Apicoltura e fragilità del sistema

L’apicoltura è una passione del tutto originale; ne abbiamo parlato insieme a Ivo Bocchi e il figlio Jacopo che, a Laives, la coltivano ormai da 15 anni. 
Una passione, la loro, nata quasi per gioco quando, da piccolo, Jacopo era interessato al mondo della natura e suo padre decise di prendere un alveare, ceduto da un amico, da tenere in giardino. 
“Dopo questo periodo di prova abbiamo capito che il mondo delle api poteva interessarci davvero e l’apicoltura poteva essere un hobby da condividere insieme. Per essere più preparato, mi sono iscritto ad un corso organizzato dalla Provincia, destinato sia agli apicoltori professionisti che agli hobbisti. Il corso, della durata di un anno, mi ha concesso di vedere tutte le fasi dell’alveare nelle diverse stagioni. 
Successivamente, abbiamo contattato la Imkerbund, l’associazione degli apicoltori locali che, oltre a fornire informazioni, offre anche delle assicurazioni importanti per questa attività. Voglio però dire che, anche se si tratta di un hobby, si ha pur sempre a che fare con degli animali, quindi bisogna essere responsabili e si è consistentemente sottoposti a controlli. 
Questo lo si nota anche dalla qualità del miele degli apicoltori che, facendo mantenere al miele tutte le sue caratteristiche, è superiore rispetto a quello commerciale”, inizia a spiegare Ivo Bocchi, apicoltore nonché Guardia Forestale.

Diminuisce il miele, ma non cala l’impegno
Ad oggi, Ivo e Jacopo gestiscono 20 arnie, di queste alcune sono produttive, mentre altre sono neonate. Nel periodo di massimo sviluppo degli alveari arrivano a gestire più di 500 mila api. 
“Tutto questo nasce dalla voglia di vedere realizzato un prodotto dall’inizio alla fine. Questa attività, nei limiti di certe grandezze degli alveari, è gestibile anche se affiancata ad un lavoro; il tempo da dedicarci non è molto, si parla di un appuntamento settimanale, che aumenta con il periodo della smielatura, che è anche quello più soddisfacente, ovvero quando si ottiene il prodotto di un intero anno di lavoro. 
Negli ultimi tempi – evidenzia Ivo – c’è stato un netto calo di produzione di miele a livello locale. Non è un andamento univoco, ma è molto comune. La raccolta di miele ottimale non è più annuale, come una volta, ma si raggiunge in 3 o 4 anni. Le nostre arnie invece di produrre 10/15 Kg di miele l’una, quest’anno non ne hanno prodotto nessuno. La causa? Il clima. Piove nei mesi che sfavoriscono l’apicoltura, non consentendo alle api di trovare nettare sui fiori”.

Giovani e apicoltura: un hobby fuori dal comune
Un hobby fuori dal comune, soprattutto se a coltivarlo è un giovane e, in particolare, un giovane che vive in città, e non in qualche valle immersa nella natura. “Avendo un particolare interesse per gli insetti, per me osservare le api ha un qualcosa in più: sono una società organizzata, ogni ape ha un proprio ruolo. Chiunque si approcci all’apicoltura può trarne insegnamenti: le api sono un ottimo bio-indicatore. Vedendo quanto sono fragili le api, si vede quanto può essere fragile il nostro ecosistema”, ha concluso il ventenne di Laives, Jacopo Bocchi.

Autore: Andrea dalla Serra

Tornano gli Eventi Speciali del Centro Servizi Culturali S. Chiara

Inserzione pubblicitaria – Per Natale, dal 23 al 26 dicembre, approda al Teatro Sociale di Trento lo spettacolo firmato da Arturo Brachetti. Venerdì 31 dicembre tocca invece a Elio con una serata dedicata a Enzo Jannacci.

È tutta dedicata all’Italia la nuova stagione di SOLO, the Legend of quick-change, il grande one man show del più grande trasformista al mondo: Arturo Brachetti, che ha scelto di festeggiare il ritorno nei teatri con un grande tour italiano, l’ultimo prima di spostarsi all’estero, che farà tappa anche al Teatro Sociale di Trento dal 23 al 26 dicembre. Un grande ritorno nei teatri che l’artista ha voluto per incontrare il pubblico dopo lo stop imposto dalla pandemia. 

Protagonista è il trasformismo, quell’arte che lo ha reso celebre in tutto il mondo e che qui la fa da padrone con oltre 60 nuovi personaggi, molti ideati appositamente per questo show, che appariranno davanti agli spettatori in un ritmo incalzante e coinvolgente. Ma in SOLO Brachetti propone anche un viaggio nella sua storia artistica, attraverso le altre affascinanti discipline in cui eccelle: grandi classici come le ombre cinesi, il mimo e la chapeaugraphie, e sorprendenti novità come la poetica sand painting e il magnetico raggio laser. 

Brachetti in SOLO apre le porte della sua casa fatta di ricordi e di fantasie; una casa senza luogo e senza tempo, in cui il sopra diventa il sotto e le scale si scendono per salire. Dentro ciascuno di noi esiste una casa come questa, dove ognuna delle stanze racconta un aspetto diverso del nostro essere e gli oggetti della vita quotidiana prendono vita, conducendoci in mondi straordinari dove il solo limite è la fantasia. È una casa segreta, senza presente, passato e futuro, in cui conserviamo i sogni e i desideri… Brachetti schiuderà la porta di ogni camera, per scoprire la storia che è contenuta e che prenderà vita sul palcoscenico. 

Reale e surreale, verità e finzione, magia e realtà: tutto è possibile insieme ad Arturo Brachetti, il grande maestro internazionale di quick change che ha creato un varietà surrealista e funambolico, in cui immergersi lasciando a casa la razionalità. 

Dai personaggi dei telefilm celebri a Magritte e alle grandi icone della musica pop, passando per le favole e la lotta con i raggi laser in stile Matrix, Brachetti batte il ritmo sul palco: 90 minuti di vero spettacolo pensato per tutti, a partire dalle famiglie. Un vero e proprio as-SOLO per uno degli artisti italiani più amati nel mondo, che torna in scena con entusiasmo per regalare al pubblico il suo lavoro più completo: SOLO.

