Il paese di Lana si arricchisce di un nuovo spazio da dedicare all’arte, e lo fa con il delicato battito d’ali delle farfalle, quelle del noto artista francese Mantra, che ha dipinto sul Point of presence (abbreviato Pop) in via Bolzano tre di questi graziosi lepidotteri, una per ognuna delle più comuni specie autoctone dell’Alto Adige, la Melanargia Galathea, la Vanessa Atalanta e la Celastrina argiolus.
Un colpo d’occhio decisamente particolare, capace di aprire una connessione unica tra la natura e lo spazio urbano, e che allo stesso tempo ha tenuto a “battesimo” una nuova area artistica della zona: anche il Pop, dunque è entrato a far parte del concetto “Open Air Art” del Comune. Dopo la galleria all’aperto “Am Gries”, in cui si tengono regolarmente mostre liberamente accessibili, e un’ampia varietà di sculture in tutto il villaggio, l’obiettivo era quello di poter offrire un’altra forma d’arte nello spazio pubblico con questo dipinto murale in forma di graffito a mano libera.
L’artista Youri Cansell, in arte Mantra, è noto a livello internazionale per le sue rappresentazioni di farfalle, fotorealistiche e di grandi dimensioni. I dettagliati graffiti a mano libera sono fortemente influenzati dalla sua infanzia in campagna e dall’amore per natura ed in particolare per l’entomologia.
Attraverso il tema delle sue opere, raffiguranti farfalle nel loro habitat naturale, l’artista crea anche consapevolezza per un tema di grande attualità: la fragilità degli ecosistemi naturali.
Categoria: Merano – Attualità
Un evento per non dimenticare
“A trent’anni dalle stragi di Palermo ai cittadini di Merano viene offerta un’occasione unica: la testimonianza diretta del dottor Fausto Cardella, uno dei protagonisti dell’indagine sull’assassinio di Falcone e Borsellino” Queste le parole del Procuratore generale di Brescia Guido Rispoli, che il 27 maggio incontrerà la cittadinanza assieme al collega magistrato.
Sono trascorsi trent’anni da quei due mesi in cui il mondo trattenne il fiato per l’assassinio di due paladini della legalità, Giovanni Falcone ed il suo collega e amico di infanzia Paolo Borsellino. E in occasione della Giornata nazionale per la legalità il Comune di Merano ha organizzato un evento che coinvolgerà le scuole, cittadinanza e autorità locali. A proporre riflessioni sul tema saranno, in occasione di tre incontri pubblici, due ospiti d’eccezione: il dottor Fausto Cardella, procuratore generale di Perugia ora in quiescenza (nel 1992 applicato alla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanisetta, che ha seguito le indagini delle stragi di Palermo), e il dottor Guido Rispoli, procuratore generale di Brescia in carica.
Dottor Rispoli, torna nella “sua” Merano per parlare di legalità…
Ne sono onorato, anche se credo che la mia presenza possa passare tranquillamente in secondo piano, considerato che condividerò lo stesso tavolo dei relatori con una grande personalità del mondo della magistratura. Fausto Cardella è stato assieme ad Ilda Boccassini il pubblico ministero che ha condotto proprio l’indagine sulle stragi di Falcone e Borsellino, colui che ha interrogato gli imputati, ha visto le immagini, ha sfogliato le foto e parlato con i testimoni. Insomma, un vero protagonista delle indagini, e credo che per Merano sia un’occasione imperdibile.

Come ricorda quei terribili giorni del 1992?
Ero un giovane sostituto alla Procura di Bolzano, avevo 31 anni, avevo appena iniziato il servizio, cercavo di impadronirmi delle nozioni per fare bene il magistrato, e quei fatti mi colpirono molto: Falcone e Borsellino erano due personaggi quasi mitici, e il loro omicidio colpì tutti noi, avevamo a che fare con una mafia molto aggressiva. Fra l’altro ricordo quell’anno molto bene, perché era anche ammorbato dal caso di Marco Bergamo, il “mostro di Bolzano”, del quale mi occupai per gli anni a seguire.
Era anche l’anno dello scoppio del caso Mani pulite…
Già, quest’anno è anche il trentennale di Mani pulite. L’incontro del 27 maggio a Merano sarà un’occasione per parlare anche di questo.
Qual è la situazione attuale in Alto Adige? Ritiene possibile che la mafia possa infettare anche questa provincia?
Farei innanzitutto una riflessione sulla definizione stessa del concetto di mafia, e per farlo bisogna mettere mano al Codice e parlare brevemente dell’articolo 416 bis, quello che parla del reato di Associazione di tipo mafioso (vedi riquadro a pagina 4, ndr.). Parliamo di mafia quando la criminalità organizzata muove i suoi passi nella società con l’intimidazione e prolifica con l’omertà. Io credo che nelle nostre terre non ci possano essere le basi perché questo possa accadere, sotto questo punto di vista la società è molto sana, e non accetterebbe questo tipo di intimidazioni. Ma ci sono altri modi molto pericolosi perché la mafia possa attecchire: la malavita dispone di grandi capitali, e potrebbe facilmente infiltrarsi in realtà economiche che sono anche perfettamente funzionanti.
Faccio un esempio: prendiamo un’azienda che sta vivendo un periodo di difficoltà economica, magari dettata anche dal Covid; si presenta un potenziale socio che si propone di salvare la situazione mettendo a disposizione la propria disponibilità di liquidità. L’azienda non può che essere felice di questo aiuto, ma può accadere che questo potenziale socio possa utilizzare denaro sporco da riciclare, quindi frutto di attività criminali, e che lentamente possa prendere il controllo dell’azienda e che la utilizzi per commettere altri reati. Il problema ulteriore è che questo soggetto potrebbe poi entrare nel mondo della società civile, muoversi con il “colletto bianco” all’interno della comunità, nel settore economico, produttivo, ma anche associativo e culturale. Insomma, non c’è il malavitoso che porta a termine un’estorsione bruciando la macchina o il negozio, ma c’è una criminalità che potrebbe inserirsi anche in Alto Adige nel mondo dell’economia utilizzando le risorse in nero che ha, e questo lo considero pericolosissimo.
