Canederli di spinaci con formaggio d’alpeggio

Ingredienti

Per 4 persone (circa 8 canederli)

Canederli di spinaci
(durata preparazione:
40 minuti)
150 g pane bianco raffermo o pane per canederli
60 g cipolla
1 spicchio d’aglio
2 C burro
200 g spinaci, lessati
2 uova
50 ml latte
30 g formaggio d’alpeggio,
tagliato a dadini
1 C farina
1 p.c. noce moscata
sale
pepe appena macinato

Altro
20 g formaggio d’alpeggio,
grattugiato
30 g burro rosolato
20 g spinaci in foglia (spinaci teneri)

Preparazione

Per creare i canederli di spinaci prima di tutto bisogna tagliare il pane a dadini.
Pelare la cipolla e l’aglio, tagliarli a dadini e stufarli nel burro. Unirli al pane.
Ridurre in purea gli spinaci e le uova in un frullatore o usando un frullatore a immersione.
Incorporarli al pane con il latte, il formaggio, la farina, la noce moscata, il sale e il pepe e mescolare energicamente.
Far riposare il composto coperto per circa 15 minuti.
Per ultimare: con le mani bagnate dare forma ai canederli.
Portare a ebollizione abbondante acqua salata e cuocervi i canederli per circa 15 minuti.
Disporre i canederli di spinaci sui piatti e servirli guarniti con il formaggio d’alpeggio grattugiato, il burro rosolato e le foglie di spinaci.

Suggerimenti

  • Servite i canederli con dei pomodorini da cocktail stufati o su una leggera salsa di panna con formaggio di montagna a scagliette e burro nocciola.
  • Con questo impasto potete anche preparare degli gnocchi di spinaci dalla forma allungata.
  • Per 200 g di spinaci lessati ne occorrono circa il doppio di spinaci crudi.

Libro:

I classici delle Dolomiti – Le ricette più famose da preparare
ISBN: 978-88-6839-734-0

La strada dedicata ad Augusto Righi


Tra i casi in cui una via, nella zona industriale, è collegata ad un’altra via non solo fisicamente ma anche per un legame esistente tra le persone cui il Comune ha voluto dedicare una via, vi è quello di via Augusto Righi, che si trova tra via Antonio Pacinotti e via Innsbruck, costeggiante l’Isarco. Augusto Righi, nato a Bologna il 27 agosto 1850, ebbe come docente Antonio Pacinotti (1841-1912) nel corso di matematica e fisica all’Istituto tecnico di Bologna. Iscrittosi nel 1867 alla facoltà di matematica e fisica all’Istituto tecnico di Bologna, Augusto Righi si laureò nel 1872. Quando Pacinotti, nel 1873, lasciò Bologna per insegnare a Cagliari, fu proprio il neo ingegnere Righi a succedergli nella cattedra di fisica presso l’Istituto tecnico, incarico che mantenne fino al 1880, anno in cui passò a Palermo, dove insegnò fino al 1885 per trasferirsi a Padova, dove rimase fino al 1889, anno in cui ritornò alla sua Bologna; nel 1907 vi fondò l’Istituto di Fisica e nel 1897  partecipò alla fondazione della Società Italiana di Fisica. Quale contributo diede Righi alla scienza? Vastissimo fu il campo cui dedicò studi e ricerche, ma la sua fama è in particolare legata allo studio delle radiazioni elettromagnetiche. Proseguiva un cammino fatto da altri, come il fisico-matematico inglese James Clerk Maxwell (1831-1879) e il fisico tedesco Heinrich Rudolf Hertz (1857-1894). Dopo Hertz fu tra altri Augusto Righi a proseguire negli studi e negli esperimenti al fine di poter usare le onde radio per applicazioni pratiche. I risultati delle ricerche di Righi furono esposti nell’opera “L’ottica delle oscillazioni elettriche” (1897); per le sue ricerche sulle onde elettromagnetiche fu tra i precursori di Guglielmo Marconi. Augusto Righi morì nella città natale l’8 giugno 1920.

