Rocky

È stata una domenica difficile; il nostro canarino Rocky, non c’è più; lui che – insieme a Darko – allietava tanti momenti ed alleviava giornate pesanti non c’è più. L’anellino FOI in alluminio, che gli allevatori e gli ornicoltori appostano alla zampa come riconoscimento, si era purtroppo saldato alla parte ossea e gli creava parecchi disturbi circolatori, sia di movimento, sia di riposo notturno, sia di rigetto dell’arto, che continuava a beccarsi, strappandosi perfino le unghie. La settimana scorsa avevamo fatto rimuovere l’anellino dal veterinario, ma purtroppo sapevamo che le speranze di sopravvivenza erano scarsissime. La necrosi alla zampetta destra e piccole emorragie esterne sono proseguite fino all’epilogo di domenica mattina. Forse, come un brutto anatroccolo, nella vita e non solo nella fantasia, c’è sempre colui che deve lottare più degli altri, che ha la strada più in salita, che è più sensibile e avverte con maggior empatia ingiustizie e situazioni delicate. So che tanti di voi non sono propensi a pensare di tenere piccoli volatili in gabbia; che per noi tutti, figli o gigli, unici o fratelli, vittime o carnefici, uomini e donne di ragione e istinti (alti e bassi), alla fine, una vita in gabbia ce la consumiamo ugualmente; ma rispetto a degli animaletti di poco più di 20/30 grammi (il peso dell’anima dicono sia di 21 grammi) che hanno una vita impostata, dal mangime al beveraggio, dal bagnetto all’osso di seppia, dagli stecchi di miglio all’altalena, dai posatoi alle vitamine noi abbiamo la fortuna sempre di scegliere, di creare e di compiere cose e azioni miracolose e meravigliose; Rocky e Darko sono arrivati circa tre anni fa, dopo uno scambio di animali domestici in famiglia, tra gatti e canarini; io e la mia compagna ce ne siamo presi cura volentieri e, sebbene qualche piccolo timore iniziale, s’è subito creata grande sintonia; sono animali molto intelligenti e sensibili, che si affezionano enormemente. Se c’è qualcosa che gli manca è davvero la parola. Il canto, che può cambiare ed arricchirsi da una stagione all’altra è davvero qualcosa di tangibile, che resta nella memoria, che spalanca lo spazio temporale, ti fa varcare la soglia della Natura e ti fa proiettare e piroettare in un bosco anche restando sul divano. Peraltro il momento quando si avverte maggiormente la loro mancanza è durante il cambio delle piume, in cui non cantano per 2/4 mesi, perché l’energia è loro indispensabile alla nuova livrea. A Darko abbiamo preso una gabbia enorme, mentre Rocky aveva avuto qualche problema neurologico e si muoveva poco, ma si era anche ripreso sorprendentemente. Al posto dei posatoi in plastica avevo ricavato dei sostegni naturali con dei rametti di melo trovati in campagna; tra febbraio ed aprile li teniamo sempre vicini ai semenzai, che crescendo, li accorpano attorniati da una piccola foresta verde.

Autore: Donatello Vallotta

Hubert, il pusterese americano

Lo avevamo annunciato con un certo anticipo, al ritorno di Hubert Dorigatti da Nashville, capitale americana della musica: lì il chitarrista di Brunico si era recato per incidere la sua nuova fatica, uscita pochi giorni fa per l’etichetta milanese Appaloosa col titolo di The Nashville Sessions.

