Con una via si ricorda Werner von Siemens

Tra le vie della zona industriale dedicate a protagonisti di scienza e tecnica vi è via Werner von Siemens. Ernst Werner Siemens era nato il 13 dicembre 1816 a Lenthe, presso Hannover. Il titolo nobiliare “von” si aggiunse nel 1888 con l’elevazione al rango nobiliare da parte di Federico III, imperatore di Germania e re di Prussia, per i meriti in ambito scientifico e imprenditoriale. Nel 1823 la famiglia si trasferì a Menzendorf, dove nacquero altri sei fratelli di Werner, che si aggiunsero a Ludwig, Mathilde, Hans e Ferdinand. Dopo il Liceo classico a Lubecca (1832-1834) e la Scuola d’artiglieria e ingegneristica di Berlino (1835-1838), nel 1842 Werner divenne membro della Società Politecnica. Già nel 1841 si rese noto per l’invenzione di un metodo per la galvanoplastica, per il quale gli fu conferito il Brevetto prussiano. Nel 1844 viaggiò a Londra, Bruxelles, Parigi. Anno importante fu il 1847: oltre a inventare una tecnica di rivestimento dei fili elettrici con guttaperca, il 1° ottobre fondò la “Telegraphen-Bauanstalt von Siemens und Halske”. Già nel 1848 fu allestita una linea telegrafica tra Berlino e Francoforte sul Meno. Il 1° ottobre 1852 Werner von Siemens si sposò con Mathilde Drumann; ebbero quattro figli (Arnold, Wilhelm, Anna, Känel). Morta Mathilde nel 1865, nel 1868 Werner sposò Antonia Siemens di Hohenheim; nacquero Herta (1870) e Carl Friedrich (1872). Sarebbe lungo descrivere quanto Werner von Siemens realizzò nei diversi campi dell’elettrotecnica, come studi e applicazioni nel campo delle macchine dinamo-elettriche, della telegrafia, delle lampade elettriche, della trazione elettrica. Non mancarono i riconoscimenti: due lauree ad honorem (Berlino nel 1860, Heidelberg nel 1886), la nomina nel 1873 a membro dell’Accademia Prussiana delle Scienze, l’elezione nel 1891 a Presidente del Congresso degli Elettrotecnici. Deceduto per una polmonite a Berlino il 6 dicembre 1892, i suoi resti si trovano nella tomba di famiglia nel Südwestkirchof di Stahnsdorf.

Autore: Leone Sticcotti

Davide Burattin: Dropout nuovo capitolo

Sono trascorsi due anni da quando il bolzanino trapiantato a Osaka Davide Burattin – in arte Dropout – ci ha consegnato un disco composto da brevi colonne sonore strumentali per cortometraggi da lui stesso realizzati: il tema del disco era la memoria di un futuro distante e la dominante musicale era l’elettronica. Il nuovo disco del creativo bolzanino è invece cantato, minimale nella struttura, tratta della fine delle cose ed è figlio dell’urgenza di Burattin di dedicarsi alla musica, prendendo corpose pause dalla famiglia (che è stata comprensiva) e dal lavoro (nello stakanovista Giappone non deve essere stato semplice).

“Il disco precedente – ci spiega Davide – è stato di gestazione lunga e piuttosto certosina, la necessità adesso era invece diametralmente opposta, buttare fuori tutto il più presto e nel modo più autentico possibile. Un po’ come la differenza tra fotografie in teatro di posa e istantanee Polaroid, ecco. Il tutto infatti nasce in modo naturale in un dialogo tra chitarra classica e voce, la domanda è stata: da che luogo della mente proviene questa musica e con che parole la si può vestire? Il resto è stato sovrainciso immediatamente dopo o suonato da altri. Non c’è stata l’egida del metronomo e in particolare ho sentito come una repulsione al beat onnipresente e portante nella musica mainstream attuale, quindi raramente nel disco sono presenti batterie. Ho trovato infatti interessante, durante la produzione, l’alternarsi tra canzoni per così dire di getto, magari registrate su nastro proprio mentre stavano uscendo dalle mie mani e canzoni più regolari, più patinate. Diciamo che alcune stavano bene così come erano nate, altre invece sembravano pretendere di essere trasposte in bella copia”.

