Si intitola “Lost identities” la mostra di Mike Fedrizzi alla Mediateca Multilingue di Merano (fino al 4/03) . La personale dell’artista, nato a Bolzano e residente a Laives, è proposta da “lasecondaluna” di Laives e rientra nell’impegno dell’associazione a favore di artisti e artiste residenti in territorio trentino e altoatesino. A Merano Fedrizzi presenta la serie GIF – Genereic Identity Format, di cui vengono proposte le tavole su carta ideate dall’artista durante un viaggio in Vietnam e realizzate a pennarello o a rapidograph, insieme al loro risultato conclusivo che consiste in un video nato dal montaggio in serie delle stesse. Oltre alle tavole di GIF sono esposte anche opere della serie Dirty Waters. I lavori di Fedrizzi mostrano creature ibride – corpi maschili e femminili nudi, da cui si protendono teste multiformi, in un’inquietante mix tra di escrescenze robotiche e accessori tribali. I visi sembrano incastrati in un meccanismo, un nonsense costruttivo che ci affascina e ci respinge al contempo, dall’identità sfuggente. Non a caso la mostra ruota attorno alle molteplici sfaccettature del concetto di cultura e di diversità culturale, ma anche alla dimensione digitale, alla nostra presenza sui social, in cui ci troviamo quotidianamente “incastrati” in comportamenti e automatismi. “Il titolo rimanda a una sorta di danza meccanica inespressiva, un loop che ricorda il nostro status sui social media, ormai sempre più identificativo anche se in modo sempre più generico. Le figure rappresentate racchiudono infatti una sagoma umana, prigioniera di un’estetica insostenibile che immobilizza, appiattisce e rende tutto simile.” – si legge nel comunicato della mostra. “L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica” afferma l’artista. Un’identità che può liberarsi solo ritrovando una dimensione umana, che passa, in primo luogo, dalla cultura. In questo senso, il direttore artistico della secondaluna precisa:”Nelle sagome spogliate … l’umano ritrova sé stesso e si scopre condividere con gli altri le gioie del dirsi parte di una comunità. Di qui, forse, il messaggio di speranza infine disteso: l’abbandono della certezza predigerita, della collocazione non scelta, dell’identificazione artificiale in quel che è accettato come regola alimenteranno il passaggio verso la fase in cui potremo definirci, inequivocabilmente e semplicemente, di cultura umana”.
LA MOSTRA
Mike Fedrizzi, Lost identities, Mediateca Multilingue di Merano. L’inaugurazione: il 10/02 alle ore 17.30. La mostra è visitabile fino al 4/03. Orari da lun.a giov.: 10 – 12.30 e 14.30 – 18.30, ven: 10 – 12.30. Ingrsso libero e gratuito nel rispetto nelle norme anti Covid vigenti.
Coordinatore del centro di salute mentale a Casa Basaglia da circa un anno e mezzo, Francesco Boccia si è trasferito a Merano per motivi di lavoro. Da quando è arrivato qui in città ha cercato di portare avanti delle significative battaglie contro gli stigmi sociali e culturali legati alle malattie mentali e all’identità di genere. E lo fa scegliendo un modo autentico, parlando di se stesso e raccontando la sua esperienza come attivista per i diritti delle persone Lgbt.
// Di Francesca Morrone
In occasione di alcuni eventi celebrativi internazionali come “il coming out day” e non per ultimo la manifestazione spontanea a Merano a favore dei diritti delle persone Lgbt, anche il QuiMerano ha voluto dedicare uno spazio per raccontare chi sta dall’altra parte e che è disposto a sacrificare i dettagli della propria vita privata a favore del riconoscimento di un diritto universale.
Francesco Boccia, ci parli della sua storia. Quando comincia il percorso verso la dichiarazione della sua omosessualità? Devo premettere alcuni particolari della mia adolescenza: vengo dalla provincia di Salerno e sono cresciuto circondato dall’affetto di tre donne amorevoli, ma al tempo stesso molto presenti: mia madre, mia zia e mia sorella. Perdo mio padre giovanissimo a causa di un incidente stradale. A 26 anni mi invaghisco di un ragazzo, ma entrambi capiamo subito che quella esperienza è più grande di noi. A 15 anni la prendevo come un gioco, anche se i miei amici a scuola mi prendevano in giro. Credo che allora non ci fosse l’attenzione che c’è oggi sul tema del bullismo e quindi determinate discriminazioni passavano inosservate per chi le agiva, mentre la vittima non era in grado di comprendere la portata di quell’abuso.
Che cosa succede dopo? Ho una lunga relazione con la mia compagna fino a quando una sera dopo una brutta discussione sento che c’è qualcosa che non va. Non ero soddisfatto della mia vita, qualcosa mi impediva di essere quello che forse il mio corpo e la mia mente volevano esprimere. Dico basta! Dopo qualche tempo e un percorso di psicoterapia, decido di liberarmi di un peso enorme che non sopportavo più e faccio coming out, dichiarando di essere attratto dagli uomini prima alla mia mamma e poi ai miei amici più stretti.
Qual è stata la loro reazione? Innanzitutto ricordo che il mio allenatore in palestra mi disse, “Sei più luminoso, Francesco. Sembri felice, rinato”. E lo ero. Ero davvero felice di essermi alleggerito non di un segreto, ma semplicemente di qualcosa che volevo condividere con le persone a me care. Mia madre non mi ha parlato per parecchi mesi, ma io non le ho mai voltato le spalle e ho tenuto in piedi un rapporto telefonico fatto di monosillabi. Mai colpevolizzare i genitori, mai tagliare i ponti con loro; a volte si tratta di persone con un bagaglio di vita più limitato rispetto al nostro e con delle convinzioni che fanno capo alla cultura e alla mentalità del loro tempo. Oggi ci parliamo e corro subito a trovarla durante le vacanze, ma l’argomento “omosessualità” resta ancora un tabù per lei. Eh, gli amici: alcuni li ho persi, molti altri ne ho trovati.
Cos’è cambiato dal suo coming out, dalla sua dichiarazione di omosessualità? È stato doloroso arrivare al coming out, il periodo della transizione l’ho vissuto con malessere e insicurezza, ero nervoso, irascibile, mentre dopo mi sono sentito libero. Oggi posso dire di essere una persona equilibrata e di stare bene con me stesso. Risolto questo aspetto, il mio percorso dopo il coming out è stato poco traumatico: non sono stato discriminato né offeso come persona.