Dorigatti è senza dubbio uno dei musicisti nostrani che fanno le cose maggiormente sul serio. Il suo repertorio blues (che sia di marca sudista, virato al rock o in stile delta blues) è convincente a tal punto, e non da oggi, che non ha nulla da invidiare ai prodotti analoghi che vengono sfornati al di là dell’Atlantico.
“Andare a registrare a Nashville – ci racconta Hubert – era un sogno nel cassetto che coltivavo da anni. Nashville ha fama di essere speciale per il modo di lavorare dei musicisti di studio, volevo toccare con mano come fosse questa specie di magia di cui avevo tanto sentito parlare. È stato un flash, ora che ho fatto questa esperienza devo dire che è stato tutto come mi aspettavo, anzi, anche meglio. Hanno una cultura incredibile della loro musica, qualcosa che a me forse manca ancora, per loro è tutto naturale, sono lì per suonare: tu gli fai ascoltare come fa il brano e loro partono, senza perdere tanto tempo a parlare. Pur essendo bravissimi, non se la tirano minimamente e tra un brano e l’altro trovano comunque il tempo di fraternizzare e al tempo stesso, senza mai essere invadenti, ti propongono di provare uno strumento o un arrangiamento.”
Il disco, il terzo di Dorigatti per l’Appaloosa, etichetta specializzata che pubblica in Italia parecchi interessanti artisti americani (Mary Gauthier e Jono Manson, per fare due nomi davvero importanti), ci offre una manciata di belle canzoni che suonano davvero molto americane, pur essendo, nei contenuti, legate alla sfera personale del musicista: You Are My Roots è un bell’omaggio al padre scomparso un paio di anni fa, When The Music Is Over risale alla pandemia ed è una disperata constatazione nata dalla sensazione che tutto fosse giunto al capolinea per chi, come lui, di musica e di contatto con la gente deve vivere.
“La fama e l’importanza di Nashville – prosegue nel suo racconto – sono fondate sulla musica, che lì è una vera e propria industria, alla stregua di come la siderurgia lo è per certi grandi centri del nord e di come quella automobilistica lo è stata per Detroit. In tutto sono rimasto lì una settimana, il primo giorno, allo studio Blackbird, abbiamo fatto le basi, tutto praticamente dal vivo, suonando ogni brano tre, massimo quattro volte. Il modo di suonare di questi musicisti è incredibile, hanno una sicurezza che se ci penso mi viene ancora la pelle d’oca: ogni volta che attaccavamo un brano ho avuto la sensazione di decollare. Certo non è stata una cosa semplice, mi ci è voluto un anno di organizzazione per pianificare tutto e finanziare l’operazione, ma ora devo dire che ne è stravalsa la pena.”
La scelta dello studio in cui recarsi è stata guidata dal produttore del disco, Zach Allen, produttore del celebre chitarrista Keb Mo’ e di altri artisti americani: Hubert Dorigatti lo ha conosciuto ad un concerto e ne è nata un’amicizia. Da lì l’idea di coinvolgerlo nel progetto come produttore: Allen ha proposto a Hubert diverse soluzioni, studi mainstream, studi più piccoli, poi la scelta è caduta sul Blackbird (da cui sono usciti dischi di Johnny Cash, Dolly Parton, Greta Van Vleet, Pistol Annies, tanto per dire nomi da alta classifica). Allen ha anche aiutato Dorigatti nella rifinitura dei testi in lingua inglese e nella pronuncia.
“Ciò che ha richiesto più tempo – ci spiega il chitarrista – è stato il provare i suoni, un soundcheck molto accurato, ogni strumento, ogni microfono, ogni sfumatura. Senza l’uso di plug-in di alcun tipo ma adattando e sfruttando il mood e l’acustica dello studio per ottenere le sonorità. Tutto fatto in maniera artigianale, ma con dei risultati elevatissimi. Per farti un esempio, quando ho chiesto se si potesse aggiustare la mia voce in un paio di punti in cui non mi pareva del tutto intonata, mi hanno fatto riflettere e mi sono reso conto che me ne accorgevo solo io e che la cosa era talmente irrilevante che nessun altro l’avrebbe notata.”
In attesa di programmare un vero e proprio tour di presentazione del disco, Hubert Dorigatti sarà sul palco a Collepietra il prossimo 26 aprile accompagnato dal fantastico armonicista Fabrizio Poggi, compagno di scuderia musicale dal curriculum invidiabile, già al suo fianco in alcuni lavori precedenti.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

L’Allmende tra Caldaro e Cortaccia

Chiunque oggi attraversi la Bassa Atesina tra Bolzano e Trento incontra un territorio quasi interamente destinato alla coltivazione intensiva di mele o uva. Ma non è stato sempre così. Per molto tempo – e parliamo di migliaia di anni – la valle era occupata soprattutto dall’alveo esteso del fiume, da una fitta boscaglia e da un’ampia distesa di terreni incolti o utilizzati come pascolo.

