Singoli in intingolo natalizio (Do They Know It’s Christmas Time)

È da qualche anno che gli artisti di casa nostra hanno adottato la tradizione, da tempo radicata nella musica pop e rock d’oltreoceano, di registrare canzoni natalizie, talvolta originali, tal altra ripescate nel vastissimo repertorio del genere. Per quanto riguarda il Natale del 2024, i nostri musicisti non si sono smentiti e il web è ricco di proposte in questo senso.

La palma del pezzo più bello, più riuscito sotto ogni aspetto (dalla fluidità della musica alla funzionalità del testo, che pur essendo in lingua tedesca è musicale come pochi altri) va a Weihnachten mit dir, canzone natalizia e canzone d’amore nel contempo, con cui il venostano Dominik Plangger chiude il suo recente album Limes, già di per sé una delle cose più belle ascoltate nel corso di quest’anno. Plangger è un cantautore di razza e anche in questo caso non si smentisce, non è un caso se il suo modo di mescolare lo stile dei liedermacher germanici con il songwriting di marca yankee e la canzone d’autore italiana di De Gregori e De Andrè, gli è valso apprezzamenti su ambo i versanti delle Alpi. Il brano è un autentico gioiellino contagioso nella sua struttura, con tanto di citazione di Josè Feliciano.

Le canzoni di Natale del mondo pop/rock spesso hanno cercato di associarsi a tematiche importanti, sociali, pacifiste, benefiche: pensiamo al successo della britannica all star song che nel 1984 Bob Geldof compose per guadagnare fondi a favore dei bimbi etiopi che morivano di fame, pensiamo alla Merry Christmas (War is Over) di lennoniana memoria. In questo senso si è mosso il meranese William Telser, autore e interprete col suo gruppo di Two Faces Of Christmas invito in chiave rock al non dimenticarsi di quelle parti del mondo in cui lo spirito natalizio è del tutto latitante, con guerre e ingiustizie in cui il prezzo più caro lo pagano i bambini, vale a dire coloro per cui il Natale dovrebbe essere maggiormente un momento di gioia. Telser non è nuovo alle canzoni natalizie, ricordiamo che negli anni passati aveva già fatto sue White Christmas e una Blue Christmas in chiave che più presleyana non si poteva. Snow Is Falling On Christmas è poi il contributo natalizio del bluesman pusterese Hubert Dorigatti, che già lo scorso anno si era cimentato col genere e che quest’anno ci riprova con una deliziosa composizione acustica cantata in coppia con la moglie Laura Willeit, consegnando all’ascoltatore una melodia incantevole lontana dai suoi corposi rock-blues ed al tempo stesso densa d’ispirazione in misura eguale.

Sempre dal capoluogo pusterese arriva Peppino Adamo, un altro fedelissimo delle canzoni natalizie, col suo gruppo The Hillbilly Redneck Trio mette sul piatto una composizione originale di Chris Kaufmann intitolata Yeehaw It’s Christmas, in puro stile Nashville: in passato Adamo per le sue produzioni natalizie si era avvalso della collaborazione di Barbara Zanetti, stavolta il riuscito sodalizio è con la cantante bolzanina Sara Alice Ridolfi. Concludiamo la nostra rassegna con il Natale pop del duo Achtung Freundschaft, composto da Tobi Mair e Manu Stix, che ha da poco messo online il singolo, l’unico del lotto con un gustoso video realizzato alla bisogna, intitolato Oh Merry Christmas. Il testo dedicato ai piccoli momenti piacevoli della vita si adatta bene alla parte musicale di facile assimilazione, realizzata in autonomia, con strumentazione efficace ma essenziale e accurate armonie vocali di sicura presa.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata ad Ipazia

