Fiducia

Questo numero del giornale giunge mentre la maggior parte di voi è intenta nei preparativi per celebrare, in modo religioso o più laico, la festività della Pasqua.
Riflettendo dunque sul modo più adeguato per rivolgervi il mio migliore augurio, ho pensato naturalmente alla fede nella risurrezione, che è il cuore del messaggio cristiano. Ma anche al significato stesso della parola Pasqua che deriva dall’ebraico “pesach”, e vuol dire anche “passare oltre”.
A noi tutti sono noti il passaggio e il cambiamento vissuti dagli ebrei quando attraversarono il Mar Rosso. Per gli ebrei la storia della liberazione dalla schiavitù egiziana contiene al contempo l’incertezza e la paura per il nuovo da incontrare. A sostenere gli israeliti vi fu naturalmente la fede, ma tutti possiamo senz’altro riflettere sull’importanza della fiducia.
Un interessante articolo dello psicologo bolzanino Giuseppe Maiolo ha recentemente osservato che fede e fiducia sono simili, non uguali. Compensandosi.
Maiolo ricorda che “con la fiducia si può affrontare la realtà e credere in quello che ancora non si vede” e che la fiducia “è un concetto squisitamente psicologico capace di accompagnare lo sviluppo e far da contrappeso alle insicurezze infantili per ciò che non conosciamo”.
Potremmo dire che la crescita di ogni bambino è sorretta dalla crescita della fiducia in sé stessi, per consentirci di esplorare l’ambiente e trovare il nostro spazio nella società.
Oggi la fiducia spesso è in crisi, lo appuriamo tutti i giorni nei più vari contesti.
Il credito che oggi diamo a politica, economia, al sistema sanitario, ma sempre più spesso anche a democrazia, diritti e doveri, solidarietà e scienza, sembra essere pericolosamente in caduta libera. Il mio augurio è allora di riuscire ad alimentare la nostra fiducia di fondo in questi giorni, nella vita, in noi stessi e negli altri.
Lo dice anche Maiolo, ricordando che “la Pasqua ci parla della fiducia come energia costruttiva che può mettere radici se ha un terreno solido dove impiantarsi”. La fiducia “alimenta l’ascolto e sostiene il sentimento, ovvero la capacità di amare”. Ed è contagiosa, rendendoci tra l’altro “più adattabili e meno esposti alle intemperie dei conflitti”.
La fiducia – conclude Maiolo – “non impedisce gli inciampi ma, quando capitano, offre l’energia che serve per rialzarsi e ripartire“. Allora… buona Pasqua a voi tutti!

Autore: Luca Sticcotti

La Merano di Franz Kafka

Prima che il Primo conflitto mondiale deflagrasse “Meran” la città di cura dell’Impero asburgico, era divenuta la meta prediletta di un vasto pubblico ebraico, in sé assai variegato tanto per estrazione sociale che per provenienza geografica. E le differenze si spingevano oltre, lambendo l’adesione alle diverse declinazioni del complesso universo ebraico. Qui giungevano infatti tanto gli ebrei ultraortodossi che quelli riformati e quelli completamente assimilati.

