Piavenna: un villaggio dimenticato dal tempo

Spesso si è portati a fare lunghi viaggi per andare a raggiungere quei luoghi il cui fascino è continuamente ricordato nei romanzi, nei film, nei dipinti, come ad esempio le bianche scogliere di Dover, il dedalo di strade del Cairo, o i verdi prati della brughiera scozzese, trascurando di conoscere la propria città e i suoi dintorni. Eppure molto spesso quei dintorni e quella città riservano più di un paesaggio inaspettato, più di un edificio ragguardevole. 

Questo vale anche per l’affascinate quanto immensa Malser Haide, la brughiera di Malles, la lunga striscia di terra che dai 900 metri delle campagne di Glorenza si innalza fino ai 1450 metri del lago della Muta. La zona corrisponde al declivio meridionale del vasto conoide alluvionale di Malles. Generato dal torrente Alpiabach, che ridiscende dalla val Piavenna, è considerato addirittura il più grande della catena alpina, lungo 8 chilometri e con un dislivello di 700 metri. 

Il piccolo agglomerato di Piavenna, a 1750 metri s.l.m., è luogo a dir poco suggestivo e pare essere stato risparmiato dal tempo. Il palazzotto, da sempre proprietà della nobile famiglia dei Plawenn, conserva quell’aspetto di residenza e di castello difensivo al tempo stesso. La parte più antica dell’edificio risale al XII secolo e corrisponde alla torre poligonale coperta da un tetto di scandole di legno, mentre il resto della costruzione è il risultato di lavori settecenteschi dovuti all’incendio che nel 1708 aveva distrutto gran parte della zona abitativa. La facciata, elegante pur nella semplicità delle linee, è coronata da una serie di merli a coda di rondine, quasi un tratto distintivo che parla dell’origine medievale del casato. 

Il piano nobile divide la facciata a metà con la fila di finestre e il balcone al centro, mentre l’orto, il tipico Kreutergarten, conferisce un tono familiare e quotidiano alla struttura. La chiesetta, intitolata alla Visitazione di Maria, come testimonia l’affresco che sormonta il portale d’ingresso, è in realtà una cappella gentilizia e fu fatta erigere nel 1630 dalla famiglia. Molto semplice nelle linee architettoniche, è in perfetta armonia col luogo, l’altitudine e i masi contadini intorno, senza però rinunciare ad una serena sacralità.

Ma è il cimitero a stupire, minuscolo, immerso nel verde, si affaccia come un balcone sulla brughiera e accompagna lo sguardo nella lontananza della distesa della vallata sottostante. Le poche tombe in marmo bianco  o in ferro battuto riassumono la storia familiare dei Plawenn e dei compaesani che con loro hanno diviso il vento, i lunghi mesi innevati e il verde sfavillante della bella stagione, ma soprattutto il duro lavoro e il magico silenzio. 

Alla famiglia dei Plawenn, per periodi più o meno lunghi, appartennero anche altri castelli e residenze: a Malles, ad esempio, la residenza Prakassan, un edificio medievale a torre quadrangolare, fino al 1362 era appartenuta a  Dominik von Plavenn quando decise di cederla insieme al fondo agricolo. Per un lungo periodo, tra il 1615 e il 1863, anche Castel Coldrano , ereditato da una linea ormai estinta dei von Goldrein, appartenne alla famiglia Plawenn che poi lo cedettero al comune di Laces. Tra il 1645 e il 1741 ai nobili di Plawenn appartenne anche il Castello di Oris, il Moosburg, come attesterebbe anche l’iscrizione: Woledl gestrenger Herr Carl von und zu Plawen. La residenza settecentesca Freienturm di Silandro appartenne ai Plawenn tra il 1860 e il 1891 quando la vendettero a Josef Insam. Infine, sempre a Silandro, presso la chiesa parrocchiale, li ricorda una lapide tombale ottocentesca.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Daniela Brugger e l’arte del ghiaccio

Daniela Brugger è una artista assai interessante sia per la sua formazione che per le tematiche che tratta nelle sue fotografie e nelle sue installazioni ma anche per il suo modo di vivere ritirata nel piccolo paesino di Certosa in Val Senales, dove però svolge una attività molto importante per la cultura e l’arte nell’intera vallata. Daniela Brugger è impegnata anche nella conservazione della memoria e la sua mediazione ai giovani.  

