“Beyond challenge”, una sfida con se stessi

Sotto il motto “risveglia il Challenger in te”, la Beyond Challenge di sabato 24 settembre quest’anno vuole attirare corridori e tutti coloro che lo vogliono diventare alla Ritten Arena, per mettere alla prova su un percorso con ostacoli la propria resistenza, coordinazione e forza fisica. La particolarità: la Beyond Challenge non è indirizzata solo a professionisti della corsa, ma anche a corridori amatoriali e militari appassionati alla disciplina.

I partecipanti come “Challenger” corrono contro il tempo: oltre al tracciato di corsa ci sono vari ostacoli da superare, adattati alle condizioni locali. Ciò richiede abilità, equilibrio e forza fisica.
Ci sono dei muri da arrampicare, ostacoli da oltrepassare, un ruscello da attraversare o sacchi di sabbia da trasportare. Tutto questo unito alla massima concentrazione, perché ad ogni ostacolo fallito lo sfidante deve affrontare una penalità. Nonostante ogni ostacolo sia supervisionato da un arbitro, la correttezza durante la gara è priorità assoluta. Gli sfidanti sono chiamati a rispettare i loro concorrenti, i giudici e l’ambiente.
Particolarità della gara è che per la prima volta i team militari abituati al movimento in montagna e ad ascendere vertiginose cime parteciperanno all’evento confrontandosi con ostacoli che ricordano il percorso Cagsm (circuito addestrativo ginnico ginnico militare), che esalta le doti atletiche e di coraggio proprie del moderno soldato.

Due gare – due sfide
Concepito come gare individuali, gli sfidanti possono scegliere tra due distanze: La Fun Challenge si corre su una distanza di circa 6 chilometri e più di 10 ostacoli. Nella Fun Challenge i partecipanti possono aiutarsi a vicenda. Nella Pro Challenge, lo sfidante deve completare da solo il tracciato di corsa lungo circa 15 chilometri con più di 20 ostacoli.

Cos’è la Beyond Challenge
Entusiasmato dalla Spartan Race ovvero più grande serie di corsa a ostacoli del mondo, l’organizzatore ha portato in Alto Adige una tipologia di gara adattata alle circostanze locali.
La competizione è nata per risvegliare lo spirito combattivo e la voglia di misurarsi sul tracciato, non dimenticando però l’aspetto socievole. L’altopiano del Renon offre lo sfondo perfetto alla gara con terreni impegnativi, abbinati a paesaggi meravigliosi.
Per ulteriori informazioni ed eventuali iscrizioni è possibile cliccare sul sito www.beyond-hp.it entro il 15 settembre.

Disuguaglianze, povertà e crisi climatica

INSERZIONE PUBBLICITARIA – L’impennata dei prezzi dei generi alimentari causata dal conflitto in Ucraina sta portando alla disperazione molte popolazioni africane, già provate dalle conseguenze della pandemia degli ultimi anni. A questo si sommano siccità e inondazioni causate dal cambiamento climatico, che minacciano i raccolti di cui ci sarebbe un bisogno più urgente. A destare preoccupazione è soprattutto il Corno d’Africa, dove quasi un terzo della popolazione soffre la fame, e fra questi 10 milioni di bambini.

La bocca di Ana è chiusa, e lei parla poco. Sono i suoi occhi a raccontare di quanto sia tragica la realtà in cui le persone muoiono di fame e di sete. Tutto intorno a lei le ricorda queste sofferenze: il marito che per periodi sempre più lunghi si assenta da casa in cerca di pascoli; i fratelli che hanno venduto tutti i capi di bestiame per non vederli morire; i figli delle amiche che vengono ricoverati in ospedali di fortuna, e il bambino che porta in braccio: debole e infreddolito nonostante le torride temperature africane.
Qui la situazione è drammatica per tutti, ma sono i più piccoli a subire le conseguenze peggiori.
Spesso i bambini conoscono la fame ancor prima di nascere, nel grembo asciutto di giovani madri a loro volta malnutrite. In molti non raggiungono il quinto anno di vita, e chi sopravvive sviluppa frequentemente ritardi nella crescita, come mostrano i corpi troppo magri per l’altezza o per l’età anagrafica.
Il programma di alimentazione mondiale (WFP) stima che nei Paesi del Corno d’Africa, 1 bambino su 3 presenti danni fisici e cognitivi irreversibili, per la carenza di cibo nella prima fase di vita. Sono invece 15 milioni (Onu) le persone che soffrono la fame in questa regione, e il numero è in preoccupante aumento.
Anche Ana è parte di questa statistica, ma la sua storia come altre non fa rumore. “La fame è una tragedia silenziosa”, ha ricordato Franz Kripp, direttore della Caritas, descrivendo la drammatica situazione di molte popolazioni africane, all’avvio della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi ‘La fame non fa ferie’.

Le crisi globali si abbattono su una situazione già precaria
In molti Paesi a sud del Sahara, da tempo afflitti da insicurezza alimentare, la situazione si sta aggravando per la combinazione di diversi fattori esplosivi. Alla crisi economica legata alla pandemia del coronavirus, si somma una profonda crisi umanitaria innescata dalla peggiore carestia degli ultimi decenni. Preoccupa maggiormente l’innalzamento incontrollato dei prezzi dei generi alimentari di base, che sta affamando le popolazioni in molti stati. Il conflitto in Ucraina non fa che aggravare questa situazione, poiché molti Paesi africani sono fra i maggiori importatori di prodotti come grano, mais e olio, che oggi risultano inaccessibili per via dei blocchi dei porti da parte di Mosca e per la povertà dilagante. Eventi climatici estremi non fanno che peggiorare la situazione: siccità prolungate alternate a piogge improvvise impediscono alle colture di giungere a maturazione, e le famiglie che vivono principalmente di agricoltura di sussistenza si trovano a non avere nulla da mangiare. Anche i piccoli allevatori, come la famiglia di Ana, costretti a cercare pascoli fertili in luoghi sempre più remoti, si trovano spesso obbligati a vendere tutti i capi di bestiame per miseri guadagni, o ad abbattere i pochi animali sopravvissuti per riuscire a sfamare, anche se per brevi periodi, le proprie famiglie. Regioni come il Corno d’Africa pagano inoltre un prezzo ancora più alto per via di disordini interni, come ad esempio la guerra fratricida del Tigray al confine fra Etiopia ed Eritrea, che provoca ulteriori solitudini e sofferenze.