Percorrendo via Galvani ad un certo punto si trova a destra l’indicazione stradale “via Ipazia”. Chi era e cosa fece? Era una matematica, astronoma e filosofa greca, vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il 350  e il 415 dopo Cristo. Suo padre, Teone, ad Alessandria studiava e insegnava, in particolare matematica e astronomia. Ipazia ne fu allieva e collaboratrice; gli succedette come docente di matematica, astronomia, filosofia. Tra gli allievi di Ipazia va ricordato Sinesio di Cirene (370-413), il quale rimase devotissimo alla sua maestra per tutta la vita. Riferì che sulla base delle indicazioni di Ipazia furono costruiti strumenti, come l’astrolabio e l’idroscopio. Ipazia volle dedicarsi, oltre che alle scienze matematiche,  a quelle filosofiche. Volle poi spiegare ad altri quanto appreso ed approfondito. Insegnò alla Scuola di Alessandria, ma non mancava di spiegare, uscendo per le strade, Platone, Aristotele, o altri filosofi. Se molti, come il prefetto Oreste, l’ammiravano, ci fu che deplorava il suo comportamento, anche perché era donna. Tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo sorse un conflitto politico, oltre che giurisdizionale. Ci fu persino l’aggressione al prefetto, colpito alla testa con una pietra, da parte dei monaci detti “parabolani”. In tale clima maturò l’omicidio di cui fu vittima Ipazia, alla quale tra l’altro si imputava il buon rapporto con Oreste. Nel marzo 415 una turba di monaci, guidati da uno di nome Pietro, si accordarono per sorprendere la filosofa mentre tornava a casa; la tirarono giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa detta Cesareo, le strapparono la veste, la colpirono a morte con frammenti di conchiglia. A Costantinopoli fu aperta un’inchiesta, ma il caso fu archiviato. Rimase il dubbio sul ruolo avuto da Cirillo (370-444), patriarca di Alessandria e dottore della Chiesa, in merito alla tragica fine di Ipazia, ciò per il discorde parere degli storici.

Autore: Leone Sticcotti

La chiesa di San Giorgio

Il piccolo agglomerato di San Giorgio, a 700 metri sul livello del mare e affacciato sulla conca meranese, si stende intorno alla piccola chiesa a pianta accentrata. La chiesetta, particolare per la sua planimetria, fungeva da cappella gentilizia per il castello di Alt-Schenna dei signori di Scena, fin dal 1149 ministeriali del conte di Tirolo.

Varcato il portale d’ingresso non si potrà fare a meno di subire il fascino della struttura e della sua ricchezza decorativa, attraverso la quale leggere rapiti le storie narrate nei diversi riquadri di cui il vasto affresco si struttura. La tradizione vuole che in origine l’apparato decorativo coprisse per intero l’interno e che ne sia rimasto dimezzato dopo che un fulmine si abbatté sull’edificio. Secondo lo studioso Erich Egg, committente delle pitture sarebbe stata Osanna di Starkenberg, la stessa nobildonna che, sempre a suo avviso, aveva commissionato anche il ciclo d’affreschi della cappella di San Giovanni nella parrocchiale di Scena. Gli Starkenberg avevano consolidato il proprio potere fra il 1400 e il 1420, quando opponendosi al principe territoriale Federico, persero d’improvviso tutte la loro sostanze. Nel Medioevo era consuetudine affidare a san Giorgio, patrono dei cavalieri, la cappella gentilizia di un castello, e anche i proprietari di Scena vi si uniformarono commissionando inoltre la vasta rappresentazione della vita del santo originario della Cappadocia. I riquadri sono incorniciati in basso da teorie di animali e in alto da una serie di quadrilobi contenenti busti di santi. Uno schema questo, secondo l’Egg, tipico dell’arte bolzanina a partire dal 1375. La storia di san Giorgio si sviluppa, a partire da dietro l’altare a portelle, con la scena del combattimento intrapreso dal santo contro il drago di Silena per salvare la giovane principessa destinata al sacrificio.

