La strada italiana da Trento a Bolzano 

Il turismo è un’invenzione dei tempi moderni. Nel XVIII secolo andavano di moda i cosiddetti Grand Tour, viaggi educativi intrapresi dai giovani aristocratici europei, soprattutto britannici, per visitare le capitali culturali dell’Europa come Parigi, Roma e Firenze. Come fenomeno di massa, il turismo sboccia nel XIX secolo grazie alla Rivoluzione industriale: migliorano i trasporti come ferrovie e funicolari, la popolazione gode di un maggior benessere economico, che permette alla borghesia di viaggiare per piacere e si sviluppano le prime agenzie di viaggio che organizzano viaggi di gruppo.

In Trentino e in Alto Adige il turismo si afferma soprattutto grazie agli alpinisti britannici e tedeschi che iniziano a frequentare le Dolomiti. Accanto ai primi rifugi alpini costruiti per ospitare gli escursionisti, si sviluppano ferrovie e strade. Viaggiano gli aristocratici come l’imperatrice Sissi d’Austria ma viaggiano anche i borghesi e perciò nascono le guide turistiche: inizialmente manoscritte, successivamente stampate e illustrate. Karl Baedeker pubblica la sua famosa guida nel 1835, nel 1876 anche la casa editrice Michelin pubblica guide dettagliate.

Nel 1895 esce a Bassano la Guida del Trentino (orientale) di Ottone Brentari dedicata alla “valle media dell’Adige e dell’Eisack” da Trento a Bolzano, comprese le valli laterali come la Val di Fiemme e il Primiero. In sostanza, è una guida della Bassa Atesina per come veniva percepita in piena epoca asburgica.

Scrive Brentari: “Lo stradone (nome che ha continuato a designare a lungo la via principale di collegamento tra nord e sud) si chiama Strada Italiana, la quale va da Innsbruck al confine austro-italiano sotto Ala.” Sarà sostituito dalla A22 quando negli anni ’60 il traffico turistico di attraversamento dei paesi diventò insostenibile.

Il viaggio di Brentari inizia a Trento e si dirige verso nord. Dopo Gardolo, Lavis, Nave S. Felice e Nave S. Rocco (“paesi da cui ogni anno emigrano diverse famiglie per le Americhe”), arriva a Zambana e S. Michele: “tre scuole con un maestro e due maestre, che sono suore di S. Vincenzo, addette all’Istituto Agrario”. Prossima tappa è la Chiusa d Salorno: “importante sotto l’aspetto geologico, storico, etnografico”.  Salorno, “di nazionalità e architettura mista, è ben fabbricato”. Brentari rifà la storia dai Reti all’occupazione romana e dai Longobardi e Bavari all’arrivo di Carlo Magno, con il quale inizia la lenta germanizzazione della Bassa Atesina “ladina”. Saranno poi i vescovi germanofoni di Sabiona e soprattutto i conti del Tirolo a imprimere il carattere marcatamente tedesco alla Bassa Atesina, che in epoca asburgica prevale nettamente. Tuttavia, scrive Brentari, “in tutta la valle dell’Adige da Salorno a Bolzano è ancora fiorente l’elemento italiano in modo che sembra veramente straordinario se si considera quante circostanze lo osteggiano, mentre nessuna lo sostiene”.  

Il viaggio prosegue verso Magrè e Egna, dove consiglia “la gita a piedi da Salorno a Termeno attraverso la fertile e bella regione d’oltre Adige, considerata come il paradiso del Tirolo”.  

A Egna “gli abitanti parlano tutti anche l’italiano e nei tipi, specialmente in quelli delle donne, l’impronta italiana è predominante”. A Ora “è italiano il tipo di parecchie case”, e da lì si arriva a Vadena con le frazioni di Gmund, Piglon e Stadlhof”. “Il comune è abitato quasi esclusivamente da italiani che lavorano i campi appartenenti a proprietari di Trento e Rovereto. Anche le costruzioni hanno un aspetto completamente italiano.” “Bronzollo, dove molti contadini della Valle Lagarina vennero a stabilirsi (…) le scuole sono completamente tedesche e il clero tedesco”.  Anche a Leifers (Brentari non cita mai il nome Laives), paese di 1848 abitanti,  si “erano stabiliti molti italiani (…) ma essi andarono mano a mano germanizzandosi … grazie al fatto che i bambini, frequentando asilo e scuole tedesche, già in tenera età cominciano ad apprendere il tedesco”. 