Un piccolo aiuto con grandi ricadute
Per far fronte a questa emergenza umanitaria e ambientale, è necessario intervenire subito e su più livelli. La Caritas diocesana di Bolzano e Bressanone è da tempo attiva in vari Paesi dell’Africa subsahariana, in Etiopia, Eritrea, Kenya, Mozambico, ma anche Uganda, Senegal, Madagascar e Repubblica Democratica del Congo, con numerosi progetti che puntano specialmente sulla promozione delle donne e sull’emancipazione delle nuove generazioni dalle condizioni climatiche spesso avverse.
“Nel corso degli anni, e grazie alla lunga collaborazione con i nostri partner sul territorio, abbiamo organizzato corsi di formazione rivolti ai piccoli agricoltori, per promuovere ad esempio, la coltivazione di varietà resistenti alla siccità, per diffondere tecniche di agricoltura irrigua e non più legata alla stagionalità delle piogge, per concimare il terreno in autonomia rendendolo più fertile. Abbiamo inoltre sostenuto gruppi di muto aiuto, sia fra contadini che fra le donne. La solidarietà del gruppo infatti, rende le persone più indipendenti dall’aiuto esterno, e permette un minimo di sviluppo imprenditoriale grazie a programmi di micro credito”, racconta Sandra D’Onofrio, responsabile del servizio Mondialità della Caritas, che accompagna i progetti all’estero.
Contrastare l’insicurezza alimentare, è infatti un’attività che necessità di una visione sul lungo periodo, e in questa direzione guardano i progetti della Caritas, cercando di tenere insieme sia aspetti di emergenza umanitaria che quelli legati alla necessità di uno sviluppo locale sostenibile. “È però solo grazie alla generosità di molti altoatesini che continuano, oggi come ieri, a sostenere il nostro lavoro, che possiamo dare una speranza a famiglie esasperate dalla miseria e dalla povertà” afferma il direttore della Caritas Franz Kripp, ringraziando i donatori. Kripp ricorda inoltre come la gravità della situazione imponga di continuare su questa strada della solidarietà, espandendo, seppure a piccoli passi l’intervento della Caritas e dei suoi partner africani, per garantire migliori condizioni di vita e una prospettiva di futuro alle persone. Questo perché morire di fame, per adulti o bambini, è semplicemente inaccettabile.

Combattere la fame è possibile

Con la causale “Fame in Africa”, puoi sostenere le attività di Caritas contro la fame in Africa facendo una donazione oppure diventando un sostenitore costante con 9 euro al mese.
Ogni donazione aiuta le famiglie ad attrezzarsi per affrontare le crisi in corso e quelle future.

Con 11 euro al mese garantite ogni giorno un pasto caldo per bambine e bambini nelle scuole.
Con 25 euro al giorno una famiglia di agricoltori riceve una fornitura di sementi come base per potersi garantire un raccolto.
45 euro garantiscono a una famiglia numerosa la fornitura di cibo per un mese.
Con 100 euro si amplia di 20 metri la rete di acqua potabile per le comunità dei villaggi.
240 euro permettono a una madre di aprire un piccolo negozio nel villaggio, assicurando alla famiglia un sostentamento e promuovendo l’economia locale.

Aiutaci anche tu!
Conti Caritas per le donazioni:
Raiffeisen Cassa Centrale, IBAN: IT42F0349311600000300200018
Cassa di Risparmio di Bolzano, IBAN: IT17X0604511601000000110801
Banca Popolare dell’Alto Adige, IBAN: IT12R0585611601050571000032
Intesa Sanpaolo, IBAN: IT18B0306911619000006000065

Ulteriori informazioni possono essere ottenute anche online www.caritas.bz.it o presso la Caritas in via Cassa di Risparmio 1 a Bolzano

Siccità: facciamo il punto

Temperature molto alte rispetto alla media stagionale già da maggio e estrema scarsità di precipitazioni. Anche in Alto Adige la siccità si fa sentire. Ne abbiamo parlato con i responsabili nel nostro territorio. Al momento la situazione non è drammatica, ma c’è grande attenzione in prospettiva.

Con l’arrivo dell’estate e le alte temperature che questa porta con sé specie in combinazione con i cambiamenti climatici, ritorna più forte che mai il complicato tema della siccità, sia a livello locale che globale.
Com’è la situazione, oggi, in Alto Adige?
Sebbene altre regioni d’Italia abbiano già dichiarato lo stato d’emergenza, la situazione a livello locale sembra essere migliore, ma non per questo semplice. Sorgono infatti una serie di interrogativi. Tra questi i principali, a ben vedere, sono tre.
A livello locale quali possono essere le dirette conseguenze a breve termine della siccità? Ci sarà un razionamento dell’acqua? L’agricoltura altoatesina potrebbe subire delle limitazioni?
Di tutto ciò ne abbiamo parlato con Flavio Ruffini, Direttore dell’Agenzia provinciale per l’ambiente e la tutela del clima, che ha sciolto alcuni nodi della questione.

Un lago glaciale ridotto quasi a zero

L’INTERVISTA

Sentiamo parlare sempre più spesso di siccità. Ma, di fatto, come può essere descritta la situazione a livello locale? Il tema tocca anche noi da vicino? E se sì, in che modo? 
A livello locale non abbiamo il problema di deflusso dell’Adige o una grave carenza di acqua, come invece il resto del nord est d’Italia. Nel primo caso, ci sono d’aiuto le precipitazioni e, nel secondo, abbiamo lo scioglimento delle nevi che, benché siano terminate quasi tutte a giugno, ci dovrebbero ancora fornire acqua. D’altra parte va però anche considerato che abbiamo avuto un autunno e un inverno con poca neve e pochi temporali, specie nella parte occidentale della Provincia, e quindi quest’anno abbiamo poche riserve di neve e acqua. Ora ci aspetta un’estate con temperature sopra la media e, in prospettiva, il periodo siccitoso che prosegue da mesi può diventare un problema.

E se la situazione dovesse aggravarsi?
Se la siccità si dovesse prolungare, per i territori sotto Trento il problema diventerebbe ancora più grave. Per questo è molto importante controllare il deflusso dell’Adige nelle stazioni di San Lorenzo (TN) e Boara Pisani (PD). Mantenendo infatti i due livelli rispettivamente sopra gli 80m3/s e 140m3/s di acqua si impedisce il ritorno del cuneo salino dal mare e si garantisce al Veneto l’irrigazione dei campi.

Visto il quadro generale, c’è quindi il rischio di dover dichiarare lo stato d’emergenza anche in Alto Adige?
Potrebbe essere, ma qui un ruolo centrale lo gioca l’Autonomia provinciale che, allo stesso tempo, però ci carica anche di senso di responsabilità.

Prevede la possibilità di veder arrivare un razionamento dell’acqua nell’uso quotidiano?
Dipende cosa si intende per razionamento. Faccio un esempio: se io mi faccio la doccia, l’acqua utilizzata ritornerà nel torrente. Se, invece, la vado ad utilizzare nel settore agricolo, l’acqua viene assorbita, evaporerà e quindi verrà persa.