Autore: Leone Sticcotti

Trafoi: la chiesetta, la parrocchiale e la casa natale di Gustav Thöni

Trafoi è una frazione del comune di Stelvio, in Alta val Venosta, a 1.570 m s.l.m. lungo la strada che da Prato allo Stelvio sale al passo dello Stelvio. La strada, voluta dall’imperatore Francesco II d’Asburgo fu costruita fra il 1820 e il 1825. Quest’anno ricorrono infatti i 200 anni dalla sua realizzazione. Il toponimo Trafoi fu menzionato per la prima volta nel 1304. E fu a partire dal 1520 che il luogo iniziò ad essere antropizzato. Fu la chiesetta delle Tre Fontane Sacre a dare avvia alla zona. Il santuario mariano delle Tre Fontane Sacre, sito a 1.607 m di altitudine fu eretto nel 1229 e restaurato tra il 1701 e il 1702, per custodire le tre sorgenti che pare abbiano proprietà curative. L’immagine della Madonna che solitamente è custodita nella chiesetta, ogni anno, durante l’inverno viene trasportata in solenne processione alla parrocchiale di Trafoi, dove rimane esposta fino a Pentecoste. La Parrocchiale della Visitazione è a sua volta una chiesa interessante. Ricostruita nel 1903 in stile neogotico e cinta dal cimitero, al suo interno, mostra una navata unica che si sviluppa in senso longitudinale fino a culminare nel ligneo altare maggiore di gusto neogotico. Su lato nord si sviluppa il pulpito laterale. Le vetrate sono colorate e rappresentano numerosi santi. Sotto ad ogni vetrata appare il nome degli offerenti.  

A Trafoi ha sede la casa del parco Nazionale dello Stelvio chiamata “Naturatrafoi”, dove un percorso didattico racconta la geologia, la fauna e la flora del Parco nazionale dello Stelvio. Domina il paesaggio lo splendido massiccio dell’Ortles la vetta raggiunge i 3.902 di altitudine. Fu scalato per la prima volta nel 1804, su pressione dell’arciduca Giovanni d’Austria che aveva promesso una cospicua ricompensa a chi sarebbe riuscito a scalare la vetta il 26 settembre il cacciatore di camosci della Val Passiria, Joseph Pichler detto Pseiser Josele riuscì nell’impresa. 

A partire dal XIX secolo Trafoi divenne sempre più una metà turistica, ospitando anche personaggi illustri come Sigmund Freud che vi soggiornò nel 1898. Il periodo della Prima guerra mondiale per il paese che si trovava lungo la cresta di confine si trasformò in un vero e proprio dramma. Tra le due guerre ci fu un ritorno del turismo, soprattutto italiano. 

Trafoi è anche il paese natale di Gustav Thöni, il campione azzurro di sci che qui, con la sua famiglia, gestisce un albergo, un angolo di armonia e tranquillità che nel suo cuore custodisce il piccolo museo delle medaglie, gli sci, le coppe le maglie e tutto ciò che narra la storia-leggenda di questo sciatore prodigioso e indimenticabile.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Sguardi