Foto: Dorotea Castro

Per chi desidera attendere in allegria e all’insegna della musica il nuovo anno, venerdì 31 dicembre il Teatro Sociale ospiterà lo spettacolo Ci vuole orecchio. Elio canta e recita Enzo Jannacci, con Elio e cinque musicisti, per la regia di Giorgio Gallione e con gli arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri.

Enzo Jannacci, il poetastro come amava definirsi, è stato il cantautore più eccentrico e personale della storia della canzone italiana, in grado di intrecciare temi e stili apparentemente inconciliabili: allegria e tristezza, tragedia e farsa, gioia e malinconia. E ogni volta il suo sguardo, poetico e bizzarro, è riuscito a spiazzare, a stupire: popolare e anticonformista contemporaneamente.

Jannacci è anche l’artista che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare la Milano delle periferie degli anni ‘60 e ‘70, trasfigurandola in una sorta di teatro dell’assurdo realissimo e toccante, dove agiscono miriadi di personaggi picareschi e borderline, ai confini del surreale.

“Roba minima”, diceva Jannacci: barboni, tossici, prostitute coi calzett de seda, ma anche cani coi capelli o telegrafisti dal cuore urgente.

Un Buster Keaton della canzone, nato dalle parti di Lambrate, che verrà rivisitato, reinterpretato e “ricantato” da Elio. Sul palco, nella coloratissima scenografia disegnata da Giorgio Gallione, sarà possibile trovare assieme a Elio cinque musicisti, i suoi stravaganti compagni di viaggio, che formeranno un’insolita e bizzarra carovana sonora. A loro toccherà il compito di accompagnare lo scoppiettante confronto tra due saltimbanchi della musica alle prese con un repertorio umano e musicale sconfinato e irripetibile, arricchito da scritti e pensieri di compagni di strada, reali o ideali, di “schizzo” Jannacci. Da Beppe Viola a Cesare Zavattini, da Franco Loi a Michele Serra, da Umberto Eco a Fo o a Gadda.

Uno spettacolo giocoso e profondo perché “chi non ride non è una persona seria”.

Per maggiori informazioni su programmi e spettacoli visitare il sito www.centrosantachiara.it

Da Merano alle passerelle del mondo

Nata e cresciuta a Merano, Theresa Ganner è una giovane ragazza che dopo aver concluso il percorso scolastico ha deciso di seguire il suo sogno: fare la modella. Oggi lavora per importanti rappresentanti della moda come Valentino, Armani e Dolce & Gabbana, sfilando sulle passerelle di tutto il mondo. Nonostante sia solo all’inizio di una carriera iniziata col botto, Theresa ha raggiunto già grandi obiettivi e spera che tutto questo sia solo un grandioso punto di partenza per un futuro ricco di soddisfazioni. 

Quando ha avuto origine la tua passione per la moda?
La passione per la moda l’ho sempre avuta sin da quando ho ricordo. Ero una bambina molto brava e tranquilla, ma quando si trattava di vestiti e di come vestirmi volevo sempre decidere tutto io.

Come è iniziato il tuo percorso da modella?
È successo quattro anni fa ad una festa a Cermes quando uno scout della mia agenzia madre mi ha visto e mi ha proposto questa avventura. Inizialmente non ero molto interessata, dato che dovevo ancora finire la scuola. La mia agente attuale, ovvero la head di Eskimo Models, continuava però a motivarmi e così l’anno scorso durante il lockdown ho colto l’opportunità e mi sono buttata. Ho pensato che se non mi fosse piaciuto avrei sempre potuto tornare indietro.

Cosa ti ha spinta a intraprendere questa carriera?
Sono sempre stata affascinata e attratta dal mondo della moda, la mia curiosità e la preziosa chance di farne parte mi ha spinto a provare.

Oggi sfili per i “grandi” della moda come Armani, Dolce & Gabbana e Valentino. Cosa vuol dire questo per te?
Sono molto grata e contenta di aver avuto la possibilità e di essere riuscita ad arrivare fino a questo punto. Sfilare per questi marchi era sicuramente un mio grande sogno, però penso e spero che tutto questo sia solo l’inizio.

Quali sono le esperienze più belle che hai fatto fin ora in questo settore?
Devo dire che ogni lavoro è stato un’esperienza diversa e unica, ma sono state le sfilate a lasciarmi ricordi ed emozioni speciali. Inoltre, aver potuto lavorare con e per grandi personaggi della moda come per la cover di Valentino per Perfect Magazine con la stilista Katie Grand, o per la campagna per San Valentino di Etro, o ancora il look book per Missoni e per gli editoriali di Elle Italia, per me è stato un onore. Quasi non mi sembra vero!  

A oggi, quali sono le passerelle più importanti sulle quali hai sfilato?
Per ora ho potuto sfilare per quattro marchi diversi e credo che ogni sfilata sia stata importante e unica, anche se sono state tutte molto diverse tra loro. La mia prima sfilata è stata a Milano per Valentino, poi a Parigi per Giorgio Armani haute couture (Armani Privé) e a settembre a Milano per Giada, Ermanno Scervino, Dolce & Gabbana e ancora Giorgio Armani. 

Qual è l’aspetto negativo di fare la modella? 
La solitudine. Durante i viaggi in treno o in aereo, quando sono in albergo, mentre mangio sono sempre da sola. Inizialmente non è stato semplice, anzi ho fatto fatica proprio perché non ero abituata e preferivo la compagnia. A questo aspetto mi ci devo ancora con calma abituare. 

E quello positivo?
Questo lavoro ha rinforzato molto il mio carattere e inoltre mi permette di viaggiare per il mondo scoprendo nuovi posti e conoscendo molte persone.  

Che rapporto c’è tra le modelle? 
Essendo un mondo solitario non ci sono molti rapporti tra le modelle, in più la concorrenza e l’invidia purtroppo caratterizzano fortemente questo ambiente.

Cosa pensi mentre sfili?
Non penso, mi vivo il momento. 

Qual è il tuo sogno?
Il mio sogno è già iniziato e di questo ne sono grata. Spero solo che la mia carriera continui e che potrò vivere mille altre esperienze. 