Ultimamente lei è stato protagonista della campagna elettorale durante le ultime elezioni amministrative a Merano. Come slogan ha scelto volutamente lo slogan “Merano a colori. No stigma”: che cosa intedeva con qiuesta frase? Lavorando in ambito psichiatrico sono consapevole del fatto che vi siano molti pregiudizi e reticenze nei confronti dei malati psichiatrici. Si tratta di un fenomeno culturale che grazie a diverse campagne di informazione e di sensibilizzazione cerchiamo di arginare ormai da molti anni. Inoltre c’è una certa correlazione tra lo stigma della malattia mentale e quello dell’omosessualità. Molti sono i giovani che, ad esempio, non potendo vivere serenamente la propria sessualità sviluppano malattie mentali. Per questo ho scelto di dedicare la mia campagna elettorale ai temi dell’omosessualità e della malattia mentale; sogno una Merano a colori, sogno l’abbattimento di pregiudizi e barriere nei confronti di uomini e donne che decidono di amare come desiderano, senza dovere essere giudicate o ancor peggio discriminate. Sarò davvero contento quando a Merano vedrò sventolare la bandiera a colori.
Ora che si è fatto conoscere in città, quali sono i progetti in cantiere che l’attendono? Sabato 30 ottobre sono riuscito ad organizzare in via Cassa di Risparmio a Merano un flash mob spontaneo di cittadine e cittadini che si sono raccolte per manifestare la propria solidarietà nei confronti dell’affossamento del disegno di legge Zan che attua nuove misure di prevenzione e di contrasto alla della discriminazione delle persone omosessuali e con disabilità. Sono intervenuti anche rappresentanti dell’Associazione Centaurus di Bolzano. Nel frattempo ho ricevuto delle chiamate anche da parte dell’Ufficio delle Pari Opportunità di Merano. L’affossamento del DdL Zan è stato un pugno in faccia per me. Un colpo al cuore, una sconfitta per l’Italia. Siamo molto indietro rispetto a molti paesi che hanno già una legge contro la omobitransfobia. In Italia, nonostante i dati allarmanti sulla violenza e la discriminazione, ancora oggi manca una legge che tuteli le persone omo, bi e transessuali.
Cosa si sente di rispondere alle persone che dicono che non c’è bisogno di una legge contro l’omofobia? Che non è scontato, purtroppo. Le discriminazioni contro le persone omosessuali o con disabilità sono molto più frequenti di quanto noi crediamo. Dobbiamo poterci difendere da chi ci aggredisce non perché abbiamo fatto qualcosa, ma perché siamo e rappresentiamo qualcosa che distorce la loro visione di realtà.
In attesa dell’approvazione di uno strumento legislativo di tutela, cosa possiamo fare? In attesa della legge dobbiamo puntare molto sull’idea di educazione dei giovani e delle famiglie. C’è bisogno di conoscenza per scoprire il mondo degli altri, di educazione per affrontare pregiudizi e tabù e di sensibilità per trattare tutti i nostri simili con rispetto e dignità. Ad esempio pochi sanno che il 17 maggio di ogni anno ricorre la giornata internazionale contro l’omobitransfobia. Questa giornata è stata scelta perché il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità decise di depennare l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola “una variante del comportamento umano”.
Shoah è un termine ebraico che significa “tempesta devastante”: tale fu lo sterminio sistematico e organizzato del popolo ebraico da parte della Germania nazista e dei suoi alleati durante il secondo conflitto mondiale. Sterminio che portò all’assassinio di sei milioni di ebrei d’Europa tra il 1939 e il 1945. Il Giorno della Memoria è la ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della Shoah; la data scelta è il 27 gennaio perché in quel giorno, nel 1945, le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. La ricorrenza quest’anno viene celebrata nella nostra provincia con un fitto calendario di appuntamenti e cerimonie, poiché Bolzano è stata scelta quest’anno come “Città della Memoria 2022”.
Auschwitz è uno dei nomi che tutti associamo alla deportazione e all’orrore dei campi di concentramento, orrore con cui vorremmo confrontarci come qualcosa che, seppur terribile e inimmaginabile è in qualche modo lontano da noi. Ma non serve andare troppo lontano nel tempo e nello spazio per trovare i fili che, anche nella nostra provincia, ci legano a quell’orrore. Come noto, dall’estate 1944 e fino alla fine della guerra a Bolzano, in via Resia, fu attivo “il campo di transito” nazista, da cui passarono migliaia di prigionieri politici e deportati verso i campi di sterminio. Ma i fili della storia non passano solo per il campo di via Resia; l’orrore non indossò solo le divise naziste, ma ebbe anche il volto di burocrati, funzionari e vicini di casa pronti a fare la propria parte nella “caccia all’ebreo”. Basta guardare, tra gli esempi possibili, in via Leonardo da Vinci a Bolzano. Qui al civico 20 abitavano Renzo Carpi, rappresentate di generi alimentari con la moglie Lucia e i tre figli Alberto, Germana e la piccola Olimpia. La mattina del 9 settembre 1943, Renzo e il figlio Alberto, di 17 anni, saranno i primi ebrei in Italia ad essere arrestati dopo l’armistizio dell’8 settembre -armistizio che aveva portato alla rottura dell’alleanza italiana con la Germania e quindi all’occupazione da parte dell’esercito tedesco dell’Alto Adige. Un arresto che, come indicato dalla storica Cinzia Villani, si colloca all’interno di iniziative a carattere locale, che anticiparono gli ordini ufficiali da parte del regime nazista. L’ordine di catturare i “Volljuden” da parte del SS Brigadeführer Karl Brunner arriverà infatti solo qualche giorno dopo, il 12 settembre. Per quanto riguarda il destino dei Carpi, di li a qualche giorno anche le donne di famiglia saranno arrestate e deportate ad Auschwitz-Birkenau, da cui non faranno mai più ritorno. La piccola Olimpia venne uccisa ad Auschwitz il 7 marzo – pochi giorni dopo avrebbe compiuto quattro anni. A lei la città di Bolzano ha dedicato, in via Visitazione, un parco giochi. Dal settembre 1943 molti altri arresti seguono in tutta la provincia: come tristemente noto, il 16 settembre a Merano -dove in passato si era creata una fiorente comunità ebraica- vengono arrestate e poi deportate dai nazisti 22 persone – in base ad una lista fornita dalla polizia italiana. Tra loro c’è anche Fanny De Salvo con la figlia, la piccola Elena, malata di tubercolosi e uccisa all’arrivo ad Auschwitz nel 1944.
Ida Kaufmann e Martin Krebs a Ora
Come emerso da ricerche e testimonianze, con la rigorosa attuazione delle leggi razziali fasciste e i provvedimenti di espulsione degli ebrei stranieri nella provincia di Bolzano, dal 1938 diverse persone di origine ebraica si trasferirono dal capoluogo e da Merano ad Ora, che allora faceva parte della provincia di Trento. Qui fu possibile per alcuni condurre un’esistenza nell’attesa di ulteriori sviluppi, non troppo lontano dalle città di provenienza, fino al 1943, momento in cui anche la Bassa atesina ebbe i suoi deportati. La sessantenne Ida Kaufmann lavorava come segretaria presso la ditta Steinkeller. Viveva in una stanza in affitto ad Ora e conduceva una vita modesta. E proprio ad Ora viene arrestata il 15 settembre per essere condotta in carcere a Bolzano e quindi deportata e uccisa ad Auschwitz. Oggi, anche grazie all’impegno della Bildungsausschuss di Ora con Irene Hager e alle intense ricerche di Donatella Vivian, la città ricorderà Ida Kaufmann e a Martin Krebs, anch’egli arrestato ad Ora e ucciso ad Auschwitz nel dicembre 1944, con due “pietre d’inciampo”. Le pietre saranno inaugurate in una cerimonia commemorativa sabato 29 gennaio alle ore 10, presso la piazza principale del paese (nel rispetto delle regole vigenti sul Corona virus).