Il godimento collettivo del territorio ovvero i cosiddetti usi civici come pascolatico, erbatico, caccia, legnatico e altri era definito “Allmende” o “Gemein” ed era tradizionalmente riservato da tempi remotissimi a tutti cittadini residenti in un determinato comune. I comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia, i cui diritti di fruizione del “Moos” risalirebbero addirittura al vescovo trentino S. Vigilio, erano comproprietari delle ampie paludi attorno e a sud del lago di Caldaro nella misura di metà quello di Caldaro e di un quarto ciascuno gli altri due.
Il primo regolamento scritto riguardante l’utilizzo di questi terreni incolti risale al 1534. Ovviamente regolamentava i diritti e doveri dei singoli comuni e nello stesso tempo serviva a prevenire i continui contenziosi o le piccole baruffe tra contadini che si contendevano il fieno per le bestie o la legna da ardere. Una modifica introdotta nel 1688 proibì addirittura ai contadini di recarsi – come probabilmente accadeva – nei campi armati di pistole, sciabole, pugnali o altre armi.
Era invece consentita l’attrezzatura indispensabile per il lavoro come falce e rastrello o, nel caso di taglio di piante, delle asce o seghe. Inoltre era assolutamente vietato riunirsi in “compagnie” di più di due uomini per volta, ciascuno con una sola falce onde evitare provocazioni, discussioni troppo accese e scontri armati.
Problemi nascevano anche tra usi civici del Gemein e i proprietari privati di terreni quali nobili, conventi o grandi possidenti. In particolare era interdetto a questi ultimi di “allargare” arbitrariamente i confini dei propri appezzamenti con recinzioni erette di sotterfugio o piantumazione di vigne sui terreni del Gemein, pena la rimozione forzata.
Il cambiamento è avvenuto grazie alle copiose opere di bonifica effettuate a partire dal XVIII secolo dapprima nella zona di Bolzano denominata “Neufeld” e quindi anche in tutti i comuni della Bassa Atesina fino a Kronmetz / Mezzocorona. Sia la regolazione del corso dell’Adige che la realizzazione di grandi fossati capaci di “drenare” i terreni hanno permesso ai comuni di recuperare i terreni coltivabili da assegnare soprattutto alle famiglie meno abbienti.
Il concetto teresiano di riforma agraria prevedeva proprio la piccola proprietà diffusa come mezzo per combattere la povertà e la fame. Ovviamente non tutti erano felici di queste scelte “sociali”: in particolare i grandi latifondisti e signori feudali che storicamente “occupavano” la parte migliore e coltivabile della valle temevano la concorrenza e l’invadenza dei piccoli coltivatori diretti. Il valore dei loro terreni rischiava di scendere notevolmente.
Anche i pastori e allevatori non vedevano di buon occhio le bonifiche e assegnazioni. Ciò nonostante, la politica di Maria Teresa si impose e i comuni, che di fatto erano i proprietari delle centinaia di ettari di campi bonificati, iniziarono a “spartire” (da qui il nome Part o, in tedesco, Toaler, come per esempio nel comune di Laives) tra i contadini dei paesi dei piccoli appezzamenti di terra che garantissero una sorta di minimo vitale alle famiglie.
Nella distribuzione della terra si teneva conto delle sue dimensioni ma anche della sua qualità. Chi riceveva un campo qualitativamente buono a volto si doveva accontentare di una metratura minore, chi invece accettava terreni meni appetibili in compenso poteva godere di qualche metro quadro in più.

Autore: Reinhard Christanell

Cordialità

Più passa il tempo e più ho la sensazione che la parola cordialità e il suo significato tendano ad essere considerati un retaggio del passato. Quasi come se nelle nostre consuetudini non ci siano più le condizioni e lo spazio per la cortesia, condita da gentilezza e affabilità, associata magari ad un atteggiamento amichevole. Questo vale sia per il nostro modo di porci nei confronti delle persone che incontriamo per la prima volta, che per la nostra quotidianità fatta di relazioni con conoscenti, colleghi, clienti, parenti e… amici.
Continuo a domandarmi perché questo accade. In teoria a tutti noi fa piacere avere a che fare con persone ben disposte nei nostri confronti, no? Si tratta evidentemente di un quesito di non facile soluzione; avremmo bisogno di una schiera di sociologi, psicologi, pedagogisti, eccetera eccetera, per cercare di trovare una soluzione a questa domanda.
Nel mentre non ci resta che apprezzare il comportamento delle persone – per fortuna ancora molte – che, nonostante tutto, si ostinano ad essere cordiali con noi, magari nei momenti più inaspettati, ovvero quelli più… importanti.
La cortesia e quindi la cordialità, come sappiamo, sono le premesse fondamentali per l’amicizia.
Così come la gentilezza, la disponibilità, la sincerità, l’attenzione a non prevaricare gli altri. Fondamentali sono anche la mitezza e la mansuetudine, categorie caratteriali e di comportamento forse ancora più in crisi nella nostra società, rispetto alla cordialità.
Un altro aspetto che si collega alla cordialità è l’atteggiamento gioviale e affettuoso, come sappiamo un po’ meno diffuso nel nostro territorio rispetto ad altri luoghi dove talvolta ci troviamo a transitare più o meno di frequente nella nostra vita.
Se davvero apprezziamo (ancora) la cordialità delle persone, non possiamo che trovarci poi a riflettere sul nostro modo di porci nei confronti degli altri. Un atteggiamento accogliente, aperto, non invadente e giudicante, a mio avviso fa bene anche al corpo. Non essere sempre sulla difensiva comporta senz’altro qualche pericolo rendendoci in parte vulnerabili, ma in compenso spesso un nostro sorriso, gratuito, e un gesto gentile e inaspettato, possono davvero creare le migliori condizioni per far scattare quegli attimi di serenità di cui tutti noi in definitiva abbiamo davvero un grande bisogno.