Sulle Passeggiate Lungopassirio dunque non era difficile incontrare ebrei elegantemente abbigliati all’ultima moda e quelli che invece indossavano gli abiti e i copricapi tradizionali come lo Shtaf di feltro, o lo Shtreimel ornato di pelliccia che facevano completo con il tradizionale Rekl e, per le festività, con il Geblimte Bekeshe ornato da motivi floreali. Questo mosaico di provenienze, lingue, correnti di pensiero si riverberava pure nella cerchia dei residenti. La presenza in città di personaggi chiave dello sviluppo etico e religioso del frastagliato mondo ashkenazita fa da cartina di tornasole di questo caleidoscopico microcosmo.
Il primo rabbino di Merano, il Rabbino Aron Tänzer, era soprattutto un colto intellettuale nello stile dei dottori-rabbini tipici delle comunità liberal del mondo ebraico di area germanofona. Nato e cresciuto a Bratislava, aveva conosciuto la possibile convivenza, nella stessa città, delle tre comunità ultraortodossa, conservatrice e liberal. Per tradizione famigliare frequentò la jeshivà ultraortodossa ed era poi partito per Berlino dove avrebbe frequentato la Regia Università Friedrich Wilhelm. Qui aveva subito il fascino del Professor Moritz Lazarus, noto iniziatore della psicologia dei popoli, ma soprattutto colui che nel 1869 aveva condotto i lavori del Sinodo di Lipsia durante i quali aveva sottolineato come “l’Etica dovesse rappresentare il cuore dell’ebraismo” e dove più ottanta comunità di area germanofona si erano unite per dar vita all’Ebraismo della Riforma. Tänzer considerò Lazarus un padre spirituale e non a caso si ritrovarono a Merano dove l’anziano professore si era trasferito nel 1896.
La sinagoga comunitaria rispecchiava tanto nel modus cultuale che nella sua architettura le istanze riformate. Non mancava infatti il matroneo, ma non era più schermato, e in determinate occasioni le donne sedevano vicino agli uomini. I banchi erano fissi e organizzati in lunghe bancate che si dipanavano nel senso longitudinale previsto dalla planimetria che culminava con la Tevà e l’Aron ha-Kodesh addossati alla parete orientale. Infine, cosa non poco significativa, nel giorno dell’inaugurazione, il 27 marzo 1901, la cerimonia religiosa si tenne alla presenza dei notabili della città, dei concittadini cattolici e luterani, e fu suonato l’organo similmente a come era diventata consuetudine a partire dall’inaugurazione dei primi Templi della Riforma di Berlino e Amburgo. A Merano, il punto di riferimento per gli ebrei ultraortodossi era invece la sinagoga dell’Hotel Bellaria: grande il doppio di quella comunitaria, trecento posti a sedere, con funzioni che si tenevano quotidianamente -mattina e sera- per tutti i nove mesi di apertura.
Fra gli ebrei residenti, non mancavano gli attivisti sionisti, fra cui furono figure di spicco Hugo Zuckermann, il giovane Josef Bermann, che a Merano aveva fondato il circolo sionista Blau Weis, il rabbino Adolf Altmann, il medico specialista Josef Kohn. Qui, nel corso degli anni, si erano affacciati i nomi illustri del sionismo da Perez Smolenski a Haim Nachman Bialick, da Vladimir Jabotinskij a Chaim Weizmann. Erano soprattutto i numerosi membri della famiglia Bermann ad organizzare conferenze invitando rappresentanti del sionismo e importanti personalità della cultura ebraica, senza neppure trascurare lo studio dell’ebraico, del Talmud e della Torah.
Merano era, insomma, il luogo perfetto per un uomo che, come Kafka, era interessato tanto ai grandi temi dell’ebraismo che al sionismo. Attraverso i suoi biografi, veniamo infatti a sapere che a partire dal 1910 Kafka aveva iniziato ad interessarsi sempre più profondamente ai temi ebraici, studiando sistematicamente anche la lingua e lo yiddish.
All’associazione studentesca che a Praga radunava i giovani ebrei sionisti e che portava il nome del condottiero della terza guerra contro l’Impero Romano, -il Bar-Kochba-Verein- Kafka aveva avuto modo di ascoltare le idee liberal-sioniste di Martin Buber che in quella stessa sede tenne tre discorsi sull’ebraismo. Tre anni dopo, nel 1913, aveva incontrato personalmente Buber e – con gli amici Franz Werfel e Max Brod – aveva partecipato ad un dibattito sul sionismo; mentre nel settembre di quello stesso anno Kafka era addirittura intervenuto all’XI congresso sionista di Vienna, dove si trovava per il Congresso internazionale contro gli infortuni.
A Merano, prima del conflitto, i brani di musica tradizionale ebraica erano parte integrante dei programmi musicali dell’Orchestra di cura e il sipario del teatro cittadino si apriva spesso per le compagnie ebraiche che recitavano in yiddish.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada dedicata a Antonio Pacinotti