È molto interessante notare come per la sua iconografia l’artista non abbia tenuto completamente conto della Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, ma abbia probabilmente reperito altrove la base per la sua rappresentazione. I personaggi vestono gli abiti di corte di moda a quel tempo e il prefetto Daziano, che ordinò che fosse perpetrato ogni sorta di tormento su Giorgio, è raffigurato, con un volto scavato corniciato da una barbetta aguzza e riccamente abbigliato, e compare in ogni riquadro dedicato al martirio del santo. A differenza che nella Legenda Aurea, nel racconto di Scena è un angelo a far visita a Giorgio nel carcere. Diverso è anche l’episodio che compare a Scena secondo il quale Daziano ordinò che Giorgio fosse fatto precipitare da una rupe in un lago. Rimasto illeso, Giorgio venne fatto entrare in una botte, un aguzzino la faceva ruotare mentre uno sgherro vi infilava dei chiodi roventi che gli venivano passati con delle tenaglie da un aiutante addetto al fuoco. Ma Giorgio continuava a rimanere illeso. Daziano allora, così narra anche la Legenda Aurea diede ordine che fosse messo sulla ruota che era stata appositamente arricchita di numerose spade aguzze e ben affilate. Sotto lo sguardo vigile di Daziano e fra i latrati di un cane aizzato contro di lui, Giorgio venne steso sulla ruota, uno dei persecutori la faceva girare e le spade, che si sarebbero dovute conficcare nel suo corpo, andarono in pezzi. La scena finale del martirio, forse la più spaventosa e la più tristemente nota, ha trovato posto nella strombatura della finestra. Lo spazio angusto rende quasi più angosciante l’attesa che il martire sia squarciato in quattro parti dalla corsa in direzioni opposte di altrettanti cavalli. La tensione è al massimo almeno per chi non sa che per far morire san Giorgio, Daziano ricorse, dopo i tentativi più sanguinolenti e le torture più crudeli, alla decapitazione, raffigurata accanto. Dell’ambiente artistico e degli aspetti stilistici della zona intorno a Merano, agli inizi del XIV secolo, Rasmo ebbe a scrivere: ”Intorno al 1400 anche nella zona meranese alla tradizione giottesca, sia pure filtrata attraverso le interpretazioni bolzanine, si sostituiscono tendenze figurative nordiche, dapprima moderate ed in seguito sempre più palesi. Il pittore delle storie di San Giorgio a Scena accentua il linearismo disegnativo delle composizioni che perdono gradualmente di consistenza volumetrica e di plausibilità spaziale”. Si è così giunti alla porta ma non per uscire, altre storie stanno per esserci raccontate nell’affresco successivo. Si tratta di un episodio della vita di san Nicola.

PER VISITARE
Il paese di Scena è posto sulle pendici a nord-ovest di Merano, a 5 km di distanza dalla città. Provenendo da Bolzano, lasciare la superstrada MeBo al’uscita Merano sud e seguire poi le indicazioni per Scena. In centro al paese, al colmo della salita, voltare a destra per la piccola frazione di San Giorgio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’aglione della Val di Chiana