Autore: Luca Sticcotti

È assolutamente povera quasi una persona su dieci

Quasi una persona su dieci, in Italia, è in situazione di povertà assoluta. Lo dicono le cifre, ancora provvisorie ma già significative, diffuse dall’Istat a fine marzo. I poveri assoluti alla fine del 2023 erano 5 milioni 752mila. La percentuale del disagio è più alta al Sud, ma è proprio al Nord che si registra un aumento.

Nel 2022 i poveri assoluti erano “solo” 5 milioni 674 mila. L’Istat definisce questa situazione come “stabile”, però è la stabilità del malato grave che forse non peggiora molto, ma non dà nemmeno segni di miglioramento.

Chi sono i poveri assoluti? Spiega l’Istat: le persone che hanno “una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia di povertà assoluta”. In altre parole: non arrivano a fine mese, non hanno quanto basta per vivere con dignità. Sono al di sotto della cosiddetta “soglia di povertà” che viene calcolata, zona per zona, in base ad alcuni parametri: luogo di residenza e costo della vita, età, ampiezza e composizione della famiglia. Per fare alcuni esempi (in questo caso le tabelle si riferiscono al 2022): nel centro di Milano una persona sola (di età tra 30 e 59 anni) non può vivere con meno di 1.175 euro mensili (in periferia ne bastano 991), a Roma la soglia è di 1.050 euro, a Napoli sono sufficienti 713 euro. A Bolzano? 994 euro. Il dato ovviamente diminuisce quando si sommano i redditi di più persone conviventi.

I dati più preoccupanti sono quelli che riguardano i minori e agli stranieri. Le famiglie con figli sono quelle che maggiormente rischiano situazioni di disagio economico. E un settimo di tutti i minori è povero, in tutto ben un milione e trecentomila bambini e ragazzi.

La più alta percentuale di povertà si riscontra tra le famiglie composte di soli stranieri: il 35,6 per cento. Quelle di soli italiani sono povere al 6,4 per cento. Il divario è abissale e la disuguaglianza deve far riflettere.

Peggiora infine la condizione delle persone che, pur avendo un lavoro, non superano la soglia di povertà. La povertà assoluta tra le famiglie con “persona di riferimento” occupata (soprattutto se si tratta di un lavoro dipendente) è ora all’8,2 per cento (nel 2022 era il 7,7). Per il 2021 l’Astat, per la provincia di Bolzano, aveva definito “working poor” le persone il cui reddito lordo era inferiore di 11.850 euro annui, calcolando che in Alto Adige questa situazione avrebbe potuto interessare (al netto di diverse variabili) quasi un terzo del personale dipendente (se questo “dovesse vivere unicamente del proprio salario”). Ovvio, chi non ha nemmeno il lavoro è messo ancora peggio: qui la percentuale di poveri, a livello nazionale, sale al 20,6 per cento.

La povertà non si misura solo con i numeri. E al di là degli aspetti economici ci sono forme di povertà non materiale, come le solitudini. Date le dimensioni va detto che la povertà in Italia è un fenomeno strutturale e multidimensionale e va affrontata in modo organico, guardando alla totalità della persona e delle persone.

