e ad aprire stanze mie per parlare della mia arte. Uno dei fondatori della Global Art Exhibition mi ha notato e mi ha introdotto all’arte digitale e al mondo cripto applicato all’arte”, aggiunge Favaretto che ha approfondito il discorso degli NFT (non fungible tokens o, in italiano, gettone non riproducibile) ovvero dei certificati di proprietà digitali – creati attraverso la tecnologia della blockchain, la stessa alla base delle criptovalute – di proprietà di un’opera d’arte. Spieghiamo meglio: adesso, per esempio, ognuno può digitare il nome del grande fotografo Salgado su un motore di ricerca, trovare una sua immagine e salvarla in formato jpg sul proprio pc. Non la può pubblicare o utilizzarla per fini commerciali se non ne compra i diritti ma può comunque “possederla”. Le opere d’arte NFT invece rompono la catena della riproducibilità dell’opera d’arte digitale perché vengono prodotte solo in edizione limitata e la loro originalità è certificata dalla tecnologia della blockchain, sorta di registro digitale distribuito sulla rete. Favaretto capisce le potenzialità di questa nuova forma di tutela e commercializzazione dell’opera d’arte e, nel 2021, crea la prima community italiana su Clubhouse e, con quel passo, si afferma in una comunità che oltrepassa i confini nazionali. “Grazie ad alcuni mecenati, abbiamo organizzato mostre di opere NFT a Hong Kong, nell’Emirato di Sharjah, vicino a Dubai e anche a Roma, a Palazzo Merulana, dove abbiamo fatto una delle prime mostre fisiche di opere digitali, la Global NFT Exhibition”, sottolinea. Oltre ad essere diventato una figura di riferimento per l’arte digitale nel nostro Paese, Favaretto continua la sua esplorazione delle possibilità creative della fotografia. L’ultima sua sperimentazione, in linea con la sua poetica che mette in dialogo il mondo reale con quello spirituale, il visibile e l’invisibile, è il “selfie energetico”. “Il concetto che soggiace a questo esperimento artistico è la volontà di portare alla luce le energie che esistono in natura e che ci avvolgono. Fotografo l’aura che circonda le persone attraverso una tecnica particolare che comporta l’uso di una fotocamera in grado di percepire e riprodurre l’ energia corporea ”, chiarisce. Oltre a ciò, continua anche la sua attività di organizzatore di eventi espositivi, attraverso la fondazione della NFT Art Alliance. “Questo progetto vede coinvolti dieci artisti di tutto il mondo, impegnati a costruire un ponte tra arte fisica e digitale”, conclude l’artista altoatesino, “In estate saremo sull’isola di Lesina (Hvar), in Croazia, per una mostra in collaborazione con la Bernstein Foundation di New York, in cui 10 artisti da tutto il mondo dialogheranno con la figura di Richard Bernstein, uno dei fondatori della pop art assieme ad Andy Warhol”. La sua collezione di opere digitali, infine, è stata da poco esposta presso una delle più importanti gallerie digitali di Parigi, la Iham NFT Art Gallery, durante l’evento NFT Paris. 

In attesa di vedere le sue opere esposte anche in Alto Adige, si può seguirne le evoluzioni sul sito www.stefanofavaretto.it e sui suoi social. 

Autore: Nilo Ruggeri