INIZIATIVE A BOLZANO
Tra il fitto calendario di iniziative segnaliamo gli appuntamenti del Remember Festival (vedi articolo nelle pagine seguenti) e la mostra “1938-1945 La persecuzione degli ebrei in Italia ” al Teatro comunale di Bolzano, lun – ven ore 16 – 20, sab – dom ore 10 – 18, fino al 25.02, ingresso libero, super green pass e mascherina ffp2 obbligatori. La mostra al Museo civico di Bolzano intitolata“Oltre quel muro – La Resistenza nel campo di Bolzano 1944-45“, presenta invece per la prima volta i documenti inediti che testimoniano l’incessante attività clandestina che coinvolse centinaia di persone dentro e fuori il Lager di via Resia, in aperta sfida alle SS. Al Cinema Capitol, il 3 febbraio alle ore 20 verrà proiettato “Il Sudtirolo ebraico” una serie di filmati che documentano la persecuzione delle famiglie ebraiche in Alto Adige, quasi sconosciuta a molti fino ad oggi. Il 10 febbraio, al Teatro Comunale va invece in scena “Se questo è un uomo. Uno spettacolo di Valter Malosti dall’opera di Primo Levi”, con repliche fino al 13 febbraio. La Biblioteca civica, oltre ad ospitare numerosi incontri, propone, insieme alle succursali, diverse letture sulla cultura ebraica tra arte, letteratura e storia. Per il calendario completo delle iniziative intorno alla giornata della memoria vedi: eventi.comune.bolzano.it
INIZIATIVE A MERANO
A Merano il Giorno della Memoria viene celebrato con una serie di manifestazioni capaci di coinvolgere tutta la cittadinanza. Sabato 29 alle ore 20.30 in Sala civica lo staff della Biblioteca presenta il recital a cura di Matteo Corradini dal titolo “Tra il mare e la sabbia – La vita di Virginia Gattegno”; nata a Parma da famiglia ebrea, trasferitasi a Rodi nel 1936, nel 1944 dall’isola greca fu deportata a Auschwitz con tutta la famiglia. Virginia è sopravvissuta ed è l’ultima testimone veneziana della Shoah. Voci recitanti: Valentina Ghelfi e Matteo Corradini; fisarmonica e Glockenspiel: Riccardo Battisti. Mercoledì 2 febbraio ci saranno le repliche per le scuole superiori. Sono state inoltre organizzate due visite guidate: domenica 30 alle ore 10.30 in sinagoga con Pietro Fogale, e lunedì 31 alle ore 14 Joachim Innerhofer porterà gli interessati nel centro della città alla ricerca delle tracce ebraiche a Merano; l’appuntamento è in piazza della Rena. Fino al 31 gennaio è visitabile la mostra bibliografica in Biblioteca civica dal titolo “Shoah e memoria“, e al Centro per la Cultura gli scolari delle scuole medie G. Segantini e K. Wolf si metteranno a disposizione dei visitatori fungendo da guide alla mostra “Stelle senza cielo – I bambini e la Shoah”, dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. Tutte le manifestazioni sono ad ingresso gratuito con green pass rafforzato e mascherina ffp2.
Sono trascorsi già quattro decenni da quel giorno in cui un gruppo di meranesi decise di dare vita a quella che sarebbe diventata una delle realtà culturali più attive dell’intera provincia: l’ost west club est ovest. “Abbiamo grandi progetti in mente per celebrare l’anniversario. Ma tutto dipende da come si evolverà la crisi pandemica”, spiega Giorgia Lazzaretto, una delle anime dell’associazione.
Giorgia Lazzaretto, non è certo il periodo più fortunato per celebrare il traguardo… Direi proprio di no, purtroppo. Ma non ci perdiamo d’animo: il “compleanno” dell’ est ovest cade il 3 marzo; c’è ancora tempo, e speriamo tutti che la situazione possa cambiare. Ci piacerebbe organizzare diversi concerti di diversi generi musicali in diverse location della città. Le celebrazioni si terranno soprattutto, ma non unicamente, all’insegna della musica in tutto l’arco dell’anno, e come negli ultimi 40 anni il club riserverà un posto speciale ai musicisti sul proprio palco. E poi vorremmo riaprire le porte del country Club già in primavera.
In questo periodo siete aperti al pubblico? No, non ancora, la sede è ancora chiusa. È troppo piccola, e le regole sono chiare: in questo periodo ci può stare al massimo una ventina di persone.
Quanti soci contate? Il numero preciso ancora non lo sappiamo, si aggira intorno ai 7 mila; sono tanti, ma sempre meno rispetto agli scorsi anni. Il Covid ci ha penalizzato parecchio, anche se adesso stiamo portando avanti una campagna per rinnovare le iscrizioni. Abbiamo fatto un’assemblea in presenza, ma stiamo promuovendo anche le iscrizioni online: basta collegarsi al sito www.ostwest.it
Siete in procinto di trasferirvi nella sede nell’edificio dell’ex Bersaglio, giusto? Non immediatamente: tutti i progetti sono quasi terminati, ma ci sono ancora dei problemi tecnici e di natura burocratica che non dipendono né dal Comune né dalla Provincia. Noi comunque continuiamo a lavorarci con costanza, e contiamo di inaugurare questo nuovo spazio nel giro di pochi anni.
Come è andato il 2021? Non abbiamo voluto demoralizzarci e abbiamo tentato di portare avanti il nostro lavoro nel miglior modo possibile e in alcuni casi anche in modo innovativo. All’inizio del 2021, ad esempio, è andato online il progetto Cow – culture in a box, dotato di una sua propria piattaforma digitale alla pagina www.cow-in-a-box.com La serie si compone di tre formati (music, talk, town), ciascuno composto di quattro episodi. In una seconda stagione, partita nell’autunno 2021, sono stati realizzati ulteriori sette episodi. L’idea alla base di Cow è stata di mantenere viva l’offerta culturale anche durante la chiusura del locale, e allo stesso tempo fornire ad artisti e creativi culturali una piattaforma su cui avere la possibilità di portare avanti il proprio lavoro. Il progetto ha ricevuto un’eco molto positiva tra soci e spettatori. La prima stagione ha avuto un richiamo di oltre 15.000 visitatori sulla pagina.
Però in estate avete organizzato parecchi eventi in presenza di pubblico… Sì, con la fine di maggio abbiamo aperto la residenza estiva del country Club: sotto rigide regole di sicurezza e con l’aiuto di numerosi volontari siamo riusciti ad organizzare circa 50 manifestazioni. Tra giugno e ottobre, poi, abbiamo organizzato ben 12 diverse manifestazioni musicali, 19 incontri letterari, 3 serate teatrali 3 Infocafé Femministi, 3 serate di discussione sui temi delle missioni di pace in Darfur, 2 serate di gioco con scacchi e watten e 2 Poetry Slam.
