Alla scoperta della lingua degli antichi

Non c’è metodo migliore per stabilire l’appartenenza culturale di una popolazione che conoscerne la lingua, sia parlata che scritta. Tuttavia, ciò non è sempre possibile, perché pochi popoli hanno lasciato testi scritti in quantità sufficiente per essere letti e interpretati in modo efficace. Per quanto riguarda la lingua parlata, vale la vecchia massima: verba volant.

Se ne possono trovare alcune tracce negli antichi toponimi (soprattutto nei nomi dei fiumi, risalenti all’epoca preindoeuropea), che certamente furono tramandati oralmente. Tuttavia, anche i toponimi sopravvissuti hanno subito corruzioni e adattamenti dovuti alle esigenze dei nuovi “parlanti”. Restando nel nostro territorio, è difficile individuare il nucleo originario di un toponimo “incomprensibile” – per esempio Leifers / Laives –, modificato prima dai latini e poi dai germanofoni.

L’enigma linguistico principale – che riguarda da vicino anche la valle dell’Adige – è rappresentato dall’etrusco, una lingua preindoeuropea documentata in testi scritti risalenti a un periodo compreso tra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C. Ci ha lasciato un corpus di circa 13.000 iscrizioni, perlopiù funerarie, alcune delle quali bilingui e dunque leggibili. Per il resto, è buio totale. Gli etruschi utilizzavano un alfabeto di derivazione greca con solo quattro vocali (senza la “o”) e, pur convivendo a lungo con popolazioni di origine indoeuropea, come i Latini e i Veneti, mantennero le peculiarità della loro lingua.

Abbiamo fatto questa lunga premessa perché vogliamo dedicare qualche parola a un’altra lingua che ci riguarda molto da vicino, in quanto fu parlata per un lungo periodo nelle valli alpine e prealpine: il retico. Proprio in questi giorni, nella città di Trento – da sempre strettamente collegata con la Bassa Atesina –, è venuta alla luce una straordinaria necropoli con 200 sepolture dotate di ricchi corredi funebri (armi per gli uomini, monili per le donne), che dovrebbe appartenere al popolo dei Reti ovvero all’area culturale di Fritzens-Sanzeno. I Tridentini dell’età del ferro, presenti anche in Bassa Atesina,  intrattenevano intensi rapporti economico-culturali con l’area padano-emiliano-veneta. Basti pensare che il principale luogo di culto della loro dea Reitia si trovava a Este.

A differenza dell’etrusco, il retico non ci ha lasciato testi significativi, ma solo un corpus piuttosto ridotto di circa 300 iscrizioni. La struttura grammaticale e l’alfabeto presentano notevoli somiglianze con l’etrusco, che certamente fa parte della stessa famiglia di lingue, detta reto-tirrenica. Queste iscrizioni sono incise principalmente su supporti metallici (ferro e bronzo), pietra, ceramica o ossa animali. I reperti sono stati ritrovati prevalentemente in Trentino-Alto Adige, Tirolo e Grigioni. Il periodo di riferimento è quello dell’età del ferro, tra il 600 a.C. e il I secolo a.C. Dopo l’anno 15 iniziò la romanizzazione forzata.

L’alfabeto utilizzato dei nostri predecessori fino all’arrivo dei Romani si divideva in due filoni: Sanzeno-Bolzano e Magrè (Schio). Il primo era utilizzato prevalentemente in Val di Non e nella Val d’Adige, il secondo nelle zone del veronese e del vicentino.

Cosa contengono queste iscrizioni? Principalmente nomi di persone, dediche a divinità e verbi. Un esempio famoso è l’iscrizione su una pietra tombale rinvenuta a Vadena: pnake vitamu la ↑em (forse “qui è sepolto Vitamu”?). Inoltre, in varie iscrizioni appare il nome proprio Lavise (lavisie, lavisealu e laviseseli), romanizzato in Lavisno. Da questo nome potrebbe derivare anche il moderno toponimo Lavason, una valletta tra Caldaro e Appiano, dove probabilmente correva un ramo della Via Claudia Augusta tra Altino e Augusta (Augsburg). Questa località è menzionata nella famosa lettera di San Vigilio con il nome Lauesana. E, perché no, anche la retica Laives, situata oltre il Monte di Mezzo, potrebbe essere stata in origine la terra di Lavise.