Negli anni della formazione Daniela Brunner ha frequentato la scuola di fotografia di Linz conosciuta col nome di Prager Fotoschule Österreich. Oggi lavora come fotografa e ha all’attivo svariate mostre in Italia e in Austria. Numerosi sono i soggetti che affronta dall’architettura razionalista delle città italiane alle montagne della regione tirolese ma sono soprattutto i ghiacciai in sofferenza a causa del cambiamento climatico il soggetto principe delle sue campagne fotografiche costringendola ad ascese complicate anche dalla presenza dei tessuti geotessili che ricoprono i ghiacci per proteggerli il più possibile dal raggiungere il punto di fusione. Queste coperture hanno però radicalmente mutato il paesaggio naturale e per Daniela sono divenute spunto per stampare le proprie fotografie su questi stessi tessuti. I suoi scatti non rinunciano alla composizione estetica e formale nonostante il desiderio di comunicare la catastrofe imminente. Nelle sue opere le montagne appaiono sospese fra bellezza, fascinazione e fragilità. Sono un vero e proprio monito. Da anni Daniela Brugger fa opera di sensibilizzazione. Attualmente è in mostra a Merano a Palais Mamming con una installazione che, provvista anche di suoni, può mostrare e far ascoltare il ghiaccio mentre si scioglie.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il bianco manto di Alfons Walde 

Alfons Walde fu forse meno famoso di Gustav Klimt ed Egon Schiele ma lasciò un segno indelebile nell’arte austriaca. I suoi dipinti di paesaggi innevati, sciatori della prima ora, baite immerse nel biancore luccicante della neve nelle belle giornate dai cieli blu intenso hanno fatto sognare intere generazioni e ancora oggi smuovono emozioni. 

Alfons Walde (Oberndorf in Tirol, 1891 – Kitzbühel, 1958) fu pittore, fotografo e architetto. 

Influenzato dal secessionismo, creò nature morte, paesaggi e scene di vita contadina. Ma è per i suoi paesaggi innnevati per i numerosi manifesti di stazioni sciistiche e sport invernali che produsse tra il 1920 e il 1938 che Alfons Walde divenne noto a livello internazionale. 

Egli è senza dubbio il maggiore pittore della neve e suoi sono quadri capaci di narrare le giornate sulla neve, il fascino delle stazioni sciistiche, la vita nelle baite o nei grandi alberghi alla moda degli sciatori o del glamour sulle piste e in alta quota. Egli è però stato indubbiamente anche uno dei protagonisti della pittura austriaca del primo Novecento. Alla fine della Prima guerra mondiale è proprio lui a portare nuova linfa all’arte austriaca. Fin dai suoi vent’anni il suo talento fu riconosciuto e la sua prima mostra si tenne a Innsbruck nel 1912. I primi dipinti di Walde sono ispirati al pointellisime, egli si era infatti formato sulla scia della pittura post-impressionista, trasferitosi a Vienna nel 1910 per studiare architettura alla Technische Hochschule, si era avvicinato ai pittori della Secessione viennese. Le sue opere degli anni Dieci conoscono dunque un notevole cambio di direzione e si avvicinano agli esiti dei dipinti di Gustav Klimt  e Egon Schiele. A Vienna Walde si inserì ben presto nei circoli artistici e nel 1913 espose alla 43. mostra della Secessione viennese. Da Klimt ereditò la luminosità tersa e da Schile  i forti contrasti tonali che li sviluppò in uno stile del tutto personale. Nel 1914 decise di rientrare in Tirolo poiché l’arte secessionista aveva smesso di influenzarlo: “Attraverso Schiele sono arrivato a Klimt e alla sua cerchia, ma quello che per loro era arte per me era qualcosa d’ingannevole, quindi mi accorsi che era ora di tornare in Tirolo”. Così ebbe a dichiarare in una intervista del 1925. Ottenuta la laurea finì per Walde anche l’esperienza viennese e rientrato a Kietzbühel non si mosse più per il resto della sua esistenza. 

Alcuni critici d’arte individuano nel trasferimento dell’artista anche il coincidere con un cambiamento nella sua pratica pittorica, sia nella scelta dei soggetti che nel trattamento della tela. Walde sviluppò uno stile fatto di ampie pennellate e colori densi, creando paesaggi sempre catturati nella luce brillante di una limpida giornata alpina. Per Walde, l’arte doveva essere uno specchio dell’anima, e poiché il pittore si sentiva in armonia con la natura e si reputava una persona semplice e genuina, anche la sua pittura doveva essere semplice, e pure i soggetti dei suoi dipinti. 