Da via Galileo Galilei ad un certo punto inizia via Antonio Pacinotti; si tratta di un altro fisico italiano, forse meno noto di Galilei. Nato a Pisa il 17 giugno 1841, a quindici anni iniziò gli studi di fisica-matematica all’Università di Pisa. Fin da studente si era interessato alle ricerche sull’elettromagnetismo; già nel 1858 aveva costruito il primo modello di una macchina elettromagnetica, nota come “anello di Pacinotti”. Nel 1860, dopo la parentesi di sergente volontario nella Seconda Guerra d’Indipendenza (Solferino e San Martino – 24 giugno 1859), realizzò un modello perfezionato della sua macchina, la “macchinetta elettromagnetica reversibile”; illustrò tale macchina a Parigi nel 1865. Circa il curriculum professionale, Pacinotti, dopo un anno di assistentato con il padre, nel 1862 fu aiutante a Firenze dell’astronomo Giovanni Battista Donati (1826-1873); dal 1864 fu docente all’Istituto Tecnico di Bologna, passando nel 1873 ad insegnare fisica nell’Università di Cagliari. Mentre era docente a Cagliari, conobbe la diciannovenne Maria Grazia Sequi Salazar; si sposarono il 29 aprile 1882, ma la moglie morì a Pisa il 25 febbraio 1883. A Pisa infatti Pacinotti era ritornato nel 1881 per succedere al padre nella cattedra di fisica tecnologica all’Università di Pisa. Dal 1883 fu socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e dal 1898 socio nazionale della stessa. Nel 1906 fu nominato senatore del Regno d’Italia. Pacinotti fece anche ricerche di fotoelettricità, su ebollizione, vaporizzazione e calefazione. Si occupò anche dello sfruttamento dell’energia solare e di problemi di agricoltura, avendo sempre presente nei suoi studi il compito della scienza di giovare, attraverso le sue applicazioni pratiche, al progresso della società. Tutti gli apparecchi costruiti da Pacinotti per le sue esperienze sono conservati a Pisa nel museo ed archivio pacinottiano. Antonio Pacinotti morì a Pisa il 25 marzo 1912.

Autore: Leone Sticcotti

I secoli bui da re Teodorico ai Bavari

L’ultimo imperatore romano d’occidente fu Romolo Augustolo. Salì al trono nel 475, quando aveva appena 15 anni. L’anno dopo fu deposto dal capo barbaro Odoacre che si proclamò rex Italiae. Governò per 17 anni in nome di Zenone, imperatore d’Oriente. Costui tuttavia si fidava poco del barbaro e nel 469 inviò in Italia gli Ostrogoti di Teodorico, suoi alleati. Nel 493 Teodorico sconfisse Odoacre e lo uccise personalmente durante un banchetto a Ravenna, che divenne la nuova capitale del regno ostrogoto.