Collocata in Centro Italia, tra le province di Arezzo e Siena e tra Perugia e Terni, la Val di Chiana è una valle tettonica lunga 104 km. Solcata dal fiume sacro Clanis Aretinum fu il palcoscenico di Etruschi, Romani, pontefici, Signori e Corti, eserciti, persone famose e comuni, tra paludi e bonifiche. Assieme alla costa grossetana, questa piana è la zona di origine dell’aglione. L’Allium ampeloprasum var. Holmense è una geofita bulbosa, perennante, annuale in coltura. Le radici sono fascicolate, cordiformi e superficiali. Il fusto è detto “cormo” o “girello”, le foglie in numero di dodici, sono amplessicauli alla base, mentre a distanza sono lineari, nastriformi, acuminate, leggermente carenate. Lo scapo fiorale è cilindrico, pieno e ricurvo, quando in piena fioritura è eretto e può raggiungere altezze rilevanti. Il bulbo detto “capo” o “testa” è di colore bianco avorio e molto grosso (Ø 10/15cm), può raggiungere da fresco i 600/800 gr. Ogni bulbo è composto da 3/6 spicchi sessili, molto grossi (peso medio 60/80 gr con punte fino a 250 gr), a forma di “castagna”, carnosi, addossati al fusto e rivestiti da squame esterne scariose. Al contrario di ciò che si pensa e che il nome suggerisce l’aglione ha più caratteri in comune con il porro che con l’aglio e organoletticamente ha gusto più delicato. Caduto nel dimenticatoio, dagli anni ’90 è tornato in auge, tanto da essere tutelato e valorizzato nel disciplinare di produzione, 2017. L’Aglione non necessita di elevata disponibilità idrica, tuttavia nei mesi primaverili, in simultaneità dell’ingrossamento dei bulbi e dell’aumento dell’evapotraspirazione dei suoli, deve poter disporre di sufficienti riserve d’acqua. Predilige terreni  sabbiosi, permeabili e non argillosi. I grossi spicchi della sua testa sono troppo teneri per uscire incolumi dalle spedizioni postali, pertanto, la riproduzione di questa varietà avviene tramite i bulbillini; queste palline irregolari, dalla buccia spessa e coriacea, penzolano attaccate alle radici delle piante madri, in numero variabile, e ne costituiscono la semenza. Le differenze per tecnica e tempistiche di raccolta, tra colture a base di spicchi e di bulbillini sono diverse: con i primi si segue lo schema dell’aglio (semina a settembre, raccolta a luglio), mentre nei bulbillini si deve giocoforza rimuovere la dura pellicina che li riveste – ma solo nella parte apicale – per favorire la germogliazione, interrando poi le palline in vasetti Ø 10cm. Brevi irrigazioni periodiche e lunghe attese, finanche a un anno, sono gli ingredienti necessari. Quando le piante raggiungeranno altezze e sviluppo accettabili si collocheranno in piena terra o sul BalconORTO, nel mese di settembre: raccoglieremo infine le teste di aglione fresco nel luglio successivo. 

Autore: Donatello Vallotta

La “svendita” di Anterivo

Narra la storia che nell’anno 1321 il duca Enrico di Carinzia e Tirolo, re di Boemia grazie alla consorte, unico figlio sopravvissuto del potentissimo e ingordo “inventore” del Tirolo Mainardo II e, pure, padre dell’ultima “regina” del Tirolo indipendente Margarethe Maultasch, all’epoca dominus della Val di Fiemme “rubata” dal padre al vescovado trentino, conferì a tale Gottschalk di Bolzano il diritto di insediare ad Antereu, l’odierna Altrei / Anterivo nella bassa Val di Fiemme, inter Cauerlon et Castel, 10 nuovi masi.

Gottschalk, figlio illegittimo di tale Margaretha Knoger, acquistato a Bolzano e “liberato” da Mainardo, fu vita natural durante l’uomo di fiducia dello stesso regnante tirolese e dei suoi successori. Già dopo la conquista di Bolzano ai danni del vescovo di Trento Enrico nel 1277, Mainardo gli aveva affidato il semidistrutto Castel Roncolo. Il buon Gottschalk, titolare per  ben 37 anni della giurisdizione di Enn-Caldiff (Egna), chiamò, a quanto risulta, 10 famiglie contadine dal Tirolo del Nord e assegnò loro dei lotti di terreno di ca. 15 ettari da disboscare e coltivare.

Al contrario di Gottschalk, uomo avveduto che accumulò grandi ricchezze, Enrico fu un personaggio a dir poco controverso, incline al gioco e alla bella vita più che alle conquiste belliche, indebitato fino al collo tanto che spesso veniva fermato per strada dai creditori imbufaliti o era costretto a chiedere denaro in prestito ai suoi stessi servitori. Nel 1314 era stato convinto, come promesso dal padre sul letto di morte, a restituire l’amata Val di Fiemme al vescovo di Trento ma riuscì comunque a sdebitarsi con il fedele servitore della sua famiglia, che probabilmente aveva foraggiato i suoi vizi, con l’omaggio dei territorio allora boschivo e disabitato di Antereu. 

