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Nel golf questa parola indica la normalità, ovvero il numero ideale di colpi fissato per ciascuna buca. Ma è incredibile quante parole nella lingua italiana cornicino con queste tre lettere e possano essere chiamate in causa per guardare in prospettiva alle prossime elezioni comunali, in programma nella nostra provincia all’inizio del mese di maggio.
La prima cosa che possiamo fare è auspicare che gli elettori vogliano fare un passo indietro rispetto al trend che hanno dimostrato nelle precedenti consultazioni, disertando le urne sempre di più. La qualità – non solo della politica ma dell’intera nostra società – è infatti legata alla partecipazione. Nessuno deve sentirsi escluso, tutti devono poter percepire che il loro apporto non può che essere pari o paragonabile a quello degli altri. Tutti devono poter esprimere, periodicamente, il loro parere sull’operato dei politici e dei partiti. Ognuno esprime il voto partendo dalla sua posizione per forza di cose particolare, ma è invitato a farlo senza paraocchi.
Molti di noi provano un certo fastidio quando osservano le campagne elettorali, vissute sempre di più come delle partite personali di tutti contro tutti e non come delle occasioni per fare uno sforzo insieme per partorire minimi comuni denominatori, punti di condivisione, idee nuove volte a promuovere convergenze di intenti, tra i vari partner. Sì, perché la politica dovrebbe essere vissuta sempre di più come un’occasione per fare a gara nell’individuare soluzioni ai problemi e non a trovare vie più o meno legittime per essere paracadutati in un posto pubblico di sindaco, assessore e consigliere, per poi scaldare la sedia dando il benché minimo contributo per migliorare le cose.
Certo, ci sono poi anche i temi terra terra. A Bolzano i parcheggi vanno per la maggiore, specie la prospettiva del posto auto sotto casa, considerato ormai da troppi come l’unica cosa importante. Oppure i parchi pubblici, che nel capoluogo sono senz’altro troppo pochi rispetto al verde privato.
Alle elezioni comunali del 4 maggio mancano solo tre mesi. Iniziamo fin d’ora a pensare anche noi al percorso che ci porterà a raggiungere una buca, quella dell’urna in cui potrebbe essere posta la nostra scheda elettorale. In essa sarà sintetizzata la nostra indicazione a coloro che avremo scelto di rappresentarci, per risolvere non solo i nostri piccoli problemi ma anche quelli delle nostre comunità. Nessuno escluso.

Autore: Luca Sticcotti

La Memoria per risvegliare la Ragione dal sonno

La Giornata della Memoria – nell’ottantesimo dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – si celebra in un mondo in cui la lezione della Storia è stata rimossa e i valori codificati nella Dichiarazione universale dei diritti umani messi in stand by. Dimenticati. A maggior ragione, la Memoria, per scuotere la Ragione dal sonno.

Viviamo nell’epoca in cui il presidente degli Stati Uniti annuncia “la più grande operazione di deportazione nella storia americana”, mentre l’estrema destra tedesca promette solennemente espulsioni e re-migrazione (applaudita dagli oligarchi d’Oltreoceano), in cui si pensa di poter risolvere i conflitti con le invasioni (o operazioni speciali), le azioni terroristiche ad alto impatto mediatico, il rapimento e la degradazione di ostaggi, il lancio confuso di missili, i bombardamenti indiscriminati (o chirurgici), l’uso di scudi umani (per lo più donne e bambini). Le persone e i popoli sono carne da cannone, merce buona per campagne elettorali dai toni razzisti o per mantenere il livello di tensione necessario a giustificare la sopravvivenza di un dato gruppo di potere. Anziché interrogarsi seriamente sulle cause delle situazioni e costruire con pazienza le premesse per possibili soluzioni, ci si limita a chiedere (in certi scenari sì, in altri no) che le armi tacciano (importante ma del tutto insufficiente) o si manifesta contro questo e contro quello, risuscitando vecchie ma radicate ideologie (tra cui l’antisemitismo). Anziché dare nuovo impulso al multilateralismo e allo sviluppo di “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali” (papa Francesco), si opta per accordi bilaterali validi fin quando conviene. Situazioni non molto differenti a quelle che portarono alla Seconda guerra mondiale.