Autrice: Chiara Caobelli

Marino e il suo sogno americano

“La fortuna aiuta gli audaci, il pigro si ostacola da solo”, recita un antico detto latino, che calza a pennello per la vita di Umberto Marino. La sua storia si muove su un copione noto a molti bolzanini : Marino nasce a Bolzano nel 1990 da genitori campani, arrivati qui per lavoro, frequenta le scuole del capoluogo e trova un ottimo impiego presso una ditta locale. Fin qui nulla di strano, ma poi questo percorso “segnato” fa un potente sterzata, perché il ragazzo vuole di più e decide di tirare fuori il sogno dal cassetto: andare a vivere e lavorare in America. Ci prova e ci riesce – dal 2017 si è trasferito infatti negli States ed ha già alle spalle diverse esperienze lavorative nel settore dello sviluppo commerciale delle aziende nel settore alimentare negli Stati Uniti e in Canada.

Lo raggiungiamo al telefono – qui siamo in piena mattinata, sono le ore 11.30, lui invece sta tornando in macchina da New Orleans e sono le 4.30 di notte. Ciò nonostante, la sua voce è pronta e squillante, siamo quasi travolti dal fiume di parole, spinte da un’energia decisamente fuori dal comune.

Come è iniziata l’avventura americana?
Un misto di volontà e fortuna. Avevo un ottimo lavoro presso una ditta locale, nel settore alimentare. Mi trovavo bene, ma volevo ‘spaccare il mondo’. Presi una settimana di vacanza per andare a New York pervedere che aria tirava. A Malpensa, poco prima di imbarcarmi, sentii un mio collega al telefono. La ragazza che era dietro di me, che aveva ascoltato, mi chiese per quale ditta stessi volando in America  – in realtà nessuna, ma avrei tanto voluto, le risposi – e così ci scambiammo i biglietti da visita. Dopo 7 mesi mi contattò per fare un colloquio per la sua azienda, nel settore “food”, era il 2017.

E sei andato per restare…
Si, a parte un breve rientro per il visto. Il passo decisivo è stato senza dubbio il matrimonio. Ricordo chiaramente il momento in cui, al telefono, lo dissi a mia madre. Ero a Detroit per lavoro e stavo per rientrare in Italia per le vacanze di Natale, le comunicai che avevo intenzione di sposarmi con Kathleen, americana del Bronx. Temevo un po’ la reazione, anche perché mia mamma è cardiopatica, ma dopo un momento di silenzio, mi disse che dovevo fare la mia vita ed era felice per me.

Viene a trovarti?
Certo, con regolarità, pandemia a parte. La prima volta che è venuta le ho fatto visitare il mio ufficio ed ho letto nei suoi occhi la gioia per la mia realizzazione, che è anche la sua.

Qual è il “sogno americano” che ti ha spinto a partire?
Io sono cresciuto con una foto di mio nonno in cui c’era stampato ‘Nato a Brooklyn e morto a Caserta’… sarà stato magari solo a livello visivo, ma questo ha alimentato la mia curiosità e ho iniziato ad appassionarmi all’America. Il mio sogno è stare in questo paese perché ti da la possibilità di poterti esprimere – che sia con un successo o con insuccesso. Qui non ci si ferma mai, si corre sempre – in un certo senso mi ci rivedo, ho la testa che ‘va’, anche troppo forse. E poi mi ritengo una persona ambiziosa, che guarda sempre avanti, al prossimo obiettivo. Questo non vuol dire non fallire mai, ma provarci comunque: quando sono partito ho pensato, beh anche se dopo un mese dovessi tornare a casa, sarebbe stato comunque bello e importante provarci.

Guardare al prossimo obiettivo: lo intendi in senso economico? 
Vengo da una famiglia umile, con situazioni e problemi che molte famiglie si trovano a dover affrontare. Non ho avuto molte opportunità e non ho potuto laurearmi perché dovevo dare una mano a casa. Ma non mi sono pianto addosso. Come dicono qui ‘never give up!’. Per l’ambizione è cicondaemi di chi penso sia migliore di me, per crescere, sempre.

Però questo continuo correre ha anche aspetti negativi…
Si certo, esige molto, è una società competitiva e può essere molto stancante – bisogna pensare che qui si hanno solo 20 giorni all’anno di ferie in media. E non esistono i contratti a tempo indeterminato: la definizione è ‘at will’, ti tengo finché ritengo e mi servi. Sei sempre sulla corda”.

Lavoro che facilmente si perde quindi…
Ma che si ritrova: ce n’è fin troppo! Nella mia esperienza, quella del retail (commercio al dettaglio) si fa fatica a trovare personale. E il tasso di disoccupazione è basso: solo 2%.

Capitolo pandemia: come l’hai vissuta?
Dal punto di vista personale, è stata una buona occasione per riposarmi. Prima ero in volo ogni settimana! Però mi ha staccato dalla mia famiglia di origine e mi ha fatto ripensare alla mia scelta, soprattutto in relazione alla cardiopatia di mia mamma. Ma dopo un momento di crisi ho cercato di viverla serenamente, standole vicino con chiamate quotidiane, facendole sentire comunque la mia presenza.

A New York la situazione è stata dura, con celle frigorifere trasformate in obitori e la nave della marina per accogliere i malati davanti Manhattan…
Sì, ma per fortuna siamo tornati alla normalità – per entrare nei ristoranti devi avere una tessera vaccinale. Qui fare il vaccino è un gesto patriottico, c’è grande capacità di fare unione su questo – avremmo solo da imparare. 

Quindi hai fatto il vaccino.
Certo, ho già fatto la terza dose di Moderna al supermercato. Ho visto che segnalavano la possibilità, ho lasciato un momento il carrello e dopo la puntura sono andato a pagare la spesa.

Cosa ti manca di più dell’Italia? 
Tre cose: la famiglia (ho un rapporto strettissimo con la mamma), poi gli amici d’infanzia – perché quelli che ti fai al campetto sono insostituibili e… i canederli! Ormai è tradizione, la prima cosa che faccio quando arrivo è andare ad Appiano in un noto Gasthof, dove fanno i miei preferiti.

Allora sei rimasto un po’ altoatesino? 
I miei sono delle zone di Caserta e del napoletano, mi ritengo di estrazione meridionale, ma mi sento anche altoatesino. Vorrei lasciare un messaggio a proposito…

Di’ pure!
Vorrei dire ai giovani che, se anche pensate che l’Alto Adige sia noioso e con poche opportunità in realtà avete tante risorse, non dovete sprecare la possibilità di imparare la seconda lingua. Io facevo l’arbitro di calcio per pagarmi le lezioni private di tedesco. Ho poi imparato bene l’inglese stando in America… Non c’è ricchezza più grande che aprirsi alle lingue.