Parlando proprio di agricoltura: immagina delle possibili limitazioni? Qual è la situazione circa gli invasi presenti sul nostro territorio?
La possibilità che, un domani, a seconda dell’evolversi della problematica venga introdotto un divieto di irrigare durante le ore di sole, è reale. Per questo bisogna anche chiedersi quale tipo di agricoltura ci converrà e quale sia davvero sostenibile in futuro. 
Un tema importante poi è quello dell’irrigazione dei prati: siamo certi sia un’azione necessaria? Una volta non veniva fatta; oggi, certo, aumenta la produzione, ma è da tenere conto anche il consumo dell’acqua.
Gli invasi sono veramente importanti, quelli presenti sono già d’aiuto, ma sicuramente ne dovremo fare altri, ottimizzando – grazie alla tecnologia – il loro utilizzo. Possiamo ancora migliorare molto.

Autore: Andrea Dalla Serra

Cinquant’anni dall’occupazione della Montedison

Per chi ci lavorava il ricordo è ancora nitido, come fosse successo ieri. Ma sono trascorsi già 50 anni da quel 7 luglio 1972, quando la Montedison di Sinigo minacciò di chiudere i battenti. E la fabbrica venne occupata.


“Assolutamente no. Durante tutto il periodo di occupazione non ho mai sentito questo sentimento di paura, di perdere il posto di lavoro. Non potevamo decidere noi quando riaprire, però la nostra attività era così frenetica e così bella che ci aspettavamo soltanto delle buone soluzioni.” Esordisce così, Carlo Baldi, quando gli si chiede se durante l’occupazione della Montedison – la storica fabbrica di Sinigo – ha avuto paura.
Di quella storia, di quella occupazione, quest’anno si ricordano i 50 anni. è la vicenda di quei 220 operai impiegati a lavorare in fabbrica in una Sinigo tedescofona, votata all’agricoltura e al turismo. In una fabbrica che nasce tra il 1925 e il 1926, ricercando in Alto Adige un mercato interessante per il fertilizzante chimico che non troverà, costretta quindi a passare ai materiali speciali: carbonato di litio, silicio iperpuro per elettronica, in policristallo e monocristallo, ma anche titanio e plasma. Un mercato promettente sul quale scommettere, con le porte dell’elettronica che si stavano spalancando, in cui tuttavia Montedison stessa non credette, investendo nel suo laboratorio poco denaro ed energia, ed arrivando ad un deficit annuo di un miliardo di lire. Così, si giunse al 7 luglio 1972: fabbrica chiusa, tutti a casa.
E non solo a Sinigo, ma anche in altri punti di produzione dello stivale.
Sono stati molti, tra sindacalisti, operai, contadini e cittadini, ad animare questa storia. E sono proprio le loro voci che ripercorrono e ricostruiscono le tappe di un vissuto così decisivo per il territorio.

CARLO BALDI
A partire dallo stesso Carlo Baldi, che quel giorno si trovava in vacanza con la famiglia e che senza pensarci su troppo è tornato a Sinigo: “È stata una decisione di coscienza – racconta quasi ridendo – non potevo starmene in ferie mentre gli altri occupavano la fabbrica”.
Ricorda che vi trovò una situazione paradossalmente tranquilla: “Ci hanno ceduto le chiavi, lasciandoci corrente e acqua. Noi abbiamo cercato per tutto il tempo di fare la minima manutenzione per non mandare tutto in malora”.
In queste condizioni, con turni di presidio della fabbrica e giri di ronda per controllare i dintorni, l’occupazione andava avanti. Da sfondo, un clima non propriamente roseo: gli anni delle bombe dei separatisti in Alto Adige e un capoluogo se non contrario, quantomeno sfavorevole, per una questione politica e, sicuramente, etnico – linguistica. Ma erano anche gli anni del lungo ’68, dei movimenti sindacali nel loro massimo fermento, degli operai nelle piazze per reclamare diritti, salari stabili, sicurezze e welfare.
In questo grande quadro si inserivano gli operai resistenti della Montedison di Sinigo, trascinando con loro anche contadini e cittadini, artisti, civili e sindacalisti.

JACOB DE CHIRICO
Tra questi, il ricordo di Jacob De Chirico: “L’occupazione della Montedison di Sinigo era stata per me una scuola di vita frenetica. Dirigevo in quegli anni la rivista “Arte e lavoro/ Kunst und Arbeit”, interessata a fare interagire l’arte con il mondo del lavoro e le sue grandi lotte in difesa delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti. Avevo capito che il mio ruolo poteva essere davvero al servizio della classe operaia. I lavoratori della Montedison rappresentavano un’avanguardia, sindacalizzata, competente, consapevole dei propri diritti ma anche profonda conoscitrice della sofisticata produzione del silicio iperpuro. Pensavo che andassero coinvolti intellettuali, insegnanti, studentesse e studenti di lingua italiana e tedesca, senza steccati etno – linguistici. Ritenevo indispensabile coinvolgere anche i contadini del Burgraviato e infatti alle grandi manifestazioni in città partecipavano addirittura con i loro trattori! Ci fu una grande solidarietà. Mai una lotta di fabbrica aveva coinvolto in modo massiccio tutta la città. Accanto alla tenda della Montedison installata in pieno centro città, accanto ai grandi murali scritti e dipinti da me, capitò che la polizia volesse cancellare quell’avamposto operaio. Io dipingevo ogni giorno un murale colorato nuovo, un vero e proprio diario che aggiornava lo stato della lotta!”.
E fu proprio così: una mobilitazione generale e senza eguali. Una scuola di resistenza, collaborazione e solidarietà per il territorio intero. Ma anche una scuola di vita, personale, che ha contribuito a formare le coscienze: “Io non ero sindacalizzato, non avevo neanche tante idee politiche, però credo che si debba sempre battersi per qualcosa in cui si crede e ne è valsa la pena. È quello che ti lascia la coscienza tranquilla”.

GIUSY GIARRIZZO
Ed ecco, vince, il ricordo di Giusi Giarrizzo della Cgil. “Sono passati 50 anni da questa vertenza sindacale di grande respiro, ma nella memoria dei giovani lavoratori di oggi non c’è più traccia di un avvenimento sindacale che allora coinvolse i duecento dipendenti della ex Montedison, la comunità di Sinigo e i lavoratori e le lavoratrici non solo del meranese, ma anche di tutta la Provincia. Quando invece, oggi, ho l’occasione d’incontrare qualche ex lavoratore che allora era attivo nel sindacato, non faccio il tempo di salutarlo che subito in lui affiorano i ricordi di questa battaglia in difesa dei posti di lavoro nell’industria”.