In quest’epoca che “genera mostri” cade dunque l’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945. L’evento su cui si basa la Giornata della Memoria. L’Alto Adige, da cui il 16 settembre 1943 partì la prima deportazione di ebrei dal territorio italiano (da Merano) è particolarmente chiamato a rileggere la propria storia in relazione alle vicende di questi anni segnati dall’irrompere di un nuovo “sonno della ragione”.

Autore: Paolo Bill Valente

Altre strenne e intingoli vari…

Il termine è un po’ caduto in disuso, è vero, ma ogni tanto torna a fare capolino in particolare per indicare la pubblicazione di dischi o libri in occasione delle festività, ideali per essere scelti come regali a Natale. Il termine ha radici lontane, addirittura ricercabili nelle usanze dell’antica Roma, ed il suo significato sta ad indicare “il buon augurio”. Ci piace prenderlo in prestito per parlare di alcune recenti uscite, qualcuna più strenna delle altre, qualcuna strenna per niente, il periodo d’altronde è quello giusto e usare il termine a ferragosto risulterebbe fuori contesto.

Strenna contagiosamente ritmata e da non sottovalutare, è la recente pubblicazione di un singolo che vede collaborare per la prima volta due delle realtà musicali più in voga e importanti della scena locale: Shanti Powa e Herbert Pixner. Possiamo affermare senza tema di smentite che si tratta dei due nomi che hanno mietuto più successo e destato più interesse nell’ultimo decennio, spopolando all’estero, autogestendosi entrambi sia per quanto riguarda il management, sia per la gestione di un’etichetta indipendente che dà spazio anche ai progetti dei singoli componenti. Si badi bene che la collaborazione con gli Shanti Powa è circoscritta al solo Pixner, senza estensione ai suoi compari musicali. Il risultato è un brano cantato in inglese e in italiano dal vocalist Berise, che mescola lo ska con sonorità celtic punk di cui è responsabile proprio la fisarmonica di Herbert. Staremo ad attendere i risvolti, gli Shanti dovrebbero presto entrare in studio per il loro nuovo disco e da Pixner, attualmente in tour con la Italo Connection e con il ventennale del Pixner Projekt già in prevendita, c’è sempre qualcosa di nuovo da aspettarsi.

Autentica strenna è poi il CD Root Of Three, orgogliosamente autoprodotto dal trio composto dal batterista Sandro Giudici, da Luca Sticcotti e, udite, udite, da Renato Maccacaro, chitarrista e tastierista molto noto nell’ambiente musicale bolzanino, autenticamente talentuoso quanto sfuggente. Il disco, oltre cinquanta minuti, prende il via da una serie di tracce su cui i tre hanno elaborato improvvisazioni, con Sticcotti in funzione di bassista, per lasciare il giusto spazio all’amico Mec (questo il nome con cui tutti conoscono Maccacaro). Quello che ne viene fuori è un disco che nonostante le premesse, risulta più fruibile di quanto possa sembrare. Non solo elettronica o jazz, qui si va oltre e il lavoro di masterizzazione ad opera di Gregor “Sonorus” Marini, contribuisce a farne un’autentica strenna.

Altre chicche in anteprima, sono i brani di Geena B & Rufus, coppia di musicisti sulla breccia da qualche anno: per giugno 2025 è atteso il loro nuovo CD, Tea For Two. Nel frattempo il 6 dicembre è stato messo online su Spotify il primo singolo estratto: una deliziosa slow song dedicata agli anziani e intitolata Like Sand In My Hands, seguita il 27 dalla nuovissima Lu Mari, inteso come il mare, usato come metafora che divide il mondo conosciuto da quello sconosciuto, con riferimento anche ai viaggi di quelle persone che oltre al mare cercano un posto migliore dove iniziare una nuova vita.

Nobile intento, ma produzione invece troppo arruffata, per l’ultima sortita musicale di Johnny Ponta: il medico menestrello bolzanino, con l’aiuto di colleghi, operatori sanitari e rappresentanti delle forze dell’ordine, ha realizzato un brano/video per sensibilizzare gli ascoltatori nei confronti del problema legato ai purtroppo sempre più frequenti atti di intolleranza nei confronti di addetti ai lavori degli ospedali, da parte di cittadini insofferenti ed esasperati, che pensano di risovere i loro problemi con la violenza. 