Cosa ami fare fuori dal lavoro?
Correre – vorrei fare la maratona – e, banalmente, ritrovarmi con amici italiani e americani per serate interculturali con ravioli e hamburger!

Autrice: Caterina Longo

La mia vita con il cancro al seno

Il 19 ottobre scorso si è celebrata la “Giornata internazionale contro il cancro al seno” con il proposito di sensibilizzare le donne sul tema della prevenzione e dell’accesso alle cure. Per ripercorrere insieme alcuni aspetti, soprattutto pratici, di questa malattia, Giusy Maestretti ha voluto raccontare la sua vicenda personale per essere di esempio a tutte quelle donne che non eseguono l’autopalpazione: “Toccatevi le tette! A me ha salvato la vita”, racconta Giusy.

Giusy Maestretti , come si è accorta del nodulo al seno?
Ero sotto la doccia e come al solito sono abituata a fare l’autopalpazione. Ho notato subito una pallina dura sulla parte superiore del seno destro. 

Cosa ha pensato in quel momento? 
Nella mia famiglia ci sono alcuni casi di tumore al seno, ho pensato subito di chiamare il mio medico di base il quale mi ha prescritto una visita senologica urgente.  

Che cosa succede dopo la visita senologica? 
Sono stata invitata in clinica a Bolzano, dove mi hanno sottoposta ad una serie di esami medici fino alla diagnosi che è arrivata in tempi brevissimi. Il 15 giugno ho fatto la visita senologica, il 18 la mammografia che ha confermato la presenza di una lesione sospetta; il 25 ho fatto anche una biopsia e il 2 luglio mi hanno dato l’esito tanto temuto: tumore al seno. In termini medico il nome è questo: carcinoma duttale infiltrante.

Ricapitolando: arriva la diagnosi e in poco tempo lei è costretta a rivedere i suoi piani: la famiglia, i figli, il lavoro. Cosa accade nella testa di una donna quando sa di avere un tumore? 
Non mi sono lasciata prendere dal panico e da paure eccessive: mi sono completamente affidata ai medici, i quali mi hanno detto che si trattava di un tumore ormonale  trattabile e che ce l’avrei fatta. Quello che mi ha forse spaventato all’inizio è stata la necessaria riorganizzazione della mia quotidianità in casa e soprattutto dover raccontare ai miei figli che la loro mamma “non stava bene”. 

Qual è l’iter che ha seguito dopo la diagnosi? 
Dopo la diagnosi sono stata affidata alle cure dello staff medico della Breast Unit (unità di senologia) dell’ospedale di Bolzano, dove il 5 luglio ho fatto il primo colloquio con l’infermiera e il chirurgo che mi avrebbe operata di lì a breve. Sapevo di essere in buone mani. La Breast Unit è un centro specializzato che offre numerosi servizi per le donne malate di tumore al seno. Presso la  LiLT (lega italiana per la lotta contro i tumori) invece ho trovato altri  servizi utili, dalle diete durante le cure al supporto psicologico.

Dopo l’intervento di rimozione del nodulo al seno, cosa le hanno detto?
Fortunatamente dopo l’intervento, quadrantectomia con asportazione del linfonodo sentinella, il medico mi ha detto che non dovevo fare la chemioterapia, ma 25 sedute di radioterapia. La cosa mi ha reso felice e non poco. L’idea di dover fare la chemioterapia, perdere i capelli e le energie, è stato per me un brutto sogno ricorrente. Non che il post operatorio sia stata una passeggiata: non riuscivo a dormire, la ferita sotto l’ascella tirava, per non parlare delle irritazioni della pelle intorno al capezzolo dopo le sedute di radioterapia.

Come sono oggi le sue giornate? 
Tutti i giorni mi reco a Bolzano per fare le sedute di radioterapia. Le infermiere sono gentili e rispondono a qualsiasi tipo di domanda, poi scambio esperienze con altre donne malate di tumore al seno come me. Con loro è nata una bella frequentazione perché condividiamo più o meno le stesse esperienze e  tutti gli aspetti pratici legati alla malattia. 
A volte mi chiedo: perché proprio a me! La risposta non esiste; ho conosciuto tante donne con storie e trascorsi diversi. Certo: la genetica e l’età incidono, ma il tumore può sorprendere anche donne settantenni in piena salute e senza precedenti in famiglia. Alla fine della giornata si torna a casa un po’ stanche, sono gli effetti della radioterapia. 

Ritornando al “perché proprio a me?”, che chiave di lettura si è data? 
Dopo la biopsia ho pianto tanto. Non ho mai avuto paura della malattia in sé, ma dell’impatto che questa avrebbe avuto sul mio corpo e sulla mia famiglia. Ho pianto da sola, facendo coraggio a chi mi stava intorno. 
Oggi credo di essere diversa, il tumore mi ha imposto uno stop, mi ha fatto capire chiaramente che dovevo occuparmi di me stessa e della mia salute. Ed è quello che faccio, curandomi e seguendo le indicazioni dei medici. Insomma ho fatto la mamma e la paziente oncologica a tempo pieno. 

Perché ha scelto di raccontare apertamente la sua storia? 
Per dire che l’autopalpazione è una pratica importantissima di prevenzione. Noi donne conosciamo bene il nostro corpo Io non avevo sintomi e mi sentivo bene. Solo toccandomi il seno sotto la doccia mi sono accorta che c’era qualcosa di diverso. Molte donne non si toccano il seno  perché hanno paura o si imbarazzano, invece vorrei dire a tutte: “toccatevi le tette! Le prime siamo noi”. 

In questo periodo di grande fragilità emotiva, chi le è stato vicino? 
Mi sono sentita molto coccolata da amici, colleghi e parenti. Ma vorrei approfittare di questo spazio dedicato alla malattia per ringraziare le persone della mia famiglia senza le quali questo percorso verso la guarigione sarebbe stato più difficile. Mio fratello Cosimo, mia cognata Giada che ha saputo ascoltarmi sempre, mio padre Giuseppe – un papà e nonno presente – i miei figli che mi hanno dato la forza di non mollare mai, e la mia mamma, Maria. In quei momenti, anche se adulta e anche se madre, h voluto la mia mamma accanto e lei c’era. Ce l’avrei fatta anche da sola? Per fortuna non ho mai dovuto pormi questa domanda.