In attesa di trovare la chiave interpretativa di questi antichi idiomi, possiamo godere delle straordinarie scoperte archeologiche, come quella trentina, che ci permettono di conoscere più da vicino i nostri misteriosi avi e la loro cultura.

Autore: Reinhard Christanell

I crostoli

Ingredienti

Tempo di preparazione: 30 Minuti
Tempo di cottura: 3 Minuti
Dosi per 30 Crostoli

500 gr di farina 00
3 uova
30 gr di zucchero
50 ml di grappa
20 gr di strutto
1 pizzico di sale
zucchero a velo qb
1 l di olio di arachide

Preparazione

Versate la farina a fontana sul piano di lavoro, unite lo zucchero semolato, lo strutto, la grappa e le uova. Cominciate a lavorare l’impasto con le mani.
Una volta ottenuta una massa elastica e omogenea, stendetela con l’aiuto di un matterello, arrivando ad un’altezza di 3 mm circa.
Con una rotella tagliapasta dentellata, ricavate dalla sfoglia tanti rettangoli di uguale dimensione. Fategli un taglio al centro sempre con la rotella dentellata.
Cuocete i crostoli in olio bollente fino a quando non diventano ben dorati su entrambe i lati.
Recuperateli con un mestolo forato e passateli nella carta assorbente per asciugare dall’olio in eccesso.
Spolverizzateli con abbondante zucchero a velo e servite.

La strada dedicata a Sir Isaac Newton

Tra le vie nella zona industriale intitolate a protagonisti della scienza e della tecnica, vi è quella dedicata a colui che influenzò per due secoli il pensiero scientifico e lo sviluppo della scienza: si tratta di Isaac Newton. Nato a Woolsthorpe (Inghilterra) nel 1642, a diciotto anni, dopo sei anni alla King’s School, scuola pubblica di Grantham, passò al Trinity College dell’Università di Cambridge. Si interessò in particolare alla matematica e alla fisica. Fu dal 1665 al 1666 che iniziò a elaborare una matematica che segnò una importante svolta: il calcolo infinitesimale, che ebbe un enorme sviluppo, con clamorose applicazioni alle scienze sperimentali e alla tecnica. Costruito nel 1668 un telescopio particolare, tra il 1670 e il 1672 Newton inizio a insegnare l’ottica. Risale al 1666, “annus mirabilis” per Newton, l’episodio, non si sa se realtà o leggenda, in cui Isaac Newton, seduto sotto un melo nella sua tenuta a Woolsthorpe, fu colpito da una mela caduta sul capo. Ciò lo mosse a pensieri che divennero il manoscritto, del 1684, intitolato” De Motu Corporum”, contenente le tre Leggi del Moto. Sempre più famoso, Isaac Newton divenne un personaggio pubblico; entrò in Parlamento per due volte. Trasferitosi a Londra, della Zecca Reale fu Sovrintendente dal 1699, Master dal 1701. Nel 1703 fu eletto presidente della Royal Society. Nel 1704 pubblicò “Ottica”, il trattato sulla riflessione, sulla rifrazione  e sui colori della luce. Nel 1705 fu nominato Sir dalla regina Anna Stuart (1665-1714).  Negli ultimi decenni di vita l’attività scientifica di Newton fu assai ridotta.Verso il 1725 la sua salute iniziò a declinare. La sera del 28 febbraio 1727, dopo aver presieduto una seduta della Royal Society, ebbe una crisi di calcolosi, dalla quale non si riprese. Morì nella notte tra il 20 e il 21 marzo 1727 e fu sepolto con grandi onori nell’abbazia di Westminster.