Se i Goti si impossessarono di tutte le posizioni di comando nell’amministrazione romana d’occidente, i Romani di certo non sparirono da un giorno all’altro dalla faccia della terra, anzi possiamo dire che come popolo e cultura sopravvissero per almeno sette o otto secoli. Il mondo rimase letteralmente intriso di romanità: nella lingua, nella cultura, nell’edilizia, nelle leggi e consuetudini.
Ma veniamo ai cosiddetti anni o secoli bui, di cui si hanno notizie assai frammentarie. Sono gli anni in cui si susseguono le cosiddette invasioni di popoli barbari, soprattutto germanici, che peraltro in tedesco vengono definite migrazioni di popoli. i barbari o migranti che dir si voglia non volevano distruggere il mondo romano: volevano soprattutto goderne. Perciò non troviamo tracce di grosse devastazioni di città e villaggi.
All’epoca di Teodorico l’area trentina e la Val d’Adige, anticamente abitate dai Reti sconfitti nel 15 a.C. e poi lentamente assorbiti dalla civiltà romana, facevano parte di una territorio compreso tra la Regio XI e il vasto municipium di Tridentum. Teodorico mantenne in vita il complesso apparato amministrativo romano anche in Val d’Adige, dato che la popolazione locale era composta soprattutto da famiglie di veterani, soldati, impiegati, contadini, schiavi e servi, commercianti e artigiani romani di lingua latina.
Stranamente Teodorico, che regnò dal 493 al 526 amato e rispettato da Goti e Romani, entrò profondamente nell’animo e nelle leggende delle popolazioni alpine. Probabilmente gli venne attribuito a posteriori il merito di aver vendicato le antiche popolazioni retiche per i torti subiti ai tempi di Druso, cosa che in realtà non fece perché furono proprio i Romani a insediarlo. Ad ogni modo, la mitologia germanico-alpina lo conosce come Dietrich von Bern (antico nome di Verona) e gli attribuisce numerosi viaggi e azioni eroiche nelle nostre valli. Certo è solo che piazzò postazioni militari ai confini e lungo la via Claudia Augusta in Bassa Atesina per proteggerli dalle scorribande di altri popoli barbari. Negli anni successivi a Teodorico, sotto Vitige, Totila e l’ultimo re Teja, i Goti vennero più e più assediati da Alemanni e Franchi e in particolare questi ultimi erano in forte ascesa fino a diventare, dopo qualche tempo, i nuovi padroni d’Europa sotto Pipino il Breve e suo figlio Carlo Magno. Ciò che era stato dominio dei Goti, divenne territorio franco anche in Val d’Adige.
I cosiddetti anni bui proseguirono con l’invasione dei Longobardi di Alboino nel 568. Entrarono in Italia dal Friuli, erano poco più di 100000 persone ma gli uomini tutti armati fino ai denti. La popolazione locale era disarmata e si arrese immediatamente ai nuovi padroni e così anche la Val d’Adige fino a Bolzano e Merano divenne longobarda. Il territorio fu suddiviso in 36 ducati, la Val d’Adige con la Bassa Atesina facevano parte di quello di Trento, il cui ultimo duca fu il ribelle Alchis. La capitale era Pavia. In varie occasioni i Franchi tentarono di sottrarre la Val d’Adige ai Longobardi ma furono poi sconfitti in varie battaglie nella piana Rotaliana e a Salorno nel 577. I Longobardi crearono le curtes, centri amministrativi, mentre i masi furono tolti ai vecchi proprietari romani e affidati ai guerrieri denominati arimanni. Le arimannie presidiavano il territorio e in Bassa Atesina ne furono create diverse a protezione dei confini. Le principali curtes furono quelle di San Pietro presso Ora che comprendeva Bronzolo, Ora, Montagna, Egna, Villa, Aldino e Redagno con sede a Villa, la curtis di Salorno comprendente Salorno, Laghetti, Cortina, Magrè, Cauria e Favogna con sede a Salorno, infine la curtis di Cortaccia e Termeno con sede a Cortaccia. Tuttavia Termeno divenne un importante centro longobardo governato per molti secoli da gastaldi anche dopo la scomparsa dei longobardi stessi. In quanto alle arimannie, sono note quella di Romeno, di cui faceva parte Caldaro, e quella di Appiano, che arrivava fino alla Val d’Ultimo.
A partire dall’VIII secolo, i Longobardi furono romanizzati, abbandonarono la lingua e aderirono al cattolicesimo romano. Vennero ammessi i matrimoni misti che prima erano puniti con la pena di morte. Insomma, i romano-longobardi formavano la popolazione della Val d’Adige all’arrivo di un nuovo popolo barbaro, i Bavari, che dopo alcuni secoli avrebbero completamente assorbito la popolazione autoctona della Bassa Atesina e della Val d’Adige e imposto la loro lingua a partire dal XII secolo. Il confine tra Longobardi e Bavari pare scorresse all’altezza di Laives, ma fu sempre un confine permeabile e, per così dire, elastico. Lo stesso toponimo Leifers o Laives, secondo alcuni studiosi, sarebbe nato durante i secoli bui gotico-longobardi grazie all’adattamento di un antico nome retico riferibile forse al fondatore del villaggio, Lavises.