Immaginiamo lei voglia fare anche altri ringraziamenti…
Sì, e ci tengo moltissimo. Vorrei fare un ringraziamento speciale agli infermieri e ai medici che si sono presi cura di me. Le infermiere Martina Tetter, Ketty Tollardo, il dottor C. Mayr, chirurgo di oncologia che mi ha operata, tutte le infermiere del reparto di chirurgia di Bolzano, la Lilt di Bolzano per l’assistenza post operatoria, la dottoressa Annalisa Pesavento del reparto di oncologia e la dottoressa radiologa Rosa Michela del reparto di radioterapia insieme a tutto il personale medico e paramedico. 

Autrice: Francesca Morrone

Se la casa è un diritto, dev’esserlo per tutti

INSERZIONE PUBBLICITARIA

Secondo le ultime rilevazioni Astat, si stima che in Alto Adige il 56% degli alloggi non occupati siano vuoti (circa 15.000 abitazioni). Eppure sono numerose le persone che non hanno una casa, che faticano a trovarne una o che rischiano di perderla. Per questo motivo la Caritas ha deciso di mettere il tema dell’abitare al centro della campagna “La povertà è più vicina di quanto pensi”, con il duplice obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui bisogni delle persone con problemi abitativi, e di raccogliere donazioni in vista del 14 novembre: Giornata Mondiale dei Poveri e domenica della Carità.

In questo periodo dell’anno, con l’arrivo dei primi freddi vengono allestiti piccoli e grandi dormitori temporanei, che rimangano aperti generalmente fino alla primavera, per fornire protezione notturna a chi non ha un posto caldo dove andare. È la cosiddetta “emergenza freddo”, ma di improvviso e imprevedibile ha ben poco: la realtà di chi dorme per strada è un fenomeno noto in Alto Adige, d’estate come d’inverno, e costituisce solo uno dei molti volti della povertà abitativa.

Da anni la Caritas chiede di uscire da questa logica emergenziale, promuovendo interventi più strutturali, capaci di incidere sulle dinamiche economiche e sociali che generano e riproducono disuguaglianze. Ma questo impone di farsi carico di un problema più ampio e sfaccettato.
Alle situazioni di persone senza dimora, andrebbero aggiunte quelle di chi non ha una casa perché vive in strutture residenziali temporanee come i richiedenti asilo, di chi vive in sistemazioni insicure e non garantite spesso teatro di violenza domestica, e anche chi vive in edifici non a norma, sovraffollati, non aderenti ai minimi standard abitativi.
“Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (articolo 25), ogni persona ha diritto ad avere un alloggio adeguato. Ma per molti è difficile trovare una sistemazione dignitosa o accessibile. La povertà abitativa è un fenomeno in aumento e ha un impatto maggiore sulle persone più vulnerabili, con problemi di dipendenza, senza un lavoro, sui genitori single, gli anziani o le persone con disabilità o con un passato di migrazione. In assenza di una sistemazione adeguata, sono minacciati anche molti altri diritti umani, come il diritto alla salute e alla vita, il diritto alla partecipazione e il diritto alla famiglia”, dice il direttore della Caritas Paolo Valente.

L’AIUTO DELLA CARITAS
La Caritas lavora da tempo per contrastare povertà ed esclusione, gestendo 11 strutture per senzatetto e senza dimora in grado di ospitare circa 600 persone all’anno.
Ma solo un letto e un pasto caldo non sono sufficienti. Tutti hanno bisogno di un luogo da chiamare ‘casa’, che offra protezione e sicurezza, dove trovare spazio per gli oggetti personali e i ricordi, in cui poter vivere una vita dignitosa. Come racconta Danilo Tucconi, responsabile dell’area “Abitare” della Caritas, per raggiungere questo scopo bisogna adottare un approccio “Housing First” in cui l’abitazione è il punto di partenza e non di arrivo. Puntando sulla capacità della persona di vivere nella propria casa come membro di una comunità, vengono quindi attivati interventi per migliorarne le relazioni sociali, il livello di salute e benessere, l’autonomia.
Con questo spirito è stato lanciato il progetto “Domus” che comprende uno sportello di ricerca casa e lavoro e mette a disposizione di singoli e famiglie degli alloggi a Merano, Bressanone e Caldaro. “In queste abitazioni sviluppiamo progetti di ‘training abitativo’ con l’obiettivo di reinserire gli ospiti nella società, rafforzando le competenze in vista di una vita autonoma” spiega Tucconi.

Purtroppo però anche dopo questi percorsi, trovare un alloggio non è facile, e spesso i privati preferiscono lasciare vuoti i propri appartamenti piuttosto che affittarli a persone in apparenza problematiche o con un passato migratorio. Questo diventa un problema di difficile soluzione anche per le famiglie che faticano a trovare alloggi dalle dimensioni adeguate. “Col passare del tempo, si rivolgono alla Caritas anche persone che non fanno parte del bacino di utenti già assistiti – racconta Gertrud Rungaldier che si occupa del servizio di Accompagnamento abitativo della Caritas – Il nostro obiettivo è quello di evitare che le persone sperimentino la condizione di senza tetto o che trovino rifugio solo in alloggi d’emergenza”. Con l’accompagnamento abitativo la Caritas agisce come un mediatore per risolvere le controversie di vicinato, e come un punto di riferimento per i proprietari di casa e per i loro inquilini, seguendo le persone anche dopo la firma di un contratto di locazione. “Dal 2020 a oggi, abbiamo accompagnato con successo 10 famiglie e 55 persone singole nella ricerca di un alloggio e di una sistemazione” conclude Rungaldier.

Il disagio abitativo non ha a che fare solo con la mancanza di alloggi. In alcuni casi le persone vivono crisi finanziarie dovute alle conseguenze della pandemia o per motivi di salute o altro ancora. In queste situazioni diventa difficile pagare l’affitto, visti i canoni elevati in Alto Adige, ma anche sostenere spese accessorie come le bollette. Di conseguenza molte persone ricevono provvedimenti di sfratto (200-300 ogni anno).
A testimonianza di ciò, i servizi di Consulenza per debitori e il Centro d’ascolto della Caritas hanno visto aumentare i propri interventi di sostegno e aiuto, anche finanziario, svolgendo un importante ruolo di “ammortizzatori sociali”. Tali consulenze inoltre fungono da “antenne” dei diversi bisogni del territorio, rilevando le diverse sfumature del disagio alloggiativo.