Autore: Paolo Bill Valente

Chris Costa is back in town

Nativo di Corvara, ma da diverso tempo residente a Milano, dopo aver stabilito per un paio d’anni la residenza a Londra, Chris Costa è in realtà un musicista molto legato alla nostra città, che ha frequentato molto ai tempi delle scuole superiori e dove aveva stabilito il suo quartier generale all’indomani dell’esperienza londinese.
È quindi sempre una bella notizia sapere che nell’immediato futuro c’è in vista un suo concerto, nella fattispecie il 12 aprile prossimo al Sudwerk di via Andreas Hofer, dove appunto Costa si esibirà nella sua più recente incarnazione artistica denominata Hot Dust/The Human and The Machine, che pur facendo riferimento alla più recente uscita discografica del nostro, ne è ormai una derivazione in costante mutazione.

Per l’occasione abbiamo contattato Chris nel suo studio casalingo milanese, dove la sua musica nasce e dove si occupa anche delle produzioni per altri artisti, come lui d’ambito electro pop.

“Sono molto contento di suonare di nuovo a Bolzano – premette Chris – perché sono molto legato alla città. E mi fa piacere che ci siano dei luoghi attenti alle nuove tendenze musicali, locali come Waaghaus e Sudwerk. Pensa che ricordo come fosse ieri che ai tempi della scuola rimasi folgorato dal primo disco di Medeski, Martin & Woods, acquistato nel negozio di Laura Weber e quando lei stessa li portò a Bolzano poco dopo, andai al loro concerto. Fu una grande esperienza, erano l’avanguardia a quell’epoca e fu l’averli visti che mi ha spinto nel giro di sei mesi a comprare un organo Hammond!”

È trascorso qualche annetto da allora e Chris Costa di strada ne ha fatta parecchia, ha avuto un gruppo col compatriota Alex Trebo, ha fondato un interessante gruppo funk chiamato Capsicum Tree, ha avviato più progetti come solista, ha fatto esperienza come corista dapprima con Malika Ayane e poi, in un tour mondiale, con un gigante quale Eros Ramazzotti. Ma per quanto riguarda la sua musica ha sempre cercato di essere all’avanguardia, magari non producendo musica facile da accostare, ma mettendoci sempre la faccia.

“Il progetto Hot Dust è uscito nel 2019 – prosegue l’artista badioto – ma in realtà il covid e i suoi postumi ne hanno tardato la diffusione. E poi quando lo presento dal vivo il disco subisce sempre delle variazioni. Ho lavorato tantissimo per capire come portarlo in pubblico, ho provato ad usare diverse soluzioni sonore e diversi macchinari, considerando che si tratta di musica elettronica. Il risultato è stato che mi annoiavo tantissimo. Nell’ultimo paio d’anni sono arrivato ad una soluzione che invece mi dà parecchie soddisfazioni, anche se è molto impegnativa: ho dovuto imparare a suonare il drum pad (lo strumento che sostituisce i suoni di batteria, n.d.r) con la mano e con un piede, cosa che mi dà la possibilità di avere l’equivalente di una batteria completa. Con la mano sinistra suono una tastiera che manda i suoni di due synth all’unisono. Mi gestisco i cori, cantando dal vivo e usando un harmonizer. In parole povere sono passato da un sistema in cui io ero schiavo della macchina ad un altro in cui invece le macchine sono al mio servizio. La tecnologia mi ha sempre aiutato ad esprimermi, l’ho sempre amata, è il motivo per cui il progetto ora è stato ribattezzato The human and the machine, perché c’è sì la macchina, ma il ritmo e l’imput devono giungere dal performer.”

Artista a tutto tondo, Costa ha davvero un background vastissimo, ha studiato piano e canto, si è esibito nei pub suonando cover e standard, si è adattato a suonare nei bar, alle feste di matrimonio: come lui stesso ama dire scherzando: “Mi mancano solo i Bar Mitzvah, ma mai dire mai. Per quanto riguarda lo spettacolo del Sudwerk, vorrei aggiungere che per me è molto importante stabilire una sorta di trascendenza con gli ascoltatori, col pubblico. Quando suoni sei portato a concentrarti sul tuo trip, ma è importante chiedersi cosa accada dall’altra parte, al di là della goduria personale che si può avere suonando, anzi più che goduria per me è proprio trascendenza, e spero sempre di condurre chi ascolta in una sorta di trip, un vortice intenso che almeno per quel momento gli lasci qualcosa, portandolo per quel momento in una dimensione differente. Questo, soprattutto, è per me la musica, essere tutti in uno stesso luogo senza nome e nello stesso stato d’animo.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La piazza dedicata a Piero Siena