LA STORIA DEL CLUB EST OVEST Il 3 marzo del 1982 alcuni giovani meranesi della sinistra alternativa fondano l’Associazione per un centro giovanile e di comunicazione. La prima sede è in un garage di un condominio in via Schiller a Merano. La realtà in cui nasce il sodalizio è ancora quella di un Alto Adige fortemente diviso tra gruppi etnici, che non condividono quasi nessuno spazio del tempo libero. All’epoca sono quasi assenti i centri giovanili che non siano legati alla vita parrocchiale. I giovani della sinistra langeriana cercano un’alternativa, un luogo dove trovarsi, non legato alle pratiche religiose, né vincolato agli schieramenti etnici. Nasce quindi l’associazione dichiaratamente apartitica, aconfessionale e multietnica. Nei quarant’anni della sua storia il sodalizio ha cambiato più volte sede, passando dai Portici e altri garage nel quartiere Steinach, prima di approdare all’attuale sede di Vicolo Passiria, dove prima si trovava una Bottega del Mondo. Il sodalizio ha cambiato anche nome, diventando ufficialmente Centro per la Cultura e la Comunicazione ost west club est ovest. Si sono succedute varie gestioni e programmazioni, ma il centro rimane un importante punto di riferimento per la cultura indipendente a Merano e in tutta la provincia. Negli ultimi dieci anni circa l’associazione ha vissuto una crescita sostanziale e costante, frenata solo dalla pandemia.
Da Bolzano a Seul passando per Los Angeles. Passioni, lingue, amori e sorprese di Ayssata “Aisha” Ba, nata in Alto Adige da padre senegalese e madre sudtirolese. Sposata con un sudcoreano, è al terzo mese di gravidanza.
Si potrebbe iniziare dicendo che Aisha Ba ha i piedi in due continenti, non fosse che la sua storia ne copre tre e i piedi non sono sufficienti. Nata a Bolzano da padre senegalese e madre del Tirolo del Sud, ha sposato un coreano, sempre del sud, e ora vive a Seul.
Tutto questo, ovviamente, non interessa agli uffici dell’anagrafe altoatesina, per loro è solo un’appartenente alla comunità linguistica tedesca della provincia di Bolzano, ma il resto del mondo la potrebbe selezionare come testimonial di questo inizio del terzo millennio, non solo per la sua famiglia globalizzata. è modella, ballerina, ovviamente “influencer”e si è sposata in streaming. A essere più precisi, la cerimonia si è svolta in Corea alla presenza del marito, ma, a causa dell’emergenza Covid, i genitori hanno potuto seguire la cerimonia solo via webcam dalla loro casa di Bolzano. Ufficio anagrafe escluso, quindi, non dovrebbe stupire nessuno che Aisha parli cinque lingue: oltre all’italiano, il tedesco della madre, il pulaar del padre senegalese, il coreano del marito e l’inglese, “lingua di lavoro”.
Restando sulla questione “stupore”, non dovrebbe meravigliare nemmeno che Aisha abbia pensato di trasferirsi in Corea del Sud. Da un paio di decenni, infatti, non è più solo le metà meridionale di un paese diviso da una guerra. Da lì viene “Squid Game”, la serie più vista nella storia di Netflix, lì è stato girato “Parasite” film vincitore di quattro premi Oscar tra cui quello di miglior film nel 2020, da lì viene, probabilmente, anche il televisore piazzato nel vostro salotto.
Chi ha un figlio adolescente non dovrebbe aver bisogno di ulteriori dettagli, gli altri possono consultare Google alla voce “K drama”, serie televisive “made in South Korea”, o cercare dettagli sul “K pop”, il pop coreano che vede tra i suoi maggiori esponenti i “Bts”, boy band che può vantare tre dischi di platino, due singoli multi-platino, tre singoli di platino, tre singoli d’oro e un disco d’oro, limitandosi solo al mercato discografico statunitense. Il video di uno dei loro ultimi successi, “Dynamite”, uscito un anno fa, è stato visualizzato oltre un miliardo di volte, per l’esattezza 1.350.372.123 (al 31 dicembre 2021).
Bene, tutto questo, però, non ha nulla a che fare con la scelta di Aisha che in Corea ci è andata per ballare: “Io non sapevo nulla del K-Pop e tanto meno dei K-drama che hanno attratto l’attenzione della generazione della mia sorella più piccola. Ci sono andata perché volevo imparare a ballare il Locking, una danza hip hop di cui erano diventati maestri i coreani”.
Questo avveniva nel febbraio di quattro anni fa, quando Aisha si trovava a Los Angeles, ovvero proprio dove il Locking era nato.
A questo punto i continenti diventano quattro e quindi è meglio ripartire dall’inizio.
Aisha ha concluso l’intero percorso scolastico in lingua tedesca a Bolzano. Poi si è iscritta all’Università di Innsbruck dove si è laureata in economia. In seguito, mentre alternava gli studi del dottorato con un lavoro part time alla Camera di commercio di Bolzano, si è accorta di essere troppo giovane per avere un futuro tanto prevedibile: “Mi sembrava di sapere esattamente come sarebbe continuata la mia vita, per cui ho deciso di partire per Los Angeles per un viaggio che unisse la vacanza all’approfondimento della mia passione per il Locking. Sono rimasta lì per tre mesi, ma non mi sono trovata bene, credo che lo stile di vita statunitense non faccia per me. Poi mi sono resa conto che in California il Locking era passato di moda, mentre continuava ad essere molto apprezzato in Asia. Così ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto che la soluzione migliore era la Corea del Sud. Sono atterrata a Seul con l’idea di restarci solo un anno, poi le cose sono cambiate”.
Come detto, era il febbraio 2018, ottenuto il visto per un anno per “vacanze di lavoro”, ha iniziato a lavorare in un ristorante (di giorno) e a seguire i corsi di ballo (di sera). “Già a Bolzano lavoravo saltuariamente come modella e in Corea ricevevo molte richieste che ho finito per accettare. Dopo dieci mesi di permanenza, ho ottenuto il visto di lavoro”. Nel frattempo, ha conosciuto Kim Jun Gu, il ragazzo che è diventato suo marito, anche questo in maniera molto “moderna”: “So che non è molto romantico, ma tutto è iniziato da un suo messaggio su Instagram”.
Anche lui lavora come modello e col passare del tempo la relazione si è fatta seria e Aisha gli ha fatto conoscere i genitori: “Si sono incontrati in Thailandia nel Natale 2019, l’ultimo prima della pandemia. Subito dopo avrei voluto far conoscere Bolzano a Kim Jungu, ma il Covid non l’ha reso possibile. Siamo riusciti a venire solo ad agosto del 2021”.