“Per portare avanti tutto questo, naturalmente, abbiamo bisogno del sostegno della popolazione”, dice il direttore della Caritas Paolo Valente, “sia in termini di fornitura di alloggi per le persone che vivono un disagio abitativo, sia attraverso donazioni per consentire ai nostri servizi di aiutare le persone in difficoltà, rendendo effettivo il diritto fondamentale alla ‘casa’. Ma abbiamo bisogno soprattutto di persone capaci di mettersi al servizio degli altri, contribuendo con la propria attenzione a prendersi cura di tutta la comunità, a partire dai più bisognosi”.

La Caritas aiuta le persone in difficoltà a trovare una casa. Aiutaci anche tu!

Con la causale “Caritas” è possibile sostenere il lavoro della Caritas. Per far sì che il diritto all’abitazione diventi una realtà per tutti. In occasione della campagna “La povertà è più vicina di quanto pensi”, dedicata alle persone che vivono un disagio abitativo, aiutaci ad aiutare! Ogni piccola donazione è preziosa.

Conti correnti
Raiffeisen Cassa Centrale, IBAN: IT42F0349311600000300200018
Cassa di Risparmio di Bolzano, IBAN: IT17X0604511601000000110801
Banca Popolare dell’Alto Adige, IBAN: IT12R0585611601050571000032
Intesa Sanpaolo, IBAN: IT18B0306911619000006000065

Star bene in un mondo diseguale

La giornata internazionale della salute mentale si celebra ogni 10 ottobre dal 1992 per informare e sensibilizzare la popolazione sulle problematiche legate ai disturbi mentali e sulla necessità di promuovere il benessere non solo fisico della persona, ma anche quello psicologico. Quest’anno ,complice i disagi e le incertezze dovuti alla pandemia, non è stato possibile organizzare il consueto salotto informativo sulla passeggiata della Wandelhalle; ed è per questo che abbiamo interpellato la dottoressa Verena Perwanger, psichiatra e primaria del Servizio di Salute Mentale di Merano, che ha spiegato i temi dell’edizione 2021.


Dottoressa Perwanger, qual è il tema della giornata della salute mentale del 2021?
“Salute mentale in un mondo diseguale”. Il mondo è sempre più polarizzato, con i ricchi che diventano più ricchi e il numero di persone che vivono in povertà ancora troppo alto. La pandemia da Covid-19 ha evidenziato ancora di più certe differenze; le categorie economicamente fragili o socialmente al margine, così come tutte quelle persone che vengono discriminate per il loro orientamento sessuale, vivono spesso problemi di salute mentale.

Secondo i dati ufficiali tra il 75% e il 95% della popolazione mondiale di persone con disturbi mentali non possono accedere ai servizi di salute mentale nei paesi a basso e medio reddito. Com’è in vece la situazione in Alto Adige?
C’è chiaramente una maggiore distribuzione dei servizi, però anche qui abbiamo alcuni gruppi che conoscono poco la tematica della salute mentale e dove fattori culturali, sociali e di provenienza possono limitare l’accesso alle strutture o alle consulenze.
La popolazione anziana, ad esempio, vive in casa situazioni di solitudine, isolamento o depressione e non entra facilmente in contatto i servizi presenti sul territorio.

Come stiamo quest’anno in Alto Adige dal punto di vista del benessere mentale?
Quello che posso dire è che le richieste di aiuto sono aumentate di molto. Si è aggiunta una notevole fascia della popolazione che soffre di disturbi mentali dovuti al precarizzarsi della loro situazione economica. E poi ci sono persone che soffrono della sindrome da long Covid (sindrome post virale). Si tratta di un insieme di problematiche fisiche e psicologiche riconducibili al Covid che le persone guarite si trascinano anche dopo molto tempo: fanno fatica a respirare, hanno problemi di concentrazione, dimenticano frequentemente i nomi, si dicono disorientate e così via…

Verena Perwanger

Che cosa è rimasto di questa pandemia?
La distanza sociale e fisica. La situazione nelle case di riposo è ancora drammatica: gli anziani non possono ancora ricevere quel calore e quegli abbracci di cui hanno bisogno per superare il loro stato di solitudine. I bambini invece soffrono di meno e superano più velocemente questo periodo, mentre gli adolescenti invece hanno bisogno di sperimentarsi in gruppo e scambiare esperienze con i loro pari. L’esperienza della solitudine e dell’isolamento inibisce in molti casi lo sviluppo stesso.

Quali sono le strategie e le sfide future da mettere in campo per arginare i danni causati dalla pandemia?
Al momento in Alto Adige abbiamo un problema di risorse umane: manca personale specializzato, si va dai medici agli infermieri e agli educatori. È necessario uscire sul territorio e rivolgerci ai nostri pazienti, entrando nello loro case. Successivamente è necessario lavorare sulla destigmatizzazione del problema mentale, trattandolo come tema culturale e generazionale dei nostri tempi.

Cioè? Che cosa intende dire?
Voglio dire che quello della salute mentale deve essere come il collaudo per la nostra macchina, come il cambio dell’armadio che facciamo ogni anno; deve essere un momento in cui tutti noi dobbiamo chiederci come stiamo e se non è il caso di ricorrere all’aiuto di un esperto per risolvere i nostri problemi mentali e per tornare a stare meglio.
Dobbiamo imparare seriamente a prenderci cura di noi stessi e a non sottovalutare i segnali del nostro corpo.
Viviamo una vita stressante, siamo costantemente bombardati da messaggi e da stili di vita che spesso non si addicono a noi e ci mettono ansia. Ogni tanto allora è il caso di rinunciare a qualche orpello superfluo, privilegiando il valore delle relazioni, della socialità, dello stare bene con gli altri.

Autrice: Francesca Morrone

Quando i meranesi ci mettono la faccia

La Rete Antiviolenza del Comune di Merano ha lanciato una campagna fotografica con manifesti appesi per la città e pubblicati sui social network. L’obiettivo non è solo sensibilizzare gli uomini ma l’intera cittadinanza sul tema della violenza di genere, dando così un forte segnale a tutta la società.