Il ritorno a Kitzbühel coincise anche con l’inizio della fortuna della cittadina tirolese come meta sciistica internazionale: le piste si dotavano di moderni impianti di risalita, alberghi di lusso aprivano uno dopo l’altro, e lo sci era divenuto uno sport sempre più diffuso. La fortuna turistica di Kitzbühel significò anche la fortuna commerciale di Walde, che riuscì a vendere i suoi dipinti a una clientela internazionale. 

Le sue opere furono esposte anche in importanti collettive all’estero e nel 1923 l’artista fondò una casa editrice specializzata in cartoline, che in ventisette anni d’attività vendette un milione di cartoline e 200mila stampe a colori dei propri dipinti.

Molti di questi dipinti sono esposti fino al 2 marzo a Palais Mamming a Merano nella Mostra intitolata Colours of snow. 

Alfons Walde e Max von Esterle e gli artisti coevi a sud a nord delle alpi. una felice possibilità di conoscere l’autore da vicino e vederlo in dialogo con altri 20 artisti coevi che raffigurarono la neve a nord e a sud delle Alpi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Salorno, ovvero “I nostri giusti confini”

Non di rado in Bassa Atesina, terra di confine per eccellenza, le partite politiche più scabrose si sono giocate sulla pelle di ignari alunni delle scuole elementari. Sembra quasi che i  facinorosi di una parte e dell’altra non trovassero altro luogo in cui dare libero sfogo alla loro incurabile faziosità. D’altronde, anche ai giorni nostri la contesa scolastica è sempre all’ordine del giorno e l’assalto alla diligenza “dell’istruzione e del merito” fa parte integrante del background culturale di molti salvatori della patria.

Successe a suo tempo a Vadena, poi a Laghetti e, infine, dopo la guerra, anche a Salorno. Questo paesino sul confine linguistico-culturale assurto a simbolo di qualcosa di molto più grande della sua reale dimensione appare nei libri di storia grazie a Paolo Diacono, lo storico longobardo che ci narra di una battaglia avvenuta qui nel 577 tra i Longobardi guidati dal conte Edvino e i Franchi. Salurnis, centro amministrativo di una “curtis” che comprendeva anche Laghetti, Cortina e Magrè, faceva parte del ducato longobardo di Trento e diversi chilometri a nord, tra Laives e Bronzolo, scorreva il confine tra i due popoli ”barbari” dei Baiuvari e dei Longobardi. 

Dopo questo evento, per quattro secoli non sentiamo più parlare di Salorno, che sicuramente rimane nell’orbita del mondo romanzo plasmato dal vecchio impero romano e dalla presenza dei longobardi romanizzarti. Come gli altri paesi della Bassa Atesina, a partire dall’XI secolo subisce in misura crescente l’influenza dei Baiuvari, che espandono il loro raggio d’azione ben oltre la famosa Chiusa. 

Nella cronaca di un convento bavarese si parla di “castellum quod dicitur Salurna” e una comitiva di viaggiatori transitata da quelle parti descrisse il grande lago formato dalle acque dell’Adige all’altezza di Laghetti, che peraltro diede il nome al paesino stesso. Sempre più spesso, nei documenti dell’XI e XII secolo compaiono persone e toponimi di origine germanica; probabilmente in quell’epoca gli immigrati bavaresi ottennero il sopravvento sulla popolazione autoctona e imposero anche il loro idioma, qui come nel resto della Bassa Atesina “ladina”.