LUCA FELLIN
Anche Luca Fellin ricorda: “Negli anni ’80 noi giovani rampanti che arrivammo alla Smiel poco sapevamo di quanto era accaduto solo pochi anni prima. Nel 72 eravamo ancora alle scuole medie. Per noi la fabbrica rappresentava una buona opportunità di lavoro in attesa di tempi migliori. Siamo arrivati in un momento di transizione politica e sociale ed anche di prospettive di mercato.l n quegli anni sono iniziati i primi cambiamenti significativi dal punto di vista dell’espansione dell’azienda e del mercato del silicio. La storia dell’occupazione l’abbiamo imparata assieme alle storie delle persone che l’avevano fatta. Abbiamo avuto il privilegio di ascoltare dall’interno, e dalle persone dalle quali stavamo imparando a lavorare, che significato ha avuto per la fabbrica, per la comunità e per noi stessi, quell’atto coraggioso. Ci sembra quasi di avervi partecipato. Quell’occupazione è stata la svolta, ha permesso la continuità produttiva e la sicurezza economica dei suoi addetti e di parte della comunità.”
Si trattò di un’occupazione tenace, conclusa il maggio dell’anno successivo. Occorre dunque celebrare il ricordo di coloro che si sono caricati sulle spalle la responsabilità di non far fallire per sempre un’opportunità di lavoro industriale, riconoscendo loro la capacità di visione prospettica, di amore per il lavoro. Celebrare l’intransigenza e la tenacia degli operai che hanno fatto sì che ancora oggi lo stabilimento di Merano abbia oltre 200 dipendenti, e quello satellite, di Novara, più di 600.

“LA LOGICA DEL FARE”
Insomma: è una grande storia di comunità, che Carlo Baldi riassume in modo lucido. “La storia di questa comunità di lavoratori che copre più di mezzo secolo della nostra vita, ha bisogno di una riflessione conclusiva: molti sono gli eventi importanti che l’hanno segnata, scelte politiche o mancate scelte, scelte imprenditoriali, variazioni repentine e incontrollabili dei mercati globali. Tutto questo sta dentro la logica del fare. E sono gli uomini che decidono: i prestatori d’opera e i datori di lavoro e per ognuno di questi si potrebbe tentare un giudizio: bravo, impegnato, determinante, generoso, preparato, essenziale in questa o in quell’altra occasione, eroico persino, inadeguato, e non ti meravigli di questo perché gli uomini e le istituzioni fanno la storia, sono dentro la storia, però ad un certo punto la storia subisce uno scarto decisivo, impensabile persino.
Perché non era nella logica delle cose, anzi era al di fuori delle regole scritte, di quelle ammissibili per convenzione o per legge. È necessario che l’imprenditore si faccia da parte, non necessariamente per i suoi demeriti. Perché tutti insieme noi, con i nostri bisogni e diritti, in questa particolare occasione, per un’etica superiore e per un tempo che sarà breve o lungo, si provi a cambiare il corso delle cose. E in quel 1972, 220 lavoratori, con qualche eccezione più o meno giustificata, l’hanno fatto e oggi fra Sinigo e Novara oltre 1000 lavoratori hanno uno stipendio a fronte di una prestazione e il datore di lavoro un rendimento per il suo capitale di rischio”

Autrice: Ana Andros

Edith Méra, la Vamp con Merano nel sangue

Era nata a Bolzano nel 1905 con il nome di Edith Claire Zeibert ed è morta a Parigi, a soli trent’anni, il 24 febbraio 1935 con il nome di Edith Méra, quello con cui era diventata famosa nel mondo del cinema francese. Ma per raccontarne la vita breve e tormentata, è meglio partire dalla fine. Le ceneri di Edith Méra sono conservate da quasi novant’anni al cimitero parigino di Père-Lachaise, quello noto per ospitare le tombe di Oscar Wilde, Marcel Proust, Jim Morrison, Molière, Maria Callas e molte altre celebrità.

L’urna di Edith Méra è la prima in alto a sinistra di un colombario in cui è ospitata anche quella del pittore Max Ernst. Il certificato di morte precisa che “Edith Claire Zeibert, detta Edith Méra nata a Bolzano il 7 gennaio 1905 è deceduta il 24 febbraio 1935 alle ore 16.30 in Boulevard Montmorency 27”. A quell’indirizzo, aveva sede l’Ospedale Italiano di Parigi dove era stata ricoverata a causa di una setticemia poco tempo prima. L’attrice sudtirolese abitava a circa tre chilometri di distanza, in rue Greffulhe, al numero 7, in una palazzina bianca di quattro piani poco lontana dall’Eliseo.
I dettagli sulla morte della giovane attrice, invece, ci vengono dalla stampa francese dell’epoca che sottolinea come Edith Méra si fosse ritrovata sulle labbra: “Una piccola pustola che sembrava insignificante. Tuttavia decise di farsi operare in una clinica e qualche ora dopo, una crisi setticemica l’ha uccisa”. Quasi tutti i giornali sottolinearono la grande malinconia che la caratterizzava, un sentimento che l’attrice provava a nascondere dietro a un aspetto, se non gioioso, almeno esuberante.
Considerazioni non casuali, figlie di un episodio accaduto un anno prima, nel maggio 1934, anche questo dettagliatamente descritto dalla stampa francese. Come scriveva “L’Oeuvre” del 15 maggio 1934: “Mademoiselle Edith Méra, l’artista così ammirata dai parigini che l’avevano soprannominata la vamp francese ha voluto darsi la morte per motivi che s’ignorano. Uscendo sabato sera dal teatro dove sta recitando l’operetta Les Sœurs Hortensia, è rientrata direttamente a casa e nella notte ha ingoiato un sonnifero (il Verenol Ndr) e ha aperto il rubinetto del gas. Domenica mattina la sua governante l’ha ritrovata priva di sensi. Immediatamente trasportata all’ospedale di Beaujon è stata sottoposta a terapie che le hanno salvato la vita”. Tragedie che sappiamo non essere così in contrasto con una vita fatta di successi cinematografici, copertine e prime pagine. Edith Méra, infatti, in soli cinque anni aveva interpretato venticinque film, quattro con la direzione di René Guissart.
Pellicole che l’avevano trasformata in una vera e propria diva, come sottolineato dall’articolo de “L’Image” uscito nel gennaio del 1933: “Edith Méra è una vamp nel senso più assoluto dell’espressione americana e lei è una delle nostre femmes fatales più complete. Tutto in lei, la sua taglia, la sua aria civettuola, il suo viso insensibile, i suoi occhi distanti, la sua bocca graziosa giustificano la scelta dei registi che hanno trovato in lei la giustificazione perfetta, l’ideale del modello di vamp imposto al cinema”. Per concludere la ricostruzione, manca solo l’inizio, le sue origini altoatesine. Edith Méra le descrisse in un’intervista rilasciata a “La Liberté” del 27 gennaio 1935, un mese prima della sua morte: “Il mio primo pseudonimo era Mérane. L’avevo scelto perché è a Merano che venni concepita, ma un’artista Geneviève Mérane, che aveva già questo cognome, mi chiese di cambiarlo e io l’ho accontentata, accorciando il cognome”.

Autore: Massimiliano Boschi

Al via la Stagione estiva del Teatro Sociale di Trento

Da luglio a settembre tornano gli appuntamenti con il TEATRO CAPOVOLTO. Tanta musica, stili di danza differenti, spettacoli di prosa, poetry slam, incontri letterari, cinema e appuntamenti all’insegna della comicità e del divertimento. Questo e molto altro ancora nel nuovo calendario proposto dal Teatro Capovolto – La città in scena, la nuova Stagione estiva del Teatro Sociale programmata dal Centro Servizi Culturali S. Chiara.