Piero Siena: era doveroso dedicargli lo spazio antistante il Museion, museo d’arte moderna e contemporanea.  Era nato il 27 aprile 1912 a Castelbelforte (Mantova); fu al liceo che nacque in Piero la passione artistica. A Mantova entrò a far parte del neocostituito “Gruppo del Novecento”, un movimento artistico. Vinta una borsa di studio si iscrisse all’Accademia di Venezia; partecipò alle lezioni di incisione tenute dal professor Emanuele Brugnoli. Finiti i tre anni si dedicò alla pittura. Lo scrittore e docente Giuseppe Cerrina gli propose di fare una mostra; fu a Merano che il ventenne Piero Siena tenne la prima mostra. Tra gli anni Trenta e Quaranta iniziò a frequentare Bolzano e a dipingere in montagna. Chiamato alle armi, nel 1941 partì per la campagna di Russia. Durante la ritirata finì in un campo di prigionia, vicino a Mosca;  ebbe modo di incontrare Palmiro Togliatti, sia nel campo che  a Mosca. A guerra finita, dopo un viaggio di quarantacinque giorni stipato in carro bestiame, da Mosca giunse a Bolzano, dove partecipò alle iniziative culturali del Partito comunista. Ebbe rapporti di amicizia  con personaggi di spicco di tale Partito. Fu attivo anche come critico d’arte; stabilì rapporti di amicizia con molti artisti e critici d’arte, come  Renato Birolli, Antonio Corpora, Lucio Fontana, Nino Franchina, Achille Perilli, Karl Plattner, Gino Severini, Emilio Vedova, Toni Zancanaro.  Nel 1986 venne chiamato a far parte del comitato artistico della associazione promotrice del Museo d’Arte Moderna di Bolzano, che nel 1991 prese il nome di Museion, del quale Piero Siena fu direttore dal 1987 al 2001. A lui si deve la promozione di decine di mostre ed eventi; lo stesso Museion fu sede di importanti mostre.  Dal 1960 al 2001 Piero Siena fu collaboratore della rivista “Il Cristallo”, nata nel 1959, promossa dal “Centro di cultura dell’Alto Adige”. Piero Siena morì in casa di riposo il 17 novembre 2003.

Autore: Leone Sticcotti

Creatività e sensibilità nell’arte di Elisabeth Hölzl

Meranese di nascita, Elisabeth Hölzl, ha conseguito la Maturità Classica e ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, concludendo la sua formazione artistica col diploma in Scultura. Ha approfondito la propria esperienza artistica in numerose città europee ma nel 2003 si è recata a New York con una borsa di studio e l’anno dopo all’Avana. In entrambe queste città ha trascorso un lungo periodo di osservazione e sperimentazione artistica. Sono assai numerose le mostre personali e collettive in Italia e all’estero cui ha partecipato. La carriera artistica di Elisabeth Hölzl, iniziata nei primi anni Novanta, e proseguita senza battute d’arresto in un interessante crescendo che non accenna ad interrompersi, anzi. Dotata di grande sensibilità, riesce a sorprendere il fruitore con una scelta inusuale di soluzioni creative, tecniche e materiali, lavori e idee che ne sottolineano la vivacità intellettuale. Ma a stupire è soprattutto quel tocco poetico che riesce a infondere ai suoi progetti, siano essi realizzati con fotografie, tessuti, ricami, oggetti o istallazioni, dove lo spazio e i materiali diversi dialogano tra loro. Sempre al passo coi tempi, curiosa e empatica, Elisabeth Hölzl sa vivere le complessità del suo tempo e attraversare le molteplicità degli ambienti sociali e culturali. Non di rado sono le realtà meno scontate ad attrarre la sua attenzione, il suo sguardo. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Franca Ghitti, una scultrice fra le pittrici in mostra al Mamming

Nella seconda metà del Novecento per le donne diventò più facile cimentarsi con gli studi d’arte e iniziare veri e propri percorsi da artiste. Ciononostante non molte furono le artiste in grado di emergere e raggiungere la notorietà. Alcune si diedero anima e corpo alla sperimentazione, affinando le proprie tecniche, cercando nuovi materiali, nuovi mezzi espressivi insoliti da intessere, incollare, nelle proprie opere. Altre si spinsero oltre, perseguendo la costante ricerca del nuovo, dell’inconsueto, del vincente, ma soprattutto di quel qualcosa che potesse rendere chiare le tematiche anche sociali per loro imprescindibili. 