Il risultato è Sulla fine delle cose, un disco fresco fresco per ora disponibile solo in formato digitale, in cui come l’autore ci ha detto ci sono soprattutto la sua voce e la sua chitarra acustica, ma non mancano altri interventi: c’è Petra Dotti, del progetto Giardini di Pietra, che contribuisce al ritornello della riuscita Vibrano corde, uno dei due brani del disco risalenti a prima del lockdown, c’è poi Monica Primo che Davide ha conosciuto tramite Carmelo Giacchino, c’è il synth di Piero De Siena e dà una mano anche l’amico DJ Alessandro Signore; ma l’autore ha pescato anche tra le mura domestiche, ha coinvolto il figlio Daniele, i suoi compagni d’asilo e, soprattutto la moglie Luciana Cardi in Attica. Ci doveva essere anche Monika Callegaro, ma per motivi di sovrapposizione di impegni, la collaborazione non si è concretizzata ma è stata un’importante fonte di dialogo per l’autore durante e dopo la lavorazione.

“Da circa 20 anni non cantavo e scrivevo in italiano – ci spiega Burattin riguardo ai testi –, e probabilmente la necessità di comunicare in modo più diretto nella mia lingua madre qui è stata prioritaria. I testi sono molto personali, tanto che all’inizio non pensavo alla pubblicazione, se non che quegli amici che ascoltano le cose in anteprima mi hanno fatto notare che alla fine si tratta di tematiche piuttosto universali per tutti noi, personali ma non tutte strettamente biografiche, a volte è necessaria un po’ di fiction mutuata da storie a me vicine. La particolarità dei testi è di essere scritti su una metrica più anglosassone che italiana, ovvero basati perlopiù su parole bisillabiche o trisillabiche. Un esperimento inconscio dovuto ai miei ascolti più recenti che sono piuttosto internazionali, un po’ come è successo per la generazione Z, quella che usa andare a capo spezzando mentre canta per intenderci, che utilizza più o meno il cosiddetto enjambement, che personalmente poco mi entusiasma. L’alternativa quindi all’andare a capo, per la nostra lingua che è composta da pochissime bisillabe e trisillabe. Quindi per riassumere, visto che si tratta anch’essa di musica di urgenza, ecco come suonerebbe molto probabilmente la musica di tipo Trap se fosse cantata in modo meno prolisso, senza enjambement, senza Autotune, con della melodia, e con frasi che si collegano maggiormente l’una con l’altra.”

Alla fine chi ne esce vincitore sono le canzoni, proprio per il fatto di avere una melodia, di non avere l’Autotune, di non essere prolisse, con la modernità della loro genesi e con il fascino vintage dell’uso di strumenti tradizionali. Anche se l’elettronica continua a stare dietro l’angolo: “A dire la verità – conclude Davide – ancora non so ancora quale sarà la mia prossima mossa, ma sto giocando da un po’ con un campionatore molto particolare, creando nuovi suoni Dropout, e qualche nucleo di idea lo sto già sentendo sbocciare…”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Meringata al limone

Ingerdienti

Per la pasta frolla
(stampo da crostata da 24 cm con fondo amovibile)
200 g farina 00
100 g burro
100 g zucchero
1 uovo (media grandezza)
scorza di mezzo limone
1 pizzico sale

Per il Lemon Curd
3 limoni (scorza e succo)
200 g zucchero
100 g burro
30 g amido di mais (maizena)
3 uova (medie)
1 tuorlo

Per la meringa italiana
125 g albumi 200 g zucchero
50 g acqua

Vi serviranno inoltre…
500 g di fagioli
1 Cannello o caramellatore
1 Termometro da cucina
1 bocchetta Saint Honorè nel sac à poche

Preparazione

Il guscio di pasta frolla

In una ciotola capiente, mettete la farina setacciata a fontana e il burro a pezzetti. Fate sciogliere il burro tra le dita delle mani insieme alla farina. Poi unite lo zucchero, il pizzico di sale, la scorza di mezzo limone e l’uovo. Lavorate gli ingredienti prima con una forchetta, poi impastate a mano, prima nella ciotola poi sul piano di lavoro, fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo.
Formate un panetto e avvolgetelo con della pellicola trasparente e ponetelo in frigorifero per 30 minuti, prima del suo utilizzo.
Accendete il forno a 170°C (statico).
Trascorso il tempo, imburrate e infarinate uno stampo da crostata da 24 cm. Stendete la pasta frolla tra due fogli di carta da forno leggermente infarinati, e trasferite la frolla sopra lo stampo. Fate aderire bene i bordi e portate la pasta dei bordi in eccesso verso il basso in modo da inspessire i bordi. Bucherellate tutta la superficie con i rebbi di una forchetta.
Adagiate lo stampo con la frolla in frigorifero per 30 minuti.
Passato il tempo, coprite la base con un disco di carta da forno, ricoprite con i legumi secchi (tipo i fagioli) e infornate nel forno statico preriscaldato a 170°C per 15 minuti. Poi togliete la carta da forno e i legumi e lasciate cucinare “scoperta” a 160°C per altri 15 minuti.
Sfornate e fate raffreddare all’interno dello stampo. In seguito trasferite la base sul piatto da portata.