Come sta andando la sua carriera e la sua vita a Brescia?
Sono davvero molto soddisfatto, sotto più punti di vista. Dopo il mio incarico alla procura di Bolzano ho avuto la possibilità di andare a Campobasso, e qui mi sono calato in un mondo completamente diverso, un’esperienza davvero formativa, per quanto faticosa anche perché parecchio lontana da casa mia. Ma grazie a questo ruolo sono riuscito ad ottenere i tioli per ambire a Brescia; qui la Procura generale coordina ben quattro Procure – Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova – più quella dei minorenni. Dal punto di vista professionale è interessantissimo e molto formativo, e oltretutto è molto più vicina a Merano, dove vive la mia famiglia, con la quale oggi riesco a trascorrere molto più tempo. È faticoso, certo, ma è un prezzo da pagare; poco tempo fa si era affacciata la possibilità di ambire al ruolo di Procuratore generale di Trento, ma non mi sono neanche candidato: mi piacerebbe portare avanti questo percorso a Brescia nel migliore dei modi.
Dove si vede nel prossimo futuro?
In realtà questo potrebbe anche essere l’approdo finale; potrei riuscire ad andare in pensione fra sei o sette anni. Però la vita è una continua sorpresa, non si sa mai cosa può accadere. Ecco, se proprio avessi la possibilità di scegliere il mio futuro non mi dispiacerebbe vedermi in Cassazione. Ho operato molto nel Primo grado in Alto Adige, altrettanto nell’Appello sia a Cambobasso che a Brescia: potrei completare la mia vita professionale in Cassazione nella Procura generale, dove potrei seguire i reati tributari, economici, di riciclaggio, magari legati alla criminalità organizzata.Palermo), e il dottor Guido Rispoli, procuratore generale di Brescia in carica.
Autore: Luca Masiello
Aiutateci a salvare il parco di Maia Bassa
Salvare il parco di Maia Bassa è l’obiettivo che si è proposta l’associazione di volontariato ambientalista AmUmMeranOOdV. Creato da poco ma da subito attivo, il direttivo dell’associazione – che si occupa di sviluppo sostenibile, ambiente e salute pubblica – fa sentire la sua voce e, attraverso una petizione, quella degli abitanti di Maia Bassa.
La raccolta firme si è rivelata subito un successo: nel giro della prima settimana ne sono state contate oltre 700, e mostra quanto il parco di Santa Maria del Conforto, al posto del quale dovrebbe sorgere il nuovo polo scolastico, stia a cuore ai meranesi. Della situazione parla Carla Molinari, presidentessa di AmUmMeranO.
Presidentessa Molinari, come siete venuti a conoscenza del progetto per il nuovo polo scolastico?
Tra le informazioni pubblicate dal Comune abbiamo trovato questo documento con cui si confermava il progetto risalente al 2016. Siamo tornati un po’ indietro nel tempo e abbiamo notato che una commissione ha approvato, nel luglio 2021, il progetto che riguarda il polo scolastico di Maia Bassa. Su cinque membri della commissione, i due contrari hanno notato come il progetto secondo classificato abbia delle caratteristiche che permetterebbero di salvare il verde esistente. Del progetto si è parlato, è stato presentato anche in pubblico, forse è passato in secondo piano il fatto che il parco giochi verrebbe cancellato.
Quale è stata la vostra reazione?
Come associazione ambientalista ci siamo molto spaventati per tutte le conseguenze che può avere la costruzione in un’area che adesso è verde. L’area – complessivamente sono 2.330 metri quadrati – sostanzialmente verrebbe in gran parte sigillata, verrebbero abbattuti gli alberi e ambientalmente avrebbe un impatto molto pesante dal punto di vista del suolo, del clima, del ruolo degli alberi ad alto fusto e per la loro funzione all’interno dell’ecosistema.
Quindi è nata la petizione?
Ci siamo confrontati e abbiamo deciso di cominciare informando, pensando alla petizione come al sistema più diretto per riuscire a raggiungere le persone, informarle e soprattutto permettere loro di esprimere un parere. Lì soprattutto è mancato, direi, il coinvolgimento delle persone in questo importante progetto. Il fatto che ci sia bisogno di scuole è innegabile: la scuola italiana e quella tedesca sono ormai compresse all’interno di vecchi edifici e non vanno bene, però realizzare un nuovo polo scolastico lì, ci sembra davvero una forzatura.
Come sta reagendo la cittadinanza?
Il comitato di Maia Bassa ha subito raccolto questo nostro appello e si è dimostrato interessato. Durante la riunione annuale dei membri del comitato è stato anche detto che il polo scolastico, così come è stato progettato ora, è piccolo; le aule saranno sottodimensionate e troppo poche. Poi, per quello che riguarda l’ambiente, non è stato previsto un parco giochi alternativo. Maia Bassa è un quartiere molto popoloso, sono tante le persone che frequentano il parco, in qualsiasi momento della giornata si vede un’utenza molto alta: la mattina ci vanno i bambini dei due asili lì vicino, le tagesmutter, e poi il pomeriggio ci sono tutti, dai piccolissimi ai ragazzini che vanno a giocare al campo da calcetto lì vicino. Insomma, l’idea che sparisca qualcosa di valore e senza un’alternativa è proprio un peccato.
Vera interlocutrice vostra in realtà è l’Amministrazione…
Sì. Da un lato c’è il Comune che si presenta all’avanguardia dal punto di vista ambientale con documenti come il piano di azione ambientale e climatico e il piano del verde; dall’altro, però, nei fatti si continua a cementificare. Vorremmo cercare di coinvolgere l’amministrazione e gli abitanti in modo propositivo, anche attivo; ci sembra che ci siano anche delle basi sensate su cui ragionare. Ci auguriamo che vengano davvero cambiati i criteri con cui vengono approvati questi bandi perché i criteri ambientali devono essere fondamentali. La questione ambientale è stata considerata solo un accessorio, si è parlato solo di criteri ambientali minimi di compensazione, mentre il rispetto del verde preesistente fino adesso non è stato un criterio. Noi invece vorremmo che lo diventasse.
Autrice: Ana Andros
Un weekend di medaglie per le ginnaste
Per la sezione ginnastica artistica dello Sportclub Merano gli scorsi due fine settimana sono stati ricchi di successi.