Autore: Leone Sticcotti

Prepotenza e ininfluenza

Seguendo le vicende della politica internazionale nei giorni scorsi mi sono ritrovato a pensare ad una parola che normalmente utilizziamo nell’educazione dei bambini quando sono piccoli e che poi, normalmente, mettiamo da parte quando entrano nell’età adulta. La mia impressione è infatti che negli ultimi mesi la regressione politica abbia messo in secondo piano quelle che pensavamo fossero le conquiste più importanti del secolo scorso, pur con tutte le sue ombre. Stato di diritto, democrazia, ricerca del consenso, diplomazia, mediazione, sembrano essere stati (provvisoriamente?) accantonati, in una dinamica in cui a prevalere è la prepotenza dei più forti.
Ho fatto quindi un passo indietro e mi sono messo di nuovo nei panni di un padre che deve rispondere a un figlio che lo interroga, con gli occhi spalancati, chiedendogli: “cos’è la prepotenza?”.
Ebbene: chi è prepotente vuole imporre la sua volontà, anche ricorrendo a coercizioni e soprusi. Bisogna stare attenti, perché spesso questo atteggiamento viene confuso con la sicurezza e la decisione, attenuandone il significato impositivo. Prepotenza spesso diventa sinonimo di grande forza e potenza, dimenticando che la potenza eccessiva può diventare predominio ed egemonia.
Ogni riferimento al nuovo corso della politica americana naturalmente è tutt’altro che casuale. Se poi pensiamo che si tratta di atteggiamenti più o meno condivisi anche da altre superpotenze globali, indubbiamente non c’è che di preoccuparsi, sperando (o meglio agendo!) affinché anche a livello nazionale e locale non si seguano queste derive.
Nei giorni scorsi ho invece sorriso quando ho visto che il comico Dario Vergassola si autodefinisce su Instagram “aspirante ininfluencer”. Quando si è spento il mio sorriso ho pensato che tutto sommato è molto meglio essere ininfluenti, che non finire travolti nella propria vita privata (e non solo) da uno scandalo di falsi pandori solidali. Ma poi nello stesso tempo ho anche pensato che in realtà solidarizzo con tutti coloro – tanti – che modestamente fanno la loro vita, comportandosi con onestà, rispettando i propri principi e gli altri, magari ogni tanto dando una mano a chi sta peggio di loro. Sono ininfluenti? Non credo. Così come continuo ad essere dell’opinione che l’arroganza è cattiva consigliera, nel nostro piccolo così nelle grandi dinamiche della politica e dell’economia mondiale. Dobbiamo averlo ben chiaro e trovare il modo di farlo capire a chi pensa di poter calpestare chi ha intorno, ovvero in un modo o nell’altro anche tutti noi. Prima o poi.

Autore: Luca Sticcotti

A scuola è il tono che fa la musica

Alcune settimane fa il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato le novità per i programmi scolastici elaborate da una Commissione appositamente istituita. Secondo le anticipazioni si tratta tra l’altro di riportare il latino alle medie, più storia e letteratura italiane e anche la conoscenza della Bibbia.

L’assenza di ulteriori dettagli consente di ragionare liberamente sui temi proposti. Si può premettere un vecchio adagio: è il tono che fa la musica.

Una lingua in più non può far male. Nemmeno una lingua, come il latino, che non si parla nella quotidianità, ma è invece presente in ogni aspetto della cultura a livello globale. Il latino, se trattato bene, allarga lo sguardo.

Conoscere la Bibbia è addirittura un dovere civico, prima ancora che un fatto religioso. La Bibbia appartiene alla storia dell’umanità. È un classico, come lo sono le tradizioni del passato che hanno lasciato tracce importanti nei monumenti, nelle immagini, nel pensiero. Visitare un museo senza conoscere la Bibbia è come farlo bendati.

La storia e la letteratura italiane? Certamente è necessario che i cittadini acquisiscano quella prospettiva storica che l’individualismo imperante (il culto dell’attimo) tende a cancellare. Chi sa ragionare tenendo presenti passato e futuro è più difficile da manipolare. Serve conoscere la storia del proprio quartiere, della città, della regione e la storia del proprio Paese, ma inserita nella storia d’Europa e del mondo (senza le quali non si comprende nemmeno quella d’Italia).