Qualche secolo più tardi, nel 1778, dopo molte vicissitudini, diatribe e contestazioni, Anterivo, aggregato alla giurisdizione tirolese di Enn-Caldiff dei conti Zenobio, fu oggetto di un controverso scambio “alla pari” con una insignificante località dell’alta Val di Cembra e, a quanto si disse, il paese di Termeno nella valle dell’Adige tra Maria Teresa d’Asburgo e il vescovado trentino. In realtà, Termeno, di cui si apprezzava soprattutto lo speziato vino, era stato acquisito dagli Asburgo l’anno prima in cambio di Castello, sempre in Val di Fiemme, ma i regnanti viennesi preferirono far credere agli irascibili abitanti di Anterivo, che parlarono esplicitamente di “Kuhhandel” (commercio delle vacche),  di essere stati sacrificati per ottenere in cambio il prestigioso paese vinicolo della Bassa Atesina. In realtà, come detto, ci si voleva sbarazzare una volta per sempre degli scomodi e privilegiati Altreier (che tra l’altro non pagavano tasse), e l’oggetto dello scambio fu un paesino marginale della Val di Cembra, Grumesio, oggi Grumes. In tal modo Altrei divenne Anterivo e fu unito, con la sua popolazione in grande maggioranza di lingua tedesca, alla giurisdizione di Cavalese. Il paese, sottoposto ai conti Zenobio, contrarissimi alla cessione del loro gioiello, come in precedenza la vicina Trodena, passò dunque dal “Deutschtirol” al “Welschtirol” direttamente amministrato dai vescovi di Trento, che realizzarono il sogno covato da secoli di possedere l’intera Val di Fiemme. Da un punto di vista ecclesiastico, fin dalle origini Anterivo faceva parte del distretto di Cavalese. 

Poiché lo scambio sembrava impari e gli abitanti di Anterivo si sentivano traditi e sminuiti dalla “svendita” avvenuta a loro insaputa e contro la loro volontà, il vescovo di Tento Thun donò a Maria Teresa anche la giurisdizione di Levico in Valsugana. Per tranquillizzare la popolazione, fu concesso al paese di Anterivo il diritto di caccia e pesca (nell’Avisio) che divenne fonte di introiti secondari dato che spesso venne ceduto in affitto. Qualche decennio dopo Napoleone sconvolse nuovamente l’assetto territoriale e amministrativo del vecchio Tirolo  e Anterivo, con un piede al di qua e l’altro al di là del confine fu ovviamente oggetto  di un estenuante tiramolla tra Trento e Bolzano che prosegui fino al secondo dopoguerra.

Autore: Reinhard Christanell

Max von Esterle, le grandi distese innevate del Tirolo e della Siberia

Max von Esterle, in mostra in questi giorni a Palais Mamming, era nato a Cortina nel 1870, e aveva seguito le sue ispirazioni artistiche frequentando la scuola privata Heinrich Strehblow a Vienna per passare poi -nel 1897- all’ École des Beaux-Arts di Parigi che lasciò nel 1900 alla volta di Monaco di Baviera per frequentarvi la locale Accademia di Belle arti. 

A partire dal 1904 collaborò come caricaturista con la rivista “Der Föhn”, e dal 1913 alla rivista “Der Brenner”. Max von Esterle e i suoi amici criticavano lo stile di vita borghese presente in una monarchia ormai in declino, ove gli arredi e il fasto celavano problemi pressanti. 

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 interruppe il corso della sua vita artistica e personale. Lui e i suoi compagni videro la guerra come l’opportunità per una catarsi della società, ma quando il conflitto scoppiò per davvero esso si trasformò in un enorme e spaventoso punto interrogativo. Poco dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria-Ungheria alla Serbia il 28 luglio 1914, Esterle dipinse “Notte invernale” raffigurante un demone oscuro che si aggira nella neve con le braccia aperte. La Prima guerra mondiale, ebbe su Esterle un profondo impatto esistenziale: fu inviato sul fronte galiziano e, catturato dai russi, restò loro prigioniero per cinque lunghi anni. Più tardi traspose sulla tela “Paesaggio invernale siberiano” il ricordo delle infinite distese innevate della Siberia orientale. I cinque anni di prigionia in Russia rappresentarono una frattura nella vita di Max von Esterle. Dopo il suo rientro a Innsbruck, l’artista tornò a dedicarsi ai paesaggi innevati, cui talora conferì un realismo tipico dell’epoca; tuttavia si dedicò sempre più alla docenza e a mansioni organizzative. A partire dalla metà degli anni Venti  lavorò come docente di disegno e tecnologie di pittura all’Università di Innsbruck. Dopo l’Anschluss dell’Austria al Reich, Esterle entrò nel partito Nazista e diresse fino al 1941 della Camera delle Arti del Tirolo. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Natale dei diritti