La visita e l’incontro sono descritti in un video sul frequentatissimo canale “You Tube” di Aisha, e molto altro si trova anche su Instagram e su Tik Tok. Immagini che mostrano quanto Aisha si trovi bene a Seul. “La Corea mi piace, mi sento a mio agio e tutto si muove velocemente senza i rallentamenti burocratici a cui siamo abituati in Europa. Di Bolzano mi manca soprattutto l’atmosfera delle feste, in particolare quella del Natale”.
Prossimamente le mancherà ancora di più, perché come ha rivelato lei stessa sui suoi canali social, ora aspetta un bambino. In un video del 2 gennaio scorso, mostra suo rotondissimo pancino e racconta i suoi primi tre mesi di gravidanza con un’estrema dovizia di particolari. Neanche una parola sulla scelta riguardo al censimento etnico.
IL PERSONAGGIO Aisha potrebbe essere selezionata come testimonial di questo inizio del terzo millennio, non solo per la sua famiglia globalizzata. è modella, ballerina, ovviamente “influencer”e si è sposata in streaming. La cerimonia si è svolta in Corea alla presenza del marito, ma, a causa dell’emergenza Covid, i genitori hanno potuto seguire la cerimonia solo via webcam dalla loro casa di Bolzano. Una classica cittadina del mondo che è arrivata a Seul dopo una sosta a Los Angeles, parla cinque lingue: oltre all’italiano, il tedesco della madre, il pulaar del padre senegalese, il coreano del marito e l’inglese, “lingua di lavoro”.
Anche quest’anno vi offriamo il nostro sguardo retrospettivo sugli ultimi 12 mesi, vissuti attraverso le notizie più importanti rilanciate dai media e che hanno calamitato in un modo o nell’altro la nostra attenzione. In questo caso il nostro interlocutore è Luca Barbieri, un giornalista di origini venete esperto di innovazione, che da 10 anni ha scelto di risiedere nella nostra terra e ci aiuta a leggere il nostro mondo anche un po’… “da fuori”.
Il 2021 in realtà aveva preso il via con la tragica vicenda che vide protagonista la famiglia Neumair Perselli. Già. Negli ultimi giorni però mi hanno colpito le dichiarazioni da parte della famiglia che dice di essere stata “curata” dall’affetto della città. Devo dire che rispetto ad altri contesti, a livello altoatesino c’è stato un miglior rispetto della privacy e il senso di comunità è emerso.
Nel 2021 la realtà altoatesina come ha reagito al secondo anno di pandemia? Si è evidenziata una frattura all’interno della società che prima era rimasta sotto traccia. Ai vertici della Provincia ci sono figure dell’ambito scientifico e politico che sono ancora sotto shock; si erano illuse che l’Alto Adige fosse molto più “moderno” di quanto invece è stato appurato. Anche a chi viene da fuori risulta evidente che quello altoatesino è un territorio a due velocità: c’è infatti una parte della popolazione che ha solide tradizioni e ottimi principi, ma vive in una sorta di “pensiero magico”. Faticano molto, queste persone, a credere nell’oggettività della scienza e al valore del metodo scientifico in particolare. Hanno creato scorciatoie che le portano a decisioni che in realtà non hanno nessun fondamento, ma sono ancorate ad un immaginario identitario. Occorrerà valutare attentamente gli effetti che questo meccanismo produrrà in futuro sulla società altoatesina. La ritrosia rispetto alla vaccinazione penso lascerà il segno nelle famiglie, nei contesti sociali e anche nei luoghi turistici che hanno maggiormente sofferto. Negli ultimi mesi l’immagine tradizionale di un Alto Adige perfetto e super organizzato ha dovuto fare i conti con una certa dose di indisciplina rispetto alle norme stabilite man mano. La comunicazione verso l’esterno deve quindi ora fare i conti con questa novità e il contraccolpo sta portando comunque anche gli altoatesini a rielaborare l’immagine che hanno di loro stessi. La cosa andrà metabolizzata anche a livello politico e non solo in una prospettiva a breve termine.
Per la società e la politica altoatesina in realtà è risultato drammatico soprattutto il muro che si è alzato rispetto ad Austria e Germania. Il Tirolo del Nord e l’Austria hanno spesso agito in direzione ostinata e contraria, mentre da parte della Germania c’è stato quasi un blocco completo del turismo. Sono cambiamenti epocali, che hanno ripercussioni importantissime specie su alcune zone del nostro territorio come la Venosta, il Burgraviato e la Passiria. E’ vero, ma devo dire che l’Alto Adige ha passato praticamente indenne la crisi del 2008 e anche durante la prima parte della pandemia tutto sommato ha retto. Se il Covid 19 non durerà ancora tantissimo secondo me la provincia di Bolzano dal punto di vista economico ce la farà a superare l’emergenza. Un’altra questione, come dicevo, è quella culturale e d’immagine. Lì sarà più difficile venirne fuori. In ogni caso la Provincia nel 2021 ha cambiato di molto il suo atteggiamento nei confronti del governo italiano, anche perché con Draghi ci sono stati molti meno margini di manovra per differenziazioni territoriali.
Un altro tema importante del 2021 è stato quello dello sviluppo turistico in montagna e della sua sostenibilità ambientale… La pandemia ha senz’altro riportato in primo piano il tema della sostenibilità e del ritorno alla natura. Fermando le attività umane la natura ha cercato subito di riprendere il suo spazio, lo abbiamo visto tutti, anche nelle città. Così abbiamo potuto appurare qual è la misura del nostro impatto. Per quanto riguarda la montagna è importante che la gente ci viva e che quindi se ne prenda cura. In Alto Adige il fatto che una parte della produzione industriale sia nelle valli, senz’altro aiuta. Quello che succede nelle province vicine ne è la controprova. Personalmente sono un escursionista amante della natura selvaggia e non amo la montagna luna park e iperservita. Però è anche vero che ci sono dei comprensori vocati ad una specifica attività turistica che devono essere dotati di impianti moderni in grado di garantire una serie di servizi, pur in equilibrio con la natura. Molto più pericoloso è ampliare troppo e spargere tanti microimpianti in giro per il territorio. In ogni caso oggi gli sportivi della montagna sono sempre più propensi a fare esperienze al di fuori degli impianti: lo sci alpinismo dovrà avere più spazi, in futuro.
Ci vorrebbe un assessorato provinciale alla transizione ecologica… Sì. Di fatto c’è ed è l’assessore ai trasporti dove sono stati fatti molti investimenti. Il trasporto pubblico in provincia è di serie A+++ rispetto ad altri territori limitrofi.