Ad iniziare la raccolta di trionfi sono state le veterane della squadra agonista il 24 aprile a Padova nella prova individuale Le. Nelle rispettive categorie Alessia Paggetti si è posizionata seconda, mentre Anna Höllrigl e Greta Urru, scalando la classifica, hanno conquistato la medaglia d’oro. Grande orgoglio così per la loro coach Clio Rossetto, che ancora una volta si conferma vincente. Non a caso, proprio l’anno scorso, è stata nominata dal Consiglio di Amministrazione del Vss la migliore allenatrice del 2021.
Sabato 30 aprile invece, è stata la volta delle altre categorie al Palazzetto dello Sport di Bolzano.
Dopo due anni di preparazione costante, le nuove piccole ginnaste hanno partecipato alla loro prima gara del campionato regionale “Gymgiocando” e tra entusiasmo ed emozioni hanno raccolto ottimi risultati. Nella categoria 2015 primo posto per Asia Berbenni, terzo posto per Gioia Ravanelli e sesto per Marie Gruber; nella categoria 2014 (8 anni non ancora compiuti) 1° posto per Frejya De Vitti; 2° posto per Stella da Ronco e 4° posto per Clara Hell. Nell’annata 2014 (8 anni compiuti) primo posto per Melanie Maini, terzo per Isabella Dorigatti. Gioie e soddisfazioni quindi per le “mini” ginnaste allenate da Lisa Ladurner e Natalie Giraldin, che continueranno il loro lavoro in prospettiva dell’anno prossimo per arrivare ancora più preparate alle gare della federazione.

Nel pomeriggio invece si sono sfidate le categorie Lb, Lc e Ld in una competizione a squadre. Il team composto da Katharina Schnitzer, Sara Giugno e Alessia Murtas ha conquistato un sesto posto, mentre l’altra squadra costituita da Emma Covi, Mia Götsch, Melissa Geier e Carolina Walder, allenata da Alessandra Molinari,è salita meritatamente sul secondo gradino del podio.
L’altra medaglia d’argento l’hanno conquistata le allieve Sara Zanetti, Giada Filippi, Sophie Arduini, Maximilian e Nestl e Noemi Masin, che nonostante qualche imprecisione e alcune cadute alla trave, hanno composto un punteggio più che soddisfacente.
Infine, a concludere la raccolta di brillanti risultati, ci ha pensato la squadra junior guidata da Sandra Marabese e composta da Magdalena Fliri, Hannah Reiner, Giorgia Moretto e Emma Kleon, che si è guadagnata l’ultima medaglia d’argento. Le ginnaste hanno dedicato il risultato alla loro compagna di squadra Marie Kaufmann, che pochi giorni prima della gara ha subito un infortunio al piede.
I prossimi appuntamenti per le atlete meranesi saranno i campionati nazionali a Rimini, previsti per la fine di giugno, e il collegiale a Fano in agosto. Insomma, per le giovane agoniste la stagione è ancora lunga e ricca di impegni che affronteranno come sempre con passione, grinta ed entusiasmo.
Autrice: Chiara Caobelli
Paolo Quaresima, “pittore, non artista”
Entrando nello studio del pittore meranese Paolo Quaresima si è travolti da un arcobaleno di colori. È normale, essendo dentro ad un laboratorio artistico.
I raggi del sole che penetrano dal lucernario conferiscono all’ambiente un tratto immacolato e pulito, nonostante tutto attorno si alternino in ordine sparso fogli, acquarelli, libri, costruzioni, ferri da lavoro, sigarette e modellini. Un caos ordinato, si direbbe. E in un angolo ecco spuntare ciotole, teiere, brocche e secchi, protagonisti indiscussi delle sue opere.
“Ma non pensate che questo casino sia la normalità per noi pittori”, tiene a precisare.
Quaresima si è specializzato nella realizzazione di quadri che sono una via di mezzo tra la pittura d’interni e la natura morta: costruisce una scena con i suoi oggetti disponendoli in maniera armoniosa per forma e colore e poi li mette in scena sulla parete attraverso il suo pennello.
Di fatto è un maestro nel raccontare lo scorrere della vita attraverso gli oggetti di uso quotidiano.”È un mestiere per cui ci vuole tanto tempo ad allenare l’occhio rendendolo sensibile alle diverse sfumature di colore. E io ci ho dedicato la vita intera”.
Quaresima, come definirebbe le sue opere?
Le reputo degli ambienti, teatrini, scorci sul mondo. Delle messe in scena in cui l’uomo è un attore invisibile, come se fosse appena uscito dall’inquadratura. Tendo a cercare il fascino della quotidianità. Perché nelle piccole cose di tutti i giorni si nascondono tracce della nostra vita.
Oggi si riesce a vivere di arte?
Ancora oggi non so cosa voglia dire fare arte. Io sono un pittore, artista per me è una parola troppo grossa. La competitività sul mercato è influenzata dalle scelte di ciascuno. Quando mi sono reso conto che potevo offrire un prodotto di qualità mi sono subito messo alla ricerca di gallerie disposte a ospitare le mie opere, perché dipingere è un lavoro, vendere quadri è un altro. Oggi è necessario costruire una forte rete di contatti e fidelizzare il cliente. All’inizio è stato difficile, ora sono più di dieci anni che collaboro con una galleria che si divide tra Capri, Positano, Ravello e Siracusa con cui sono riuscito ad allargare il mio mercato a livello internazionale.
In che modo?
In questi luoghi di villeggiatura arrivano turisti da tutto il mondo che vogliono vivere l’Italia a 360°: dal cibo, al mare, all’arte. Molti di loro cercano souvenir e opere particolari che nei loro paesi non troverebbero. È il contesto giusto dove poter vendere i miei pezzi.
Che effetti ha avuto la pandemia?
Il 2020 è stato un anno complicato. La paura diffusa del virus ha giocato da freno psicologico sull’acquisto delle opere. La situazione si è sbloccata solo la scorsa estate. Per fortuna avendo sempre continuato a dipingere sono riuscito a vendere gran parte dei pezzi realizzati. Rimane comunque un mercato ad alto rischio, e anche la guerra in Ucraina può avere i suoi effetti negativi.