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Laudes e la venerazione di san Leonardo

Insolito e quanto mai suggestivo appare il gioco di arcate che fanno da base all’edificio sacro e che dal corpo di fabbrica ridiscendono, a scaricare il sistema delle spinte e controspinte, tipico dell’architettura gotica, fin sulla carreggiata creando oggi una sorta di galleria. 

Questa è solo una delle caratteristiche di spicco della chiesa di San Leonardo di Laudes che per più motivi merita d’essere conosciuta. Laudes si trova in val Venosta all’imbocco della val Monastero. Si tratta di un edificio che subì ampliamenti e rifacimenti al punto da presentare una pianta ed un alzato assai compositi. Fu infatti ricostruita nel 1408, quando vi si aggiunse anche l’imponente torre campanaria. Dopo le devastazioni dovute alla guerra d’Engadina fu ristrutturata nel 1505. I fori delle finestre e delle porte nonché le arcate sembrano sottolineare con le loro forme diversificate la successione delle epoche stilistiche intervenute. L’edificio, che racchiude una chiesa doppia costituita dalla cappella e dalla cripta, fungeva anche da chiusa sull’importante nodo viario Resia-Malles-Tubre, riuscendo a creare un vero e proprio sbarramento di controllo.

La scelta del patrocino può essere giustificata col fatto che il santo è molto venerato in tutte le regioni germanofone e soprattutto in area bavarese e tirolese. Il culto di San Leonardo data all’XI secolo e nelle zone teutoniche fu diffuso dalla predicazione degli ordini cistercensi. 

San Leonardo è considerato in Tirolo il più grande protettore del bestiame e dei cavalli: in molte zone si conserva ancora la tradizione della cavalcata di San Leonardo che termina con l’offerta di ferri di cavallo e di catene, in altre durante la festa vengono benedetti i cavalli.

La raffigurazione della leggenda del santo patrono si sviluppa nei riquadri affrescati sulla parete meridionale dal pittore Hans Jakob Greiter e dalla sua bottega nel 1609. Al centro della raffigurazione spicca san Leonardo con il saio e le catene in mano, simbolo del tempo che egli dedicava ai carcerati. Nei riquadri della composizione appaiono sei episodi della sua vita e della sua opera: il soggiorno di Leonardo con Lifardo in un monastero nei pressi di Orleans, Leonardo salva la regina nella casa di caccia, la costruzione del convento di Noblat e l’arrivo periodico di carcerati e così via. I riquadri terminano in basso con una tenda dipinta illusionisticamente. Gli affreschi sono stati restaurati insieme all’altare fra il 1984 e il 1986. 

All’esterno, in una nicchia vicino all’ingresso alla piccola cripta, è raffigurato san Cristoforo, ma si conserva solo la parte alta dell’immagine mentre dalla cintola in giù l’intonaco è caduto. L’opera non può che essere il prodotto di un artigiano minore viste le sproporzioni e le piccole e grandi ingenuità e i veri e propri errori come il braccio sinistro del Bambin Gesù che pare non aver collegamento col resto della corporatura. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Cesare Maggi, il pittore della neve

Nella mostra in cui si celebra i grandi pittori austriaci Alfons Walde e Max von Esterle e i loro paesaggi innevati non poteva mancare un dialogo con i pittori che si cimentarono nella difficile resa della neve e degli effetti della luce sulla neve che vissero e operarono a Nord e a Sud delle Alpi. 

Primo fra tutti merita di essere conosciuto il torinese Cesare Maggi, che è rappresentato in mostra da un trittico composto da tre tele intitolate: “Mattino d’inverno” (1908), “Neve” (1909), “Nevicata” (1911) e proveniente dal Museo del Paesaggio di Verbania.

Classe 1881 inizia a dipingere fin da bambino, a 17 anni Maggi fu allievo del famoso ritrattista livornese di origine ebraica Vittorio Corcos a Firenze. Sono gli anni in cui Corcos rientra dal suo periodo Parigino ma continua ad esporre al Salon. Successivamente Maggi frequentò lo studio del ritrattista, paesaggista e pittore di genere Gaetano Esposito a Napoli. Una formazione precoce questa, che lo portò a un esordio quasi da enfant prodige quando, appena maggiorenne, la Società delle Belle Arti di Firenze ammise una sua opera all’Esposizione Annuale. 