Il cielo, in questi ultimi giorni di marzo, è ricco di squarci di sereno e di cumuli più o meno solitari che collassano in lungo e in largo, con piogge e virghe nevose. Anche nel Burgraviato, quanto a Bolzano e in Bassa atesina basta, infatti, spostarsi di poche centinaia di metri per trovarsi fradici come pulcini o avvertire le prime arsure primaverili; si tratta perlopiù di fenomeni iperlocalizzati, trascurabili e non strutturati per apportare ingenti quantità idrometeoriche. Tese e fastidiose le raffiche di vento da nord-est – di grecale o tramontana o bora che dir si voglia, a seconda della zona – scapigliano capelli, umori e vestiti. In ambito nazionale, invece, si registrano intense grandinate a chicchi piccoli in E/R, nubifragi estivi in Piemonte, Liguria e Toscana, evidenziando, se ancora ce ne fosse bisogno, il grande riscaldamento nell’hotspot mediterraneo e con una goccia fredda a spasso per il Meridione. Ricordiamoci che 1°C in più fa sì che 1m³ d’aria contenga 7 gr. di vapore acqueo in più, il carburante prediletto dagli eventi estremi (consideriamo però l’altezza di tutta la colonna, con troposfera più bassa in inverno e più alta d’estate). Ma è sempre il territorio a mostrarci i segni e gli sfregi dell’incuria e dell’incapacità politica di adeguarvisi. Nelle piane e lungo l’Adige gli alberi d’alto fusto, dapprima disadorni, dai rami aggrovigliati e spogli, iniziano a verdeggiare con l’emissione delle foglioline. Se li fissiamo, i colori del panorama cangiano di giorno in giorno, proprio perché la vegetazione sui pendii scoscesi dei monti muta e si trasforma: è sufficiente guardare fuori dalle grandi finestre del treno per accorgersene. Le città, mentre si passeggia, si caricano di tinte pittoresche grazie a forsizie, camelie, mimose, magnolie, ciliegi e aiuole composte a regola d’arte, con i petali delle viole a brulicare alle brezze pomeridiane. La terra degli orti è stata vangata ed è pronta ad accogliere le prime piantine, oramai scalpitanti nei semenzai, come del resto i vasi sul BalconORTO; ma per la maggior parte di esse è ancora presto e se ne riparlerà dopo Pasqua. Non è un mistero che, con questa variabilità meteorologica, talvolta compaiano pure gli arcobaleni: c’è chi lo vede e si affretta ad andare a cercare il pentolone d’oro che si celerebbe dove finisce, prima che esso svanisca. C’è anche chi spergiura di essersi accordato col folletto che lo custodisce, o chi ci nasconde di averlo già svuotato, il pentolone, senza mai averlo posseduto, tanto a saldarne l’ammanco saranno sempre altri incauti cercatori. Siamo tutti dinnanzi all’illusione ottica di migliaia di goccioline d’acqua in sospensione illuminate dai raggi del sole.

Autore: Donatello Vallotta

Come Appiano ottenne la sua scuola

Le vie del Signore sono infinite. Paese che vai, usanze che trovi. Alla fine il bene trionfa sempre. Questi e molti altri detti popolari si adattano perfettamente alla vicenda narrata da un noto storico tirolese dell’Ottocento, padre Justinian Ladurner. Originario di Merano, padre Ladurner ha redatto anche una documentata cronaca di Bolzano. In questo contributo, tanto istruttivo quanto divertente, il padre racconta, non senza ironia, come un’usanza considerata “scandalosa” si sia trasformata in un evento positivo: la fondazione di una scuola pubblica nel comune di Appiano.

Siamo nel 1518. Il potere asburgico è nelle mani dell’ultimo cavaliere, Massimiliano I, ma in Europa si diffondono a macchia d’olio le ribellioni contadine, di cui sarà protagonista il vipitenese Michael Gaismair. Insomma, la società medievale si sta evolvendo e questo mutamento si riflette anche nei costumi spesso discutibili  dei nobili e del clero. In particolare banchetti, bagni scostumati  e danze dionisiache di vecchia tradizione finirono nel mirino dei moralizzatori dell’epoca.

Scrive padre Ladurner nel suo articolo Come nel XVI secolo in Tirolo si trasformò una cattiva usanza in una buona:  “Il 1° dicembre 1518 si riunirono ad Appiano il signor Jacob de Banisi, parroco, il signor Jacob Fuchs von Fuchsberg, cavaliere di Hohenepan e amministratore di Altenburg, consigliere imperiale e vogt (protettore) della chiesa parrocchiale, nonché rappresentante legale di Bartlme e Jörgen von Firmian, Sigmund von Spaur di Hoheneck e i fratelli Hans e Hilprand von Fuchs in rappresentanza della nobiltà, Ulrich Körbler, prevosto della chiesa, e Hans Starf, capomastro della stessa chiesa parrocchiale.