Ma torniamo a tempi meno remoti e al fatto che agitò non solo l’opinione pubblica locale ma, grazie ad un quotidiano nazionale, anche quella dell’Italia di allora. Il 29 gennaio 1961 il giornale filogovernativo romano “Il Messaggero” pubblicò sul suo supplemento domenicale un reportage a dir poco ingiurioso nei confronti del paese di Salorno e in particolare della sua scuola elementare e del corpo insegnante, con l’evidente scopo di disegnare un quadro a tinte fosche della realtà e del popolo sudtirolese. “Il problema dell’Alto Adige – I nostri giusti confini” fu il titolo provocatorio del servizio. Al centro dell’inchiesta il sistema scolastico “autonomo” delle scuole pubbliche di lingua tedesca. Prendendo come testimone, a quanto pare involontario, il sindaco democristiano Giacomo Pojer, il giornale scrisse: “Vi racconterò, per esemplificare, quel che succede a Salorno, ad una decina di chilometri da Trento. (…) Gli insegnanti sud-tirolesi hanno indotto i loro allievi a non salutare il sindaco italiano quando lo incontrano per strada. (…) Il sindaco stesso un giorno si recò a visitare la quarta elementare “tedesca” (…) che lo accolse con l’inno di Andrea Hofer…” In sostanza, secondo il giornale “ufficioso” del governo romano, che evidentemente intendeva risolvere la “questione sudtirolese” a modo suo, i bimbi salurnesi non conoscevano la capitale d’Italia Roma, l’eroe dei due mondi Garibaldi e neppure gli affluenti del fiume Tevere ma, ahimè, solo quelli del teutonico Reno. 

L’allora deputato regionale Hans Dietl reagì con veemenza al servizio giornalistico e attaccò pesantemente lo stesso sindaco Pojer, che si era prestato alla rappresentazione palesemente distorta della realtà sudtirolese, e pretese da lui, esponente provinciale di un partito cattolico come la DC e per di più di origine trentina, una smentita immediata dell’accaduto. Giacomo Pojer rispose con una rettifica ai sensi della legge sulla stampa, negando peraltro di essersi mai recato in visita a una scuola di lingua tedesca. 

Dietl prese atto della smentita del sindaco ma chiese allo stesso, capo dell’amministrazione del suo comune, di querelare il giornale e il corrispondente Matteo de Monte. Cosa che, a quanto risulta, non avvenne.

Autore: Reinhard Christanell

Alberi

Qualche giorno fa, passeggiando in montagna, per l’ennesima volta sono rimasto incantato guardando gli alberi. Ho pensato allora, per una volta, di rubare il mestiere a Donatello Vallotta, il nostro collaboratore che da anni si occupa della rubrica Balconorto che trovate in fondo al nostro giornale.
Perché amiamo gli alberi? I motivi sono tantissimi e – per fortuna – ci sono diversi scrittori e poeti che sono riusciti a condensare in poche parole la profondità e la vastità di questo particolare sentimento umano.
“Amo gli alberi, sono come noi, radici per terra e testa verso il cielo”, ha scritto ad esempio Erri de Luca, anima napoletana ma cuore montanaro. Gli alberi oltre a permettere la vita ne sono una perfetta metafora. Rappresentano la solidità ma anche la voglia di libertà e di leggerezza, simboleggiata dalle radici ma anche e soprattutto dai semi che volano alla ricerca della loro dimora per germogliare e poi dai rami e dalle foglie che si protendono verso il cielo, anelando luce e pioggia.
Gli alberi sembrano fermi ma si muovono; in loro il cambiamento è dolce, lento, legato all’età, alle stagioni, ma anche e naturalmente al tempo atmosferico.
Gli alberi sono belli, hanno delle forme armoniose e sono perenne fonte d’ispirazione per gli artisti, con il loro colori che cambiano, dalle mille sfumature.
Gli alberi hanno anche un suono. “Il bosco risuona e tace: tace quando ascolto, risuona quando mi addormento”, scrisse una volta Pablo Neruda.
Gli alberi e i boschi sollecitano davvero tutti i nostri sensi, compreso naturalmente l’olfatto, un’esperienza particolarmente significativa specie per chi come me e come molti di voi, la maggior parte del suo tempo la trascorre in città.
“Perdersi nei boschi, in qualsiasi momento, è un’esperienza sorprendente e memorabile, e insieme preziosa”, scrisse il filosofo, scrittore e poeta americano Henry David Thoreau, un dei precursori dell’ambientalismo e – non per niente – della nonviolenza.
Ecco: i boschi e gli alberi, uno ad uno, possono essere fedeli alleati nel nostro tentativo di trovare non solo un senso ma anche un ritmo, vitale ed equilibrato, per la nostra vita. Non perdiamo l’occasione di incontrarli e frequentarli, e quindi ascoltarli, guardarli, annusarli e toccarli.
Vale anche in questa stagione in cui gli alberi sembrano morti ma in realtà dormono protetti, in attesa di rinascere, come ogni anno. Pronti ad accompagnarci durante il nostro pellegrinaggio.