Autore: Reinhard Christanell

La Cina di Bernadette Berger

Nata in Carinzia, laureata in lingue, vive a Merano dal 1993. In riva al Passirio, Bernadette ha dato vita alla propria passione pittorica dedicandosi all’acquarello e ai ritratti. Fra il 2012 e il 2015 ha seguito il marito a Shanghai e in questa città ha potuto apprendere la tecnica della china cinese. Ha infatti frequentato i corsi di China cinese e scrittura cinese nella classe dell’artista Zhou Weiping, all’Hong Hong Art Institute di Shanghai. Si è così immersa nella cultura cinese, nella sua lingua, e ha cercato di evincere il più possibile delle tradizioni, dei valori e della quotidianità della popolazione entrando in contatto con numerosi abitanti. Lo dimostrano i numerosi ritratti che Bernadette ha realizzato in quegli anni, i paesaggi degli angoli per lei suggestivi, le città d’acqua, i tipici fiori e gli uccelli che lì aveva modo di vedere. Le lezioni con il maestro Zhou Weiping hanno influenzato notevolmente l’arte di Bernadette tanto da esserne riconoscibile la scuola, la delicatezza, l’armonia, l’impostazione. Tutti i dipinti di Bernadette sono resi sulla carta di riso, con la china e l’acquarello, con pennelli di varia misura per indurre un tratteggio sottilissimo o più spesso a seconda della necessità. Osservare con attenzione le opere di Bernadette corrisponde a partire per un viaggio nella Shanghai di oggi ma anche affondare nelle radici della tradizione. Dal 2013 al 2015 a Shanghai ha esposto in tre mostre collettive, al Liu Haisu Art Museum e alla Changning Library. Nel 2016, da poco rientrata a Merano, ha esposto a Schloss Pinzenau portando con sé una felice ventata di oriente.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Anna Carol, il nuovo album della principiante rodata

A poco più di tre anni dal precedente lavoro, Cinetica, la bolzanina Anna Carol – già Carol May Know – torna a farsi ascoltare con la sua musica ed un disco nuovo di zecca, pubblicato anche in vinile, in cui propone una decina di nuove canzoni che tracciano le coordinate del suo percorso musicale. Anna Carol – Anna Bernard all’anagrafe – è una ragazza che crede in quello che fa e che si sta dimostrando molto determinata nel perseguire il difficile percorso che spesso deve affrontare chi vuole a tutti i costi riuscire nel mondo musicale.

Se Cinetica era stato un lavoro significativo, il nuovo Principianti non vuole essere da meno, anche a costo di diventare un po’ più mainstream e un po’ più simile ai lavori delle molte altre colleghe che popolano il panorama musicale del cantautorato pop in Italia come all’estero.
Principianti potrebbe essere definito un disco più urbano, rispetto al predecessore, non fosse altro che per il fatto di essere stato registrato nella metropoli italiana per definizione (Cinetica era nato nella quiete delle colline marchigiane).
“Quando è uscito il disco precedente – ci racconta Anna Carol – c’era già qualche canzone in cantiere per questo nuovo progetto. Un poco per volta se ne sono aggiunte altre; proprio in quel periodo ho letto un libro di James Carver che mi ha molto influenzata a livello di tematiche, tanto che gli ho preso in prestito il titolo, Principianti appunto. Mi sono resa conto che – come i racconti del libro anche le canzoni parlavano di relazioni, relazioni tra persone ma anche con la nostra identità – mi sembrava interessante la ricerca di ciò che accade tra le persone quando c’è qualcosa che cambia”.
A questo punto, una volta messe insieme le canzoni, per Anna era venuto il momento di capire come lavorarle, a chi affidarle per farle crescere e per dar loro una sonorità; dopo un po’ di ricerche, è maturata la scelta di interpellare Federico Dragogna.
“Avevo incontrato Dragogna – prosegue – in occasione di un suo seminario a Bolzano, ma il fatto di rivolgermi a lui è venuto più avanti. Con Federico abbiamo pensato che il modo migliore per conferire al materiale un’identità sonora, era quello di affidarsi al contributo di un gruppo che possedesse già a priori una sua sonorità. La scelta è ricaduta sul trio brasiliano dei Selton, da tempo trapiantati nel capoluogo lombardo, dove il disco è stato registrato. Col gruppo le cose hanno funzionato subito, anche se la matrice brasiliana non è propriamente parte della mia musica, ma avendo fatto jazz ad inizio carriera ho trovato un approccio ritmico in comune con i Selton e credo venga fuori almeno in parte nel disco”.
Negli ultimi anni Anna Bernard si è divisa parecchio tra la città natale e Milano, dove trascorre una buona metà dell’anno: lì c’è un po’ il fulcro della scena musicale, ci sono i concerti, si fanno gli incontri importanti per chi nel mondo della musica vuole affermarsi.
“Ci sono ottimi studi e musicisti ovunque in Italia – precisa la Bernard – ma essere a Milano, anche solo per un certo periodo aiuta, a me sicuramente è servito. Per il fatto di poter andare a vedere dei concerti senza doversi sciroppare chilometri di autostrada o di treno, ma anche per capire come funzionano le cose in questo ambiente”.
Per quanto riguarda la promozione del disco, uscito a metà marzo, la cantautrice bolzanina sarà on the road nel mese di aprile, con cinque concerti – accompagnata dalla band del disco – in qualità di supporto al tour di Dente, a Firenze, Roma, Torino, Bologna e Conversano (BA). Poi, con un concerto bolzanino tutto suo al Sudwerk, il 2 maggio prossimo comincerà il suo tour personale che si preannuncia piuttosto lungo con molte date in via di definizione, attraverso tutta la penisola.
“In abbinamento al disco – conclude – c’è anche l’uscita di un libro intitolato Tecniche per non imparare a ferirsi in cui ci sono i testi delle canzoni, dei brevi racconti di Sonia Lisco, coautrice di alcuni brani del disco, il tutto illustrato con le foto di Alecio Ferrari. Il libro lo presenteremo alla Nuova Libreria Cappelli il 5 giugno prossimo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Antisemitismo. Fenomeno che richiede consapevolezza