Il ministro dichiara: “Non avremo una scuola più sovranista, ma una scuola più seria”.

Se invece si tratta di un rigurgito identitario che vuole sottolineare l’italianità in quanto tale (ma sul concetto stesso di italianità si potrebbero aprire lunghe e vivaci discussioni), riesumando il latino come lingua degli avi (di fronte alla lingua dei “barbari”), la Bibbia a sottolineare le radici giudaico-cristiane (in contrapposizione, ad esempio, all’islam), la letteratura e la storia d’Italia come strumenti di identity building (uso appositamente l’inglese…), allora no grazie.

Autore: Paolo Bill Valente

Stani Smiraglia è di nuovo Stani Labonia!

Per i bolzanini che seguivano il mondo musicale locale di fine anni Sessanta, il nome di Stanislao Smiraglia è sicuramente associato alle band studentesche come i Brahms – in cui militava anche il compianto Alessio Oss Omer – e al suo ruolo di bassista (suonava un Hofner come quello di Paul McCartney) nella storica Doctor Brown’s Fuzz Band. Quando la famiglia di Smiraglia decise di fare ritorno nell’originaria Napoli, per Stani fu un po’ un trauma.

“Venivo da Bolzano – ci racconta –, che per me e i miei coetanei era la porta verso l’Europa, a Bolzano si trovavano i dischi, c’era una scena stimolante, c’era da suonare. A Napoli ci ho messo un po’ per trovare il mio posto, la gente mi guardava strano per via del fatto che avevo i capelli lunghi, e lì non si trovavano i dischi dei Pink Floyd e degli altri gruppi che mi piacevano”.

Col tempo però, Stani avrebbe scoperto che c’era anche una Napoli diversa, più affine al suo mondo: dapprima conobbe Alan Sorrenti e sua sorella Jenny, poi fece amicizia con Tony Cercola, Pino Daniele, Enzo Avitabile, quindi frequentò gli Osanna, Il Balletto di bronzo e persino il futuro maestro Peppe Vessicchio! Nel 1978 col nome d’arte di Stani Labonia pubblicò il suo primo LP, Amarsi, nato proprio all’ombra di quella rigogliosa scena musicale.

“Per la verità la musica credevo di averla messa definitivamente da parte – ci spiega Smiraglia – dopo la mia esperienza discografica degli anni Settanta. Fa parte della mia natura, quando un amore finisce, sia esso sentimentale o di altra natura, come quello per la musica, lo considero finito. Il passato scompare, insomma. Dopo un LP e un paio di singoli litigai col mio produttore, quel Vincenzo Micocci che era stato metaforicamente ucciso da Alberto Fortis nella sua Milano e Vincenzo. Avevo capito che non era intenzionato ad investire seriamente su di me e in quel momento è stato come se la musica si fosse annullata”.

Smiraglia smise di comporre, di cantare, anche di ascoltare musica, per almeno vent’anni, mentre riprese a seguire il mondo musicale intorno al 2000, ma senza farsi coinvolgere. Fino a due anni fa circa.

“Nel 2022 – prosegue nel suo racconto – la mia famiglia ha subito il dramma della scomparsa di mio figlio Davide, a cinquant’anni, e questo mi ha sconvolto. è stata una cosa veloce e durissima; Davide era un musicista, un bravo pianista, suonava in una tribute band dei Genesis, guarda caso uno dei miei gruppi preferiti quando lui era un bimbo. Venuto in possesso di alcuni provini registrati da Davide, ho cominciato ad ascoltarli e ad un certo punto le porte della musica si sono riaperte, ho sentito il bisogno di tornare a scriverne, a cantare. Fare questo disco è stato terapeutico, un modo per ricomporre una frattura, così a quarantasette anni dall’uscita del mio precedente LP con lo pseudonimo di Stani Labonia, sono tornato con quello stesso nome sulle scene musicali”.