Gli episodi di violenza sulle donne continuano ad accadere ricoprendo troppo spesso le pagine dei quotidiani, questo perché la violenza di genere è un problema culturale della società e come tale deve venire affrontato. È per questo motivo che la Rete Antiviolenza, in occasione del 25 novembre, la giornata contro la violenza sulle donne, ha voluto realizzare un progetto per e con gli uomini.
Sono stati coinvolti 49 uomini meranesi di ambiti e settori differenti che ci “hanno messo la faccia” per veicolare un messaggio importante. I testimonial che si sono messi in gioco rappresentano la società meranese, dal mondo della cultura a quello dello sport, della gastronomia, della scuola, della sanità delle forze armate e del commercio.
Jordi Beltramo, artista, è uno di loro: “Ho deciso di partecipare perché ritengo molto importante sensibilizzare le persone su questo preoccupante fenomeno” – e continua – “metterci la faccia per me significa esporsi in prima persona, dando un messaggio forte e chiaro”.
Anche Christian Comper, barista, quando gli hanno proposto l’iniziativa ha ritenuto giusto partecipare, “soprattutto perché si tratta di un problema che troppe volte viene sottovalutato, in particolar modo nell’ultimo periodo, dove, durante il lockdown, il fenomeno è sicuramente aumentato” – afferma il giovane ragazzo.
Tra gli uomini sono presenti anche tutti coloro che appartengono alla Rete Antiviolenza e che conoscono molto bene tutte le problematiche di questo fenomeno.
Le fotografie sono state scattate alla Wandelhalle da quattro fotografi del Fotoclub Immagine Merano: Maurizio Fiammengo, Fabrizio Giusti, Nicholas Rizziero e Donatello Vallotta, i quali senza tirarsi indietro hanno deciso di collaborare e rendere possibile questo progetto.
Oltre che in giro per la città, le immagini circoleranno anche su Facebook. La pagina MeranOMemO, durante tutto il mese di novembre, pubblicherà quotidianamente due foto che verranno condivise sui profili social degli stessi uomini che hanno partecipato all’iniziativa.
“Noi ci mettiamo la faccia” dunque, rappresenta un impegno sociale volto a realizzare un cambiamento culturale.

Autrice: Chiara Caobelli

Una guida per non perdersi in Rete

La Rete può essere un posto pericoloso; internet è una jungla in cui è facile perdersi, e trovare la via d’uscita è a volte difficile, soprattutto se non si hanno gli strumenti giusti per riuscire a gestire questo strumento. È per tutelare bambini e ai giovani adolescenti da rischi, pericoli e insidie dello “schermo blu”, che il professor Pino Maiolo – fra le altre cose psicanalista e psicoterapeuta dell’età evolutiva – ha ideato e lanciato il progetto “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!”, rivolto ai ragazzi ed agli insegnanti delle ultime classi della scuola primaria.

Realizzata in collaborazione con il centro “Il Germoglio” e “La strada / der Weg”, l’idea del professor Pino Maiolo riprende un’iniziativa da lui lanciata qualche anno fa.
Già nel lontano 2007, infatti, Il Germoglio aveva inaugurato un percorso di educazione digitale per le scuole, con l’obiettivo di formare i docenti ed educare i ragazzi sui pericoli della rete e sul corretto uso degli strumenti digitali. La richiesta di creare un progetto più ampio, con il coinvolgimento di tutta la comunità educante, nasce dal fatto che i bambini oggi entrano prematuramente in contatto con la rete attraverso i social e sono ancora più esposti ai pericoli e alle insidie della rete.

Professor Maiolo, che differenza c’è rispetto al progetto nato nel 2007 e che cosa è cambiato nel frattempo?
L’edizione attuale di “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!” intende anticipare il progetto alle scuole primarie, perché ci si è resi conto di quanto i bambini già in età prescolare e scolare entrino in possesso dei dispositivi informatici dei propri genitori e abbiano accesso alla rete in maniera facile e immediata. Da qui l’idea di intervenire nelle scuole sin da subito, dunque sin dalla tenera età, e di accompagnare i bambini per tre anni in modo tale da monitorare il loro comportamento nei confronti dei social media.
L’invito “Adottiamoci!” ha lo scopo di chiedere alle scuole primarie di mantenere un contatto per tre anni, per sviluppare tematiche di prevenzione in merito ai pericoli per bambini e adulti.

Chi sono dunque gli attori coinvolti?
È tutta la comunità educante, scuola e famiglia, interessata ad adottare le conoscenze necessarie di autoprotezione per tutelare i minori e per accompagnarli in una crescita responsabile e consapevole con la rete e gli strumenti digitali. Non è dunque un intervento spot di richiamo dell’attenzione su un fenomeno urgente, ma si tratta di avviare un nuovo modo di educare che tenga conto delle nuove tecnologie e strumenti multimediali. Genitori e insegnanti uniti in un’alleanza, lavorano insieme per il benessere dei minori, si sentono coinvolti nel costruire competenze e nuovi saperi in un arco temporale di crescita.

Perché è urgente intervenire con progetti di questo tipo?
Lo strumento digitale modifica la percezione della realtà e i nostri figli si ritrovano ad essere parallelamente fruitori e disturbatori, critici e odiatori, vittime e accusatori in uno spazio virtuale che avvertono e vivono come reale.
Come sappiamo le tecnologie e gli strumenti digitali rappresentano per tutti una grandissima opportunità per l’acquisizione di informazioni e di conoscenze, ma al giorno d’oggi è doveroso tutelarsi anche da rischi, pericoli e insidie.

Qual è la specificità del progetto?
Sta nella sua articolazione durante il triennio, dalla terza alla quinta classe di scuola primaria. In questo arco temporale vengono presentati progetti laboratoriali per i bambini e con i bambini su temi specifici come i comportamenti in rete, il bullismo e il cyberbullismo. Alla fine del percorso i bambini, giunti ormai alla quinta classe, ricevono una sorta di patentino di educazione digitale e sono pronti per diventare loro stessi i formatori per i compagni più piccoli. Il progetto comprende momenti informativi e laboratoriali anche per insegnanti e genitori, che in questa occasione possono ricevere utili consigli sull’educazione digitale, sul riconoscimento di comportamenti disturbati in rete e sui segnali per intercettare fenomeni di bullismo e cyberbullismo.