“Da Leifers si può salire su per la valle di Branten a Weissenstein, donde a Cavalese in ore 8. La valle è qui paludosa, ed in estate non sono rare le febbri nelle località più basse”. 

Sulla rupe all’estremità del Mitterberg “torreggiano infine le rovine di Sigmundskron, che prima si chiamava Formicarium”.

Autore: Reinhard Christanell

Esther Flensberg Rubinstein.Donne ebree a Merano – seconda parte

Come detto nella prima parte di questo articolo intitolato “Nahida Ruth Lazarus e le altre. Ritratti di donne ebree a Merano”, l’universo ebraico altoatesino è costellato di personaggi interessanti e importanti ma – forse inaspettatamente per i più – è il numero assai elevato di donne interessanti, intraprendenti, forti e libere di esprimersi a livello intellettuale, religioso e soprattutto imprenditoriale che colpisce. Un altro personaggio femminile del panorama ebraico meranese di grandissimo interesse è Esther Rubinstein.

Esther Rubinstein era nata in Lituania nel 1881, figlia del Gaon Hayyim Flensberg. Gaon era un titolo onorifico che indicava il ruolo di capo spirituale della comunità ma anche l’importante compito di trasmettere la conoscenza esegetica e l’insegnamento della Torah e della Halakha, ossia la Legge ebraica. Il padre di Esther era molto conosciuto e molto amato in tutta la Lituania e ben oltre. Aveva scritto numerosi libri sull’Hallakka, sulla filosofia ebraica e sull’Aggadah.
Figlia unica, Ester era vissuta con lui fino al giorno del suo matrimonio e fu per il padre fonte di gioia e di soddisfazione. Egli la educò nello studio della Torah, del Talmud, della letteratura rabbinica e della filosofia ebraica. Gli anni in cui Ester cresceva e si faceva adolescente e donna, erano quelli dell’Haskalà, ossia dell’emancipazione ebraica, così -visto che la giovane era molto intelligente e apprendeva assai velocemente- si decise di insegnarle anche le lingue e la letteratura europea. Nel 1905, a 24 anni, Ester sposò il rabbino Isaak Rubinstein che divenne presto il rabbino capo di Vilna, dove la coppia si stabilì nel 1910 e insieme guidarono la locale comunità. Esther era infatti talmente preparata sul piano religioso e talmente attiva sul piano comunitario che si guadagnò il titolo di “Rebetzin”.
Ester era impegnata nell’educazione, nei lavori sociali ed era una attivista femminista.
Certa che l’istruzione fosse necessaria per ogni ragazza fondò numerose scuole femminili sparse sul territorio in modo che tutte potessero accedervi con facilità. Sionista convinta scrisse articoli, saggi e tenne conferenze sul ruolo fondamentale delle donne nel reclamare la terra di Israele. Convinta dell’importanza del voto alle donne pubblicò numerosi articoli e saggi su questo argomento.
Durante la prima guerra mondiale lavorò nelle mense e in altre agenzie caritatevoli per aiutare i bisognosi.
Pochi anni dopo la prima guerra mondiale, Esther contrasse una rara malattia del sangue e per lei si cercò il luogo più adatto e i medici migliori. La scelta cadde sull’equipe di medici meranese del Sanatorio ebraico.
Ester affrontò quindi il viaggio da Vilna a Merano e si sottopose alle cure. Purtroppo ogni tentativo intrapreso non diede gli esiti sperati e Esther mori nella città del Passirio e a 43 anni nel 1924 lasciando un marito e un figlio. Fu sepolta nel cimitero ebraico di Merano dove a tutt’oggi riposa. L’intera comunità ebraica di Vilna pianse la sua morte e migliaia di persone parteciparono a una cerimonia commemorativa nella Grande Sinagoga di Vilna. Esther è stata l’unica donna a cui sia mai stato conferito questo onore. Molti eminenti rabbini e leader sionisti religiosi le fecero l’elogio funebre.