Una ricca offerta che per il terzo anno consecutivo andrà in scena all’interno della splendida cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2022 – Sogna, Pensa, Vive”, promosso dal Comune di Trento.

Il programma racchiude al suo interno un numero di proposte eterogenee e di grande qualità, che dal 1 luglio al 3 settembre animeranno l’estate trentina. 

Ci sarà spazio per alcuni grandi nomi del panorama musicale nazionale e internazionale (Suzanne Vega, Frida Bollani Margoni, Sons of Kemet), per importanti realtà teatrali (Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Metastasio di Prato), per la danza di Aterballetto e per gli spettacoli dedicati all’uomo e al pianeta in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze. 

E non poteva mancare un’attenzione alle realtà artistiche territoriali, con volti amati dal pubblico trentino come Andrea Castelli, Mario Cagol, Lucio Gardin e Loredana Cont, oltre agli innovativi progetti proposti da OHT [Office for a Human Theatre], Miscele d’Aria Factory e Collettivo Palco Verticale, al concerto con l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, fino agli appuntamenti cinematografici in collaborazione con Cineworld Trento.

Infine, grande spazio anche alla poesia con il poetry slam e il premio intitolato a David Wilkinson, e al mondo della letteratura con il piccolo festival letterario “Prometeo Capovolto”.

MUSICA

Si comincia l’1 luglio con un evento che vedrà protagonista il Corpo Musicale Città di Trento in un viaggio musicale sulle orme di Marco Polo (prima assoluta), per tuffarsi il giorno successivo negli anni ’80 con i Radiottanta (entrambi ad ingresso gratuito).

Successivamente, il 9 luglio il palco del Sociale ospiterà la giovanissima pianista Frida Bollani Magoni, mentre il 16 luglio sarà il turno di un grande nome come la statunitense Suzanne Vega. Si proseguirà il 20 luglio con il batterista americano Makaya McCraven ed il 23 luglio con la super band londinese dei Sons of Kemet.

Giovedì 28 luglio spazio all’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento diretta da Beatrice Venezi, mentre il 29 e 30 luglio sono in calendario due serate dedicate ai giovani artisti in collaborazione con UploadSounds che faranno da ideale apertura ai concerti del Summer Festival 2022.

A completare la proposta musicale ci sarà il concerto con la compositrice pakistana Arooj Aftab (4 agosto), per proseguire poi il 5 con Trentin-Country Band, il nuovo progetto musicale di Miscele d’Aria Factory. A concludere, il 6 agosto il musicista sardo Paolo Angeli sarà a Trento per presentare il suo ultimo album: Rade.

PROSA

Mercoledì 6 luglio il Collettivo Palco Verticale (formato da professioniste e professionisti dello spettacolo trentino) proporrà Indagine Viva, un happening teatrale in cui il pubblico sarà grande protagonista. A seguire, il 7 luglio, l’attore comico Claudio Morici salirà sul palco con il divertente Alexo (prodotto dal Teatro Metastasio di Prato). A metà tra teatro e musica è invece Il Passo del respiro, progetto teatrale ispirato ai canti di montagna realizzato da OHT [Office for a Human Theatre], con il sound designer Davide Tomat e con il Coro Sass Maor diretto dal M° Luigi Azzolini. 

Giovedì 14 luglio toccherà all’amato attore trentino Andrea Castelli con Bocinbici, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano. Accompagnato alla chitarra da Emanuele Dell’Aquila, Castelli racconterà il mito della bicicletta per un ragazzino degli anni ’50. Il 21 luglio spazio a Trucioli (Compagnia Gli Omini), mentre il 3 agosto sarà il turno de La grande nevicata dell’85, testo di Pino Loperfido con Mario Cagol e Alessio Zeni (regia di Andrea Brunello). 

Ma ci saranno anche occasioni di sano umorismo con altri due artisti a cui il pubblico trentino è particolarmente affezionato: il 22 luglio Loredana Cont proporrà Dante me fradel, mentre il 31 agosto tocca a Lucio Gardin con Il sorriso è una curva che raddrizza tutto. 

All’interno della proposta di spettacolo del Teatro Capovolto ci sarà spazio anche per “Teatro Antropocene”, l’interessante rassegna proposta in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze e con la direzione artistica di Andrea Brunello (Compagnia Arditodesìo). Si tratta di un ciclo di quattro spettacoli che cercano di indagare e riflettere sulle attuali condizioni dell’uomo e del pianeta. 

DANZA, CINEMA E LETTERATURA

Venerdì 15 luglio si inizia con La Danza Capovolta, una serata con i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia (direzione artistica di Donatella Zampiero e Paolo Golser). Ma la proposta di danza animerà anche il Centro Storico con la “Danza Urbana”, due appuntamenti (a ingresso libero) che vedranno protagonisti i vincitori del Bando Danza Urbana XL 2022: il 17 luglio con Room 22 (FUNA) e Manbuhsona-Site Specific (IVONA), mentre il 31 luglio con le performance The Halley Solo (Fabrizio Favale) e Walter (Laura Gazzani). 

Una proposta di danza multiforme che il 24 luglio arriverà fino alle sale del Castello del Buonconsiglio con un evento che vedrà coinvolta la prestigiosa compagnia Aterballetto, che nelle splendide sale del Castello metterà in scena Stanze \Rooms, performance site-specific itinerante.

E per gli appassionati della settima arte, il Sociale ospiterà anche il “Cinema Capovolto”, con otto interessanti titoli in calendario offerti in collaborazione con Cineworld Trento: Belfast, Mamma Roma, Il ritratto del duca, La figlia oscura, The Alpinist-Uno spirito libero, Mullholland Drive, Licorice Pizza, Ennio.

E all’interno del ricco cartellone estivo troveranno collocazione anche alcuni appuntamenti dedicati alla poesia e alla letteratura, come il David Wilkinson Poetry Slam per commemorare l’opera e la figura di David Wilkinson, poeta, letterato e docente scomparso prematuramente la scorsa estate. Ma non finisce qui perché da giovedì 1 a sabato 3 settembre sarà possibile ‘incontrare’ a teatro alcuni protagonisti della cultura italiana e internazionale con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario che indaga le relazioni profonde tra letteratura, attualità e teatro attraverso una serie di incontri con gli autori e le loro opere. 

(inserzione pubblicitaria)

Eureka: il concorso per giovani inventori

Al via la seconda edizione del bando per promuovere le discipline scientifiche a tutti i livelli. Iscrizioni fino al 30 giugno 2022. Vettorato: “Promuovere una cultura scientifica tra i giovani”.