Sì, ma la cosa vale solo in parte per la città di Bolzano… A proposito: la sfida della mobilità nel capoluogo sembra essere sempre più una “mission impossible”. Da questo punto di vista la provincia ha tre distinte dimensioni: Bolzano, il resto del territorio e la A22. L’autostrada, soprattutto a nord di Bolzano, è davvero un terno al lotto. Le aziende sanno che al 90% non possono rispettare un impegno, se questo è legato ad uno spostamento in autostrada a nord del capoluogo. Poi è incredibile la disattenzione quasi “scientifica” che è stata riservata finora nei confronti della mobilità a Bolzano. Le circonvallazioni in provincia sono pazzesche, mentre a Bolzano è esattamente il contrario. Siamo già da tempo ad un livello di non sopportazione, tutti ora vogliono risolvere il problema ma l’ingorgo infrastrutturale che si è creato è talmente grave che sarà davvero difficile trovare una via per risolverlo.
A Bolzano il cantiere per il Waltherpark riuscirà a ripartire? La tempesta è perfetta, al contrario dei precedenti rendering. Queste sono le cose che succedono quando la politica urbanistica la fanno i privati e non le amministrazioni comunali. Il Waltherpark poi è una doppia scommessa, perché è stato pensato prima della pandemia. è tutto da vedere se la società post Covid avrà ancora quel tipo di esigenze. L’incubo è che rimanga la voragine o che si costruisca, ma poi gli immobili restino in gran parte inutilizzati.
A proposito di altri temi… fondamentali. Per anni abbiamo discusso di toponomastica. Oggi invece si discute della possibile nuova collocazione di Ötzi. Tra la terrazza di Benko in stile Star Trek sulla città e le altre ipotesi, quella che mi convince meno è quella dell’ex Enel, che dal punto di vista viabilistico mi sembra molto problematica. Mi domando se non abbia più senso lasciarlo lì dove sta.
Aeroporto di Bolzano. Qual è il suo futuro? Altra scommessa, questa, da considerare alla luce della pandemia. L’impatto sui residenti è tutto da valutare, ma c’è. Una cosa è certa: sulla base dei voli previsti mi sembra che l’aeroporto avrà pochissimo impatto sul tema della mobilità in Alto Adige. Stiamo infatti parlando di microflussi turistici: l’aeroporto non è collegato con hub internazionali in grado di dare un approccio competitivo. In più da Bressanone in su è sempre più vicino Innsbruck. L’aeroporto di Bolzano resterà poco interessante per il sistema produttivo, insomma.
Le recenti elezioni comunali a Merano: Che tipo di cambiamento si è verificato? La SVP è riuscita a vincere perdendo. Da non meranese mi dispiace che si sia interrotto quell’esperimento, perché anche in ottica provinciale teneva aperta una strada anche per il futuro.
Era di fatto una Große Koalition con uno spazio importante riservato all’ottica ambientalista… Ora a Merano resta molto interessante il fatto che in consiglio comunale di fatto le principali forze politiche nazionali in pratica oggi non esistano, o quasi. Infatti. Le dinamiche sono comunque altre, anche rispetto al Comune di Bolzano e la Provincia.
Nella gestione della pandemia l’Euregio ha manifestato la sua inconsistenza. Bolzano, Innsbruck e Trento si sono mossi sempre in ordine sparso. Non ci potevamo attendere di più da un progetto che di fatto non è molto di più di un cartello messo lungo l’autostrada. Si tratta solo di un branding amministrativo per il Tirolo antico, ma non ha nessun’altra aspirazione, al di là delle tariffe della mobilità e di qualche altra iniziativa di comunicazione.
Dei giovani invece di solito si parla solo se disturbano la quiete pubblica, a parte qualche riconoscimento pubblico per i meriti sociali o scolastici… Parlare di movida a Bolzano fa abbastanza ridere. I problemi vanno relativizzati e comunque manca ancora un’università forte. Insomma: un problema giovani non c’è. Il problema è piuttosto quello di riuscire a valorizzarli come risorse, dando loro la possibilità di esprimersi a livello creativo, attraverso spazi di libertà vera e non “ammaestrata” ovvero finanziata. Giusto è che si facciano un’esperienza del mondo più vasta, riuscendo poi magari a riportarli qui dopo le importanti esperienze compiute all’estero.
SIAMO INNOVATIVI? Per Luca Barbieri in provincia di Bolzano sono presenti diverse aziende estremamente innovative e che hanno ulteriori potenzialità di crescita, ma non sono ancora sufficientemente conosciute. Non si tratta solo di ditte nel campo dell’artigianato ma più in generale di realtà industriali che sono riuscite a mettere “a terra” conoscenze tecniche legate alla montagna, ma non solo. In Alto Adige è anche presente un bel sistema di start up, anche se forse un po’ troppo sovvenzionato, dove sono attivi giovani davvero molto in gamba con forti legami internazionali e in alcuni casi anche provenienti “da fuori”. Secondo Barbieri nel prossimo futuro occorrerà riuscire a contaminare un po’ di più queste realtà con il nostro sistema sociale, scolastico e politico. Per il giornalista occorrerà spingere sul concetto dell’imprenditorialità, evitando che i giovani si adagino in un’ottica di assistenza, meccanismo che Barbieri definisce “il male assoluto”. I giovani altoatesini sono spesso in gamba, svegli e internazionali, parlano più di tre lingue e devono poter seguire la loro strada con coraggio, senza condizionamenti, insomma.
Luca Barbieri
CHI E’ LUCA BARBIERI Consulente per la comunicazione di centri di ricerca, pmi innovative e startup, Luca Barbieri è imprenditore e giornalista. Dopo 13 anni in RCS, dove ha collaborato alla nascita e al lancio di Corriere Innovazione, ha co-fondato Blum, società di consulenza che aiuta imprese innovative e centri di ricerca a crescere attraverso comunicazione, media relation ed eventi. In Alto Adige, dove risiede dal 2012, ha fondato Alto Adige Innovazione e conduce, per RAI Alto Adige, la trasmissione Master Up. Investitore e mentor di numerose startup, insegna Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova e Comunicazione dell’Innovazione al MOIM, Master in Open Innovation Management dello stesso ateneo. Il suo nuovo libro, in uscita a febbraio, si intitola “Comunicare Innovazione e Impresa” (Ayros editore).
Dopo dieci anni di attività, centinaia di iniziative e conferenze pensate e organizzate per aiutare le persone ad invecchiare con consapevolezza e meglio, Asib chiude i battenti. La notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno fra gli over della città in riva al Passirio, ma secondo la sua presidente e fondatrice, Maria Luisa Bucella, “c’era troppo stress, troppa burocrazia e nessun successore. Così ho formalmente sciolto l’associazione”.
Presidente Maria Luisa Bucella, cosa è successo? Davvero l’Asib non esiste più? È così, e me ne dispiaccio. In qualità di presidente ho portato a termine tutte le formalità burocratiche. È un peccato, lo so: in molti negli anni hanno sostenuto l’Associazione, ma ultimamente – soprattutto a causa della pandemia e dei giusti timori che ne derivano – coinvolgere persone in attività sociali è sempre più complesso. Meno pubblico e meno attività comportano meno sovvenzioni, e il gioco si fa sempre più duro. Ma questo non è l’unico problema. Ho lavorato alacremente per Asib – aiutata da preziosi collaboratori, in particolare modo dall’amica Paola Colognesi – e gli anni avanzano per tutti, ma io dall’Associazione ho imparato proprio ad invecchiare bene. Dunque dico basta al troppo lavoro, al troppo stress e alle troppe cose da fare. Tenersi impegnati nella terza età è fondamentale. Ma essere costretti a correre a destra e a sinistra e soprattutto scontrarsi con la burocrazia che ogni anno diventa sempre più digitale e – per quanto mi riguarda contorta – va meno bene, Ne posso tranquillamente fare a meno.