I social hanno modificato la vostra professione?
Io ho aperto un profilo Instagram qualche anno fa quasi per caso. Lo reputo più una vetrina, un biglietto da visita, che un canale di vendita. Chi compra i miei quadri è perché già mi conosce o perché li vede dal vivo. È importante avere un impatto diretto con l’opera. Mi piace utilizzare il profilo per coinvolgere il pubblico attraverso i ‘work in progress’, ispirando studenti o altri artisti. È uno strumento simpatico per vivere il lavoro, ma non lo stravolge.
Merano che rapporto ha con l’arte?
È una domanda molto difficile (ride, ndr). Oggi è impossibile dire ‘faccio il pittore a Merano perché vendo i miei quadri a Merano’. Non può accadere. Lo sguardo di chi fa questo lavoro deve sempre essere fuori dai confini, il più globalizzato possibile. Basti pensare che Merano non ha neanche una galleria d’arte, ci sono più che altro spazi espositivi. C’è un sistema artistico un po’ povero e che andrebbe ripensato.
Lei è sempre rimasto a Merano: come vede la città oggi?
Merano offre grandi possibilità ma presenta anche svantaggi enormi. A partire dai costi, come affitti o spese. Ma anche in termini di posti di lavoro. Io per aprire il mio laboratorio ho dovuto fare grandi sacrifici, e sto ancora pagando. Sono problemi seri che condividiamo con chiunque abiti in località turistiche. Ma è una città che amo e per questo sono sempre rimasto qua a coltivare la mia passione…
Qual è l’aspetto che maggiormente l’affascina del suo lavoro?
Amo il cammino quotidiano nel cercare di realizzare qualcosa di più bello del giorno prima. La bellezza del mio lavoro è l’essere sempre in tensione per cercare un qualcosa di più. L’arte non è un bene necessario ma indispensabile, è l’essenza umana, è la ricerca della bellezza. Andare a cercare quel determinato colore, quel contrasto, quella pennellata per me è vita. Gocce di splendore, come diceva De André.
Autore: Alexander Ginestous
Cultura regionale in rete
La cultura regionale si mette in rete; presentati i progetti comuni e le collaborazioni tra Teatro Stabile di Bolzano, Centro Servizi Culturali Santa Chiara, Fondazione Haydn di Bolzano e Trento e Coordinamento Teatrale Trentino.
Una doppia conferenza stampa, un evento inedito che apre a sinergie e collaborazioni storiche a livello regionale: per la prima volta, Teatro Stabile di Bolzano, Centro Servizi Culturali Santa Chiara, Fondazione Haydn di Bolzano e Trento e Coordinamento Teatrale Trentino intrecciano le loro potenzialità artistiche, produttive e promozionali per dare vita a una programmazione teatrale e musicale di ampio respiro.
La valorizzazione delle eccellenze presenti e residenti sul territorio, il dialogo continuo tra le stagioni teatrali proposte, la produzione congiunta di spettacoli inediti, rientrano in una visione dello spettacolo dal vivo lungimirante perché dinamica e aperta al confronto. Una partnership come questa, tesa al continuo miglioramento qualitativo dell’offerta, nasce dalla profonda convinzione da parte dei quattro enti presenti che l’interazione e la contaminazione tra sensibilità e profili artistici differenti rappresenti il terreno più fertile per la nascita di progetti culturali innovativi e dal respiro internazionale.
Mai come in questo periodo così complesso, la cultura rappresenta fattore strategico per lo sviluppo sociale ed economico della comunità e per il miglioramento del benessere individuale e collettivo.
Mai come ora quindi la necessità di rendere organica e ancora più ricca la proposta culturale del Trentino-Alto Adige si è fatta urgente.

UN PROTOCOLLO D’INTESA CHE DURA TRE ANNI
Nasce da questi presupposti il protocollo d’intesa tra Teatro Stabile di Bolzano, Centro Servizi Culturali Santa Chiara e Coordinamento Teatrale Trentino che è stato siglato dai presidenti dei tre enti, Giovanni Salghetti Drioli, Sergio Divina e Loreta Failoni.
Un accordo istituzionale volto a sviluppare e favorire la produzione dello spettacolo dal vivo, razionalizzare le risorse attraverso forme innovative di programmazione, favorire l’allargamento di pubblici con un particolare riguardo alle nuove generazioni, avviare percorsi di avvicinamento e scambio culturale con i sistemi scolastici e il mondo universitario e promuovere la crescita delle potenzialità artistiche grazie alla pubblicazione di bandi e progetti di formazione mirati.
La creazione di programmazioni innovative per favorire l’osmosi tra i pubblici, la razionalizzazione delle risorse e un’offerta culturale ampia, diffusa e congiunta, trova immediata concretezza nella Stagione Regionale Contemporanea, che si svolgerà a Bolzano e Trento già partire dall’anno teatrale 2022/2023. Un’unica rassegna, un unico abbonamento per un cartellone che presenterà molteplici prospettive del teatro di ricerca tra cui spiccano i nomi di Emma Dante, Duncan Macmillan, Antonio Rezza e Romeo Castellucci.
Su questa linea inoltre, si colloca la piattaforma per la circuitazione dello spettacolo professionale regionale, promossa dai tre enti e sostenuta dalla Regione Trentino-Alto Adige che si occuperà della pianificazione, promozione e del sostentamento dello spettacolo professionale locale sul territorio regionale, ai fini di costruire una stagione di compagnie professionali locali. Gli spettacoli selezionati – a seguito della pubblicazione di un Bando – prenderanno parte a una tournée sul territorio regionale entro il 2022, con particolare riferimento alle stagioni organizzate dal Teatro Stabile di Bolzano a Merano, Brunico, Bressanone e Vipiteno, e dal Coordinamento Teatrale Trentino nella provincia di Trento e parteciperanno a un focus dedicato alle compagnie regionali nelle città capoluogo, negli spazi del Centro Servizi Culturali Santa Chiara a Trento e del Teatro Comunale a Bolzano.