Questi uomini, membri del consiglio della comunità, decisero di eliminare alcuni abusi e introdurre al loro posto qualcosa di migliore. Fino ad allora, infatti, era consuetudine che il mercoledì di Pasqua tutta la comunità, sotto la guida della parrocchia e del tribunale di Appiano, venisse con le ancelle e i domestici del villaggio verso il “Widum” (canonica), dove ricevevano dal parroco cibo e bevande. Questo avveniva anche nel giorno dell’Ascensione, dopo che i canti del vespro erano stati intonati. L’intera comunità, accompagnata dal suono dei pifferi, tornava poi alla casa parrocchiale, dove il parroco apriva le danze e, al termine, doveva nuovamente offrire cibo e bevande a tutti.

Inoltre, il parroco ogni anno organizzava un affollato bagno pubblico (Wimmel-Bad) e poi doveva invitare i chierici della chiesa di San Paolo a un banchetto notturno. A Natale, invece, doveva inviare una ciotola di dolci alla casa del sagrestano. Queste usanze gli causavano spese ingenti e, soprattutto il bagno pubblico, era spesso accompagnato da comportamenti indecorosi.

Per porre fine a questa cattiva abitudine e trasformarla in una buona consuetudine, si accordarono affinché tutte le pratiche sopra menzionate cessassero. Tuttavia, anche la comunità non era più obbligata ad onorare i mancati servizi del parroco.

In cambio di questi sacrifici, il parroco si impegnava, per sé e per i suoi successori, a mantenere un maestro di scuola istruito e capace presso il “Widum”, fornendogli vitto e alloggio a proprie spese, oltre a mantenere i sacerdoti ausiliari. Il parroco aveva il diritto di assumere o licenziare arbitrariamente il maestro: se il suo comportamento risultava inadeguato, nobili e comunità avevano il diritto di chiedere al parroco la sua rimozione e la nomina di un insegnante più idoneo.

Il maestro di scuola era inoltre obbligato a partecipare ogni giorno con i sacerdoti assistenti e i cappellani ai canti liturgici di lode e vespro, secondo l’antica tradizione. Inoltre, per le sue mansioni di cantore, doveva prestare servizio anche a Caldaro e Termeno. Per questo riceveva un compenso annuale di 1 fiorino dal parroco e dai tre sacerdoti assistenti, pagato il giorno di San Martino.

Poiché fino ad allora non esisteva una scuola nel villaggio, il parroco mise a disposizione un terreno dietro il “Widum” per la costruzione di un edificio scolastico, il quale sarebbe stato costruito a spese della chiesa, ma sarebbe rimasto di sua proprietà.

Per quanto riguarda il salario del “Junkmeister” (maestro dei giovani) e degli scolari poveri, così come il canto dei salmi durante la Settimana Santa e l’intonazione dei canti, si dovrà seguire la consuetudine vigente a Caldaro e Termeno. Se nobili, comunità o anche stranieri e pellegrini richiedono ai sacerdoti di cantare in occasione di uffici religiosi e veglie, il compenso sarà di 2 kreuzer per una lunga veglia e di 1 kreuzer per una breve. Lo stesso importo sarà pagato per il “Placebo” o la messa per i defunti, mentre per un ufficio di lode si dovranno ricevere 2 kreuzer dai richiedenti, senza pregiudicare la retribuzione del parroco o dei sacerdoti assistenti.

Inoltre, il maestro di scuola riceverà un compenso da ogni alunno che gli viene affidato affinché lo istruisca con disciplina e diligenza. Tale compenso sarà di 15 kreuzer per ogni quadrimestre mentre per il periodo della “Wimmat” (vendemmia) e del Carnevale sarà di 1 “Ausstreichkreuzer”. Durante l’inverno, ogni studente dovrà fornire quotidianamente due pezzi di legna da ardere, oppure pagare un riscatto di 1 pfennig bavarese per l’intero inverno.

Per quanto riguarda l’usanza del parroco di invitare a pranzo nei giorni festivi i nobili appartenenti alla comunità e di servire una zuppa ai loro domestici nei giorni di festa, questa tradizione – conclude non senza sarcasmo padre Ladurner –  dovrà continuare.”