Il Lemon Curd: la crema

Grattugiate la scorza dei limoni e spremete il succo. Versate in una ciotolina e aggiungete la maizena setacciata al succo e mescolate bene, in modo che non vi siano grumi,
In un pentolino, adagiate il burro a pezzetti e fatelo fondere a bagnomaria, a fuoco dolce, girando ogni tanto. Aggiungete lo zucchero e continuate a mescolare.
Unite quindi il succo di limone con la maizena, le uova e il tuorlo sbattuti insieme con una forchetta e la scorza di limone grattugiata.
Lasciate intiepidire a temperatura ambiente e poi versate il Lemon curd nel guscio di pasta frolla.
Livellate la superficie con una spatola, per distribuire la crema in modo omogeneo, e lasciate raffreddare completamente la vostra Meringata al limone in frigo per almeno 4 ore (o tutta la notte). Potete coprire la superficie con pellicola trasparente.

La Meringa

Pesate gli albumi e montateli a velocità bassa con 25 g di zucchero con le fruste elettriche.
In un pentolino unite l’acqua e 175 g di zucchero. Portate a bollore a fuoco medio/alto. Quando il composto avrà raggiunto i 118 °C alzate al massimo la velocità delle fruste che montano gli albumi.
Attendete che lo sciroppo raggiunga i 121°C, spegnete il fuoco, e versatene velocemente metà sopra negli albumi, poi il resto a filo, sempre continuando a montare. Continuate a montare gli albumi per 10 minuti, fino ad ottenere una crema soda e in modo che il composto si raffreddi completamente.

Fase finale

Inserite la meringa in un sac à poche con bocchetta Saint Honorè (o quella che preferite), in modo da creare questa decorazione “fluffosa” ad onda, come fosse un pizzo.
Partite dall’esterno fino all’interno, in modo da ricoprire tutta la superficie..
Fiammeggiate la meringa con un cannello, in maniera che tutte le ondine create si “bruciacchino” un pochino. Se non avete il cannello, potete mettere la Torta per 2-3 minuti in forno sotto al grill.
Mettete tutto in frigo fino al momento di servire.

Conservazione

La Torta Meringata al limone si conserva in frigorifero per 3 giorni. Si sconsiglia il congelamento.
Vi consiglio di dividere la preparazione della Lemon Meringue Pie in 2 giorni. Il giorno prima preparate la pasta frolla e la crema al limone e farcite la base cotta con la crema. Mettete in frigorifero tutta la notte. Il giorno dopo, preparate la meringa e decorate la superficie. Mettete in frigorifero fino al momento di servire.
Se non avete il caramellatore, fate cuocere la meringata al limone sotto al grill per 2-3 minuti, finché vedrete la superficie dorarsi leggermente. L’effetto è diverso, ma è un’ottima alternativa.

Aliza Mandel: la storia di un’artista e del suo peregrinare 

La sua fu una vita segnata dagli spostamenti continui, dai traslochi, dai nuovi inizi in nuovi ambienti, dai mutamenti di lingua, fede, usi e costumi, clima. Quindi una vita di paesaggio, colori, sapori. Una vita ricca di incontri, di esperienze, di narrazioni. Un vissuto che si riverbera nelle sue tele, nelle sue sculture, nella tavolozza dalle colorazioni che sono un inno alla vita e alle sue sfaccettature. 

Le Leggi razziali dell’ottobre 1938 la colsero a Merano undicenne, mentre frequentava la scuola, da cui fu espulsa. 

Seguirono anni di paura, in bilico fra spostamenti e soggiorni in luoghi protetti fino a quando il pericolo si faceva più pressante: Riva del Garda, Verona, Cortona. Sul finire della guerra l’incontro inaspettato con i soldati della Brigata Ebraica convinse lei, diciottenne, e sua sorella Erica a lasciare i genitori, decisi a rientrare a Merano, e ad unirsi invece ai giovani che l’Agenzia ebraica andava convogliando verso la Palestina ancora sotto il Mandato britannico. 