LA PRIMA PRODUZIONE CONGIUNTA TRA STABILE E FONDAZIONE HAYDN
In quest’ottica sinergica si colloca un vero e proprio evento speciale: una forma di concertazione tra attori e orchestra che omaggerà Pier Paolo Pasolini, in occasione del centenario dalla nascita del grande intellettuale e poeta.
Un progetto che rappresenta la prima ideazione e coproduzione tra Teatro Stabile di Bolzano e Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, ente culturale regionale per eccellenza.
Scritti Corsari e Lettere Luterane, ma anche la poesia del grande intellettuale, vengono riproposti in una nuova lettura con la drammaturgia di Leo Muscato e Laura Perini per attrici e attori e l’Orchestra Haydn diretta dal Maestro Marco Angius con musiche di Bach, Haydn, Ives e Barber.
Lo spettacolo inaugurerà le stagioni 2022/2023 dello Stabile di Bolzano al Teatro Comunale e al Puccini di Merano e quella del Centro Servizi Culturali Santa Chiara al Teatro Sociale di Trento e farà inoltre parte della programmazione della Fondazione Haydn.
Con questo ambizioso progetto, le principali istituzioni regionali dedicate allo spettacolo dal vivo sanciscono la loro ferma volontà di sviluppare e concretizzare produzioni teatrali e musicali congiunte di respiro nazionale.
LA SODDISFAZIONE DEI DIRETTORI ARTISTICI
Non nasconde al sua soddisfazione Walter Zambaldi, responsabile artistico del Teatro Stabile di Bolzano.
“Non si tratta solo buoni propositi ma di una concretezza già nata, cresciuta e attuata. Abbiamo attuato firme di protocolli e messo in campo attività. Con l’Orchestra Haydn in scena, la consulenza musicale del Maestro Giorgio Battistelli e con la regia di Leo Muscato, proponiamo un’importante apertura di stagione sia a Bolzano che a Trento.”
Anche il direttore del Centro Santa Chiara Massimo Ongaro sceglie di evidenziare le ricadute economiche sul territorio.
“Credo che il nostro progetto potrà dare sviluppi interessanti, soprattutto in termini di proposta culturale ma anche di occupazione. La cultura rappresenta un fenomeno economico molto importante nella nostra Regione.”
Dal canto suo il Maestro Giorgio Battistelli, direttore artistico dell’Orchestra regionale Haydn incentra invece la sua attenzione sulla personalità alla quale è dedicato il progetto “Profeta, Corsaro”.
“Non è un coordinamento di date ma la creazione di un’unica importante iniziativa che rappresenta un omaggio a un grande poeta italiano e un grande intellettuale, Pier Paolo Pasolini.”
Un piccolo gesto per prendersi cura del prossimo
INSERZIONE PUBBLICITARIA – Anche quest’anno, è possibile destinare il 5 e l’8 per mille delle proprie imposte alla Caritas e alla Chiesa cattolica, per sostenere progetti di solidarietà in favore dei più bisognosi e interventi di contrasto alle emergenze in territorio italiano. Anche se per molti è un gesto di poco conto, con la propria dichiarazione dei redditi ci si può prendere cura del prossimo, garantendo servizi gratuiti soprattutto a chi ne ha più bisogno.
Siamo a Sarnes, poco a sud di Bressanone, in Alto Adige. Qui, in una struttura messa a disposizione gratuitamente dalla diocesi, la Caritas altoatesina ha allestito un centro di accoglienza per i profughi che scappano dalla guerra in Ucraina. Si chiama casa San Giorgio, e vi incontriamo Alona con i suoi 3 figli di 16, 12 e 10 anni. Sono arrivati a fine marzo, dopo un mese di viaggi e colpi di fortuna che hanno permesso loro di mettersi in salvo. Il marito di Alona è invece rimasto a Kurakhove, a oltre 2.500 km di distanza, per difendere il proprio paese dagli attacchi russi, “Anche se forse lo avrebbero fatto passare” racconta tristemente Alona, mentre ci consegna la sua storia. Con la famiglia viveva nella provincia del Donetsk, nell’Ucraina orientale, territorio interessato da combattimenti già dal 2014. Sono circa 8 anni che Alona vive nella paura, per sé e per i propri figli, e forse è stata proprio questa a spingerla subito a scappare, quando il 24 febbraio la sorella le comunica per telefono che è scoppiata la guerra. Le cose precipitano velocemente: gli spostamenti vengono ostacolati, è impossibile recarsi a scuola o al lavoro e le città precipitano nel caos. Gli scoppi delle esplosioni diventato la costante, di giorni come di notti insonni. Presa la decisione di partire, non è stato così semplice metterla in pratica: la strada è disseminata di pericoli, Alona affronta con i propri figli un viaggio di centinaia di chilometri in autobus fino a Kramators’k per poi raggiungere in treno Leopoli, dalla parte opposta dell’Ucraina. Da qui riescono a riparare in Ungheria e poi al seguito di altri connazionali raggiungono la Slovacchia, dove fanno la conoscenza di alcuni volontari che offrono un passaggio verso l’Italia, arrivando finalmente a Bolzano. Alona esprime una profonda gratitudine verso tutte le persone che l’hanno aiutata fin qui, e ci tiene a ringraziare l’Italia per aver offerto un posto sicuro a lei e ai propri figli.
Ad accoglierli ci sono stati gli operatori della Caritas e i numerosi volontari da loro coordinati, ma alle spalle di questo intervento ci sono anche i numerosi cittadini che scelgono di sostenere questi progetti, anche solo con una semplice firma. Ognuno infatti, con la propria dichiarazione dei redditi, può decidere di prendersi cura del prossimo, come visto in questo esempio.
Ma la Caritas non è attiva solo per progetti che sostengono i profughi delle guerre: “Con i fondi derivanti dal 5 e dall’8 per mille, quest’anno finanziamo il servizio Hospice della Caritas, la consulenza per debitori, il Centro d’Ascolto, la distribuzione pasti Santa Chiara, così come la Caritas parrocchiale e il volontariato, affinché possano offrire gratuitamente i loro servizi alle persone in difficoltà”, spiegano il vescovo Ivo Muser e il direttore della Caritas Franz Kripp, ringraziando per questa importante dimostrazione di umanità.