Autore: Reinhard Christanell

La presenza di Kafka a Merano nei frammenti delle sue lettere

Inizia in febbraio per Franz Kafka quell’andirivieni di considerazioni, dubbi, ripensamenti, riguardanti la meta da scegliere per quello che sarebbe dovuto essere “solamente” un soggiorno fra sole e vitto vegetariano, come lo aveva descritto nella lettera all’editore di Lipsia Kurt Wolff. Del turbinio di pensieri che il viaggio gli stava procurando erano testimoni tanto Minze Eisner che l’editore Wolff ai quali scrisse tra fine gennaio e i primi di aprile 1920. 

I frammenti di quelle lettere, che riporto, ben spiegano sia lo stato di incertezza vissuto dallo scrittore sia le difficoltà burocratiche cui erano sottoposti i turisti in tutta Europa nella prima fase post-bellica: “A Merano andrò forse tra un mese. È stata anche Lei a Merano?”, “La Baviera continua a fare la ritrosa”, e ancora “Avevo la camera ma senza il permesso d’entrata nel comune bavarese mi si negava il visto per una lunga degenza in sanatorio. […]mi fu telegrafato che a partire dal 15 corr. non si accettano forestieri […]”. Dall’accenno fatto invece nella lettera inviata a Felix Weltsch si intuisce, da un lato, che Merano fosse stata argomento di conversazione nella cerchia amicale ma pure che Kafka nutrisse un certo scetticismo per come il luogo veniva pubblicizzato: “Caro Felix, le mie piccole novità sono anche per te. In quanto al sole non avevo mai creduto, mai creduto in fondo, che qui ci fossero continue giornate di sole, limpide, e infatti non è vero, finora (siamo a giovedì sera) ho avuto bello un giorno e mezzo […] Come si può aspettarsi che sia diverso così vicino a Praga? […]”. 

Per Kafka, Merano doveva costituire un intrico di pro e contra: aria pulita, possibilità di lunghe passeggiate e, infine, la presenza di un piccolo ma operoso gruppo ebraico con medici specialisti, alberghi, sanatori e il Genesungsheim per non abbienti. Il tessuto comunitario meranese, infatti, era sicuramente noto negli ambienti ebraici di Praga non solo per la messe di pubblicazioni apparse ma anche perché molti dei turisti di cura e alcuni dei residenti erano praghesi. 

I contra erano invece costituiti dai costi non facilmente gestibili, come aveva confessato un sabato fra gennaio e febbraio nella lettera a Minze Eisner: “Cara Minze, […] probabilmente non andrò a Merano, è un po’ troppo costosa, andrò forse sulle Alpi bavaresi. […]”. Tuttavia -oltre alle difficoltà create dalla Baviera- per Kafka le valutazioni a favore della città di cura in riva al Passirio dovevano aver vinto sugli aspetti economici. Nei primi giorni di aprile è ancora una lettera a Minze a segnare la svolta: “Cara Minze, […] domani parto per Merano. […] Le scriverò da Merano.” 

Per un uomo come lui, i cui amici erano essenzialmente ebrei, abituato a muoversi soprattutto in ambienti ebraici, le riflessioni potevano forse essere state anche di natura più intima e personale; legate cioè ad un sentimento di appartenenza identitaria che le opere, le Lettere e i Diari giunti sino a noi non restituiscono se non in modo frammentario. 

Forse si potrebbe delineare la sua complessa identità come quella di un uomo in bilico fra due aneliti: da un lato il desiderio di vivere appieno quell’ Emancipazione che aveva permesso alla sua famiglia quel vivere borghese nel centro di Praga vendendo “Galanteriewaren” e che a lui aveva offerto la possibilità – impensabile per un ebreo prima di quel fatidico 1867- di frequentare il liceo classico ed iscriversi all’Università; dall’altro quella vera e propria passione carsica per lo sfaccettato universo ebraico che lo attraeva e lo respingeva in un eterna dicotomia. Nel corso dei decenni studi autorevoli hanno affrontato il tema identitario dello scrittore con esiti spesso opposti. È però lo studio di Giuliano Baioni a spiegare al meglio quanto l’ambiente ebraico praghese avesse sempre guidato, e forse condizionato, le scelte dello scrittore.