Dopo un periodo di addestramento in un campo vicino a Roma, furono imbarcate su una nave militare inglese: si trattava della seconda immigrazione legale verso la Palestina. Giunte al porto di Haifa, furono internate per la quarantena nel Campo inglese di Atlith, provvisto di guardie e filo spinato. Successivamente Aliza e sua sorella furono inviate al Kibbuz Degania Alef, sul Lago di Tiberiade. 

Nel 1948 a Gerusalemme frequentò l’Istituto Bezalel per le arti applicate e l’artigianato. Qui apprese lo stile nazionale che includeva tradizioni ebraico-orientali ed europee. Il 14 maggio 1948 Aliza fu fra i giovani che sfilarono durante le cerimonie di fondazione dello Stato di Israele proclamato da Ben Gurion. 

Dal 1949 al 1975, in solitaria, visse in numerosi luoghi, approfondendo la propria formazione. Fu a Venezia, Firenze, Stoccarda, dove frequentò le locali accademie alla ricerca dello stile davvero capace di rappresentarla. Nel 1959 approdò a New York. Qui visse nel quartiere residenziale di Manhattan chiamato “Viertes Reich” per la massiccia presenza di famiglie ebree tedesche. Frequentò la Brooklyn Museum Art School che la fece decidere di dedicarsi all’arte liturgica. Aprì infatti un suo studio di scultura, collaborando a numerosi importanti progetti con altrettanti architetti. Ma gli sposta – menti non erano finiti. Il periodo che trascorse a Santa Fe, dove visse fra il 1975 e il 1987, le donò quella felice capacità coloristico-tonale che contraddistingue le sue opere pittoriche. 

Nel 1990 ritornò a Merano, dove viveva ancora la madre Olga, e proseguì nella sua ricerca pittorica. Aliza morì nel 2007 e riposa nel Cimitero ebraico meranese accanto alla madre e ad alcuni parenti. Le opere scelte per la mostra “Women in Art. Pittrici a Merano fra Ottocento e Novecento” a Palais Mamming sono parte del suo viaggio. Tierra Roja è un dittico realizzato nel 1978 a Santa Fe e riesce a trasportarci nelle zone desertiche del New Mexico, dove la terra assume le colorazioni più diverse, trascolorando dal rosso all’ocra, passando per i bruni. Nell’ampio dipinto pare di potersi perdere alla ricerca di tranquillità, lontani dalle zone eccessivamente antropizzate. Sempre agli anni di permanenza a Santa Fe appartiene il dipinto Ichtios , realizzato nel 1985. Qui la riflessione spirituale si palesa sia nella tela che nel titolo, che infatti significa “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”.

Nel quadro tanto le tonalità e la luce intensa che vi si sprigiona quanto le forme geometriche consentono di alludere alla presenza di Gesù. Appartiene invece al periodo meranese Havel Havelim del 1996, che significa “tutto è vano, tutto è fugace e fallace” ed è tratto dall’Ecclesiaste, il libro che viene letto durante la festività autunnale di Sukkot. Sinai Sunset del 2003 è l’opera di una donna di settantasei anni, perfettamente al passo coi tempi sul piano artistico ma forse con uno sguardo a ritroso al suo lungo cammino, e i ricordi sembrano riemergere: la terra di Israele, il Sinai col suo carico di significati spirituali, i tramonti indimenticabili e le lettere ebraiche Alef, ossia Adonai, il Signore, e Bet, la prima lettera della Torah.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’importanza dei ponti sull’Adige

Pons Drusi è i primo nome noto dell’odierna Bolzano. Dove esattamente si trovasse questo strategico ponte romano che permise la conquista della piana bolzanina non si sa, ma certo è che il toponimo la dice lunga sull’importanza  dei ponti in questo territorio attraversato da molti corsi d’acqua. 

Prima che iniziasse la sistematica costruzione dei ponti in legno, cemento o ferro, attraversare i grandi fiumi, torrenti e ruscelli non era impresa semplice. Zattere, barche e traghetti più o meno improvvisati, più o meno sicuri trasportavano merci e persone da un argine all’altro, da un approdo a quello successivo. 

In un documento del 1300 appare la dicitura “vadum seu portum in Sacco” ossia guado o magazzino a Sacco (Rovereto) per indicare il luogo dove un traghetto permetteva di passare il fiume. Invece la vecchia parole tedesca per traghetto è “urvar”, per cui abbiamo un maso Urfar a Vadena e località denominate Urfar di sopra o di sotto tra Vadena e Ora. 