Ci sono le persone come Claudia, giovane madre di due figli, che durante la pandemia ha perso il proprio lavoro nel settore alberghiero, proprio mentre il marito si è ammalato gravemente. Nel suo caso la famiglia si è trovata di colpo a dover colmare la perdita di reddito con i risparmi, vedendoli ben presto esaurire. Grazie alla consulenza per debitori della Caritas, tuttavia, Claudia ha potuto avere la sicurezza di riuscire a pagare l’affitto e le bollette più urgenti, evitando la possibilità di perdere l’intero appartamento.
Anche Anna è grata per l’aiuto ricevuto dalla Caritas: aveva solamente 13 anni quando al fratello maggiore Elias venne diagnosticato un tumore maligno all’intestino. La notizia improvvisa rende difficile affrontare tanto le fasi dolorose della chemioterapia che annienta le forze del ragazzo, quanto la morte precoce che getta in una profonda depressione la sorella. Anna però, grazie al sostegno costante del servizio Hospice della Caritas, ha trovato una via d’uscita, e oggi con coraggio trasmette questa voglia di reagire portando la propria testimonianza ai giovani nelle scuole.
Oppure Erisa e Drina, due giovanissime sorelle di 19 e 16 anni, giunte a Bolzano dall’Albania con il sogno di studiare e riscattarsi, ma anche con le difficoltà di riuscire a mantenersi, tra affitti costosi e contratti part-time. Come altri, hanno potuto trovare la via verso l’indipendenza grazie al Centro d’Ascolto della Caritas, un servizio che punta a costruire percorsi di “capacitazione” delle persone che vi si rivolgono, valorizzando o riattivando le risorse che queste portano con sé, attraverso una relazione di ascolto e l’elaborazione di progetti individualizzati.
Questi interventi, accanto a servizi più classici, come la distribuzione pasti Santa Chiara e il lavoro delle parrocchie e del volontariato, continuano ad essere possibili anche grazie agli stanziamenti del 5 e 8 per mille alla Caritas e alla Chiesa cattolica.

Con un semplice gesto come la tua firma sulla dichiarazione dei redditi, puoi fare in modo che le persone in difficoltà ricevano un aiuto materiale per i bisogni essenziali come l’alimentazione e l’alloggio, ma anche ascolto, fiducia e sostegno per superare crisi e momenti difficili. Scegliendo la Caritas e la Chiesa cattolica come beneficiari del tuo 5 e 8 per mille, puoi sostenere questi progetti sociali e far parte di coloro che coltivano valori di solidarietà per far crescere l’umanità! L’imposta la paghi comunque, ma a chi questo puoi sceglierlo tu.
Per maggiori informazioni:
Diocesi di Bolzano – Bressanone: www.bz-bx.net/it – tel. 0471 306 300
Caritas Diocesi Bolzano – Bressanone: info@caritas.bz.it – tel. 0471 304 300
Il ricordo di Rolf Mandolesi: una vita per il cinema
Lo scorso anno è scomparso l’instancabile registra di “corti” e documentarista meranese. Vasta fu la sua produzione di cortometraggi – in 8 mm, Super 8, 16 mm e Video – con i quali partecipò a numerosi concorsi in 29 paesi, più volte con grande successo. La memoria di Mandolesi è vivissima tuttora in Alto Adige, come testimoniano i suoi amici del Cineclub Bolzano, che hanno sollecitato questa “memoria”.
Con l’alleggerimento delle restrizioni (per la pandemia in corso), in fatto di attività “in presenza”, è ripresa anche la possibilità di assistere a proiezioni cinematografiche, con la visione di film, corto o lungometraggi. È un’attività culturale, quale quella promossa dal Cineclub Bolzano, associazione di appassionati di cinema e video amatoriale; fondata il 1° febbraio 1969, si propone di svolgere attività di cultura cinematografica mediante proiezioni, nonché dibattiti, conferenze, pubblicazioni, produzione di film di formato ridotto. Nell’intento di presentare al pubblico i lavori dei vari cineamatori, nacque subito la rassegna “Opere nuove”, come concorso sociale e poi provinciale, con proiezioni presso il Teatro comunale di Gries.
Il Cineclub di Bolzano fa parte della FEDIC (Federazione italiana dei Cineclub), che comprende anche il Filmclub di Merano, del quale dal 1960 faceva parte Rolf Mandolesi, considerato, come cineamatore e cineasta, uno degli autori “più professionali tra i non professionali”.

Deceduto a 88 anni all’inizio di settembre 2021, Rolf Mandolesi, instancabile regista di “corti”, ha lasciato un grande vuoto, oltre che nella famiglia (moglie, figli, nipoti), nel vasto mondo del cinema non professionale. È passato qualche mese ma in molti è ancora vivo il ricordo.
Era nato il 28 ottobre 1933 a Merano, città dove risiedette dal 1957 e dove fino al 1992 fu attivo come odontotecnico presso lo studio Singer. Con la passione del cinema già da giovane, dal 1960 fece parte del Filmclub di Merano, nonché della FEDIC (Federazione italiana dei Cineclub). Nel 1983 fondò il Super 8 & Video Club di Merano, del quale, oltre che l’anima, fu Presidente.
Fu vasta la sua produzione di cortometraggi, in 8 mm, Super 8 16 mm e Video, con i quali partecipò a numerosi concorsi in 29 paesi, più volte con grande successo.
Nel 1985, a Bludenz (Austria), fu nominato senatore dell’Accademia Internazionale Alpina di Film e Autori.
Come organizzatore ha promosso, tra l’altro, due Festival del cinema, (a Lana nel 1989, a Merano nel 1995), nonché, nel 1992 a Lido degli Estensi, un Festival mondiale UNICA.
Fu componente di giuria in diversi Festival nazionali e internazionali.
Nel 1989, in occasione dell’Euro Filmfestival a Lana, fu nominato ambasciatore del Film Europeo e nello stesso anno, a Roma, eletto vicepresidente della FEDIC (membro dell’UNESCO), ruolo che esercitò fino al 2009.
I suoi cortometraggi – con i quali Rolf Mandolesi ha magistralmente ripreso persone, luoghi e contraddizioni della società – costituirono anche fondamentale materiale per un’analisi storico-critica in occasione della elaborazione della tesi “Produzione di film amatoriale in Südtirol”, con la quale nel 1990 Marco Zancolli conseguì la laurea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Bologna.