Le lettere scritte da Merano sono assai parche di informazioni sui luoghi e gli incontri meranesi d’ambito ebraico che avrebbe potuto fare e che forse fece. Viene spontaneo anche chiedersi come mai non scelse di alloggiare in una delle strutture ebraiche. 

Fu un suo precipuo desiderio di “lontananza” o un fatto legato alla lenta ripartenza della vita economico-turistica del Kurort e degli alberghi di proprietà israelita?  Va ricordato infatti, che la maggior parte degli imprenditori ebrei meranesi possedevano una doppia attività: quella a Merano per le stagioni turistiche tipiche di questa Kurstadt, ossia l’inverno, la primavera e l’autunno, e una nelle città di origine o comunque in un altro dei luoghi dell’Impero cislaitano dove la stagione fosse estiva. Non va poi dimenticato che, per quanto la città non fosse stata bombardata, la conversione di alberghi e sanatori in lazzaretti e acquartieramento truppe aveva nuociuto non poco agli eleganti hotel meranesi. Ricordiamo -a titolo di esempio- che allo Starkenhof, l’albergo e il ristorante casher di Jakob Bermann, era stato allestito il Feldpost Amt. Il Sanatorio Königswarter potè riprendere la sua normale attività di accoglienza dei malati indigenti, solo nel giugno del 1920. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Quali priorità?

Che fine ha fatto la comunità internazionale? A molti oggi questa potrà sembrare una domanda ingenua, banale, inutile, e assurda. Specie a chi innanzitutto pensa che quanto sta succedendo in questi mesi nel mondo di fatto non abbia delle conseguenze dirette su quanto avviene nella nostra vita di tutti i giorni, qui nella nostra provincia in mezzo alle Alpi. Ma anche in secondo luogo a coloro che ormai stanno dando per scontata la fine dell’equilibrio di forze scaturito dalla fine della seconda guerra mondiale, basato sull’ampia diffusione della democrazia nell’occidente e con gli Stati Uniti a fare da garanti. Come sappiamo molta è stata l’ipocrisia e molti hanno fatto soprattutto i loro interessi, in questo equilibrio precario. Ma di fatto la democrazia in Italia, l’autonomia altoatesina concordata tra Roma e Vienna sotto l’egida dell’ONU, e poi la nascita e il progressivo sviluppo dell’Unione Europea sono stati orizzonti sicuri sui quali abbiamo basato il nostro benessere e le nostre libertà.

Negli ultimi anni e – soprattutto – negli ultimi mesi abbiamo invece percepito un cambiamento radicale di questo scenario. Con l’organizzazione delle Nazioni Unite ormai degradata a semplice spettatrice di un braccio di forza inedito che vede protagonisti tre membri permanenti del consiglio di sicurezza (Russia, Stati Uniti e Cina), che è poco definire inadempienti nel loro ruolo originale di garanti, della pace faticosamente raggiunta dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Personalmente sto provando una grande amarezza per il fatto che il riarmo si stia affermando in questi ultimi giorni come principale priorità europea. Mi sembra un fallimento. Penso che invece per tutti i 446 milioni di europei, noi compresi, la priorità dovrebbe essere invece quella di riaffermare da protagonisti – oggi come non mai – il concetto di comunità internazionale, come “l’insieme degli Stati e delle altre organizzazioni o istituzioni le cui relazioni reciproche si basano sull’osservanza delle norme espresse dal diritto internazionale”. 

Diritto internazionale, sì. Perché oggi in pericolo non è solo la pace in alcune zone del mondo (nel giorno in cui scrivo sono morti centinaia di civili nella ripresa dei bombardamenti a Gaza), ma la nostra stessa idea di futuro che ci siamo costruiti all’insegna della pace e che vorremmo trasmettere ai nostri figli. Quindi: informiamoci, riflettiamo e troviamo il modo di agire, in un modo o nell’altro.