Autore: Luca Sticcotti

Volontariato. La forza liberae discreta del cambiamento

5 dicembre, prossima settimana, Giornata internazionale del volontariato. Un fenomeno, quello del servizio volontario, che cambia. In senso duplice. Cambia perché evolve in relazione all’evolversi del contesto sociale di riferimento. Ma soprattutto opera un cambiamento dello stesso contesto sociale. E i volontari lo sanno bene.

Si era sentito dire che i volontari non sono più quelli di una volta. Soprattutto i giovani sarebbero attratti eventualmente da un impegno di breve durata, da un “volontariato spot”, che non lega e non si pone obiettivi a lungo termine. Ma è davvero così?

Nei mesi passati alcune importanti realtà – Forum Terzo Settore, Caritas Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Formazione di Roma Tre – hanno svolto un’indagine (NOI+) sul volontariato (cui hanno risposto anche volontari altoatesini), con lo scopo soprattutto di valutarne la maturazione di competenze e le potenzialità. I dati che emergono confermano quanto l’impegno volontario sia una forza di cambiamento, spesso silenziosa, certamente sottovalutata.

Partendo dall’autopercezione dei volontari, si evidenziano alcuni aspetti molto interessanti. Emerge ad esempio che il volontariato migliora la comunità. Lo fa attraverso l’ascolto e la vicinanza, la crescita personale, l’educazione e l’inclusione sociale, e il sostegno diretto ai più fragili. Queste azioni concrete e relazioni umane rafforzano la coesione sociale e la resilienza collettiva.

Il volontariato, secondo quanto rivela l’indagine, non solo offre aiuto diretto, ma ispira altre persone a impegnarsi. Ha un effetto moltiplicatore. La testimonianza dei volontari è un motore che coinvolge nuove risorse e diffonde una cultura di solidarietà. Attraverso progetti innovativi e nuove sinergie tra cittadini, enti e associazioni, il volontariato introduce modelli di intervento che rispondono ai bisogni locali e promuovono una società più inclusiva.

Il volontariato è forza di cambiamento. Cambia in primo luogo chi lo pratica. Promuove empatia, solidarietà e una maggiore consapevolezza sociale, contribuendo così a costruire comunità più giuste e umane.

Autore: Paolo Bill Valente

Bolzano, città sprecona della musica

Bolzano ha la memoria corta. Adeguandosi all’indiscutibile constatazione – ahimè – che la memoria corta è tipica della razza umana, i bolzanini non fanno nulla per sottrarsi a questa verità. Il 14 settembre 2010, accadde che il centro città fosse preso d’assedio da una moltitudine di persone che vi si recavano per un accumularsi di eventi di grande richiamo: primo su tutti il concerto di Patti Smith presso le vecchie officine delle ferrovie, probabilmente il concerto pop più bello ed epocale visto nel capoluogo negli ultimi trent’anni. Il risultato, vista la mala abitudine del bolzanino di muoversi sempre con le quattro ruote sotto il sedere, fu l’ovvia difficoltà nel trovare parcheggio. Si parlò molto, in quel frangente, di creare una sorta di calendario ad uso delle associazioni e degli enti che si occupano di organizzare eventi, per evitare che i detti eventi si sovrapponessero. A quasi quindici anni di distanza, non è cambiato nulla.

Bolzano lo scorso anno è stata insignita del titolo di “Città Creativa della Musica UNESCO” (questa sembra essere la definizione esatta) ma pochi ne hanno compreso il significato, molti non hanno neppure provato a interpretarne la dicitura, generalizzando coll’identificarla come capitale della musica.

Ora senza nulla voler togliere alla nostra graziosa città, la cui storia si è pur incrociata a più riprese con la storia della musica (e non parliamo solo di musica cosiddetta colta, badate), da qui a diventare capitale della musica ne passa di acqua sotto i numerosi ponti di un capoluogo i cui confini sono bagnati da ben tre fiumi!

Beninteso che la musica possa essere creativa anche qualora non sia originale, quando la storia del patrocinio UNESCO venne fuori, abbiamo avuto la sensazione che a molti sia parso che si trattasse di una gallina dalle uova d’oro, o meglio ancora una giovenca da latte alla cui mammella attaccarsi per mungere a più non posso.