Di nuovo!, questo l’azzeccato titolo del disco pubblicato da Retro Records con distribuzione Audioglobe, è un prodotto godibilissimo, non certo allegro, ma denso d’ispirazione, fatto col cuore e con la testa, registrato praticamente a casa con l’aiuto di alcuni amici del figlio, che ben volentieri si sono messi a disposizione.

“Era fondamentale per me – puntualizza Smiraglia/Labonia – che la musica che mi era uscita da dentro non rimanesse lì. La musica è comunicare, non è una cosa autistica, è etero riflessiva, riguarda anche gli altri, è empatica”.

Le canzoni di Di nuovo! si lasciano ascoltare, trasportano, come trasporta la voce matura, ma non vecchia, dell’autore che in certi momenti ricorda il modo in cui Battiato raccontava e scandiva le parole cantando. Gli interventi di Antonio Catalano e Francesco Vitiello alle chitarre, di Francesco Albano al piano, calzano a pennello sulle composizioni. Ciliegina sulla torta, in due brani Stani ha usato anche delle registrazioni provenienti dai demo di suo figlio Davide, e tra queste spicca la bellissima e commovente Adieu, posta in chiusura del disco. E, per non dimenticare i propri natali bolzanini, Smiraglia, che è anche autore dell’eloquente disegno di copertina, ha usato una foto scattata da Gino Insabato e affidato il packaging a Ronny Lorenzoni, due dei suoi compari nella vecchia Doctor Brown’s Fuzz Band.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Frittelle di broccoli

Ingredienti

1 broccolo grande
1 uovo grande
Mezza cipolla
2 cucchiaini di aglio tritato
80 g di parmigiano grattugiato
80 g di farina
1 cucchiaino di sale
1 pizzico di pepe nero
1 spruzzo di olio d’oliva spray da cucina

Preparazione

Preriscaldare il forno a 200°C. Rivestire 2 teglie con carta da forno e mettere da parte.
Tagliare i broccoli a cimette. Eliminare la parte dura dal gambo e tagliare anche il gambo. Mettere i broccoli e i pezzi di gambo in un robot da cucina e frullare un paio di volte finché i broccoli non saranno tritati. Aggiungere le uova, la cipolla, l’aglio, la farina e il parmigiano. Frullare di nuovo un paio di volte finché non saranno ben amalgamati (circa 5 secondi di frullatura). Mescolare il sale e il pepe nel composto.
Formate poi 8-10 frittelle sulle teglie preparate, assicurandovi che non si tocchino tra loro. Spruzzate con un leggero strato di spray all’olio d’oliva.
Cuocete in forno per 12-15 minuti su ciascun lato, fino a doratura.
In alternativa, friggete in una padella antiaderente a fuoco medio fino a doratura su entrambi i lati.
Lasciare raffreddare leggermente le frittelle prima di servirle. Servire con ketchup, yogurt greco o panna acida senza grassi.

Consigli

Il trucco per ottenere delle frittelle cotte al forno e croccanti come fossero fritte in padella, amigos, è spruzzarle con un leggero strato di spray all’olio d’oliva.

I broccoli

Ai broccoli sono stati attribuiti numerosi effetti benefici, che riguardano molteplici aspetti del nostro organismo, comela proprietà gastroprotettive, antimicrobiche e antiossidanti. E ancora cardioprotettive, antinfiammatorie e regolatrici delle risposte immunitarie dell’organismo. I broccoli sono poi stati studiati anche nella prevenzione del diabete e nella riduzione dei livelli di colesterolo nel sangue.