Rosanna Pruccoli

Rotolo ai semi di papavero

Ingredienti

Per il pan di Spagna:
280 g di farina
180 g di zucchero
5 uova
100 g di semi di papavero
2 cucchiai di miele
1 cucchiaino di lievito
1 bustina di vanillina
1 pizzico di cannella
1 pizzico di sale
2 cucchiai di zucchero
3 cucchiai di acqua

Per il ripieno:
500 ml di panna
200 g di confettura di mirtilli rossi

Preparazione

Mescolate i tuorli, il miele, l’acqua e lo zucchero per 10 minuti.
Incorporate la farina, i semi di papavero, il lievito, la vanillina e la cannella.
Montate a neve gli albumi con un pizzico di sale e due cucchiai di zucchero.
Aggiungete delicatamente gli albumi montati al composto con i tuorli.
Successivamente stendete l’impasto su una teglia da forno mantenendo uno spessore di ca. 1 cm e cuocete in forno a 180° C per 10 minuti.
Una volta cotto ribaltate l’impasto su uno strofinaccio da cucina, arrotolate leggermente e lasciatelo raffreddare.
Nel frattempo montate la panna e mescolatela alla confettura di mirtilli rossi.
Spalmate il ripieno sul pan di Spagna, arrotolate e servite. con una spolverata di zucchero a velo.

La strada in Zona dedicata a Meucci

Tra le vie della zona industriale dedicate a scienziati e inventori vi è via Antonio Meucci, dovuto omaggio alla persona alla quale dovrebbe esser grato chi ogni giorno utilizza il telefono. Antonio Santi Giuseppe  Meucci, nato a Firenze il 13 aprile 1808, ammesso nel 1821 all’Accademia di Belle Arti di Firenze, per sei anni studiò, oltre alle materie base, anche chimica, come pure meccanica, comprendente fisica e nell’ambito di essa acustica ed elettrologia. Fu lavorando al Teatro della Pergola che mise  a frutto la preparazione tecnica ricevuta in Accademia. Con Maria Matilde Ester Mochi, conosciuta in teatro e che sposò il 7 agosto 1834, fu assunto in un gruppo di persone scritturate da un impresario teatrale cubano: Antonio come ingegnere, macchinista e disegnatore tecnico, Ester come direttrice della sartoria del teatro. All’Avana, dove giunsero il 17 dicembre 1835, i coniugi Meucci passarono quindici anni. Antonio Meucci divenne famoso per la trasmissione della voce per via elettrica, che scoprì nel 1849, nel corso di esperimenti di elettroterapia, divenendo così il primo pioniere del telefono elettrico della storia, cui fu dato il nome di “telegrafo parlante” e in seguito “telettrofono”. Nell’aprile 1850 i coniugi Meucci si stabilirono a New York, dove Antonio aprì una fabbrica di candele steariche. Provò una trentina di telefoni di tipo diverso, riuscendo a realizzare un telefono perfetto tra il 1864 e il 1865. Fu il 28 dicembre 1871 che Meucci depositò presso l’Ufficio  Brevetti statunitense il “caveat nr. 3335” dal titolo “Sound Telegraph”, in cui descriveva la propria invenzione. Meucci inventò e brevettò molti altri strumenti basati su processi chimici e meccanici; fu titolare e depositario di ben 22 brevetti. Antonio Meucci morì il 18 ottobre 1889; le sue ceneri si trovano nel “Garibaldi-Meucci Museum” di New York, assieme alla tomba della moglie Ester, morta il 21 dicembre 1884.

Autore: Leone Sticcotti

La chiesa di San Pancrazio in Val d’Ultimo e la festa di primavera

San Pancrazio, il martire decapitato a Roma per volere di Diocleziano, appartiene alla schiera dei cosiddetti “Santi del ghiaccio”. Ne fanno parte San Mamerzio, San Servazio e San Bonifacio.  Nella tradizione contadina tirolese essi sono santi assai tenuti perché portano con loro un rigurgito di freddo con gelate anche devastanti per il raccolto.  Essi sono al Centro di numerosi detti popolari che esprimono alcuni degli scenari possibili per clima e raccolto. Le notti fra l’11 e il 15 maggio i contadini tradizionalmente vegliavano e scrutavano il cielo. La coltre delle nubi avrebbe impedito un brusco calo delle temperature, mentre un cielo terso avrebbe portato una gelata. Al temuto Pancrazio è dedicato l’omonimo paese in Val d’Ultimo e la sua parrocchiale. 