Nel 1899 fu quindi la volta del viaggio a Parigi, all’epoca il centro europeo dell’arte. Qui lavorò presso il paesaggista e pittore di genere Fernand Cormon. Parigi in quegli anni era la città prescelta dal folto gruppo dei divisionisti, fu qui quindi che ebbe modo si approfondire questa tecnica.  

Ma fu la pittura di Giovanni Segantini, quella della svolta del 1886 divisionista e simbolista a far breccia nella personalità di Maggi e a guidarlo nella sua futura produzione e nella scelta della sua tecnica artistica. Nel 1900 Maggi si recò a Maloja dove si dedicò ai paesaggi alpini engadinesi e valdostani e la tecnica cara a Segantini, il divisionismo. Grazie alla collaborazione commerciale con Alberto Grubicy fino al 1913, il Maggi si impone rapidamente tra i maggiori rappresentanti del secondo divisionismo in Italia con un repertorio di paesaggi di montagna, indagati perlopiù negli aspetti di percezione visiva della rifrazione della luce e del colore, ma privi della profonda spiritualità dell’opera segantiniana. 

Due furono i punti fondanti dell’affermazione di Cesare Maggi quale pittore della montagna: da un lato il suo trasferimento a Torino, sede ottimale per l’approccio al paesaggio alpino, dall’altro proprio la collaborazione con la galleria d’arte di Alberto Grubicy de Dragon, mediatore di chiara fama, e una delle voci più autorevoli del panorama artistico dell’epoca. Che inoltre aveva in esclusiva la rappresentanza delle opere di Segantini. Fu proprio per suo tramite che Cesare Maggi riuscì a far conoscere la propria opera e ad imporsi con il soprannome di “pittore della montagna” con il quale verrà conosciuto anche negli anni successivi.

Promotore, esponente e fulcro della corrente detta “Secondo Divisionismo”, le sue opere condividevano con la produzione Segantiniana la ricerca del colore e la percezione personale del paesaggio, discostandosene tuttavia per una più approfondita indagine sulla rifrazione della luce, che Maggi mostra di privilegiare rispetto alla ricerca della spiritualità che era stata trait d’union delle opere di Segantini.

Nel “Secondo Divisionismo” Cesare Maggi incontrò la sua tecnica espressiva più profonda e distintiva, 

Prese parte a numerose esposizioni italiane e estere e nel 1912  partecipò alla Biennale di Venezia dove ebbe l’onore di una sala interamente a lui dedicata. Pur prediligendo ancora le vedute d’alta montagna, ampliò i propri soggetti impegnandosi anche nelle marine e nelle nature morte, utilizzando una tecnica che con accenti divisionisti accostava una stesura ad impasto e a larghi tocchi di colore, risentendo tra il 1920 e il 1930 anche dell’influenza del movimento artistico Novecento. Nella fase tarda ritornò ad un naturalismo più illustrativo. Il 1935 vide la nomina a insegnante alla Cattedra di Pittura presso l’Accademia Albertina, carica che mantenne fino al 1951. Dieci anni più tardi, nel 1961 Cesare Maggi morì a Torino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gli antichi abitanti della Val d’Adige

Per milioni di anni la valle dell’Adige tra Bolzano e Trento è stata un territorio unitario. Insomma, la barriera linguistica alla Chiusa di Salorno, che da qualche secolo appena separa l’Unterland dalla Piana Rotaliana, non esisteva e le due regioni erano abitate – o forse sarebbe meglio dire percorse  – da uomini e donne della medesima provenienza e lingua.

Orbene: chi fossero i pionieri della valle dell’Adige rimane tuttora un mistero. Trattandosi di popolazioni nomadi, abituate a grandi spostamenti in tutta l’area padana e prealpina, si può ipotizzare un’origine mediterranea e mediorientale. Certo è che a partire dal mesolitico (IX millennio a.C.), in seguito al lento ritiro dei ghiacciai che avevano sepolto la valle sotto una spessa lingua di ghiaccio, il territorio offrì a questi sparuti gruppi di cacciatori / pescatori e raccoglitori un clima favorevole e un ottimo punto di partenza per raggiungere i siti in altura lungo la dorsale della Mendola e verso gli altipiani sotto il Corno Nero.