La via dedicata a Giovanni Keplero

Via Giovanni Keplero è una delle due vie, a Bolzano Sud, quartiere di Oltrisarco, dedicate ad astronomi (Keplero e Copernico). 
Johannes Kepler era nato il 27 dicembre 1571 a Weil der Stadt, nei pressi di Stoccarda; spostatasi la famiglia a Leonberg, Johannes si iscrisse all’Università di Tubinga; fu nel corso di teologia che gli fu trasmessa la passione per l’astronomia, introducendolo alle due cosmologie, quella geocentrica, tradizionale, di Aristotele, e quella eliocentrica, innovativa, di Copernico. A Graz, dove fu supplente di matematica presso la Scuola evangelica, Keplero coltivò la matematica ma anche l’astronomia. La prima opera di astronomia di Keplero, il “Mysterium cosmographicum”, fu composta nel 1597, anno del matrimonio con Barbara Müller von Mühleck; in tale opera Keplero sostenne che il sole è al centro dell’universo e che intorno ad esso ruotano i pianeti, seguendo orbite circolari. Nel 1600 dovette lasciare Graz; fu assunto a Praga da Tyco Brahe (1546-1601), astronomo di corte di Rodolfo II d’Asburgo (1552-1612); Keplero gli succedette  come matematico e astronomo. Dalle osservazioni del pianeta Marte uscì “l’Astronomia nova”. Nel 1610 pubblicò la “Dissertatio cum nuncio sidereo” a sostegno di Galilei; lo fece anche con la “Narratio de Jovis satellibus”, del 1611, anno anche della “Diottrica”, con la spiegazione del principio su cui si basa il telescopio astronomico. Deceduto nel 1612 Rodolfo II, Keplero ritornò in Austria per assumere a Linz l’incarico di matematico provinciale degli Stati superiori. Nel 1619 pubblicò gli “Harmonices Mundi”, contenente la “terza legge di Keplero”. Nel libro del 1621, “Epitome astronomiae copernicanae”, Keplero estese le tre leggi del moto a tutti i pianeti del sistema solare. Nel 1627, trasferitosi a Ulm, pubblicò le “Tabulae Rudolphinae”: viene riproposta posizione delle oltre mille stelle catalogate da Tyco Brahe. Johannes Kepler morì a Ratisbona il 15 novembre 1630.

Autore: Leone Sticcotti

Formiche


I giorni della merla non sono più i giorni della merla. Le giornate di ghiaccio in pianura sono ormai scomparse e nei fondivalle alpini si contano sul palmo di una mano. La quota neve è rilegata sempre più in alto, mentre quella che cade dal cielo, a quote calpestabili al di qua delle Alpi, assume le sembianze di un miraggio e dura quanto il volo di effimere adulte. La tempesta Eowyn che ha flagellato Irlanda e Irlanda del Nord, e lasciato a picco oltre un milione di utenze elettriche, ha di fatto spalancato la Porta Atlantica (via del Rodano) dispensando precipitazioni nel Mediterraneo, seppur con  l’inusuale caratteristica di perturbazioni a stampo autunnale in pieno gennaio, ergo tuoni, fulmini e downburst. Le sparute magnolie di piazza Domenicani a Bolzano, che in estate regalano ancora un’ombra risibile, e paiono come uova al tegamino, attorniate tra sampietrini e lastricati roventi, sfoderano appena percettibili e incastonate sui rametti gemme primordiali, ad accennare l’ardire primavera. In queste trasformazioni si muove e si compie la nostra vita, come formichine in un percorso ad ostacoli, distaccata o concitata che sia, ridotta ormai a confrontarsi, se va bene, quasi esclusivamente, e per ogni situazione con il meccanismo economico ad empatia ridotta. Noi abbiamo bisogno di dormire per essere prestanti, ma i soldi non dormono mai. La contraddizione è dunque vivere su un globo terracqueo chiuso e con un sistema di approvvigionamento finito, in cui esaurite tutte le scorte non ci resterebbe che mangiare i soldi; fritti saranno sicuramente buoni! Ma abbiamo soprattutto la necessità di aiutare gli altri e le persone meno fortunate di noi, per stare bene con noi stessi ed allontanarci dal nostro ego. Il nostro equilibrio dipende in gran parte dalla natura, che, come Madre, ci insegna non solo a vedere e a guardare, bensì ad osservare ogni minimo dettaglio e a rapportarlo nel presente. Nei nostri boschi le formiche costruiscono enormi nidi sotterranei tramite gli aghi di conifere e in caso di attacchi esterni secernono l’acido formico per far fuggire i predatori. Corvi e ghiandaie, per esempio, stuzzicano le formiche rosse per ricevere un bagno di acido formico e debellare così i loro parassiti, mentre i picchi si infilano nei formicai per farne incetta. In città, nel BalconORTO la presenza di formiche è legata alla melata che afidi, cocciniglie e psille emettono mentre banchettano con le nostre piante e, sempre loro, provvedono alla difesa di questi fitopatogeni per continuare a nutrirsi; oppure perché sono richiamate dai residui di cibo e da calde intercapedini dove vivono al sicuro. Incredibile la storia che proviene dal Kenya, a che vi invito ad approfondire, dove una specie alloctona ha praticamente messo in crisi l’intera catena alimentare (cfr. formica a testa grossa, Pheidole megacephala).