Posto all’ingresso della valle San Pancrazio è un piccolo insediamento a 763 m d’altitudine circondato da prati e frutteti. In epoca medievale il paese fu centro economico, religioso e giuridico per l’intera vallata. Attraverso la cronaca del convento di Weingarten, che aveva in zona diversi possedimenti, è possibile attestare la presenza di un luogo sacro già a partire dall’XI secolo e la residenza stabile di un parroco fin dal 1268. Per molti illustri la cura d’anime dell’intera vallata fu esplicata dunque dalla parrocchia di San Pancrazio mentre negli altri agglomerati valligiani furono edificate solo chiese filiali e cappelle. Numerose erano le processioni, le rogazioni, i pellegrinaggi, che scandivano il ciclo dell’anno con lo scopo di pregare per il favore degli agenti atmosferici e per propiziare un buon raccolto. Importantissima era la processione che si teneva qui il 12 maggio il giorno di San Pancrazio: un ungo e faticoso cammino vino a Laces in Val Venosta e da lì inerpicarsi fino alla chiesa di San Martino. 

A tutt’oggi l’abitato che è dislocato lungo il lato più soleggiato della valle. Tanto che i suoi numerosi masi contadini sparsi arrivano fin quasi al confine boschivo, è caratterizzato dall’alto campanile gotico della parrocchiale dedicata a San Pancrazio. L’attuale chiesa è il frutto di una ricostruzione ottocentesca ed è in stile neogotico. Della precedente struttura sopravvivono solo alcuni muri della navata centrale. Al suo interno si trovano tre altari a portelle cuspidati. L’altare maggiore, eseguito da August Valentin, mostra figure sacre scolpite e colorate che si stagliano nelle nicchie. Sui lati interni delle portelle, i bassorilievi delle sante Barbara e Caterina prendono vita sugli sfondi dorati. Nello scrigno centrale è visibile una sacra conversazione: nel centro, assisa sul trono, Maria mostra il bambin Gesù mentre ai lati i due santi sono rivolti a lei e sono San Luigi Gonzaga e San Pancrazio con scudo e armatura. Appartengono allo stesso scultore i due altari laterali dedicati alternativamente al “Sacro cuore di Gesù” e alla “Madonna del Rosario”.  

Un altro dettaglio di particolare interesse è l’orologio del campanile, riccamente decorato e splendidamente dipinto. Nelle vicinanze della Chiesa Parrocchiale si trova il cimitero locale con la cappella di San Sebastiano -a due piani- che, come riporta un’iscrizione, venne eretta in memoria delle vittime della peste. Di particolare valore è lo sfarzoso altare barocco.

PER VISITARE

Per raggiungere la Parrocchiale di San Pancrazio in auto occorre arrivare fino a Bolzano e  proseguire quindi con la superstrada MeBo in direzione di Merano fino all’uscita Merano Sud (Zona industriale di Lana). Proseguire verso Lana e quindi la segnaletica “Val d’Ultimo”. All’entrata di Lana si svolta a destra verso la Val d’Ultimo. La valle è lunga circa 40 km. Dopo alcuni tornanti si arriva a S. Pancrazio (10º km), 4 tunnel (al km 11,8 lungo 320 metri, al km 12,5, al km 13 lungo 240 metri, ed il quarto lungo 110 metri) quindi a Santa Valburga (18º km), S. Nicolò (27º km) fino ad arrivare a Santa Gertrude (31º km). Gli ultimi tre paesi formano il Comune di Ultimo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Nahida Ruth e le altre. Ritratti di donne ebree a Merano

L’universo ebraico altoatesino è costellato di personaggi interessanti e importanti ma – forse inaspettatamente per i più – vi è un numero assai elevato di donne interessanti, intraprendenti, forti e libere di esprimersi a livello intellettuale, religioso e soprattutto imprenditoriale che colpisce.Nahida Ruth Remy Lazarus era giornalista, critica letteraria, scrittrice di romanzi e di Drammi teatrali, attrice e infine scrittrice di testi fondamentali per e sulle donne ebree e il loro ruolo. Visse a Merano dal 1896 al 1923, un lasso di tempo che le consentì di lavorare attivamente in città partecipando come vedremo a numerose associazioni e creandone lei stessa.  

Nahida era nata a Berlino nel 1849, era figlia dello storico dell’arte Max Schasler  scrittrice Nahida Sturmhöfel. 

A cinque anni – nel 1854 – con la madre si trasferì da Berlino alla Provenza e da lì a Palermo per fare ritorno a Berlino nel 1864. Era stata educata per affrontare una carriera da artista e il suo primo ingaggio giunse a 22 anni, a Breslavia nel 1866. A Berlino recitò, insegnò e soprattutto, scrisse per quotidiani e riviste. 