In periodi di secca e con acque particolarmente calme, i traghetti si muovevano liberamente sul fiume, in altri dovevano essere fissati a una fune stesa tra una riva e l’altra per non essere trascinati a valle dalla corrente. Era quest’ultimo il caso dell’Urfar di Vadena e dell’Urfar di Gmund / Monte tra Ora e Termeno. Ancora nel 1574 il titolare di quest’ultimo, Augustin Pergomes, chiese al governo di Vienna la costruzione di un ponte vero e proprio al posto del traghetto troppo pericoloso, richiesta alla quale si oppose strenuamente il vicino comune di Egna che già disponeva del suo ponte.

In un atto del 1235 viene citato un “pons de navi” preso l’Adige. Non si tratta di un ponte vero e proprio ma di un traghetto di proprietà del vescovo di Tento in località Schefbrugg, in italiano Nave San Felice. Tra il 1818 e il 1840 sono noti diversi ponti di barche chiamati “porti”.

L’aumento del traffico commerciale tra Bolzano, Egna e Trento richiese la graduale sostituzione dei traghetti con ponti. I vecchi ponti romani in questa zona erano di legno per cui non si sono conservati. Il ponte più antico di cui si abbia notizia è quello che attraversa il Passirio a Merano e risale all’anno 800. Ma è tra il 1150 e il 1200 che inizia un’intensa attività di costruzione di ponti sia sull’Adige che sull’Isarco. Tra il 1200 e il 1350 furono realizzati il ponte di Egna e il ponte Talvera a Bolzano. Se un tempo era prevalente l’utilizzo del legno, a partire dal XIX secolo i ponti furono costruiti in pietra, calcestruzzo o ferro. Per la costruzione dei ponti venivano impegnati fondi dei comuni e dei proprietari dei terreni adiacenti, che erano obbligati a fornire il legname o pagare importi equivalenti. Chi transitava sul ponte era tenuto a pagare un pedaggio per sé, eventuali carri e capi di bestiame.

Tra i ponti più noti tra Bolzano e la Bassa Atesina vi sono quelli di Castel Firmiano o Formigar, come veniva chiamato prima del XV secolo. 

Era di proprietà del vescovo di Trento e venne citato per la prima volta nel 1216, quando “in capite pontis Formiani” ebbe luogo una riunione tra nobili della zona. Ancora nel 1181 e nel 1185 si parla invece di “vadum de cuvalo apud flumen Athesis subtus Formicarum” e “ad vadum de Formeiano”, che ci indicano che ancora non c’era il ponte ma un traghetto. Allo stesso periodo risale il ponte sull’Isarco sempre a Bolzano, chiamato anche ponte di Bolzano e poi Loreto. Potrebbe essere sorto qui il primo ponte di Druso che diede il nome alla città.

8 chilometri a sud di Formigar si trova Vadena, dove dal XIV secolo si parla di un Urfar. Un “vadum de Mazoco” (Caldaro/Termeno) è citato verso il 1200. Con la costruzione della ferrovia venne realizzato un ponte a Gmund/Monte. A Egna il primo ponte risale al 1305. A Salorno il ponte sull’Adige esiste dal XIV secolo. Sotto Salorno, a parte Trento, esistevano solo traghetti: Nave San Felice, Calliano, Rovereto, Mori, Serravalle, Ala e Avio. A Nevis / Lavis esisteva tuttavia un ponte sull’Avisio / Efeis dal 1202. 