“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”. Spesso chi ha un atteggiamento antisemita non se ne rende affatto conto. L’odio contro gli ebrei, nella storia, si è manifestato in vari modi anche nella nostra regione. Un fenomeno che richiede attenzione e consapevolezza.

Le immagini che giungono da Gaza e dalla Cisgiordania, le narrazioni a senso unico, la polarizzazione che ne deriva, portano a una sovrapposizione tra Stato di Israele, Governo israeliano, popolo ebraico e persone ebree. Ciò, anche quando si è in perfetta buona fede, apre a una nuova deriva antisemita. Un antisemitismo che spesso si nasconde dietro affermazioni di apparente buon senso.
Antisemitismo: ma che cos’è?
Dal 2017 la Commissione Europea utilizza la definizione operativa, giuridicamente non vincolante, adottata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) secondo la quale “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei” e le “manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Si chiarisce bene e subito che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”. Lo diventano quando lo Stato d’Israele viene attaccato perché “concepito come una collettività ebraica”. In questo senso la stessa espressione “Stato ebraico” è fuorviante.
“L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei”. Esempi contemporanei di antisemitismo sono, oltre l’incitamento alla violenza contro gli ebrei, la loro demonizzazione, la diffusione di stereotipi, l’attribuzione agli ebrei in generale di crimini compiuti da poche persone, la negazione o la banalizzazione della Shoa, una certa avversione preconcetta verso lo Stato di Israele, “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, “considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”.
Tutto questo non ci riguarda?
Il documento della “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” rivela che “circa un quinto degli italiani nutre sentimenti antisemiti” e un terzo “coltiva pregiudizi e stereotipi tradizionali”.
In questa Settimana Santa che coincide con la Pasqua ebraica un vivo augurio di liberazione: dal pregiudizio, dall’odio, dall’ignoranza.

Autore: Paolo Bill Valente

Abbonarsi al Qui

Recentemente – con nostra grande gioia – si sono moltiplicati i contatti tra noi e voi lettori. Ci segnalate storie personali che secondo voi sono interessanti da raccontare. Ma ci sono anche diverse associazioni dei campi della cultura, del sociale e dello sport, che non mancano di indicarci iniziative, eventi, ricorrenze che riguardano la loro vita di comunità e che vogliono condividere con voi. Come sempre cerchiamo di rispondere all’appello, perché è lo scopo del nostro giornale, ovvero creare una sorta di specchio, amplificato, della vita vera delle persone che abitano nei tre territori che cerchiamo di coprire con le nostre tre edizioni: QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina. è in questi territori della provincia che giungiamo ogni due settimane, attraverso una distribuzione porta a porta, che normalmente si svolge nei giorni del giovedì e venerdì, con qualsiasi condizione meteo. Le più di 75mila copie che distribuiamo rendono tuttora la nostra testata giornalistica, QuiMedia, la più diffusa nella provincia, superando di gran lunga i quotidiani locali, ma ciò nonostante non riusciamo a coprire capillarmente tutto il territorio. Sono quasi 17 anni che i nostri giornali giungono nelle vostre case, ma non vi nascondiamo che la distribuzione è uno sforzo non da poco, reso ancora più difficile negli ultimi anni dalla maggiore fatica che facciamo nell’accedere alle vostre cassette delle lettere. Recentemente anche Poste Italiane ha segnalato lo sforzo sempre maggiore che i postini devono fare per recapitare la posta, specie nelle buche delle lettere che si trovano all’interno dei condomini. 