Il 10 dicembre in tutto il mondo è stata celebrata la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Per l’occasione il segretario generale delle Nazioni Unite ha scritto un messaggio che a mio avviso deve essere preso molto sul serio, specie in questo momento di bilanci di fine anno, di buoni propositi per il futuro e di preparazione per le festività. Di questo messaggio ho pensato di proporvene un estratto, prima di formularvi i miei auguri di buone feste.
“Nella Giornata dei Diritti Umani, ci troviamo di fronte a una dura verità. I diritti umani sono sotto attacco. Decine di milioni di persone sono impantanate nella povertà, nella fame, nei cattivi sistemi sanitari e scolastici. Le disuguaglianze globali sono dilaganti e i conflitti si stanno intensificando. Il diritto internazionale viene deliberatamente ignorato e l’autoritarismo è in marcia mentre lo spazio civico si sta restringendo. La retorica dell’odio sta alimentando la discriminazione, la divisione e la violenza vera e propria, mentre i diritti delle donne continuano ad essere arretrati nella legge e nella pratica. I diritti umani riguardano la costruzione del futuro, e lo fanno proprio ora. Dobbiamo anche guarire le divisioni e costruire la pace e affrontare le piaghe della povertà e della fame. Così come garantire l’assistenza sanitaria e l’istruzione per tutti, promuovere la giustizia e l’uguaglianza per le donne, le ragazze e le minoranze, difendere la democrazia, la libertà di stampa e i diritti dei lavoratori. Non basta: bisogna promuovere il diritto a un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile. E poi difendere i difensori dei diritti umani mentre svolgono il loro lavoro vitale.”
Il segretario generale delle Nazioni Unite conclude il suo messaggio ricordando il “Patto per il Futuro” – approvato di recente dall’Assemblea dell’ONU purtroppo non all’unanimità, ma con una maggioranza di ben 143 voti su 165 – un patto che ha rafforzato l’impegno del mondo nei confronti della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
In questi giorni di dicembre prendiamoci il tempo per leggerci sia il testo del Patto che la Dichiarazione Universale per i Diritti Umani, carta fondamentale del nostro vivere civile.
La moltiplicazione recente dei conflitti armati, la crescita drammatica delle diseguaglianze sociali e il mancato rispetto per l’ambiente, sono temi che riguardano anche la nostra piccola terra tra i monti. Una rinnovata attenzione a questi temi è il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi, ai nostri cari e al nostro futuro. Buone feste a tutti voi.

Autore: Luca Sticcotti

Censimento 2024. Situazione stabile con qualche sorpresa

Almeno dalla seconda metà del secolo scorso i censimenti linguistici – allora quelli della vecchia Austria – hanno provocato aspri dibattiti e contestazioni. La prima “conta etnica” post-Covid sembra invece essere stata svolta e infine accolta con particolare rilassatezza. Si tratta di indifferenza, di maturità, di altro?

Il primo motivo per cui le reazioni sono relativamente ordinate è che i numeri usciti dalla rilevazione non cambiano di molto la situazione precedente, quella relativa al 2011. 68,61 per cento il gruppo linguistico tedesco, 26,98 per cento quello italiano e 4,41 per cento il ladino, questi i numeri percentuali estratti dal sacchetto di San Nicolò dal presidente della Provincia Arno Kompatscher assieme al direttore dell’Istituto provinciale di statistica ASTAT Timon Gärtner. 

Le percentuali sono dunque molto simili a quelle del 2011: 69,41 dichiaranti di lingua tedesca, 26,06 di lingua italiana, 4,56 di lingua ladina. Rispetto al censimento precedente la consistenza del gruppo linguistico tedesco è diminuita di 0,80 punti percentuali, quella del gruppo linguistico italiano è cresciuta di 0,92 e quella del gruppo ladino è calata di 0,12 punti.