Ad un anno di distanza, non è per nulla chiaro come questa faccenda stia procedendo: certo è che le problematiche sulla programmazione sembrano ferme a quella famosa sera del 2010. Proprio in questo mese di novembre ne abbiamo avuto a più riprese la prova con un sovrapporsi di concerti come da tempo non si vedeva: in testa alla classifica degli spreconi musicali ci sono sicuramente Ca’ de’ Bezzi e il sussidiario Sudwerk, situato nei suoi sotterranei. Il 7 novembre, mentre al piano interrato il giovane talentoso Moritz Gamper si esibiva per cinque persone, barista e fonici inclusi, al piano sopra si suonava musica gipsy, praticamente nel medesimo locale! Stesso copione una settimana dopo, 14 novembre: all’ottimo concerto dei redivivi Psicopolizia al Sudwerk, al piano sopra veniva contrapposto un concerto country, pubblico e genere diversissimi, non si discute, ma un controsenso totale per un proprietario che in passato ha più volte ribadito che il motivo per cui organizza concerti nei suoi locali è l’amore per la musica. Se si ama la musica si dovrebbero amare un po’ anche i musicisti e, almeno il 7 novembre non abbiamo visto tutto questo amore per lo snobbato Moritz Gamper.

Il 15 e 16 novembre poi, si è svolto a San Giacomo il Festival An Evening with the Blues, decima edizione, mentre in contemporanea, al Laurin di Bolzano (comune differente, certo, ma distanza minimale) suonava Hubert Dorigatti in versione full band, in pratica il miglior talento blues espresso dalla scena altoatesina (e non solo) negli ultimi vent’anni. Ora, il festival di San Giacomo era stato annunciato con largo anticipo già ad inizio estate, il Laurin propone solitamente eventi più orientati verso il jazz: proprio in concomitanza con il festival doveva suonare Dorigatti? E per concludere, visto che il suddetto festival e i concerti di Live Muse coinvolgono la cooperativa Laives Cultura e Spettacolo, ci è parso assurdo che la seconda serata del festival sia coincisa con un concerto di Live Muse nella vicinissima Pineta (stavolta sì, stesso comune!), sia pure a tema musicale differente.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Max Valier

A collegare via Guncina e via Luigi Cadorna vi è via Max Valier. Nato a Bolzano il 9 febbraio 1895, già frequentando il Ginnasio dei Francescani di Bolzano si appassionò di astronomia. Dal 1913 studiò proprio astronomia, oltre  a meteorologia, matematica e fisica, all’Università di Innsbruck. Durante il primo conflitto mondiale prestò servizio come osservatore meteorologico, ricognitore aereo, collaudatore di aerei. Si laureò in astronomia a Vienna, dove conobbe Hedwig Buceks, che sposò a Bolzano nell’aprile 1921. Fu intensa l’attività di Max Valier come scrittore; come autore di fantascienza nel racconto “Spiridion Illuxit” prevedeva la bomba atomica. Nel 1924 uscì la descrizione di un programma per lo sviluppo della missilistica. È del 1927 un trattato generale sull’astronautica. Dal 1928, assieme a Fritz von Opel, industriale automobilistico, sviluppò il primo veicolo azionato da razzi a propellente solido. Fu in base alle idee di Max Valier che all’aeroporto di Düsseldorf fu costruito un aviorazzo.  La moglie Hedwig fu la prima donna a sperimentare il 3 febbraio 1929 la slitta a razzo sul lago Eie. Nel gennaio 1930 Max Valier ottenne un laboratorio nelle officine Heyland di Berlino, specializzate nella produzione di ossigeno liquido; condusse con successo esperimenti con carburanti liquidi, che furono basilari per l’ulteriore sviluppo dei razzi in Germania. Max Valier morì il 17 maggio 1930, prima vittima dell’astronautica a causa di un’ esplosione durante un collaudo di un nuovo meccanismo. Fu sepolto nel cimitero West di Monaco. A Bolzano gli sono dedicati, oltre ad una via, l’Istituto Tecnologico in lingua tedesca, l’Osservatorio astronomico e l’Associazione astrofili.