Nel 1994 Rolf Mandolesi fu eletto, a Hradec Kralove (Cecoslovacchia), consigliere nel Comitato UNICA (Union Internationale du Cinema).
Dal 2003 al 2006 fu Presidente del Festival internazionale del Cortometraggio FILMVIDEO di Montecatini Terme.
Le sue opere sono state trasmesse da TV private, dalla TV canadese e da Antenne 2 (Parigi).
Furono numerosi i riconoscimenti, (Medaglie, Trofei, Premi), per i suoi cortometraggi. Tra essi per: Devoti (1966), L’attesa (1976), Uomini (1988), Replay( 1989), Dissonanze (1990), Mala tempora (2002), Sala d’Attesa (2003).
Autore: Leone Sticcotti
“Atlante delle parole” fa tappa in città
La mostra itinerante nata dall’omonimo progetto Caritas giunge a Merano. Dopo un viaggio tra le biblioteche del capoluogo altoatesino, le parole scelte dalle persone migranti per raccontarsi saranno ospitate per un mese, a partire dal 26 aprile, presso l’Accademia di Studi Italo-Tedeschi.
È nata in Casa Aaron, una residenza per rifugiati gestita dalla Caritas, l’idea di svolgere un laboratorio che permettesse alle persone di raccontarsi. Il modo più efficace per cambiare la narrazione che si è costruita nel tempo sulle persone migranti, è proprio quello di mettersi in ascolto e farsi raccontare da loro le loro storie. Sono state 35 le persone protagoniste del progetto che per più di un anno le ha viste confrontarsi con il loro vissuto, attraverso interviste e conversazioni, in un viaggio alla ricerca delle parole più adatte a descrivere e descriversi. Kenya, Marocco, Nigeria, Senegal, Guinea, Iraq, Pakistan e Bangladesh sono i paesi d’origine dei partecipanti, specchio non solo di culture fra loro diverse, ma anche di lingue, pensieri e modi di vedere, vivere e raccontare differenti esperienze. Dal confronto e dalle riflessioni di ciascuno nascono ragionamenti su parole – e argomenti – come la tolleranza, l’amicizia e la paura. “Appropriarsi delle parole di una lingua sconosciuta, per descrivere la propria vita e i propri pensieri, significa anche riscoprire se stessi in un contesto nuovo”, spiega Alessandro Pedrotti, che ha gestito il progetto. Proprio quest’ottica ha incuriosito l’Accademia di Studi Italo-Tedeschi di Merano, che si occupa di cultura e diritti umani e accoglierà la mostra per questo mese. “Qui da noi, sotto l’Accademia, ha sede anche l’associazione Euphur (Euregio Platform on Human Dignity and Human Rights) che si occupa di diritti umani e dignità umana – chiarisce Verena Pohl, organizzatrice della mostra presso l’Accademia – per questo motivo spesso cerchiamo di occuparci insieme di questi temi. Organizziamo spesso convegni, ma molto spesso questi sono frequentati solo da professori, esperti e persone che orbitano intorno a queste tematiche. Una mostra invece è una cosa che può interessare a più persone e di ogni tipo: giovani, anziani, studenti”.
La mostra sarà infatti fruibile gratuitamente e senza prenotazione, dal 26 aprile al 27 maggio presso il Giardino di Villa San Marco di Merano, tutte le mattine, dal lunedì al venerdì.
“Noi speriamo veramente di creare un po’ di interesse per questi argomenti, perché purtroppo spesso ognuno rimane chiuso nella sua bolla e non vuole uscire dalla propria zona di comfort, oppure entrare in contatto con quelle che possono essere altre realtà. Allora forse con questa mostra la gente diventerà più aperta, o almeno un po’ più consapevole di quello che pensano i migranti, di come si raccontano”, conclude Pohl.
Autrice: Ana Andros
Storia di una “radio a colori”
Chi ha superato gli “anta” se la ricorda bene: negli anni in cui l’offerta in FM non era esattamente ricchissima, un gruppo di meranesi gettò le basi per la prima radio libera in lingua italiana, “Radio Maia”. Ecco la sua genesi, raccontata in prima persona da uno dei pionieri dell’epoca.
C’è stato un periodo, che definire pionieristico è ancora poco, in cui si fece il grande salto nel buio di quelle che venivano chiamate le “radio libere” e – ancora prima che la legge lo consentisse – “radio pirata”.
A Merano il primo che ci provò, era più o meno il 1976, fu Christian Chindamo che fondò la “Freie Südtiroler Welle” (Fsw). Ma in un fienile nella “profonda” Maia Bassa, in via Fink, una coppia di “visionari”, Alberto Ansoldi e Franz De Bertoldi, già tramavano per provare a mettere in piedi una radio privata che trasmettesse in lingua italiana.
Nacque così “Radio Maia”. Le dotazioni tecniche erano una malconcia antenna sul tetto, che irradiava malamente il proprio segnale nemmeno a tutta la città, un mixer, due giradischi, un microfono e un registratore. Quando arrivò un mitico “Revox” (registratore ad alta fedeltà dell’epoca), fu grande festa. Con le sue bobinone poteva mandava musica h24, o meglio fino a quando… il nastro non finiva.
Il tutto era nel fienile di un maso, sotto di noi le mucche.
In quel fienile entrai per la prima volta, insieme all’amico Renzo Gatti, per trasmettere un programma che mandava canzoni dei Beatles con i nostri commenti.
Da lì in poi fu tutto un crescere, anche se in mezzo a molte difficoltà.

DAL FIENILE AL CASTELLO
La radio traslocò in una sede più degna, ma non ottimale, in via Schaffer, e grazie ad un tecnico competente come Luciano Cirolini piazzammo l’antenna a Castel Verruca da dove finalmente il segnale di “Radio Maia 100,100 Megaherz” arrivava a tutta la città. Si acquistarono alcune apparecchiature per costruire una sala di regia con “di là dal vetro” lo studio per le dirette, e arrivò soprattutto un team affiatato di ragazzi che iniziò a fare trasmissioni di notiziari, rubriche, programmi di approfondimento con ospiti in studio e telecronache dirette dall’ippodromo e dallo stadio del ghiaccio, e più tardi anche dai campi di calcio. Ci coordinava Pino Rossi, che poi sarebbe stato anche sindaco della città.