La diffusione dei nostri giornali interessa la città di Bolzano, la città di Merano con i comuni limitrofi e i centri principali della Bassa Atesina. Ma non sempre i nostri giornali riescono ad arrivare dappertutto, purtroppo. Vi siamo davvero grati delle vostre segnalazioni, che ci permettono di controllare se il lavoro della distribuzione viene fatto bene; molto spesso però le segnalazioni riguardano zone che purtroppo non serviamo. In ogni caso ogni disservizio di distribuzione segnalato viene a sua volta da noi trasmesso alle ditte che si occupano delle consegne, con lo scopo di risolvere velocemente il problema, se questo è possibile. 

Ma con l’occasione ci teniamo anche a ricordarvi che – volendo – esiste un servizio di abbonamento, con varie opzioni, che può essere facilmente attivato chiamando il numero di telefono 0471 081580, scrivendo a diffusione@quimedia.it oppure facendo la relativa richiesta compilando l’apposito form cliccando su “Scrivi al Qui” sul nostro sito web quimedia.it 

Il costo è davvero contenuto, approfittatene!

Autore: Luca Sticcotti

Da Cipro all’Alto Adige. Cercansi scavalcatori di muri

C’è un’isola, nell’angolo sudorientale del Mare Nostrum, stretta tra l’Asia e l’Europa, che ha ancora il suo muro. Una “linea verde” divide a metà la capitale Nicosia. Il confine che divide i ciprioti è presidiato dai caschi blu, che non si limitano a fare la guardia, ma aprono spiragli a chi vuole guardare al di là.

“Come fate voi a sostenere credibilmente la possibilità di un nuovo ordine internazionale, se l’Europa non è in grado di risolvere uno dei suoi problemi annosi come quello di Cipro?”. Lo aveva chiesto nel lontano 1991 un giornalista ad Alexander Langer, molto prima che la piccola Repubblica entrasse a far parte dell’Unione Europea (maggio 2004). Una domanda che a tutt’oggi non ha trovato la sua risposta e non la troverà presto in questo mondo governato da folli.

La Sezione Affari Civili dell’UNFICYP (la Forza ONU a Cipro) è stata istituita nel 1998 per lavorare all’interno della zona cuscinetto tra le due partizioni dell’isola (quella greco-cipriota e quella turco-cipriota). Una storia assai diversa da quella altoatesina, ma con tratti comuni. Ci fu ad esempio un tempo in cui i due gruppi gestirono insieme il governo dell’isola, resasi indipendente dalla Gran Bretagna, basandosi su regole come la rappresentanza obbligatoria dell’altro gruppo nelle istituzioni e l’assegnazione dei posti pubblici in base a un calcolo proporzionale. A far fallire la convivenza furono i nazionalismi e le mire imperialistiche di governi totalitari.

Così la divisione provvisoria di Cipro dura ormai da molti decenni. Ne hanno fatto esperienza diretta la settimana scorsa rappresentanti delle Caritas e di Organizzazioni della società civile di una ventina di Paesi del Mediterraneo (e Corno d’Africa) all’interno del progetto PeaceMed, promosso da Caritas Italiana allo scopo di sviluppare insieme strumenti per la soluzione pacifica dei conflitti.

La Sezione Affari Civili promuove attività “intercomunitarie”. Collaborando con singole persone e con la società civile, inventa luoghi e occasioni di incontro e di scambio. È un lavoro che – come in Alto Adige – riesce a coinvolgere solo una minoranza della popolazione. Che però può essere lievito nella pasta. Pagandone qualche conseguenza.