Lei è la fondatrice dell’associazione, giusto? Sì, Asib è figlia mia! Avevo un’anziana zia che ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita in una casa di riposo; andavo ogni giorno a trovarla, con lei ho vissuto la quotidianità degli anziani, accompagnandola spesso in ospedale. Un giorno, parlando con il primario dottor Christian Wenter, l’ho sentito dire “Ci piacerebbe avere del tempo per insegnare alla gente come invecchiare bene”. Una frase che mi ha colpito e che mi è rimasta in testa. Ho pensato: bisogna darci una mossa prima di arrivare alla fine. Così, due mesi dopo la scomparsa della zia, ho depositato l’atto di costituzione di Asib – Associazione di promozione sociale “Invecchiare bene”. Non sapevo bene cosa e come l’avrei fatto, ma sapevo che volevo organizzare conferenze di tipo medico / preventivo e attività motorie per anziani. Ho coinvolto moltissime persone: esperti, medici e luminari. La missione di Asib aveva colpito tutti e il cento per cento dei relatori che negli anni hanno tenuto conferenze e mediato tavole rotonde ha sempre dato la propria disponibilità in forma gratuita.
E il successo non si è fatto attendere… Abbiamo avuto un gran successo fra i soci, è vero. L’ultima conferenza che abbiamo organizzato, ad esempio, riguardava i disturbi dell’ansia. In sala civica c’erano oltre settanta persone: numeri davvero importanti, soprattutto in periodo di Covid.
E adesso che cosa farà? Non mi piace stare con le mani in mano, lo sanno tutti. Adesso mai dedico un po’ a me stessa e poi ci penserò. Certo, nell’ultimo anno ho sperato che qualcuno si facesse avanti per subentrarmi in questo progetto che tanto ho amato, ma non è successo. Asib non esiste più, ma mi auguro che i suoi valori le sopravvivano. E se un domani una nuova associazione volesse attingere all’eredità di “Invecchiare bene”, ai suoi valori, alla sua storia e all’esperienza della sua presidente, sapete dove trovarmi!
Un paese attivo, dove vive una comunità unita e senza confini: è così che il sindaco di Lana Harald Stauder definisce la sua città. E con lui, primo cittadino ormai dal 2010, iniziamo un ciclo di interviste alla scoperta dei comuni del Burgraviato.
Sindaco Harald Stauder, come sono i rapporti con il Comune di Merano? Ci sono cose che funzionano, cose che non funzionano, attriti o nodi da sciogliere? Siamo i due comuni più grandi nella zona del Burgraviato ed abbiamo da sempre rapporti molto stretti e buoni. Ci sono diversi progetti che portiamo avanti insieme, come per esempio l’acquedotto delle sorgenti “Frigele” e naturalmente anche la gestione del traffico pubblico.
Parliamo degli spostamenti dei residenti: come funziona la mobilità da e per Merano e il resto della Provincia? Tra Lana a Merano gli autobus hanno una frequenza diurna di 15 minuti. Guardando al futuro un punto per noi molto importante è la costruzione di una fermata ferroviaria a Sinigo/zona industriale di Lana: sarebbe un grande vantaggio per entrambi i centri. Sicuramente entreremo in contatto con la nuova giunta meranese per richiedere la loro disponibilità a portare avanti questo progetto: questa nuova stazione potrebbe essere un grande vantaggio sia per i pendolari come per tutti quelli che cercano un’alternativa alla mobilità individuale con la macchina. La recente asse ciclabile che comincia a Maia Bassa e attraversa Marlengo, Cermes e arriva fino a Lana, poi, è un altro passo verso una mobilità sostenibile tra i due più grandi comuni del Burgraviato.
Harald Stauder
Lei ha dimostrato di avere un occhio attento alla questione dell’ambiente: quali sono i prossimi suoi passi, in questo senso? Abbiamo una grande ambizione: acquisire nei prossimi anni la certificazione Casa Clima Oro. Un altro progetto molto importante è il Bikesharing, oltre a diverse iniziative insieme alle scuole sui temi dell’ambiente e la sostenibilità. Abbiamo imparato che i bambini, già in giovane età, sono sensibili alle tematiche ambientali e quindi li abbiamo coinvolti con i temi che riguardano il futuro. I risultati, nell’ottica della sostenibilità a medio e lungo termine, sono molto positivi. In particolare, pensando al traffico e alla sua riduzione nei pressi delle scuole, abbiamo ricevuto tanti buoni consigli da parte degli alunni, tramite progetti congiunti tra Comune e scuola. Un esempio: 600 bambini delle scuole elementari ci hanno disegnato i pericoli che incontrano durante il loro tragitto da casa a scuola. In collaborazione alle scuole poi abbiamo cercato i punti critici e siamo intervenuti per mitigare il pericolo. È impressionante come certe esigenze dei bambini siano così diverse da quelle degli adulti.
A Lana quali sono i rapporti tra le due comunità di madrelingua italiana e tedesca? Dal primo giorno del mio insediamento a sindaco la questione della madrelingua non è stato un tema di discussione, non abbiamo mai avuto dei conflitti etnici. Le associazioni di tutti e due i gruppi linguistici collaborano molto bene e operano con iniziative per tutti. Un esempio molto significativo è il buon rapporto tra gli Schützen eil gruppo dell’Associazione Alpini, che si manifesta sempre durante la tradizionale “festa dell’incontro”.
Lana
A proposito di associazioni e di volontariato, quali sono le realtà più significative in paese? Abbiamo più di 120 associazioni che lavorano in una serie di ambiti diversi. Le più grandi sono le associazioni sportive, le bande musicali ed i vigili del fuoco. Negli ultimi anni siamo riusciti a rinnovare quasi tutte le strutture sportive e questi investimenti producono i frutti sperati. Il Comune di Lana si è fatto un nome come organizzatore di eventi sportivi internazionali, soprattutto nell’ambito dell’atletica leggera. Abbiamo visto che la stretta collaborazione con le associazioni e l’appoggio – non solo in forma di contributi finanziari ma anche dal punto di vista organizzativo – è la miglior politica sociale che un Comune possa seguire. La partecipazione attiva nelle associazioni aiuta i giovani a crescere; ricevono il supporto forte della comunità e ciò dà un impatto molto positivo negli anni dell’adolescenza.