La prima edizione di “Eureka!” ha visto la partecipazione di oltre 50 ragazze e ragazzi. Un percorso rivolto a nuovi inventori, tra gli 8 e 18 anni, ideato per promuovere le discipline scientifiche tra i giovani. Il progetto si rinnova anche quest’anno, in concomitanza con l’avvio dell’edizione 2022 di “Le mille e una scienza” (milleeunascienza.com), il programma di attività di divulgazione scientifica rivolto a ragazzi, ragazze e a tutta la cittadinanza di Arciragazzi Bolzano – Teslab. “È grazie alla scienza e alla ricerca che la società progredisce” sottolinea l’assessore alla cultura italiana Giuliano Vettorato. “Pensiamo semplicemente al fondamentale ruolo svolto dagli scienziati durante la pandemia che stiamo attraversando. Ritengo fondamentale promuovere una cultura scientifica tra le giovani generazioni. Eureka, il concorso per giovani appassionati dell’ufficio politiche giovanili, è uno strumento azzeccato, che vuole valorizzare in maniera semplice, e non puramente scolastica, le passioni delle ragazze e dei ragazzi della nostra provincia”.

UN CONCORSO,  PIU’ COLLABORAZIONI

Eureka!” è organizzato dall’Ufficio politiche giovanili della Ripartizione cultura italiana della Provincia, con la collaborazione dell’Ufficio Ricerca scientifica della Provincia, dell’intendenza scolastica italiana e della Facoltà di scienze e tecnologie informatiche della Libera università di Bolzano. “Il premio nasce per “stanare” quei giovani che magari non vanno benissimo a scuola, ma in realtà stanno coltivando, nelle loro camerette, importanti passioni in ambito scientifico e tecnologico” sottolinea il direttore dell’Ufficio politiche giovanili Claudio Andolfo. “L’obiettivo è valorizzarli agli occhi dell’opinione pubblica e farli diventare testimonial di passioni che devono diventare “cool”, tanto quanto siamo riusciti a fare con la musica e il teatro” conclude Andolfo. Il bando “Eureka” scade il 30 giugno 2022: la premiazione avverrà durante il festival della scienza “Le mille e una scienza” che si terrà a Bolzano in autunno 2022. È possibile partecipare singolarmente o in gruppo. 

Per tutte le informazioni gli interessati possono visitare il sito dedicato al bando Eureka (bit.ly/3tt724N ) e per ricevere supporto nella partecipazione al concorso e nella realizzazione del proprio lavoro, scrivere all’indirizzo eureka.concorso@gmail.com

Giovani, termometro della società

Oliver Schrott ha vinto il Premio Solidarietà del Comune di Merano per il suo impegno nel mondo del sociale e dell’associazionismo. Direttore dello Jugenddienst, lavora a contatto con i ragazzi tutti i giorni dando vita a numerosi progetti e attività. Ci ha raccontato il suo punto di vista sul rapporto tra i giovani e la città.

“Ha dedicato la sua vita ai bisogni e alle preoccupazioni dei bambini e dei giovani, svolgendo il suo lavoro con cuore, convinzione e anima, prestando servizio anche come volontario. È sempre in prima linea per reagire alle ingiustizie sociali, cercando non solo di parlarne, ma anche di dare segnali visibili o di incoraggiare nuovi progetti. Con il suo impegno ha contribuito in modo significativo alla prosperità della nostra comunità”. 

È con queste parole di elogio che il sindaco di Merano Dario Dal Medico ha consegnato, lo scorso 29 marzo, il Premio Solidarietà 2020 a Oliver Schrott, direttore dello Jugenddienst e importante figura nel panorama sociale e associazionistico del Burgraviato. Schrott, meranese classe ‘74, lavora da più di vent’anni a contatto con bambini e ragazzi, e nessuno meglio di lui ha potuto osservare la trasformazione delle nuove generazioni e i nuovi approcci al mondo che gli circonda. “I ragazzi sono il termometro della nostra società: se loro stanno bene, il futuro sarà radioso per tutti”.

Oliver Schrott, quanta emozione c’è stata nel ricevere questo premio?
Tanta, ero sorpreso ed emozionato, non me lo aspettavo affatto. Sono rimasto contento perché non ne avevo mai ricevuto uno ed è stato un bel riconoscimento che ripaga per tutti questi anni d’impegno nel campo sociale. 

Di che cosa si occupa lo Jugenddienst?
L’associazione compirà l’anno prossimo 40 anni e si occupa di accompagnare e supportare diverse iniziative dedicate al mondo giovanile. Cerchiamo di essere presenti a 360 gradi al fianco dei ragazzi e il nostro lavoro quotidiano spazia su più frangenti. Passiamo dall’occuparci di tutto quello che concerne la burocrazia con i Comuni, alle attività sociali di integrazione dei giovani nel mondo dello studio e del lavoro, con progetti come la cura del giardino Soulgarden o quello della “Tenda di Abramo”, con cui consegniamo alimenti a persone bisognose. Siamo attivi anche nel volontariato e in diversi progetti dedicati alla sostenibilità, mentre con la Kija svolgiamo attività ecclesiastiche. Negli anni abbiamo creato anche una rete forte con i centri giovanili e con gli streetworker, figure chiave che scendono in strada a cercare di aiutare i ragazzi più difficili. Infine, abbiamo una serie di attività estive, tra cui camp e gite.

Merano è stata al centro della cronaca per diversi episodi di bullismo e baby-gang. Da dove nascono questi fenomeni?
Purtroppo sono sempre esistiti, ma internet, i social e la pandemia hanno contribuito a farli degenerare. Lavoriamo ogni giorno con ragazzi che vivono situazioni difficili e molti di loro reputano tali azioni come un vanto, un qualcosa per cui farsi notare e finire sui giornali. Hanno bisogno di sentirsi qualcuno, emulando atteggiamenti che vedono sui social. Gran parte di loro se presi singolarmente sono molto bravi e intelligenti, mentre in gruppo si trasformano e si fanno trascinare. 

Che soluzioni ci sono per arginare il problema?
Bisogna continuare a lavorare con loro, investendo su tempo e persone che stiano al loro fianco e facciano capire loro cosa è bene e cosa è male. Bisogna guidarli lungo nuove vie alternative, mostrando che c’è altro oltre alla violenza. In tal senso gli streetworker stanno facendo un lavoro enorme, sia d’ascolto che di consiglio. Molti psicologi ci hanno avvertito che in futuro il fenomeno potrebbe peggiorare, perciò è necessario intervenire il prima possibile su tutti i fronti per non farci trovare impreparati un domani.

Merano è una città a misura di giovane?
Non ancora, bisogna lavorarci. Offre possibilità sia dal punto di vista lavorativo che di svago, ma entrambe non sono abbastanza valorizzate. In primis bisognerebbe smettere di creare distinzioni tra i gruppi linguistici. Bisogna poi individuare i luoghi adatti in cui far sfogare i ragazzi, senza il rischio di scontri con i residenti che cercano solo quiete. Ma per questo serve anche una mano dalla politica. 