Autore: Leone Sticcotti

Addio agli orti di via Foro Boario

È bastata una lettera raccomandata, ritirata a metà settembre, per gettare gli ortolani nello sconforto. La notizia girava già da alcuni mesi, e non si sapeva se fossero le solite voci di corridoio o se, al contrario, era qualcosa di tangibile; come spesso accade in queste situazioni si va avanti un po’ ‘sul chi va là’ e si cerca di restare positivi. Purtroppo, l’epistola conteneva l’ufficialità, suggellata dal Comune di Merano, che entro il 15 novembre tutti gli ortolani dovevano abbandonare la propria parcella. Tra tutte queste anime spaesate c’ero anch’io. Grazie alla gentile concessione dell’ex Sindaco Paul Rösch, disponevo di una piccola porzione dal 2017, che poi era stata prorogata di anno in anno dall’attuale Amministrazione; in primis perché c’è sempre stata la disponibilità immediata ed in secundis per meriti culturali come custode di semi dell’associazione fiorentina Seed Vicious, amministratore del gruppo Facebook Balconorto – frutta e verdura a portata di mano – nonché redattore pro bono di questa rubrica; l’appuntamento ormai consueto su tutte e tre le edizioni di Quimedia, attinente alla coltivazione di piante orticole sul balcone, con alcune digressioni, alla possibilità di confrontare le diverse fasi di crescita tra colture in vaso e piena terra, e disporre di semi riproducibili. L’età media dei fruitori degli orti comunali è piuttosto alta, ci sono svariate figure per classe, origine e provenienza; esse possono apparire tranquillamente come gli zii o i nonni,  fortemente connessi alla terra e che trovano nei lavoretti manuali dei miglioramenti delle condizioni di salute, di autostima e modeste autoproduzioni; gli spazi gestiti dalla Caritas invece sono curati da persone più giovani, che hanno sicuramente alle spalle storie e vicissitudini da raccontare, legate alle realtà migratorie e riscatti d’integrazione. Ricordo ancora il giorno in cui ho barattato pomodori e cetrioli con dell’ottimo tè alla menta marocchina da parte di Jamil, sotto la pergola; e proprio lì, recentemente, si sono tenute le riunioni settimanali tra gli ortolani ed i rappresentanti comunali. Infatti, come si è potuto leggere dai giornali, la SASA, società mista privata pubblica, azionista di maggioranza, ha deciso di collegare la grande rimessa di via Foro Boario inglobando questo lembo di terra per creare una stazione di rifornimento a idrogeno per i propri mezzi. In questo abbandono forzato l’Assessore Stefan Frötscher e l’assistente amministrativa sig.ra Tanja Gruber si sono dimostrati davvero molto disponibili ed empatici nei nostri confronti, un faro nella tempesta; speriamo ci sia la stessa sensibilità anche nei confronti del marmista Zanaga. In attesa del trasloco, nei fine settimana tra ottobre e novembre chi più, chi meno ha provveduto ad organizzare lo sgombero del proprio spazio (termine prorogato fino al 30.11), iniziando a raggruppare tutto il materiale ancora in buono stato, a sradicare le piante perenni da trapiantare nei nuovi lotti messi a disposizione tra via Lunga, Sinigo e altri quartieri. Le zampe degli asparagi, ormai quinquennali, le ho prima eradicate e poi messe a dimora sul balcone; anche il piccolo cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara), nato spontaneo da un semino a spasso nel vento, e miracolato alle ruspe, ha trovato nuova vita sul balconORTO.

Autore: Donatello Vallotta

I mestieri degli ebrei nel Tirolo

Nell’arco alpino gli ebrei vissero destini diversificati a seconda della legislazione antiebraica e delle singole concessioni, permessi o patenti. In epoca medievale gli ambulanti ebrei erano presenti soprattutto in Baviera, Alsazia Vorarlberg e Tirolo, dove subirono le prime persecuzioni e pogrom a causa delle peste (1347-1349) e le accuse di avvelenamento dei pozzi. La storia degli ebrei in Tirolo, infatti, fu fin dai suoi esordi, una storia di discriminazioni sospetto e malcelato antisemitismo. 

Episodi d’intolleranza di varia intensità e pogrom si ebbero attraverso tutto il medioevo e l’ età moderna mentre sporadica e discontinuo appare la documentazione atta a delineare la geografia e la consistenza della presenza ebrea sul territorio. Di contro più corposa e soprattutto severa appare la normativa statutaria tirolese atta a regolarne l’esistenza nelle singole città. L’insediamento di ebrei si concretizzava quasi esclusivamente per precisa volontà dei regnanti che – per risolvere i propri problemi finanziari o per dare impulso all’economia concedevano ai richiedenti la possibilità di un limitato soggiorno. Li chiamavano a sé offrendo loro – dietro lauti tributi detti “Judensteuer” – protezione e possibilità di lavoro. Esclusi dalle corporazioni di mestiere, gli ebrei dovevano ripiegare sul prestito pecuniario e sul commercio ambulante di tessuti e stracci.