Quindi è un progetto che coinvolge proprio tutti in maniera attiva…
Sì. “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!” è un progetto che coinvolge tutta la comunità educante. Un proverbio africano narra che per far crescere un bambino ci vuole un villaggio, mentre Paulo Freire diceva che nessuno educa nessuno, e che nessuno si educa da solo se non con la mediazione del mondo. Insegnanti, genitori, fratelli e sorelle, vicini di casa, le famiglie: tutti sono chiamati a una responsabilità collettiva nei confronti di noi stessi e dei minori. Dobbiamo conoscere la rete con le sue opportunità e pericoli, ed essere di esempio per i giovani meno esperti.

Come fanno le scuole a prenotarsi e a partecipare al progetto?
Le scuole possono rivolgersi al centro “Il Germoglio”, che avvierà i contatti per spiegare il progetto nel dettaglio al personale docente. Il progetto che si sviluppa nel triennio è gratuito per le scuole e prevede laboratori per ragazzi, conferenze per adulti e genitori, mostre, materiali informativi, ore di formazione.
È un progetto di prevenzione del disagio, delle situazioni di violenza con l’obiettivo di limitare, contenere e contrastare il bullismo inteso come azione di violenza tra pari.

Autrice: Francesca Morrone

Sofia de Majo indossa la maglia azzurra

Alla giovane ballerina meranese Sofia Nicole De Majo piace collezionare allori: due medaglie mondiali, una d’oro e una d’argento; due medaglie europee e numerosi altri titoli nazionali. Nel 2007 ha fatto ingresso nel mondo dell’agonismo e da lì sono molte le soddisfazioni raggiunte, così come gli ostacoli incontrati. Nonostante numerosi infortuni, oggi indossa nuovamente la maglia azzurra, così come aveva già fatto nel 2019. Da sempre allieva di Nadia Bozza alla scuola di danza Onlydance Merano, dopo 20 anni di carriera, Sofia oggi sogna di diventare tecnico e giudice di gara.

Sofia, come e quando è iniziato il tuo percorso con la danza?
La danza ha sempre fatto parte della mia vita. Ho iniziato a ballare all’età di tre anni, però ricordo mia mamma che mi raccontava che prima di imparare a camminare, avevo già iniziato a camminare sulle punte.

Quali stili hai praticato e cosa balli oggi?
Ho provato un po’ tutti gli stili di danza, ma oggi mi concentro sulla danza classica, sul contemporaneo e il jazz. Purtroppo, dopo l’operazione non mi sono sentita di proseguire con l’Hip Hop a causa del dolore al ginocchio. Mi mancano le lezioni con la mia insegnante Paola, perché era la disciplina dove mi sfogavo di più. La carica che ti regala questo stile è unica.

Quali sono i maggiori successi che hai raggiunto?
In quasi 20 anni di danza e in 14 di competizioni sono molto felice dei risultati ottenuti negli anni. Il primo posto di danza classica al mondiale del 2014, i due secondi posti all’europeo di Praga e al mondiale di Ossa nel 2019, sono quelli di cui vado più fiera.

Qual è la gara che porti più nel cuore? Perché?
Sicuramente il mondiale del 2014 a Mikolajki. È stato il mio primo campionato del mondo: un’esperienza unica in cui inaspettatamente ho portato a casa la medaglia d’oro.
Inizialmente non mi ero nemmeno resa conto di aver vinto, ma nel momento in cui ho guardato la mia insegnante Nadia commossa e ho sentito l’inno italiano, lì ho realizzato di avercela fatta.

Qual è stata invece la delusione più grande?
La mia delusione più grande è stata non poter partecipare al mondiale del 2015 a causa di un infortunio che mi ha lasciato a casa senza poter partire con la mia squadra.

Che tipo di infortunio è stato? Cosa ha comportato questo per la tua carriera?
Frattura al ginocchio sinistro. Mi hanno operata e sono dovuta rimanere ferma per sei mesi:un inferno per me. Era la prima volta che non danzavo per così tanto tempo ed è stata davvero tosta.Ho pensato di mollare tutto, ma poi grazie al sostegno della mia insegnante ho capito che non dovevo cedere. A ricordarmelo ogni giorno oggi c’è un mio tatuaggio, che recita: “Quando stai per mollare ricordati perché hai iniziato”.

Poi ti sei ripresa e hai recuperato alla grande. Quando hai fatto ritorno in campo gara?
Gli appuntamenti erano i campionati assoluti italiani, ed è stato proprio in quell’occasione che ho avuto il mio riscatto: 3° posto di danza classica, un grandissimo successo per me!

Inaspettatamente ora rindossi la divisa azzurra: come è successo?
Dopo quasi un anno di stop dalle competizioni causa Covid-19, c’era una voglia immensa di tornare in pista e il grande ritorno è stato agli Assoluti di dicembre 2020. Con sorpresa ho ottenuto risultati che non mi sarei mai immaginata, in quanto il livello era alto ed eravamo in molti a partecipare. Ho conquistato la medaglia d’oro nella danza contemporanea e la medaglia d’argento nella danza classica, qualificandomi così per gli Internazionali. Ma non solo, sono anche entrata a far parte del Club Azzurro con i migliori atleti selezionati dalla FIDS (Federazione Italiana Danza Sportiva).

Quali sono i prossimi traguardi che vorresti raggiungere?
I miei obiettivi futuri sono diventare tecnico e ufficiale di gara.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Il mio sogno nel cassetto era poter diventare una ballerina professionista, ma a causa degli infortuni subiti l’ho dovuto accantonare. Un domani mi piacerebbe molto collaborare con Nadia nella scuola di danza.

Che rapporto hai con la tua insegnante Nadia dopo tutti questi anni insieme?
Nadia mi ha vista crescere e mi ha reso ciò che sono oggi. Fin da piccola ero sempre a danza, non volevo mai saltare una lezione. Nadia è come la mia seconda mamma, c’è sempre stata, ha sempre creduto in me e per questo la ringrazio. Ci sono però anche Paola e Ulli (insegnanti di Hip Hop e Contemporaneo), che sono state per me un punto di riferimento importante in questi anni di allenamenti.

Cosa vuol dire per te ballare?
Ballare per me è vita, è il mio modo per potermi sfogare ed esprimermi. Credo però che la danza non sia solo divertimento, ma anche disciplina, educazione e rispetto per ciò che si fa.

Autrice: Chiara Caobelli