Il rischio non è quello di una ghettizzazione dei giovani?
Certo, ne siamo consapevoli. I ragazzi dovrebbero rappresentare un valore aggiunto per la comunità ed essere integrati al suo interno. Spesso si dà più attenzione alle esigenze dei turisti che vengono da fuori, confinando i gruppi di ragazzi fuori dal centro storico. È un problema diffuso, i tavoli di confronto potrebbe aiutare per cercare nuove soluzioni.

Nell’ultimo periodo avete avuto a che fare anche con giovani ucraini?
Sì, e non è facile perché sono fragili psicologicamente e segnati dal conflitto. Alcuni hanno esternato il desiderio di tornare in patria per combattere, altri non vogliono dividersi dalla madre.Vivono in uno stato di paura ed è una situazione delicata, per questo stiamo cercando di capire quali sono le attività adatte per loro. Ma abbiamo riscontrato anche una forte solidarietà da parte di chi si è già integrato: alcuni ragazzi ucraini già residenti a Merano ci hanno aiutato a mediare con i nuovi arrivati, superando le barriere linguistiche.

Qual è l’aspetto che preferisce del suo lavoro?
Amo la vivacità del mio lavoro, il non essere costretto a rimanere ancorato ad un punto fermo. I giovani sono attivi, hanno tanta energia e da loro si può imparare tanto. È un arricchimento personale. Creare progetti e vederli concretizzati è una gioia perché capisci che i ragazzi che hai di fronte si stanno impegnando per diventare cittadini migliori in futuro.

Autore: Alexander Ginestous

Proteggiamoci dalle truffe del trading online

20 milioni di euro di danno e 358 vittime: questi i dati riportati dalla Polizia Postale solamente per quanto riguarda il 2021. E la situazione purtroppo non sembra migliorare, anzi. Al Centro Europeo Consumatori (CEC) Italia – ufficio di Bolzano, le segnalazioni in merito a tale fenomeno sono in aumento.

Al CEC Italia non trascorre una settimana senza che vi sia un consumatore che segnali di avere difficoltà a contattare il broker delle piattaforme di trading online. Presso l’ufficio di Bolzano erano state molteplici le richieste di aiuto già negli anni passati ed ora le segnalazioni si susseguono nuovamente, senza sosta, da inizio gennaio.
I consumatori e risparmiatori italiani sembrano essere presi di mira da apparenti società di intermediazione non autorizzate, che offrono la possibilità di commerciare in valuta estera (forex), contratti per differenza (CFD), materie prime o, più recentemente, criptovalute. Per evitare di incappare nelle varie forme di frode, è fondamentale mantenere alta la guardia.
I falsi broker hanno una serie di elementi in comune: promettono, generalmente nel corso di una chiamata (o più probablimente più chiamate) con il consumatore, alti (per meglio dire, irrealistici) rendimenti e profitti garantiti. Possono offrire un servizio di trading o un servizio di gestione di scambi per conto dell’investitore. Spesso fanno pressione sulla vittima sbandierando offerte a tempo limitato ed esclusive per la persona chiamata (magari viene anche detto di non condividerla con altri).
I clienti così adescati sono poi incoraggiati a investire sempre di più, grazie a dei veri e propri raggiri. In particolare, all’inizio viene loro falsamente mostrato che i presunti investimenti starebbero portando ad alte rendite, in realtà inesistenti. “All’inizio avevo investito 250 euro per provare e – nel giro di qualche giorno grazie al ‘robot’ che sceglie per me degli investimenti sicuri – ho guadagnato 500 euro. Per questo motivo ho bonificato altre somme di denaro: vedevo che funzionava. Ma quando chiesto di riavere il capitale, però il trader online non mi ha risposto o mi ha comunicato che dovevo effettuare ulteriori bonifici per pagare delle tasse”, così riferiva ad esempio un risparmiatore truffato alla consulente del CEC Italia.
Un altro risparmiatore del Trentino-Alto Adige riferisce di aver versato oltre mezzo milione di euro, perché gli era stato fatto credere che, attraverso degli investimenti sicuri, avrebbe ottenuto un ritorno economico di 4 milioni di euro entro pochi mesi. Naturalmente ciò non è accaduto ed il sedicente trader online non è più reperibile.
Ma come è possibile tutelarsi da tali presunti “maghi” del trading online, che sanno essere molto persuasivi e convincenti? Senz’altro è possibile seguire le seguenti cautele.
1) Se non siete voi ad aver contattato il presunto consulente, chiedetevi come egli sia entrato in possesso del vostro numero di telefono. Diffidate da contatti telefonici a sorpresa e da voi non richiesti in nessun modo.
2) Se il presunto consulente possiede qualche vostra informazione personale, non dovete concludere che si tratti di una persona di fiducia: probabilmente ha sfruttato informazioni facilmente reperibili su internet, come sul vostro profilo social.
3) Particolare attenzione devono fare le persone anziane che risultano ancora nell’elenco telefonico: sono tra le vittime preferite dei truffatori, individuate magari anche solo per il nome di battesimo. Se si tratta di un nome poco diffuso fra i giovani, questo può rilevare l’età della vittima scelta. Per esempio, il nome Gertrude potrebbe essere indicativo di una signora matura, la quale molto probabilmente ha qualche risparmio a disposizione. Spesso i sedicenti trader online fanno poi leva sul desiderio di voler aiutare finanziariamente figli o nipoti.
4) Controllate l’archivio degli avvisi ai risparmiatori della Consob, per verificare se la piattaforma di trading online che vi ha contattato o che avete trovato sia già stata segnalata. È possibile farlo visitando il sito: www.consob.it/web/area-pubblica/occhio-alle-truffe.
5) In caso anche di un minimo dubbio, contattate direttamente la Consob, i cui recapiti sono disponibili sul relativo sito internet, per richiedere ulteriori informazioni.
Informazioni sono disponibili gratuitamente contattando il Centro Europeo Consumatori Italia (sede di Bolzano) tel. 0471 980939 email: info@euroconsumatori.org

Il Moderno fra le due guerre

Cosa accadde a Merano fra le due guerre, dal punto di vista culturale? Tanto. Ed è su quest’epoca che l’associazione La Fabbrica del Tempo ha dedicato la sua ultima fatica: “Less is more, Moderno a Merano 1920 – 1940”, un libro che inquadra quella fase storica, con attenzione all’architettura e alla situazione cittadina, presentando edifici pubblici e religiosi, esempi di edilizia sportiva e privata, il caso di Sinigo, pittura e letteratura.