A questa arte di ricerca e innovazione appartengono le opere di alcune delle artiste in mostra. 

Fin da bambina Franca Ghitti visse vicino ai siti rupestri dell’antica Civiltà Camuna. Nella falegnameria del padre imparò a conoscere gli attrezzi e la consistenza della materia da lavorare, da scolpire. Legno e ferro furono fin da subito le materie prime per le sue opere. 

Il suo immaginario artistico si sviluppò fra le piccole comunità montane e i boschi incontaminati, ma anche fra gli opifici che in quelle regioni lavoravano il ferro. È infatti dagli scarti di questi ultimi che iniziarono a prendere vita molte delle sue opere in ferro. 

Franca Ghitti frequentò l’Accademia di Brera e successivamente scelse il luogo più affascinante possibile per proseguire la sua formazione, ossia  l’Académie de la Grande Chaumière, vale a dire quell’insieme di laboratori siti nel leggendario quartiere parigino di Montparnasse, dove lavorarono i più famosi artisti francesi e stranieri, da Chagall a Giacometti, da Louise Bourgeois a Tamara de Lempicka, per nominarne solo alcuni. 

Era sempre in questi studi che nel 1870 si era trasferita la storica Académie Colarossi, la scuola privata gratuita che offriva un’alternativa all’istituzione dell’École des Beaux-Arts di Parigi quando questa ancora precludeva l’ingresso alle donne e agli stranieri. 

E ancora qui, pur in tempi molto lontani rispetto a quelli di Franca Ghitti, era stato concesso alle studentesse ciò che ovunque era vietato: dipingere dal vivo modelli maschili nudi. 

A Salisburgo Franca fu allieva del pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoschka (1886 – 1980). 

A partire dai primi anni Cinquanta la Ghitti creò una serie di dipinti e cicli pittorici dove senso della tradizione e invenzione si combinavano, producendo opere originali e di grande fascino. All’inizio degli anni Sessanta realizzò invece le prime sculture in legno, proponendosi di definire un’immagine dello spazio che avesse anche una dimensione del tempo e della storia: veniva infatti usato legno di recupero, spesso usurato dal tempo. 

Tra il 1969 e il 1971 visse e lavorò in Kenya, dove realizzò, per incarico del Ministero degli Esteri, le grandi vetrate nella Chiesa degli Italiani di Nairobi. Questo e altri viaggi le insegnarono l’importanza della presenza di “altri alfabeti”.  Rientrata in Italia, lavorò ancora il legno e il ferro, rivisitando linguaggi ormai emarginati, legati alle vecchie tradizioni di lavoro nei boschi e nelle fucine.

Introdotta al microcosmo intellettuale di Brunnenburg dall’editore milanese Vanni Scheiwiller, per Franca Ghitti si trattò di amore a prima vista e si risolse in lunghi soggiorni e nel desiderio di inserire le sue creazioni fra quelle mura. Ne nacquero sculture sia in legno che ferro, ma anche ringhiere e, nel 1979, il famoso cancello d’accesso che prende il nome di Ghitti-Gate. Le opere in mostra scaturiscono dal connubio con Brunnenburg e rappresentano in miniatura alcune sequenze presenti in altre opere interne al maniero.

Inferiate di ferro battuto per bifore e finestre abbelliscono il castello di Brunnenburg; le opere Albero e Vicinie fanno invece bella mostra di sé nel cortile interno del maniero e sono esemplificative della produzione lignea dell’artista, ma soprattutto del ciclo di opere intitolato appunto Vicinie e iniziato nel 1965 per raccontare le comunità contadine di medievale memoria.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I confini linguistici nella Bassa Atesina

La storia dell’umanità è, per certi versi, una storia di confini. Confini collettivi e privati, politici e linguistici. Confini imposti e, nello stesso tempo, minacciati o violati. Anche la cosiddetta “privacy” altro non è che un confine tra le singole persone. E un confine rappresenta la “Heimat”, il luogo ideale in cui “confinare” la propria individualità. 