Anche per Cipro vale ciò che scrisse Langer nel suo decalogo per la convivenza: “In ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”.

Autore: Paolo Bill Valente

Bumtschak Welle: una visione musicale allargata

È uscito da qualche settimana un disco che merita di essere ascoltato con attenzione (come spetterebbe di diritto ad ogni disco): Tuitata è il suo titolo e ne è interprete e autrice una coppia di artisti che si cela sotto il nome di Bumtschak Welle. Un disco che sfugge abilmente ad ogni definizione, proprio per l’estrema duttilità e per la visione sonora per nulla scontata di Magdalena Schwärzer e Arno Dejaco, questi i nomi all’anagrafe dei due componenti che oltre che nell’arte sono una coppia anche nella vita. 

Arno, proviene dal mondo della letteratura, è un poeta e negli anni passati ha avuto successo nel mondo dei Poetry Slam, per altro molto vicino a certe forme musicali, e il titolo del disco sembra evocare il ritmo, sia esso quello dei beat generati elettronicamente, sia quello rapsodico della declamazione di versi.

Il suo approccio alla musica è cominciato all’inizio degli anni duemila quando ha formato un trio con i due rapper della formazione brissinese dei 4Twenty, occupandosi di tutta la parte elettronica.

“Il periodo dei Poetry Slam – ci racconta Arno – è stato molto stimolante, eravamo un gruppo di artisti mai in competizione, c’erano Jörg Zemmler, Matthias Vieheider, Martin Hanni ci coordinava, ed io ho affinato lo stile di scrittura. Nel disco c’è un brano, Zenzi, che proviene direttamente da questa esperienza, e si sente, perché ha una struttura tutta sua, la musica si è adattata al testo invece che il contrario, proprio perché il testo era così e volevo che rimanesse com’era”.

Difatti, il brano in questione cattura letteralmente l’ascoltatore, proprio per questa sua struttura atipica che non ha refrain, non ha strofe. Arno e Magdalena sono riusciti a cucire attorno alle parole un abito sonoro ricco, sperimentale, mai scontato, affascinante, affidandosi all’uso che lei fa delle tastiere e lui dell’elettronica.

“Il progetto è nato naturalmente, a casa – prosegue Dejaco –, le nostre figlie ora sono cresciute e ci siamo resi conti di avere più tempo, così abbiamo pensato che sarebbe stato bello fare qualcosa insieme. Solitamente si parte dal testo, sono io a scriverlo, ma gli arrangiamenti e la musica sono frutto della collaborazione. Il progetto poi si è evoluto, sempre in maniera naturale ed ora il duo è diventato un quartetto visto che ad accompagnarci nei concerti ci sono anche un’altra chitarra e una batteria che aggiunge una certa vitalità ai beat che creiamo elettronicamente. Magdalena ha una tastiera con un looper collegato con i miei sample, e poi mi piace come canta”.

Molto interessanti sono infatti i differenti usi che i due fanno delle rispettive voci, la voce di Magdalena è più da cantante, quella di Arno ha un background parlato da Poetry Slam, ma la combinazione risulta parecchio convincente. 

“Per noi – ci tiene a precisare Arno – è molto importante trovare suoni interessanti, siano essi sul sintetizzatore o sul sequencer, o addirittura cose che registro mentre sono in giro, usando un microfono zoom, rumori ambientali, naturali, poi riverso su un registratore a nastro Nagram, per renderli meno digitali, meno esatti, meno morbidi. Tutto suona più grezzo, ma anche più vero e più bello, e soprattutto è più bello il processo di realizzazione. Per me è naturale lavorare in questo modo: provo, penso, poi quello che ne vien fuori è sempre diverso, a fare i suoni è la musica stessa, sono molto importanti e per me è fondamentale che quello che poi si ascolta sia proprio ciò che mi suona nella mente mentre lo penso”.

Per raccogliere con le proprie orecchie il frutto delle sperimentazioni dei Bumtschak Welle, sarà possibile ascoltarli il prossimo 14 aprile, un lunedì, quando presenteranno il disco a Bolzano, presso il Carambolage di via Argentieri.

Autore: Paolo Crazy Carnevale