Da sempre La Fabbrica del Tempo ha nel Novecento altoatesino/sudtirolese uno dei principali focus del proprio agire: l’indagine della sua storia, la vicende delle comunità e delle persone, la necessità di costruire e animare luoghi di memoria e di riflessione. Il nuovo volume “Less is more” volge la propria attenzione sulla Merano tra le due guerre mondiali.
Il volume è dedicato alla memoria di Carlo Azzolini, che aveva seguito questo progetto, da lui curato assieme a Rosanna Pruccoli e Alexander Zoeggeler, con il coordinamento del presidente del sodalizio, Tiziano Rosani. L’opera è frutto di numerose ricerche d’archivio e offre al lettore molte informazioni inedite, ponendo in luce che una conoscenza più articolata e completa di quelle vicende e di quelle architetture è fondamentale per una loro corretta valutazione e a misure concrete di salvaguardia, anche e soprattutto nell’interesse delle generazioni che verranno.
Sono queste anche le finalità istituzionali di Atrium (Architecture of Totalitarian Regimes of the 20th Century in Europe’s Urban Memory), nel cui metodo di lavoro si riconosce La Fabbrica del Tempo, e con cui l’associazione ha collaborato nella stesura del libro. Numerosi segnali d’incoraggiamento hanno palesato che larga parte della popolazione è ormai matura per comprendere e fare propria una corretta contestualizzazione dell’architettura sorta anche in questa terra tra le due guerre, ponendo in piena luce ogni aspetto e problematica.
Il libro è un articolato mosaico ricco di testi di esperti che con le loro ricerche e i loro saggi hanno contribuito a costruire un’immagine ampia delle architetture del Moderno sorte in città tra 1920 e 1940. Affinché questa pubblicazione potesse diventare una azione corale della città e del territorio, La Fabbrica del Tempo ha invitato a collaborare molti studiosi, che hanno dato vita a saggi e schede principalmente in italiano e tedesco, con abstract in inglese. Tre i curatori: Alexander Zoeggeler, Rosanna Pruccoli e il prematuramente scomparso Carlo Azzolini. Il libro, di ben 328 pagine, è suddiviso in otto sezioni composte di saggi e schede, con un ampio corredo fotografico.

ARCHITETTURA
Dopo l’introduzione del presidente e dei tre curatori, prende vita la prima sezione intitolata “Architettura tra Italia ed Europa” nella quale trova posto il testo in lingua inglese del professor Patrick Leech che illustra cosa sia la “rotta” che attraversa l’Europa tutta e che, promossa dal Consiglio d’Europa, è conosciuta con l’acronimo Atrium e alla quale appartiene anche Merano: con atto di grande spessore, la città ha infatti deciso di unirsi alcuni anni fa a questo progetto europeo con l’intento di indagare e contestualizzare l’esistente architettura risalente a quel periodo.
Segue il saggio del professor Ulisse Tramonti, docente di architettura all’Università di Firenze, che indaga il tema della “architettura dissonante” e di come essa rappresenti un patrimonio da contestualizzare, salvaguardare, conservare. A seguire il testo dell’architetto bolzanino Alexander Zoeggeler che offre una panoramica su quello che fu lo sviluppo del “Moderno” in Europa. Nel saggio se ne descrivono le origini, all’inizio del XX secolo, narrando lo sviluppo di uno stile architettonico che – durante la crisi economica del dopoguerra e con la scoperta di nuovi materiali come il cemento armato, il vetro e l’acciaio – rivoluzionò la storia dell’architettura dai Paesi Bassi alla Russia.

storia e letteratura

STORIA E LETTERATURA
La seconda sezione va sotto il titolo “Storia e letteratura” e intende creare l’ambientazione storico-culturale nella quale furono erette le architetture pubbliche e private. La sezione esordisce con un saggio dello storico Josef Prackwieser che conduce nella Merano del turismo e del periodo fascista, mentre in parallelo l’ampio saggio di Francesco Rosani apre variegate e spesso inedite prospettive sulla storia cittadina di quel periodo. Grazie al saggio di Patrick Rina è possibile addentrarsi nella mentalità del tempo, sfogliare i libri di letteratura che in quegli anni videro la luce e comprendere il clima culturale dell’epoca. Tra gli anni Venti e Trenta si sviluppò un’idealizzazione della Heimat e del passato anche quale reazione alle politiche di italianizzazione.

TRA LE DUE GUERRE
La terza sezione, intitolata “Merano 1920 -1940”, presenta due saggi dei due architetti bolzanini da svariati decenni hanno indagato questa tematica: Carlo Azzolini illustra gli edifici costruiti in riva al Passirio fra le due guerre passando in rassegna quelli pubblici, di lavoro e industria e gli impianti sportivi. Il suo “Architettura a Merano tra le due guerre” è un contributo determinante per comprendere la storia dell’architettura di Merano nel periodo considerato. Il saggio di Oswald Zoeggeler “Quanto è fascista l’architettura moderna di Merano?” indaga il linguaggio dell’architettura come strumento di espressione, di rappresentazione del potere nell’architettura e della affinità spirituale di tre importanti attori nel campo dell’architettura: Friedrich Ohmann, Clemens Holzmeister ed Ettore Sottsass.

LA PITTURA
Accanto all’architettura, alla storia e alla letteratura non può mancare la pittura. Un’intera sezione indaga questo affascinante aspetto grazie ai testi di tre storiche dell’arte. Albert Stolz e la sua opera ad affresco nella cappella cimiteriale sono il soggetto del saggio di Eva Gratl. Gli affreschi interni e gli stiacciati esterni del Municipio di Merano sono il tema trattato da Rosanna Pruccoli. Rudolf Stolz nella parrocchiale di Maia Bassa e il suo affresco di Villa Diessbacher vengono approfonditi quindi da Paola Bassetti.

L’EDILIZIA
Nella quinta sezione, nell’ambito della edilizia pubblica e religiosa, Alexander Zoeggeler interviene sul Municipio di Merano e sulla parrocchiale di San Vigilio a Maia Bassa, mentre Carlo Azzolini descrive la Casa del Balilla, il Padiglione dei concerti, la Casa del Fascio e Villa Acqui. Nella successiva sezione quattro ulteriori trattazioni di quest’ultimo sono dedicate agli edifici per lo sport, fiore all’occhiello del regime, dando vita alla sesta sezione.

VILLE E HOTEL
Ampio spazio nella sezione successiva al tema delle ville e dell’edilizia privata. Di Villa Panfili, dell’Hotel Nido, dell’Atelier Klöckner, di Villa Campenhausen, delle case Cainelli, Gritsch e Delugan, del complesso di via Alfieri con Villa Rina, Casa A-polonio-Segalla. scrive Wanda Birke ponendo in luce informazioni significative e ponendo attenzione su questi ambiti edilizia spesso trascurati. La storia di villa Maranatha e della sua proprietaria viene narrata da Veronika Rieder. La biografia dell’impresario di Eleonora Duse e del medico Diessbacher spiccano nelle schede dedicate alle loro ville nelle due trattazioni di Rosanna Pruccoli. L’indagine proposta da La Fabbrica del Tempo prosegue con il contributo di Carlo Azzolini sullo Stabilimento Ammoniaca e Derivati – Montecatini e il Borgo Vittoria a Sinigo, mentre, per spiegare chi furono gli architetti che, provenienti soprattutto dalle altre città italiane, giunsero in provincia con i loro progetti e planimetrie, Sara Alberti ha infine creato brevi ed interessanti biografie di contestualizzazione.