Per il suo lavoro di attrice a Berlino conobbe il suo primo marito il critico teatrale Max Remy col quale rimase sposata fino al 1881, quando a quando a 32 anni restò vedova. Rimasta vedova studiò intensamente e per molti anni l’ebraismo e nel 1895, a 46 anni si convertì e sposò Moritz Lazarus.  

L’anno seguente, nel 1896, giunse a Merano con il marito. I due intellettuali avevano scelto Merano per la posizione, il clima e per la presenza in città del Rabbino Aron Tenzer intellettuale assai noto ed ex allievo di Moritz. In quegli anni vivevano in città alcune famiglie di imprenditori, medici e commercianti e si poteva contare su un cimitero ebraico, una sala di preghiera, un ristorante kasher. 

Qui continuarono la loro attività cercando contatti anche con la città. Fino al 1898, Moritz continuò a trascorrere dei periodi a Berlino, dove era professore onorario della cattedra di Psicologia, quando, rientrato definitivamente in città, vi scrisse le ultime opere tutte rivolte a questa nuova disciplina. Morì nel 1903, fu sepolto nel primo cimitero ebraico cittadino. Nahida, autrice di un testo fondamentale sull’analisi della donna nel mondo ebraico, proseguì la sua vita nel ricordo del grande uomo che aveva sposato, inviando spesso ad amici e conoscenti fotografie che lo ritraevano e allegando brevi lettere in cui spiegava che il fotografo Wassermann si occupava anche della riproduzione fotografica del ritratto del marito, oppure commentando: “Trovo questa testa così bella, non ricorda quella di un profeta?” 

Nahida continuò ad interessarsi di cultura, stringendo amicizia con gli intellettuali locali, come il famoso dottor Franz Innerhofer creatore del Museo civico o il dottor Frank. 

Fondò l’Associazione per la protezione degli animali, dotato di un calendario annuale da lei scritto, corredato di disegni, favole, racconti, e riflessioni edificanti e da lei pubblicato e dedicato ai bambini.  

Fu socia onoraria del Museumsverein di Merano, fondato nel 1899, pubblicò numerosi scritti, fra cui un testo di 27 pagine a spiegazione della sua collezione di quadri e della formazione del Museo Civico: donò infatti all’erigendo museo numerosi oggetti e la sua collezione di cento dipinti. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Ridiamo troppo poco

Tra gli scopi principali di questo giornale c’è stato fin dall’inizio quello di cercare di concentrarsi sulle buone notizie, uscendo dal meccanismo consolidato che lega il successo della testata soprattutto alla cronaca nera e giudiziaria, agli scandali e alle polemiche, politiche ma non solo. 

Si tratta di un compito non sempre facile, ma che abbiamo cercato di svolgere sempre – i nostri lettori più affezionati lo sanno – anche in periodi drammatici come quello della pandemia di Covid 19. 

Ebbene: anche questo 2025 si sta dimostrando particolarmente ostico, per mille motivi che non sto ad elencarvi, li conoscete bene, fanno parte della quotidianità di ognuno di noi. 

L’incertezza ci circonda e ci condiziona profondamente, sia nella vita di tutti i giorni sia – soprattutto – in prospettiva. Cercando di individuare qualcosa di positivo su cui concentrarmi – come ho fatto nello scorso numero scrivendo di speranza – ho pensato allora di condividere con voi un pensiero che mi ha sempre accompagnato, vivendo finora tutta la mia vita in Alto Adige.

Il pensiero è che nella nostra terra ridiamo troppo poco. Tendiamo a prenderci troppo sul serio e – anche – a drammatizzare, brontolando e lamentandoci. Anche quando ci divertiamo spesso lo facciamo ridendo troppo poco, di noi e non solo. Una conseguenza di ciò è anche il fatto che sono davvero pochi coloro che, nella nostra provincia, si occupano del far ridere in maniera professionale, nei vari settori. Sono pochi infatti i vignettisti satirici, i comici, i cabarettisti, i cantanti che fanno ridere. Così come sono pochi gli umoristi che usano la scrittura, sui giornali ma non solo. La cosa vale anche per i social network: quelli di noi che “postano” per far ridere un testo, un link, un fotomontaggio, sono davvero pochi. Ci perdiamo spesso in un mare di banalità, cattiverie e di battibecchi che solo di rado diventano dialoghi utili, in grado di generare scambi di esperienze ed opinioni, volte ad arricchirci attraverso il confronto civile. 