Autore: Luca Sticcotti

Volontari. Servire il prossimo senza servirsi del prossimo

C’era anche un po’ di Alto Adige il 9 marzo in piazza San Pietro a celebrare insieme ad altre 25mila persone il Giubileo del mondo del volontariato. Grande assente papa Francesco. Assenza fisica, ma presenza forte, con la testimonianza e le parole dell’omelia e dell’Angelus. I sogni dei pellegrini di speranza.

Il card. Michael Czerny ha sostituito il pontefice, degente da diversi giorni all’ospedale Gemelli di Roma, e ha letto il testo dell’omelia preparata da Francesco, ringraziando innanzitutto i volontari perché “voi servite il prossimo senza servirvi del prossimo”. Lo fanno “per strada e tra le case, accanto ai malati, ai sofferenti, ai carcerati, coi giovani e con gli anziani”, la loro “dedizione infonde speranza a tutta la società. Nei deserti della povertà e della solitudine, tanti piccoli gesti di servizio gratuito fanno fiorire germogli di umanità nuova”. È quel “sogno di Dio” così lontano dal presente che si sta vivendo. Anziché il “giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti”, il fragore delle armi e la fiducia smarrita.

“Nelle nostre società”, ha scritto il Papa nel testo per l’Angelus, “troppo asservite alle logiche del mercato, dove tutto rischia di essere soggetto al criterio dell’interesse e alla ricerca del profitto, il volontariato è profezia e segno di speranza, perché testimonia il primato della gratuità, della solidarietà e del servizio ai più bisognosi”.

Benché non si doni il proprio tempo per essere ringraziati, il grazie di Francesco arriva forte e chiaro: “Grazie per l’offerta del vostro tempo e delle vostre capacità; grazie per la vicinanza e la tenerezza con cui vi prendete cura degli altri, risvegliando in loro la speranza!”.

Parole ancora più vere perché pronunciate da qualcuno che egli stesso, come aggiunge nel suo messaggio, sperimenta la premura del servizio e la tenerezza della cura. “E mentre sono qui, penso a tante persone che in diversi modi stanno vicino agli ammalati e sono per loro un segno della presenza del Signore. Abbiamo bisogno di questo, del ‘miracolo della tenerezza’, che accompagna chi è nella prova portando un po’ di luce nella notte del dolore”.

Autore: Paolo Bill Valente

Singoli di fine stagione

Tra un’uscita e l’altra sulla lunga durata, la produzione musicale locale anche in questi primi mesi dell’anno non ha disdegnato di essere assai prolifica anche sul versante dei singoli.

A fine gennaio, nel giorno del proprio compleanno, è tornato a farsi sentire il veterano Stefano Mascheroni con un’orecchiabile canzone dal sapore estivo, sempre condita da arrangiamenti ridondanti, con abbondanza di effetti e suoni tipici di quegli anni ottanta da cui il musicista a livello di formazione proviene, ma sicuramente migliore per ciò che concerne la produzione rispetto alle ultime cose che il cantautore bolzanino ci aveva fatto ascoltare. Praticamente Innamorati – questo il titolo del brano – è una canzone che lo vede duettare con una voce femminile, la cui proprietaria non siamo riusciti a rintracciare nei credits del brano postato su youtube. Che l’Intelligenza Artificiale abbia fatto il proprio ingresso in punta di piedi anche nella scena musicale bolzanina?

Qualche giorno prima ha debuttato sempre su youtube una nuova canzone del duo Wild As Her condiviso dal chitarrista altoatesino Chris Kaufmann con la cantante Caroline von Brünken: il duo è sulla breccia da un paio d’anni e ha pubblicato molto materiale, portandolo in giro anche dal vivo (il 20 marzo saranno sul palco del Carambolage), tutto condito in salsa country-pop, spesso più pop che country. Nel filone si inserisce alla perfezione anche la Unloving You all’oggetto di questa recensione: il brano fa parte del recente EP dei due artisti, intitolato Matches & Gasoline ed è un buon esempio del loro stile, nonché del modo di lavorare in studio del Kaufmann producer, in bilico tra la modernità e i suoni acustici, retaggio della sua lunga militanza nel mondo country, dapprima coi Jambalaya, poi al seguito di George McAnthony, fino agli anni dieci del nuovo millennio, quando per diverso tempo Kaufmann è stato il chitarrista dei Truck Stop, la più longeva e seguita formazione country-rock dell’Europa continentale.