Essi si stabilirono così nei centri del commercio e del potere tirolesi, quali Merano, Bolzano, Innsbruck, Hall, Lienz e Rovereto.  Qui gli ebrei furono prestatori, gabellieri di dogana, esattori, amministratori di zecca farmacisti, stracciaioli, venditori ambulanti. Tanto in Europa quanto in Tirolo il rapporto tra ebrei e principi vacilla e veniva meno quando o il debito contratto si faceva troppo oneroso e difficile da restituire. Così approfittando del generale mal contento e delle tensioni sociali si faceva in modo che lo straniero o il diverso fungesse da capro espiatorio. In questi casi la xenofobia latente e l’antisemitismo mai sopito venivano opportunamente risvegliati con accuse ignominiose e infondate fatte quindi sfociare in veri e propri massacri ed espulsioni di massa. Le accuse erano le più svariate e andavano dalle denunce per “attività demoniache” a quelle di profanare l’immagine della  donna oppure l’ostia. La più terribile era però l’accusa di “omicidio rituale”.  Accusati di “spionaggio” gli ebrei divennero anche i capri espiatori della paura collettiva per una temuta invasione turca. Per essere immediatamente riconoscibili sia nel Medioevo che in epoca rinascimentale gli ebrei furono costretti ad indossare il cerchio giallo sul petto e sulla spalla. Gli ebrei non furono risparmiati neppure durante le sollevazioni contadine del 1525 quando le loro case furono saccheggiate e incendiate.  In Baviera dopo la cacciata degli ebrei dalle città, ad un ristretto gruppo riuscì di sistemarsi in campagna al limitare dei piccoli villaggi. Anche in queste zone essi dovettero pagare la propria presenza da “tollerati” attraverso tasse e commissioni restando comunque privi dei normali diritti. 

La maggior parte di loro viveva del commercio di animali domestici e di piccoli oggetti di prima necessità di scarso valore poiché era vietato loro svolgere qualsiasi attività lavorativa. I cosiddetti “Schmuser” intermediavano affari e contratti di ogni tipo ma venivano sottopagati e soprattutto in natura. I cosiddetti stracciaioli vendevano tessuti e vestiti alla popolazione rurale. Durante la settimana camminavano di villaggio in villaggio con un sacco, o con una cassetta a tracolla. Fra i loro oggetti vi era il grasso per i carri lacci da scarpe, e merci provenienti dalla città che altrimenti non avrebbero potuto trovare.

La Svizzera invece era rimasta chiusa ad una presenza ebraica fino alla seconda metà del Settecento. Fu solo tra il 1776 e il 1866 che in due sole città della confederazione elvetica, Endingen e la vicina Lengnau, gli ebrei poterono stabilirsi, diventando così per due secoli i principali centri ebraici.  Nel 1799 la comunità ebraica di Endingen contava 500 membri per raddoppiarne la consistenza nel 1850 e infine assottigliarsi nuovamente con l’introduzione dell’Emancipazione che consentiva agli ebrei di essere considerati cittadini a tutti gli effetti con il diritto di stabilirsi ovunque. Dal XVIII secolo dunque gli ambulanti ebrei presero a girare le valli svizzere e i territori vicini con i loro articoli. Generalmente essi commerciavano in tessuti, stracci, merceria, piccoli oggetti di legno e ferro, stampe, libri, inchiostro penne.  

A partire dal XVII secolo il girovagare per borghi e campagne, vallate e fiere di paese, degli ambulanti anche non ebrei di tutta Europa fu fondamentale per la diffusione dei libri ma anche delle idee. Le loro erano vite a rischio di furti, briganti, intemperie, epidemie e lunghi viaggi a piedi con pesi notevoli appesi al corpo e soprattutto al collo. Nonostante i colporteur dovessero sottostare a regole ben precise e essere in possesso di una patente, saper leggere e scrivere durante la Rivoluzione Francese, il Risorgimento e le guerre di Indipendenza, l’Unità d’Italia essi riuscirono a propagare idee sovvertitrici l’ordine costituito, i programmi delle associazioni patriottiche. 

Autrice: Rosanna Pruccoli