Quello di ridere un po’ allora dovrebbe essere un impegno giornaliero per tutti noi. Ridere fa bene a noi stessi e anche a coloro che ci stanno intorno. Personalmente posso dire di avere un dono che mi consente di trovare (quasi) sempre un modo per sdrammatizzare, nella mia quotidianità, suscitando un sorriso. Chi di voi condivide questa capacità trovi dunque il modo di condividerla. Oggi più che mai. 

è una cosa semplice, naturale.
E fa stare bene.

Autore: Luca Sticcotti

Degasperi e la politica capace di guardare lontano

L’accordo Degasperi-Gruber del settembre 1946 è riconosciuto oggi da molti come la base su cui si è potuta sviluppare l’Autonomia dell’Alto Adige. Per uno dei due firmatari, Alcide Degasperi, si è conclusa a Roma, lo scorso 28 febbraio, la fase diocesana del processo di beatificazione. C’è bisogno di politica lungimirante.

Abbiamo tutti ancora negli occhi la strana scena andata in onda dallo Studio ovale di Washington. Soffriamo da anni dell’assenza di una classe politica che sia capace, a livello globale, di porre mano ai mali che attanagliano l’umanità: le guerre, le disuguaglianze, la fame, i cambiamenti climatici. Malgrado l’evidenza, prevalgono i negazionismi indotti dai detentori di interessi economici e da uomini di potere (simili a bambini capricciosi) per i quali è preferibile un mondo alla deriva, piuttosto che un’umanità pacificata.

Di fronte a questa situazione Degasperi usava citare una frase di James F. Clarke (tanto che poi fu attribuita a lui stesso): “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo Paese”. Parole, non a caso, pronunciate da un pensatore statunitense del 19° secolo che suonano quanto mai attuali se riferite proprio agli Stati Uniti (e non solo, sia chiaro) del 21°.

“Uno dei tratti distintivi del suo carattere era la capacità di affrontare le difficoltà con serenità e speranza”, ha detto il cardinale vicario di Roma Baldassarre Reina di De Gasperi. “La sua visione dell’Europa, fondata sulla cooperazione tra i popoli, rifletteva un approccio inclusivo e lungimirante, in netto contrasto con le divisioni nazionalistiche che avevano segnato il continente nei decenni precedenti. Per lui, il confine non era una barriera divisoria, ma un ponte tra culture diverse”.

In particolare, “Degasperi fu tra i primi a comprendere che la cooperazione tra gli Stati europei fosse la chiave per garantire pace e stabilità. Il suo contributo al progetto europeo è oggi più attuale che mai”. “In un’epoca segnata dalla polarizzazione e dal populismo, il metodo di Degasperi, fondato sul confronto costruttivo e sulla ricerca di soluzioni condivise, appare come un approccio necessario per ricostruire la fiducia nelle istituzioni”.

Autore: Paolo Bill Valente

Ariel Trettel e le canzoni scolpite nel marmo

Sono trascorsi alcuni anni da quando la strada artistica di Ariel Trettel si è separata da quella degli Shanti Powa, la band di cui è stato chitarrista e fondatore con Berise una quindicina di anni fa.

Le vie di questa formazione e dei suoi ex componenti sono però sempre state strettamente connesse, tanto che talvolta (pensiamo al caso di Peter Burchia) finiscono anche per incrociarsi nuovamente. Certo è che al di fuori del contesto collettivo, la musica cambia, e anche nel caso di Ariel la fuoriuscita dalla formazione madre ha dato luogo a un debutto solista molto intimo e, se vogliamo, anche vicino a certi momenti del disco del suddetto Burchia.

Was bleibt (ciò che resta) è il titolo del debutto di Ariel Trettel, un disco essenziale, costruito sui suoni di una chitarra acustica e una manciata di canzoni in lingua inglese, tedesca e qualcosina in italiano, con forti reminiscenze di autori come Nick Drake e del Dylan degli esordi, quantomeno nell’approccio vocale.