Benché le differenze siano molto piccole, però una novità di rilievo va sottolineata. Si tratta proprio del lieve aumento del gruppo di lingua italiana, che passa, arrotondando, dal 26 al 27 per cento. Non accadeva da quando, con l’entrata in vigore della riforma dello Statuto (1972), molti equilibri in Provincia erano drasticamente cambiati, gettando la componente di lingua italiana in uno stato di incertezza, di “disagio” (il famoso “disagio degli italiani”), di vulnerabilità. Una “marcia della morte” (la “Todesmarsch” di gamperiana memoria) che pareva inarrestabile.

Che cosa è cambiato invece? Non saranno solo i “nuovi cittadini” che, avendo acquisito la cittadinanza italiana, si sono aggregati più al gruppo italiano che a quello tedesco (senza contare quel 10 per cento di cittadini stranieri che fanno parte della realtà altoatesina come tutti gli altri). Forse il nazionalismo è venuto meno, nelle dinamiche della “terza guerra mondiale a pezzi”, dove sembrano esserci problemi più importanti del proprio ombelico? In realtà in Alto Adige il “pensiero etnico” non è affatto scomparso, in particolare in parte della classe dirigente. Ma il mondo attorno al villaggio di Asterix è cambiato, sta cambiando. E i numeri che attraggono l’attenzione sono altri (non necessariamente più interessanti di quelli degli equilibri linguistici).

Autore: Paolo Bill Valente

Una storia di migrazione in scena al Pippo.Stage

Il concept di teatro-canzone realizzato dall’Associazione Direzione Ostynata è diventato un CD e verrà presentato giovedì 12 dicembre al Pippi.Stage di Vai Cadorna a Bolzano.

L’Associazione Direzione Ostinata è nata alcuni anni fa per iniziativa di un gruppo di persone desiderose di raccontare storie attraverso la musica, mettendo in scena dei concept, un po’ come si usava fare già negli anni sessanta e settanta quando molti gruppi pop nei loro dischi cercavano di fare la stessa cosa. Non si tratta di musical, e nemmeno di quello che viene definito teatro-canzone, bensì di un modo di raccontare attraverso brani strumentali che fanno da sottofondo ai momenti parlati degli spettacoli e attraverso vere e proprie canzoni.

“Sono cresciuto con la musica prog – ci racconta Andrea Piazza, che con Rolando Girardi, Filippo Grimaldi e Andrea Nones ha firmato le parti musicali del progetto, i cui testi sono invece opera di Elisabetta Marcantonio – ed è evidente che questo genere musicale, come però molti altri, emerga a più riprese in Agli antipodi del tempo migliore, il concept che abbiamo realizzato insieme e che ora è un CD registrato presso gli studi di Musica Blu con l’aiuto di David Altieri e Antonio Del Giudice”. Il disco e lo spettacolo, raccontano la storia di una bambina che all’inizio del Novecento parte dal trentino con la famiglia in cerca di un futuro migliore in Sudamerica: una storia di migrazione allo stesso tempo molto simile e profondamente diversa dalle storie di migrazione dei giorni nostri. “La nostra storia – è Elisabetta Marcantonio a parlare – è iniziata quando alcuni di noi, dopo esperienze in campo teatrale e musicale nell’ambito delle cover band, hanno sentito il bisogno di fare qualcosa di originale. Mi è stato chiesto di pensare ad una storia, a scriverne il canevaccio e quando ci siamo trovati e ho letto agli altri il mio testo, uno dei musicisti è partito a suonarci sotto qualcosa. È stato il segnale che le cose potevano funzionare e che dalle idee sarebbero sgorgate le emozioni”. Dopo un primo lavoro basato sulla storia del celebre gabbiano di Richard Bach, è venuto quindi questo Agli antipodi del tempo migliore, che vede il collettivo Direzione Ostinata mettere in fila una serie di musicisti e cantanti che annovera, oltre ai già menzionati, le chitarre elettriche di Roby Massa, Alberto Magri e Lorenzo Maistrelli, il flauto traverso di Niccolò Fornasini, la fisarmonica di Loris Bortolato, il batterista Giovanni Di Vella e le voci di Mariana Vega, Paola Lasca, Marta Guatelli e Clarissa Arena. “Per la stesura del testo – prosegue Marcantonio – mi sono informata visitando centri di documentazione sul tema della migrazione e ho scelto di vedere la storia dal punto di vista di una ragazzina adolescente, perché a quell’età c’è un fiorire di emozioni esasperante, la paura non è paura ma è terrore, la curiosità è stupore, tutto viene molto esaltato”. La storia si evolve quindi in un caleidoscopio di emozioni, il viaggio in treno, la grande città, la nave il mare, il passaggio delle un tempo invalicabili delle Colonne d’Ercole, la tempesta che in mare non manca mai, la noia delle giornate sempre uguali che la ragazzina riempie coi giochi e ai sogni. Interessante è l’inserimento, a proposito della parte musicale, di ritmi come quelli della samba e del tango che accompagnano lo scalo intermedio in Brasile e l’arrivo a Buenos Aires. Saggiamente poi, nel disco sono state omesse le parti parlate – incluse però nel ricco libretto – di modo che la continuità della narrazione musicale non s’interrompa, lasciando al lettore la facoltà di leggere quei passaggi ascoltando i brani strumentali coniati all’uopo dall’ensemble.Il disco verrà presentato giovedì 12 dicembre al Pippo.Stage alle 20.45, ogni spettatore ne riceverà una copia in omaggio e per l’occasione verrà presentata solo la parte musicale e cantata del progetto, che tra l’altro è stato già presentato sia in regione che in altre località, tra cui Umago, in Croazia, e Trieste.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il ponte e il viale dedicati a Druso