Ma come nascono i confini? Quelli politici, si sa, quasi sempre in seguito a conflitti, raramente grazie a pacifici accordi. Più complessa è la questione dei confini linguistici o culturali. Infatti, se è abbastanza semplice fissare o spostare una linea immaginaria su una carta geografica, è più difficile popolare in modo omogeneo un territorio o sradicare persone, famiglie, comunità dai luoghi dove risiedono da decenni, a volte da secoli. Perciò lo spostamento di un confine linguistico non è quasi mai repentino ma frutto di un processo lento, spesso irriconoscibile. 

Un esempio in tal senso è la storia della Bassa Atesina, territorio tra Bolzano e Trento schiacciato da un millennio e mezzo tra due grandi culture e realtà linguistiche: quella tedesca e quella italiana. In questi pochi chilometri di spazio che funge, in certo qual modo, da confine “liquido” e cerniera nel corso dei secoli le linee di demarcazione linguistiche, indipendentemente da quelle politiche mutate più volte, si sono spostate quasi impercettibilmente da sud verso nord.

Il punto di partenza “storico” è il periodo di occupazione romana, in cui tutto il territorio dell’odierno Trentino-Alto Adige era parte integrante dell’impero – anche da un punto di vista linguistico. 

Certo anche allora erano ancora presenti isole linguistiche riferibili alle vecchie popolazioni retiche ma non si può comunque parlare di un vero e proprio confine linguistico come si è formato in seguito.

Dopo la scomparsa dei Romani, abbiamo assistito all’arrivo delle popolazioni germaniche: Franchi, Longobardi e Bavari.

Specialmente le ultime due hanno determinato la divisione sistematica di un territorio prima unitario: a nord, appena sotto Bolzano o Laives, i Bavari, a sud i Longobardi. In un articolo apparso sul periodico Schlern nel 1949, lo storico Otto Stolz ha tracciato bene le linee principali della “separazione” territoriale e linguistica della regione partendo proprio dai confini imposti da queste due popolazioni nell’VIII e IX secolo. Da un punto di vista politico non è del tutto chiaro dove corressero i confini in Val d’Adige, a quanto pare piuttosto “ballerini”. 

Da quello linguistico, tutta la Bassa Atesina risultò a lungo influenzata dal precedente periodo romano progressivamente soppiantato dall’insediamento dei Longobardi romanizzati e soprattutto dai coloni bavari. Nel 1027 le contee di Trento e Bolzano passarono al principe-vescovo di Trento e in quel periodo Bolzano faceva parte del ducato bavaro. Nel 1305 il re tedesco Albrecht I affidò ai conti del Tirolo la sovranità doganale fino ai confini  politici – e probabilmente linguistici – contraddistinti dal torrente Efeis (oggi Avisio). 

È verosimile che il territorio al di là dell’Avisio venisse considerato “welsch” ossia di cultura italiana, quello al di qua tedesco  –  benché politicamente anche Trento facesse parte dello stesso regno di Bolzano. Nella vecchia pretura di Königsberg con i comuni Nefis (oggi Lavis), Pressan (Pressano), Faid (Faedo), Jaufen (Giovo) e St. Michael (San Michele) i toponimi e i cognomi delle famiglie ricordano ancora la loro origine tedesca. 

Anche tra le vecchie preture di Kron- o Deutschmetz (Mezzocorona o Mezzo Tedesco)  da un lato e di Welschmetz o Merzzolombardo dall’altro possiamo trovare tracce univoche di un’antica linea di confine linguistico. Nel XVI secolo,  Marx Sittich von Wolkenstein parla già di “welsches Volk nach Sprach und Sitten“ (popolazione italiana per lingua e usanze) con riferimento a Königsberg, mentre dice “alles teitsch Volk” per quanto riguarda le vicine Salorno e Cortaccia. Probabilmente in quei due o tre secoli è avvenuto un significativo spostamento del confine linguistico verso nord, fermandosi poi fino ai nostri tempi all’altezza di Salorno. 

Scrisse infatti Denis Diderot a proposito di Salorno: “Un gros bourg aux confins d’Alemagne et d’Italie dans le Tyrol, dont il fait la séparation“. Quello di Salorno si è rivelato un confine “resistente”, tanto che sia Napoleone, sia il regime fascista qualche decennio più tardi, pur scompaginando i confini politici regionali, non riuscirono a scalfire la solidità linguistico-culturale della Bassa Atesina.

Autore: Reinhard Christanell