Il paese come ha vissuto il periodo del lockdown? Le attività ora sono riprese a pieno regime o si fa ancora un po’ di fatica a tornare alla normalità? Tutte le organizzazioni ed associazioni stanno tentando di tornare alle attività pre-lockdown. Specialmente le associazioni che si occupano della generazione over 65 hanno ancora diversi problemi perché vedono che i loro iscritti e simpatizzanti hanno ancora paura di uscire da casa e di partecipare agli eventi. Purtroppo tutti gli altri programmano di settimana in settimana, visto che la situazione si evolve molto velocemente.
Ci descrive una tipica giornata del sindaco di Lana? Direi che una tipica giornata in ufficio da me non esiste, l’andamento di ogni giornata dipende da diversi fattori. Un punto cruciale è il contatto molto stretto con la cittadinanza che siamo riusciti a mantenere anche durante il lockdown facendo delle udienze tramite i social media e le assemblee dei cittadini tramite Facebook o Zoom. Penso proprio che in questo ambito l’amministrazione di Lana sia stata un modello di come si possa mantenere attivo lo scambio con i cittadini, dando le informazioni sull’andamento della situazione. Sul piano “privato”, da alcuni anni ho smesso a guardare la tv, uso il tempo così guadagnato per praticare sport: l’attività fisica mi aiuta tantissimo a tenermi in forma e mi serve per “bilanciare” il lavoro.
“Ma hai visto com’era vestita? E poi era anche ubriaca: se l’è andata a cercare”: non è difficile (soprattutto in questo periodo in cui sui social fioccano giuristi laureati all’università della vita) sentire frasi del genere quando si parla di violenza sulle donne. Come il recente caso della giornalista sportiva molestata in diretta: un fatto che se da una parte ha visto gli italiani sostenere la professionista, ha lasciato anche spazio a quell’infimo ed intimo pensiero che vede “una palpatina” come nulla di serio. Ma non è così. Ed è anche per questo che la Rete contro la violenza sulle donne ha voluto lanciare una nuova campagna di sensibilizzazione: “La violenza sulle donne non ha tempo né confini, è endemica e non risparmia alcuna nazione o paese, industrializzato o in via di sviluppo che sia. Non conosce nemmeno differenze socio-culturali, vittime ed aggressori appartengono a tutte le classi sociali. Secondo le statistiche il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici, vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro. Secondo l’Oms una donna su cinque ha subìto, nella sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo”, ha spiegato la vicesindaca di Merano e assessora alle pari opportunità Katharina Zeller. La campagna “Senza il Tuo consenso è violenza” si focalizza sulla violenza sessuale. La necessità di agire riguardo a tale problema è emersa in seguito all’allarme lanciato dalle rappresentanti degli Streetworker all’interno della Rete. Chi infatti lavora a stretto contatto con le ragazze e i ragazzi ha rilevato che le varie forme di violenza sessualizzata spesso sono oggetto di malintesi e confusione e accompagnate da un senso di colpa… da parte della vittima/donna. Poco chiari sono spesso anche i concetti di limite, di consenso, di rispetto. Inoltre i sensi di colpa e la mancanza di informazioni da parte delle ragazze inibiscono la ricerca di aiuto e sostegno da parte dei servizi presenti sul territorio ma anche da parte di amiche o altre persone di fiducia.
Manifesti e adesivi La campagna è molto articolata ed è concepita per mantenere la sua validità nel tempo. La Rete ha deciso di puntare molto sulla parte grafica e sull’efficacia linguistica del messaggio che si è voluto giovane e moderno. A tale scopo è stato realizzato un concorso di idee rivolto a grafiche ed artiste, di cui è risultata vincitrice Júlia Ventura Bruguera. Lunghi mesi di confronto tra l’illustratrice e un gruppo di lavoro interno alla Rete hanno prodotto una campagna di manifesti e adesivi. Gli adesivi – 16 diversi – sono il “pezzo forte” della campagna e hanno il compito di veicolare ciascuno un diverso messaggio attinente al tema della violenza sessuale. Contestualmente sono stati e verranno affissi in città grandi manifesti (due metri per due), che attireranno l’attenzione sull’avvio della campagna. Tutti i prodotti riporteranno un QR Code, che rimanda ad una pagina dedicata del sito del Comune di Merano, in cui sono stati predisposti approfondimenti sul tema nonché riassunti tutti i consigli e le informazioni necessari per reagire in caso di violenza. La campagna si svilupperà anche sui social con l’hashtag #ViolenzaSessualeParliamociChiaro.
Mostra itinerante sulla violenza sessuale “Com’eri vestita?” L’associazione “Donne contro la violenza – Frauen gegen Gewalt”, in collaborazione con il Museo della donna e il patrocinio della Rete antiviolenza del Comune, porta a Merano la mostra itinerante “Com’eri vestita?”. L’esposizione sarà allestita al piano terra dell’ingresso del Museo della donna, in via Mainardo 2, e rimarrà accessibile – gratuitamente – dal 4 al 12 dicembre, da lunedì a venerdì dalle ore 7.30 alle ore 19, il sabato e la domenica dalle ore 10 alle ore 19. “Com’eri vestita? – Rispondono le sopravvissute alla violenza sessuale” è un’installazione creata da Cerchi d’Acqua in cui i vestiti esposti rappresentano simbolicamente quelli indossati durante la violenza subita e sono accompagnati da brevi suggestioni che le donne hanno voluto condividere, raccontando alcuni elementi della loro esperienza. L’obiettivo della mostra è quello di decostruire alcuni stereotipi relativi alla violenza sessuale, primo tra tutti l’idea che l’abbigliamento possa esserne la causa e che l’atteggiamento e il comportamento della donna possano averla provocata. “Attraverso un indumento si raccontano violenze, molestie, stupri e abusi subiti da parte di estranei o partner occasionali, ma più frequentemente dal compagno di una vita che non accetta un NO, oppure da una fidata figura familiare, nelle sicure e insospettabili mura domestiche”, ha spiegato Sigrid Pisanu della Casa delle Donne. È in questo contesto che va inquadrato il fenomeno della violenza alle donne, che spesso trova nell’opinione pubblica le più diverse giustificazioni. Così, se gli aggressori sono sconosciuti, ci si chiede perché la donna non sia stata prudente; se sono conoscenti, ci si chiede se abbia provocato e in che modo lo abbia fatto; se sono mariti o partner si imputa la violenza all’eccesivo amore, alla gelosia o a un raptus di follia.
Decostruire gli stereotipi La mostra vuol essere quindi un momento di riflessione e una risposta tangibile a uno dei pregiudizi più pervasivi nella nostra società, a partire dalle parole delle donne accolte da Cerchi d’Acqua e dai centri antiviolenza della rete D.i.Re. La mostra trae ispirazione dalla poesia “What I was Wearing” di Mary Simmerling ed è stata sviluppata nel 2013 in un’istallazione artistica, dal titolo “What were you wearing?”.
In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, oltre 150 meranesi si sono dati appuntamento in corso Libertà superiore, presso la scalinata che conduce al Lungo Passirio, per accendere le loro candele bianche. Ecco alcune immagini scattate dal fotografo Donatello Vallotta.