Un ritorno graditissimo, seppur sotto mentite spoglie e quello di Othmar Schönhafinger, un artista di cui ci siamo occupati in passato per via delle sue uscite discografiche sotto il nome d’arte di The Shea (i due vinili di questo ragazzo sono sicuramente tra le cose da ricordare dell’ultimo decennio). L’ex cantante e leader dei John’s Revolution torna stavolta sotto la denominazione di Liquid Gas e con una canzone intitolata Superpunk: il cambio di nome ci sta tutto visto che Othmar abbandona la sua visione del british pop per dedicarsi ad un brano dove a prevalere sono ritmo ed elettronica, anche se la sua voce è inconfondibile pure se stavolta all’abituale inglese ha scelto di cantare nella sua madrelingua. Come da par suo, Schönhafinger stupisce anche stavolta per la sua versatilità e per la capacità di rinnovarsi, senza fossilizzarsi nel percorrere strade sicure, magari rischiando, ma con motivazione. Il brano è la conferma della statura e del “sentire” la musica di questo artista, che speriamo torni a farsi ascoltare presto anche sulla lunga durata.

Concludiamo questa passerella con un nuovo singolo marchiato Supermarket. Il combo bolzanino che riunisce un numero imprecisato di giovani e volenterosi artisti se ne è uscito lo scorso otto febbraio con una bella composizione intitolata Tutto bene e firmata da Thomas Traversa che in questo brano si fa accompagnare ai cori da Fanchi (di cui, ricordiamo, aveva firmato la produzione del disco più recente, pubblicato per la verità su audiocassetta); per il mix invece il lavoro è stato curato da Francesco Bettoli.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada in Zona dedicata a Meucci

Tra le vie della zona industriale dedicate a scienziati e inventori vi è via Antonio Meucci, dovuto omaggio alla persona alla quale dovrebbe esser grato chi ogni giorno utilizza il telefono. Antonio Santi Giuseppe  Meucci, nato a Firenze il 13 aprile 1808, ammesso nel 1821 all’Accademia di Belle Arti di Firenze, per sei anni studiò, oltre alle materie base, anche chimica, come pure meccanica, comprendente fisica e nell’ambito di essa acustica ed elettrologia. Fu lavorando al Teatro della Pergola che mise  a frutto la preparazione tecnica ricevuta in Accademia. Con Maria Matilde Ester Mochi, conosciuta in teatro e che sposò il 7 agosto 1834, fu assunto in un gruppo di persone scritturate da un impresario teatrale cubano: Antonio come ingegnere, macchinista e disegnatore tecnico, Ester come direttrice della sartoria del teatro. All’Avana, dove giunsero il 17 dicembre 1835, i coniugi Meucci passarono quindici anni. Antonio Meucci divenne famoso per la trasmissione della voce per via elettrica, che scoprì nel 1849, nel corso di esperimenti di elettroterapia, divenendo così il primo pioniere del telefono elettrico della storia, cui fu dato il nome di “telegrafo parlante” e in seguito “telettrofono”. Nell’aprile 1850 i coniugi Meucci si stabilirono a New York, dove Antonio aprì una fabbrica di candele steariche. Provò una trentina di telefoni di tipo diverso, riuscendo a realizzare un telefono perfetto tra il 1864 e il 1865. Fu il 28 dicembre 1871 che Meucci depositò presso l’Ufficio  Brevetti statunitense il “caveat nr. 3335” dal titolo “Sound Telegraph”, in cui descriveva la propria invenzione. Meucci inventò e brevettò molti altri strumenti basati su processi chimici e meccanici; fu titolare e depositario di ben 22 brevetti. Antonio Meucci morì il 18 ottobre 1889; le sue ceneri si trovano nel “Garibaldi-Meucci Museum” di New York, assieme alla tomba della moglie Ester, morta il 21 dicembre 1884.

Autore: Leone Sticcotti