Autore: Reinhard Christanell

Le nonne attiviste

11 anni fa, in occasione del 25 aprile, ebbi l’occasione di conoscere Estela De Carlotto, leader prima delle madri e poi delle nonne di Plaza de Majo. Mi colpì moltissimo la sua storia di estrema determinazione, durata decenni, alla ricerca di giustizia per l’assassinio di sua figlia, vittima desaparacida della dittatura argentina, e poi di notizie suo suo nipote dato all’epoca forzatamente in adozione. Un nipote poi miracolosamente ritrovato, l’anno successivo, grazie al test del DNA a cui si sottopose volontariamente, ormai 36enne.
La battaglia delle donne argentine mi ha ricordato in questi giorni un’altra battaglia, che ha visto protagoniste 2500 anziane signore svizzere (età media 74 anni) che si erano rivolte alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) perché si ritenevano danneggiate per le politiche sul clima del loro paese.
Siamo abituati a pensare che la militanza per il clima sia soprattutto una questione di giovani, Greta Thunberg in testa, ma evidentemente non è così. Particolarmente significativo è poi il fatto che la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia dato ragione a questo stuolo di nonne “alpine”, autodenominatesi “Anziane per il clima”. è stata la prima volta che un tribunale internazionale ha detto che uno stato è obbligato a raggiungere gli obiettivi sul clima stabiliti dai trattati internazionali. La sentenza non avrà conseguenze pratiche immediate, ma l’Ufficio federale di giustizia svizzero ha detto che la studierà per stabilire quali azioni debbano essere prese dalla Svizzera per il futuro e intanto la Corte ha ordinato allo stato svizzero di pagare 80mila euro per coprire le spese legali dell’associazione. I paesi che riconoscono la Corte europea per i diritti dell’uomo sono impegnati a dare esecuzione alle sue decisioni, ma la Corte lascia generalmente loro ampia libertà nella scelta delle misure con cui farlo. Nonostante questo, la decisione è stata comunque definita “storica”. Non solo è la prima in cui il tribunale internazionale dà ragione ai ricorrenti sul cambiamento climatico, ma influenzerà anche gli approcci adottati da altri tribunali internazionali e dai tribunali nazionali dei singoli paesi europei su casi analoghi, che negli ultimi anni sono diventati piuttosto frequenti come forma di attivismo climatico.

Autore: Luca Sticcotti

La salute mentale è un diritto

Secondo un’indagine del 2022 quasi l’85 per cento delle ragazze e dei ragazzi altoatesini considera il proprio stato di salute eccellente o buono. Ma non è tutto oro quel che luccica. Non mancano i giovani che vivono la loro esistenza con sofferenza. Una situazione da non sottovalutare anche nella prospettiva dell’età adulta.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dice che la metà di tutti i disturbi mentali ha origine nella primissima adolescenza. Essi vanno affrontati con serietà e tempestivamente, altrimenti si aggravano con l’avanzare dell’età.
Ma in primo luogo: la salute mentale è un diritto. È parte integrante del più generale diritto alla salute che l’OMS definisce “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità” e che la Costituzione tutela “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
A livello globale un adolescente su sette soffre di un disturbo mentale. Prime cause di disagio negli adolescenti sono depressione, ansia e disturbi comportamentali. E la quarta causa di morte nei ragazzi tra i 15 e 19 anni è il suicidio. Malgrado queste evidenze la questione è sottovalutata. Ciò si paga in età adulta, sia sul piano personale che su quello sociale. Importante dunque “agire programmi di promozione e prevenzione della salute mentale” e mettere in atto “varie strategie per raggiungere gli adolescenti, in particolare i più vulnerabili”.
Per promuovere la salute e il benessere degli adolescenti, spiega il rapporto dell’indagine svolta in provincia di Bolzano nel 2022 (indagine HBSC) è necessario “ricercare e agire sulle caratteristiche dell’ambiente di riferimento”. “Il lavoro di prevenzione deve rivolgersi a più destinatari” e “va inserito a sistema in vari contesti”. Ecco la necessità di non lasciare il tema della salute mentale solo agli addetti ai lavori. Ognuno è chiamato, a seconda dei ruoli e delle competenze, a fare la sua parte.
Di questi temi si discute il 18 aprile a Bolzano nel convegno “La salute mentale è un diritto” (programma al link www.infopoint.bz/news). Al centro dell’incontro in particolare i “giovani, i loro bisogni e contributi (spesso trascurati)”. Organizzano Comitato UNICEF, Jugenddienst Meran/o e Cooperativa Pratica.