Ponte Druso e il lungo Viale Druso sono dedicati al condottiero romano, Nerone Claudio Decimo Druso, noto anche come Druso Maggiore. 

Nato a Roma il 14 gennaio del 38 a.C., per i privilegi concessi dal  padre adottivo Ottaviano Augusto, Druso ricoprì presto cariche pubbliche, come quella di questore nel 16 a.C. 

Fu ai due figliastri Druso e Tiberio che Augusto cercò di far realizzare la propria politica militare. Mentre Tiberio con l’esercito gallico da Lione risalì il corso del Reno fino al lago di Costanza, il ventiduenne Druso, iniziata la marcia verso Nord, rastrellata la Val d’Adige e la Val d’Isarco, espugnati i valichi alpini e scendendo dall’attuale passo di Resia nella valle dell’Inn avrebbe raggiunto il fratello al lago di Costanza. 

Breuni, Isarci, Anauni e Venosti furono i nemici che Druso ebbe da affrontare. Nell’estate del 16 a.C, entrato da Trento nella valle del Noce, lasciò presidi a Romeno, dove poteva controllare il passo della Mendola, e a Castelfondo, per il controllo del valico delle Palade. A sud di Bolzano gettò un ponte sull’Adige a Vadena. Nell’inverno tra il 16 e il 15 a.C, concentrate le truppe e preparata l’offensiva, in primavera mosse all’attacco, puntando subito sulla conca di Bolzano, dove installò un ponte permanente, che diede all’intera zona la storica denominazione di “Pons Drusi”. 

Ci sono diverse ipotesi sull’esatta posizione del ponte: sull’Adige ai piedi di Castelfirmiano, sull’Isarco a Rencio o in prossimità della chiesa parrocchiale. Fu comunque sulle rive dell’Isarco che ci fu una memorabile battaglia contro i Reti, tanto che, secondo uno storico, l’acqua del fiume divenne rossa; Druso avanzò nel fiume con la spada in pugno nelle primissime file; i legionari, trascinati dall’esempio del comandante, sgominarono Isarci e Breuni. Muovendosi da Pons Drusi per la media Val d’Adige, Druso giunse alla conca di Merano. 

Morì  a Castra Vetera nell’estate del 9 a.C. per una caduta da cavallo. Il feretro ebbe a Roma le dovute onoranze.

Autore: Leone Sticcotti