Proprio tra la Piana Rotaliana e il Monte di Mezzo da un lato e i monti che sovrastano gli abitati della Bassa Atesina dall’altro sono stati scoperti molti siti che testimoniano la presenza di gruppi più o meno numerosi di cacciatori e raccoglitori. Noti sono anche il Riparo Gaban nei pressi di Romagnano, Zambana, il Dos della Forca e vari ripari sottoroccia  presso Mezzocorona, i siti sulla Mendola, i ripari tra Faedo e la Val d’Ega, tra cui alcuni molto significativi anche tra Laives / S. Giacomo (Staller) e Castel Firmiano.  

A tal riguardo è entrata nella leggenda archeologica la straordinaria  “nonna di Mezzocorona”, una sepoltura di donna trentenne risalente a 8000 anni fa e quindi antenata, per così dire, anche del noto Ötzi. È stata scoperta nel 1995 in località Borgonuovo sotto il Monte di Mezzocorona e oggi si può visitare nel locale Centro di Documentazione.

Questi camminatori instancabili con il passare del tempo iniziarono a frequentare sempre gli stessi siti, dove a poco a poco sono nati piccoli insediamenti semi-permanenti. Questi spazi dovevano garantire la sicurezza delle persone e perciò occupavano aree difficilmente raggiungibili e, soprattutto, con ottima vista sulla valle. Stranamente, proprio  in quei luoghi sono poi stati rinvenuti gli insediamenti più tradizionali dell’area alpina, i cosiddetti castellieri (da non confondere con i castelli medievali), in tedesco Wallburgen. Il solo ingegnere bolzanino Georg Innerebner ne localizzò e documentò all’incirca 600, tra cui moltissimi anche in Bassa Atesina e Oltradige. Uno di questi, impressionante ma ancora tutto da “decifrare”, era Trens Birg sul Montelargo, la “montagna sacra” che sovrasta Laives.

Ci si è chiesti molte volte per quale motivo questi castellieri sorgessero sempre in luoghi così scomodi, distanti dai campi coltivati e dalle vie di transito. Il noto antropologo Karl Felix Wolff ha avanzato un’ipotesi assai condivisibile: questi castellieri non facevano riferimento ai contadini neolitici che realizzarono i primi villaggi sui terrazzamenti e sui conoidi alluvionali della Val d’Adige o dell’Oltradige ma alle popolazioni precedenti, mesolitiche, che da costoro venivano chiamati “selvaggi”, Wilde. Insomma, dai vecchi cacciatori e raccoglitori. Per molti secoli queste due popolazioni di contadini provenienti dall’Asia Minore (ecco perché anche Ötzi era di sangue “turco”) e di “selvaggi” locali ritiratisi in luoghi riparati in altura hanno convissuto e ci sono voluti moltissimi anni  prima che prevalesse definitivamente la cultura contadina. Da questa convivenza, caratterizzata da forti contrasti ma anche da molti matrimoni “misti”, dovrebbe essere uscita la cultura di Fritzens-Sanzeno dei Reti. Ne rimane traccia in molte storie e leggende che lo stesso Wolff ha raccolto.

Autore: Reinhard Christanell

Salmone al cartoccio

INGREDIENTI

800 g trancio rettangolare di salmone
Succo di 1/2 limone
2 fette di limone non trattato
q.b. foglie di timo
q.b. sale fino

PREPARAZIONE

Per preparare in casa il salmone al cartoccio, dobbiamo innanzitutto privare il trancio di salmone della sua pelle. Fatto questo, riponiamolo sopra un lungo foglio di alluminio per alimenti e insaporiamolo con un pizzico di sale e il succo fresco di mezzo limone, distribuito uniformemente.
Adagiamo le due fette di limone sopra il trancio di salmone e profumiamolo con qualche foglia di timo.
Ora non ci resta che richiudere il foglio di alluminio a formare il classico cartoccio che preserverà l’aroma mediterraneo e il sapore del pesce durante la cottura in forno.
Riponiamo il nostro salmone al cartoccio all’interno di una pirofila e inforniamolo a 180° per almeno mezz’ora. Al termine della cottura, il pesce deve risultare tenero e profumato.
Rimuoviamo il trancio di salmone dal cartoccio in alluminio e adagiamolo sopra un piatto da portata, mantenendo le due fette di limone in superficie.
Serviamolo ai nostri ospiti ancora caldo e fragrante!