Autore: Paolo Bill Valente

La via dedicata a Wolfgang von Goethe

Via Goethe: è una via importante, sia perché collega piazza Domenicani a piazza Erbe, sia perché dedicata ad un personaggio centrale della cultura europea. Johann Wolfgang Goethe era nato a Francoforte sul Meno il 28 agosto 1749. Dopo aver esercitato per qualche tempo l’avvocatura, ottenne fama con il dramma “Götz di Berlichingen” (1773) e con il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” (1774). Va tenuto conto anche degli Inni, quali “Il viandante”, “Ganimede”, “Prometeo”, dei drammi minori, come “Urfaust”, considerato la prima stesura del “Faust”. Entrato a far parte della corte di Carlo Augusto (1757-1828), duca di Sassonia-Weimar, ne fece un centro di vita intellettuale. Il nuovo ambiente sereno, l’amore per Charlotte von Stein (1742-1827), l’amicizia del poeta e drammaturgo Johann Christoph Friedrich von Schiller (1759-1805) e dello scrittore e filosofo Johann Gottfried von Herder (1744-1803), i due viaggi in Italia (1786 e 1790), placarono il suo animo, agevolando la sua ispirazione in cui si era compiuta la compenetrazione fra il mondo tedesco e quello della classicità greca e latina. Sono di questo periodo drammi, come “Le affinità elettive” (1809), romanzi, come “Gli anni di peregrinazione di Wilhelm Meister” (1829). Fino alla morte Goethe lavorò alla stesura del “Faust”, dramma che ideò nel 1772, rielaborò nel 1808 e terminò nel 1831. Si interessò anche alla scienza; scrisse “Metamorfosi delle piante” (1790) e “Teoria dei colori” (1810). Non mancano gli scritti autobiografici, come “Viaggio in Italia” (1816-1817). Il 16 marzo 1832 Goethe si ammalò e morì a Weimar il 22 marzo. Ultime sue parole, si dice, sarebbero state: “Macht doch den zweiten Fensterladen in der Stube auch auf, damit mehr Licht hereinkomme” (Aprite anche la seconda imposta nella stanza, affinché entri più luce). Fu sepolto il 26 marzo nella tomba dei Duchi di Sassonia-Weimar.

Autore: Leone Sticcotti

Un atelier tutto per sé: i ritratti fotografici di Ilka Révai

Fra i numerosi ebrei che giunsero a Merano a partire dal 1832 diverse erano le provenienze geografiche, la posizione sociale, il senso di appartenenza, l’attitudine alla frequenza della sinagoga o l’attenersi alle rigide regole. Del pari numerosi erano gli ebrei assimilati e non pochi coloro che avevano percorso molto prima delle leggi razziali la strada della conversione alla fede evangelica o cattolica. Quando nazismo e fascismo strinsero d’assedio l’Europa ogni persona anche solo di lontana origine ebraica fu irrimediabilmente in trappola.

Fu un problema di salute, un disturbo alla laringe, a condurre a Merano nel 1911, la trentottenne fotografa ungherese Ilka Révai. Allieva del fotografo ebreo Aladár Székely, al secolo Aladár Bleier (1870 – 1940), il primo rappresentante del realismo fotografico ungherese, se ne emancipò presto dando vita ad un atelier autonomo. Artista matura e già affermata in patria, sicura di sé, e dotata di spirito imprenditoriale, pensò di sfruttare le potenzialità del luogo aprendo un atelier fotografico proprio. Città di cura, frequentata da una società colta e assai agiata, Merano prometteva molti clienti sia per le sue fotografie artistiche che per altri manufatti.
Estremamente accorta, Ilka non lasciava nulla al caso e nel settembre 1913 si rivolse alla Camera di Commercio e Industria di Bolzano richiedendo un certificato di competenza che confermasse che le sue fotografie erano da considerarsi “prodotti di libera arte”.
Creò la sua rete di conoscenze iscrivendosi al Meraner Künstlerbund e partecipando alle esposizioni con le proprie opere fotografiche. Per il suo atelier e laboratorio fotografico scelse non a caso vicolo Fossato Molino 4, proprio accanto all’hotel e ristorante casher Starkenhof.
L’hotel di proprietà della famiglia Bermann, aperto sin dal 1874, fu polo assai frequentato sia dalla popolazione ebraica locale che da quella, ampia e variegata per provenienza, dei turisti di cura. Possiamo evincere la sua particolare tecnica fotografica leggendo il resoconto che ne fece un visitatore del suo atelier sulla rivista Meraner Kurzeitung. Egli spiegava che sulle fotografie l’artista non interveniva con dei ritocchi.
Solo l’intensità della luce trovava una giusta equalizzazione elaborandone le lastre. In questo modo ad ogni fotografia veniva conferita una sua unicità, una sua individualità e un effetto artistico quasi pittorico.
Ilka Révai decise di farsi conoscere anche attraverso una inserzione sulla stampa locale e in particolare sulla Meraner Kurzeitung, rivista che poteva essere facilmente rintracciata dai turisti di cura anche nella Sala di lettura del Kurhaus. Espose più e più volte nelle collettive organizzate dal Meraner Künstlerbund. Ebbe quindi modo di condividere la sala espositiva con Maria Radio von Radiis, Ellen Tornquist e Ada von der Planitz. Presentò le sue fotografie artistiche anche nella Gewerbehalle. Stando ai giornali del tempo, alle sue mostre Ilka Revai esponeva teste di uomini e donne assai realistiche, “nelle quali si potevano osservare tanto la morbidezza delle carni che i pori della pelle. Insomma ritratti assai lontani dall’essere paragonati a mere teste di porcellana prive di un’anima”.
Oltre alle fotografie proprie, Ilka esponeva prezioso artigianato ungherese che pubblicizzava invitando gli amanti del bello a visitare il suo atelier e a prendere visione dei pezzi unici esposti.
Nel 1913, ad esempio, fu in grado di far conoscere una serie di arazzi prodotti dalla Scuola Nazionale Ungherese di Gobelin.
Le fotografie qui esposte mostrano il ritratto per cui nel 1917 Ilka Révai divenne famosa in patria e cioè il ritratto di Lajos Kassak (1887 – 1967). Scrittore, artista e giornalista ungherese, rappresentante del Futurismo che conobbe in Italia e di cui introdusse i programmi in patria tentando di conciliarli con le sue convinzioni socialiste, Kassak aveva dato vita anche alla rivista d’avanguardia MA, dove formulò il programma teorico del Costruttivismo ungherese e alla quale contribuiva pure Ilka Révai. Lo scrittore è colto di fronte, ma il volto e lo sguardo sono rivolti verso il basso come se fosse intento a scrivere o a leggere.
La luce evidenzia solamente il viso, mentre si intravede il rever della giacca e il maglioncino, lo sfondo è indistinto ad arte proprio per dare maggior risalto ai tratti somatici e alla carica psicologica che da esso traspare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Carote di sfoglia ripiene