Molti ovviamente i programmi musicali e anche i quiz con premi in palio per il pubblico affezionato che ci seguiva. C’era un team di amici che si riuniva a casa di uno di loro e ci sfidava azzeccando sempre tutte le risposte: si riconosceranno senz’altro in questa citazione perché molti di loro sono ancora a Merano.
UNO SPOT VINCENTE
Un giorno mi venne in mente di dire durante un programma di intrattenimento musicale, che “Radio Maia era la prima emittente a trasmettere a colori” e da allora fu sempre così. L’idea era quella che la vivacità e l’inventiva che ci caratterizzavano dovessero far uscire dall’altoparlante delle radio voci e musica delle quali si potessero percepire i colori, appunto.
In quella radio ho fatto di tutto: dalle pulizie fino al redattore e conduttore del Giornale radio, passando per il dj, il promoter di pubblicità e realizzatore dei jingle. Ore e ore di lavoro, fino a notte fonda e l’indomani via al lavoro per poi tornare il prima possibile alla radio.
Citare nomi e cognomi di chi ha vissuto quella fantastica esperienza è impossibile perché così tanta gente è passata dentro a quelle mura che ricordarla tutta è impresa titanica. Mi perdoneranno quindi tutti, se cito solo quelli con i quali ho avuto più “vicinanza”. Nella redazione giornalistica c’erano Mariano Moser, Stefano Job, Luciano Vincenzi, Giampiero Garozzo, Nerio Zaccaria, Maurizio Visintin.
Nei programmi di intrattenimento Onorio e Susy Satto, Gianni Elsner divenuto poi famoso a Roma con la sua Radio Luna, Verena Giovanazzi e Walter Sorrenti, Daniela Moscorelli e in tempi successivi l’indimenticabile Medy Vinci e Franco Maranghi, e chissà quanti altri ne dimentico…

DALLA FUSIONE AL TRAMONTO
La radio visse alterne vicende fino ad arrivare alla fusione con Radio Telenord del mitico Tullo Guiglia con i suoi figli e la signora Margherita Toscano, acerrimi nostri rivali per molti anni e poi entrati nella stessa famiglia, dopo la scomparsa del “signor Tullo”, come tutti lo chiamavano. Dalla fusione nacque “Radio 69” che poi lasciò Merano per stabilirsi a Bolzano e diventare “Radio Vox”.
Si era ormai negli anni ’90 e così il nome di “Radio Maia 100.100 Mhz” scomparve nel nulla. Il ricordo del quale vado più orgoglioso è la redazione: la gente ci ascoltava, facevamo informazione vera e avevamo in studio ospiti che ci tenevano a parlare dai nostri microfoni, perché eravamo bravi, competenti. Per il Gr facevamo collegamenti telefonici dai luoghi che la cronaca giornaliera ci suggeriva, dagli stadi facevamo le dirette prima con i mitici telefoni a gettone con le linee che cadevano sempre mentre si era in onda.
Poi vennero i collegamenti fissi fatti con le linee della Sip, la Telecom di allora. Per parlare con la regia, prima di andare in onda, usavamo dei telefoni a manovella, quelli da campo! Altri tempi, altra tecnologia, altro spirito e tanta nostalgia.
Di tutto quel lavoro pionieristico non rimane traccia purtroppo, se non nei cassetti di qualche ex: scarsissime le foto, nessuna registrazione. Da uno di quei cassetti è emerso l’adesivo, raro cimelio, testimonianza di un’impresa pionieristica.
LE RADIO LIBERE IN ITALIA
In Italia fino al 1974 i privati non potevano aprire una stazione radio, la legge riservava allo Stato l’esercizio esclusivo della radiodiffusione circolare. Le uniche eccezioni, dopo la caduta del regime fascista, erano state Radio Sardegna (1943-1952) e Radio Ferrara (per alcuni mesi del 1946). Si ascoltava la radio pubblica (Radio Rai) e si guardava la televisione pubblica (Rai TV). Solo nel Nord Italia potevano essere ricevute in FM le tre emittenti estere che trasmettevano in lingua italiana: Radio Capodistria, Radio Monte Carlo e Radio Svizzera Italiana.
Nei primi anni ’70 sull’esempio del Regno Unito, nacquero le prime radio pirata. Nel 1974 intanto la Corte Costituzionale concesse ai privati la facoltà di trasmettere via cavo in ambito locale: fu la prima storica sentenza contro il monopolio statale. La trasmissione via etere però rimaneva interdetta ai privati, ma sentendo che i tempi stavano cambiando, alcuni pensarono che prima o poi sarebbero state liberalizzate anche le trasmissioni via etere. Senza aspettare un successivo pronunciamento, furono aperte in alcune città italiane radio private via etere.
Gli apparecchi che gli italiani avevano in casa erano in grado di ricevere sia la modulazione di ampiezza (AM) che la modulazione di frequenza (FM). Però gli italiani erano abituati ad ascoltare la sola AM. Le radio private sfruttarono le potenzialità dell’FM, che presentava pregi e difetti. Un limite era l’ampiezza geografica: difficilmente un’emittente poteva coprire un’intera provincia. Le radio libere trasformarono questo limite in punto di forza: nacquero programmi indirizzati a pubblici facilmente individuabili. I punti di forza delle radio libere erano invece la possibilità di utilizzare tecnologie nuove come la stereofonia (in questo precedettero la stessa Rai) e l’interattività con gli ascoltatori, che vennero coinvolti direttamente dando loro la possibilità di telefonare nel corso dei programmi fornendo opinioni e commenti, oppure dando loro la possibilità di scegliere brani musicali di loro gradimento. Nel 1976 arrivò una seconda, decisiva, sentenza della Corte Costituzionale: venne liberalizzata la trasmissione via etere in ambito locale. Le radio libere ebbero così copertura legale; da allora poterono moltiplicarsi su tutto il territorio nazionale.
Autore: Enzo Coco