“In tutti gli anni negli Shanti Powa – ci racconta –, e nella partecipazione a progetti di altro genere con altri musicisti, ho sempre dedicato molto del mio tempo alla band, accumulando nel frattempo canzoni che scrivevo e che rimanevano in cerca di una casa. Da qui, un po’, il titolo del disco, queste canzoni sono quello che resta di un periodo della mia vita. Finalmente lo scorso anno mi sono deciso e le ho registrate, nello studio di casa, a Fiè, sono undici e sono state scritte nell’arco di dieci anni. il missaggio mi l’ho affidato allo studio Little Big Beat, in Lichtenstein, dove con gli Shanti avevamo registrato ‘Til Insanity, il nostro terzo disco. Quanto al fatto che le canzoni siano in più lingue, è una cosa che ho sempre ritenuto fondamentale e bella degli Shanti, l’essere multilingui, non solo per raggiungere un pubblico più ampio, ma per raggiungere anche un’espressività nelle proprie lingue, nel mio caso italiano e tedesco, anche se l’italiano c’è in misura minore.”

Il disco si apre tra l’altro con un brano molto folk, inteso dalla struttura folk tirolese, Am Schlern, un brano dedicato da Trettel all’altipiano dello Sciliar, dove è nato e cresciuto, un brano che potrebbe tranquillamente venire dalla tradizione per come è concepito.

“Per quanto riguarda le cose che mi hanno ispirato nel periodo in cui ho fatto il disco – prosegue nel raccontarci Trettel – mi piacciono molto i testi del rapper tedesco Sidro, ascolto gli Element Of Crime, i cantautori Andrea Laszlo De Simone e Tony Bruna. Devo dire che Dylan e Nick Drake è davvero tanto che non li ascolto, ma in passato, nel periodo coi Color Colectif Nick Drake l’ho ascoltato davvero molto e sicuramente mi è rimasto dentro.”

Dopo aver realizzato il disco in solitudine, Trettel, per presentarlo si è affidato ad un gruppo, non una band in senso classico, ma quasi un quartetto da camera, se non fosse che la camera in cui il progetto è stato varato, è in realtà una cava di marmo nel cuore dei monti venostani di Lasa. Lì Trettel si è presentato come Marmorstube, nome che definisce molto bene i suoi contenuti: accompagnato dal contrabbasso di Mirko Giocondo, dal violino di Magdalena Oberstaller e dalla fisarmonica di Maximilian Oberrauch, e col suono curato da Elias Gamper e Jürgen Winkler (che, guarda caso aveva prodotto l’ottimo esordio di Peter Burchia). Le canzoni di Was bleibt sono così divenute dei suggestivi video rintracciabili su youtube il cui risultato sonoro è davvero notevole.

“Ho fatto il disco da solo – ci spiega – per avere uno scheletro a base di chitarra e voce, uno scheletro però da poter rivestire e modificare. Una base su cui poter lavorare. Siccome ho frequentato la scuola di scultura in Val Gardena, specializzandomi poi a Lasa per quanto riguarda la materia marmo, ho conosciuto i proprietari delle cave. Con loro è nata l’idea del concerto nella cava, concerto che è stato registrato e ripreso in formato video, senza pubblico ma interamente suonato dal vivo. Le canzoni, mentre le scrivevo, le ho comunque pensate non solo per essere eseguite in solitudine, cercando di capire che strumenti ci sarebbero stati bene. E il quartetto con cui le ho registrate è il risultato, che ora sto cercando anche di riproporre dal vivo in pubblico: Marmorstube debuttato al Sudwerk un mese fa, e spero di poter dare un seguito al progetto.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Insalata di barbabietola

Ingredienti

Per 4 persone
700 g di barbabietole cotte e sbucciate
2 arance
½ cipolla rossa
1 cucchiaio di senape granulosa
5 cucchiai d’olio d’oliva
4 cucchiai d’aceto balsamico
Noci
Qualche fogliolina di insalata Valeriana
Sale e pepe
120 g di pancetta a dadini

Preparazione

Tagliate le barbabietole a fettine sottili con una mandolina. Lavate l’insalata. Pelate le arance a vivo e tagliatele per il lungo. Tagliate anche le cipolle a fettine sottili e sfo.
In una scodella mescolate la senape con l’olio e l’aceto poi condite la vinaigrette con sale e pepe.
Aggiungete tutti gli ingredienti, insieme alle noci e mescolate con cura.
Una chicca: aggiungete alla fine della pancetta a dadini croccante rosolata in padella antiaderente e la vostra insalata diventerà ancora più gustosa.