Autore: Donatello Vallotta

Carlo Pellegrini e le competizioni artistiche collegate alle Olimpiadi

Carlo Pellegrini è l’artista che più di altri fu legato al binomio arte e sport, fu infatti il primo a partecipare alle competizioni d’arte che facevano parte dei Giochi Olimpici Giochi Olimpici. Le competizioni erano divise in cinque categorie ossia architettura, letteratura, musica, pittura e scultura per lavori ispirati a tematiche sportive. Su invito del barone Pierre de Coubertin, Carlo Pellegrini partecipò alla prima di queste rassegne alla V edizione dei Giochi olimpici a Stoccolma nel 1912. 

Egli realizzò un’opera ispirata al tema degli “sport invernali” per le Olimpiadi estive del 1912, vincendo la medaglia d’oro nella disciplina della pittura. Nella stessa competizione Eugène-Edouard Monod e Alphonse Laverrière, svizzeri, vinsero il primo premio per l’architettura con un Progetto di uno stadio moderno. Per la letteratura vinse Pierre de Coubertin, francese, con una Ode allo Sport. Walter Winans, statunitense guadagnò la medaglia d’oro con una scultura dal titolo Un trotter americano. Per la musica fu Riccardo Barthelemy, italiano con Marcia trionfale olimpica.  Queste competizioni purtroppo abolite a seguito di un meeting del Comitato Olimpico Internazionale avvenuto nel 1949 che prese questa decisione. Dal 1952 le competizioni di natura artistica furono radunate e disputate in un festival artistico che non rientrava più fra le discipline ufficiali.

Nei dipinti di Pellegrini l’abbigliamento per lo sci era basato sulla praticità, che includeva caldi strati di lana. Le donne indossavano maglioni spessi e pesanti e gonne lunghe mentre gli uomini indossavano pantaloni pesanti con calzini alti fino al ginocchio. Dopo che le prime Olimpiadi invernali si sono svolte nel 1924, i designer europei produssero abbigliamento da sci più alla moda, comprese le tute a due pezzi. 

Negli anni ‘30, l’influenza della moda europea lasciò il segno sulle piste. L’abbigliamento divenne più aderente per consentire una maggiore mobilità. Le tute da sci erano ancora fatte di lana pesante e foderate di flanella spessa, ma le silhouette divennero più snelle. Le giacche da sci, che assomigliavano ai blazer, divennero più corte e aderenti, e i pantaloni da sci sostituirono le gonne alla caviglia. A metà degli anni ‘30, il designer americano Eddie Bauer introdusse il primo piumino d’oca, caldo e leggero. Design più sottili e cappotti più caldi hanno permesso agli sciatori di muoversi più liberamente e rimanere più a lungo sulle piste. 

Le opere di Carlo Pellegrini sono in mostra a Palais Mamming nella mostra dedicata alle neve e intitolata Colours of snow. 

Carlo studiò all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e nel 1897 fu nominato membro onorario della terza Biennale di Brera per il suo dipinto intitolato Livigno. Nel 1900 si trasferì in Svizzera, vivendo tra Ginevra e Adelboden ma continuando a viaggiare in tutta Europa. 

Carlo Pellegrini era nato ad Albese con Cassano, 25 ottobre 1866 dove morì il 5 settembre 1937.

Autrice: Rosanna Pruccoli