Ingredienti

Pasta sfoglia rettangolare
1 tuorlo d’uovo
Paprica in polvere q.b.
1 puntina di colorante alimentare arancione

Ripieno
200 gr Formaggio fresco spalmabile
50 gr Filetti di tonno sott’olio
Capperi

Prezzemolo fresco

Preparazione

Per preparare le carote di sfoglia ripiene, iniziate srotolando il rotolo di pasta sfoglia rettangolare.
Con l’aiuto dell’apposito tagliapasta o con un coltello, ricavate tante strisce da circa 2 o 3 centimetri di lunghezza.
Rivestite 8 conetti alimentari con della carta di alluminio e arrotolate le strisce partendo dalla punta fino a raggiungere la base del cono. Fate attenzione a sovrapporre le estremità delle strisce schiacciandole leggermente tra di loro per evitare che si gonfino troppo in cottura.
In una piccola ciotola, sbattete un tuorlo e aggiungete della paprica in polvere. Se volete per intensificare il colore arancione tipico della carota, unite anche una puntina di colorante in gel arancione.
Spennellate il tuorlo sbattuto su tutta la superficie della carota di sfoglia.
Ora potete cuocerle in forno a 180 °C, in modalità ventilata, per circa 20 minuti.
Intanto, dedicatevi alla preparazione del ripieno: in una ciotola di vetro ammorbidite il formaggio fresco con una forchetta. Aggiungete del tonno sgocciolato e i capperi e amalgamate per bene il tutto.
Trasferite il composto in un sac à poche.
Trascorso il tempo di cottura, fate raffreddare le carote di sfoglia e farcite con la mousse di formaggio e tonno.
Per simulare il ciuffo della carota, utilizzate il prezzemolo: lavatelo, dividetelo in cimette e inserite il gambo nella base della carota di sfoglia.
Le carote di sfoglia ripiene sono ora pronte per essere portate in tavola.

Consigli

Per donare alla sfoglia il tipico colore arancione, potete sostituire la paprica con la curcuma e aggiungere del colorante alimentare rosso: quindi sciogliete poche gocce di colorante in acqua tiepida prima di spennellare le carote. Per la decorazione potete utilizzare l’aneto al posto del prezzemolo.
Per la farcitura potete sostituire il tonno con il salmone, aggiungere delle olive, erbe aromatiche e acciughe.

Conservazione

Consiglio di consumarle subito. Se dovessero avanzare, si possono conservare in frigo per 24 ore ben chiuse in un contenitore ermetico, così facendo però la sfoglia diventerà più morbida.
Le carote di sfoglia senza ripieno, invece, si mantengono a temperatura ambiente fino a 2 giorni, chiuse in un sacchetto di plastica.