CONSIGLI

Insieme al timo, possiamo aggiungere dell’erba cipollina tritata o qualche rametto di origano.
Il salmone al cartoccio è un pesce dal sapore piuttosto intenso che possiamo gustare con del pane casereccio e con un contorno delicato di verdure cotte, come finocchi e zucchine, o con una classica insalata mista arricchita con olive.

VINO DA ABBINARE

Accompagniamo il salmone al cartoccio con un calice di vino bianco fermo e di medio corpo, come l’eccellente Pietraviva Bianco Doc o il Pietraviva Malvasia Bianca Lunga Doc prodotto in Toscana.

La strada dedicata a Johann Gutenberg

La via  che collega viale Europa alla parte finale di via Milano è dedicata a Johann Gutenberg, un personaggio al quale l’umanità deve molto se si pensa a quanto sono serviti, e servono tuttora, libri, giornali ecc. per la crescita culturale di persone, famiglie, popoli. Ciò grazie all’invenzione da parte dell’artigiano tedesco Johann Gutenberg di un metodo per fabbricare lettere o tipi metallici con i quali si potevano stampare migliaia di testi identici. Johannes Gensfleisch, più noto come Johann Gutenberg, era nato a Magonza  tra il 1393 e il 1403. Lavorò a Strasburgo come apprendista orafo. Intraprese varie attività con altri artigiani, entrò in contatto con degli orafi che padroneggiavano le tecniche di elaborazione dei punzoni e della fusione dei metalli.  In quel periodo tra gli artigiani europei erano in corso esperimenti paralleli per la scrittura meccanica dei testi. Nel 1448 Johann Gutenberg poté tornare  a Magonza, dove stabilì la sua officina. Nel 1450 si mise in società con Johann Fust, proveniente da agiata famiglia di orafi, e con l’incisore Peter Schröffer, per la produzione di un libro stampato con la nuova tecnica. L’invenzione di Gutenberg fu, sintetizzando strumenti e tecniche già esistenti e applicandoli alla stampa, quella di un processo industriale comprendente: i caratteri mobili, forgiati in metallo tenero e fondibile; l’inchiostro per i caratteri mobili con qualità chimiche appropriate ai caratteri in metallo; il processo di composizione, con il torchio tipografico come attrezzatura principale. Tra i testi prodotti a Magonza fu, in latino, la “Bibbia a 42 linee” (dal numero di righe per ogni colonna di testo); il progetto della Bibbia fu ufficialmente completato il 23 febbraio 1455, con 180 esemplari (come in tale anno dichiarò il vescovo umanista Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II). Mentre la stampa si era diffusa in Germania  e nel resto d’Europa, Johann Gutenberg, pressoché cieco, morì nel febbraio 1468.

Autore: Leone Sticcotti

Parole importanti

Durante le feste appena trascorse ancora una volta alcune parole chiave si sono imposte all’attenzione dell’opinione pubblica. 

Per prima è arrivata la parola “rispetto”, nominata parola dell’anno 2024 dalla prestigiosa enciclopedia Treccani. Nell’ambito della campagna di comunicazione #leparolevalgono, volta a promuovere un uso corretto e consapevole della lingua, l’Istituto ha motivato così la scelta: “Per la sua estrema attualità e rilevanza sociale”. Sfogliando il Dizionario Treccani, rispetto è definito come un “sentimento e atteggiamento di stima, di attenzione, ma anche di riguardo verso una persona, un’istituzione, una cultura, che si può esprimere con azioni o parole”. “Questa parola – spiegano i condirettori del Vocabolario – dovrebbe essere posta al centro di ogni progetto pedagogico, fin dalla prima infanzia, e poi diffondersi nelle relazioni tra le persone, in famiglia e nel lavoro, nel rapporto con le istituzioni civili e religiose, con la politica e con le opinioni altrui. Il termine rispetto, continuazione del latino respectus, va oggi rivalutato e usato in tutte le sue sfumature, proprio perché la mancanza di rispetto è alla base della violenza esercitata quotidianamente nei confronti delle donne, delle minoranze, delle istituzioni, della natura e del mondo animale”.     

La seconda parola messa in primo piano in questo periodo è stata “speranza” ed è stata lanciata dalla chiesa cattolica nell’atto di aprire l’anno giubilare. Il titolo del messaggio del papa che ha indetto il giubileo significativamente è stato la speranza non delude, e Francesco ha invitato i credenti (e non solo) a “non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza e invece riflettere “su tutto il buono che c’è”. Si tratta di una prospettiva che si estende dalla dimensione interiore a quella globale, pensando alle ingiustizie che non solo oggi sono ancora presenti nel mondo ma che tendono pure ad aumentare, insieme alla crescente e colpevole “normalizzazione” delle guerre da parte degli stati. 

Anche il presidente Mattarella alla fine del suo discorso di fine anno ha parlato di speranza, ricordando però che “la speranza non è attesa inoperosa, siamo noi, il nostro impegno, la nostra libertà”. 

Ecco dunque una terza parola chiave. Precedentemente nel discorso il presidente aveva già citato la parola libertà, associandola ad altri termini quali pace, dignità, rispetto, giustizia, democrazia. Sì, perché in una società civile e in uno stato di diritto libertà non è pensare solo ai fatti propri e ai propri interessi, come purtroppo molti di noi siamo portati a pensare. Sbagliando.

Autore: Luca Sticcotti

Le guerre si possono evitare. Servono coraggio e intelligenza

Oggi le guerre infuriano ovunque. Si contano 56 conflitti, molti dei quali del tutto sconosciuti, non solo al grande pubblico. Prevalgono interessi di parte e sembra essersi persa l’idea di un Bene comune globale. La via per uscirne è lo sviluppo di organizzazioni internazionali che siano “pienamente efficaci e coerenti”?

Quello altoatesino è un piccolo esempio (per quanto imperfetto). La situazione rischiò una deriva violenta soprattutto negli anni ’60 e avrebbe potuto essere oggi uno dei tanti conflitti irrisolti, se non si fosse allora optato – tra le varie altre iniziative – per coinvolgere le istanze sovranazionali, tra cui l’ONU, e se non si fosse percorsa la strada del diritto internazionale, mettendo al bando l’uso della violenza.

Il presidente Sergio Mattarella è stato chiaro in occasione della recente cerimonia di scambio di auguri con il Corpo diplomatico. Il fatto che la comunità internazionale non riesca oggi a contrastare i conflitti non è una “impotenza oggettiva”. “Come sovente accade, è il risultato di scelte, più o meno consapevoli”.

La Comunità internazionale, dice Mattarella, “anziché affrontare i problemi … reagisce per eluderli, assumendo atteggiamenti inadeguati, se non di chiusura, di estraneità ai destini dei popoli”. L’analisi è pesante e il monito limpido. “Il diritto umanitario internazionale non contempla sospensioni o congelamenti”. “La guerra non è soltanto un inammissibile anacronismo fuori dalla storia: rappresenta la negazione dell’umanità. È la pace a dover essere promossa e difesa”.

La Comunità internazionale ha perso di vista il Bene comune. “Oggi si parla sempre più spesso di un ‘multiallineamento’ ovvero di alleanze a geometria variabile in un contesto di multipolarismo”. Opportunismo fondato sulla ricerca di un facile consenso. “Tornare indietro, al tempo della frammentazione, delle ambizioni espansionistiche nazionali, non potrà mai significare progresso”.

Si tratta invece “di essere capaci di costruire un ordine internazionale che non sia mero risultato dei conflitti – e fotografia delle loro conseguenze – ma il frutto di uno sforzo lungimirante compiuto in pace. Il multipolarismo odierno sollecita a ripensare l’architettura e i metodi di lavoro delle organizzazioni internazionali, per portarle ad essere pienamente efficaci e coerenti”.

Tanto più che “l’esasperazione delle tensioni tra Stati” distolgono lo “sguardo dalla nostra casa comune, la Terra, e dal suo stato di salute”.

Autore: Paolo Bill Valente