Autogol

Meritoriamente nelle ultime settimane le forze dell’ordine hanno effettuato un lunga serie di controlli sul nostro territorio, nell’ottica di un aumento del livello di sicurezza e di prevenzione della microcriminalità. Com’è noto si tratta di un’esigenza sentita da una larga parte dei residenti e tale bisogno si è riverberato anche nelle scelte di consenso che hanno portato alla formazione del nuovo governo provinciale, protagonista tra l’altro oggi di una solida sintonia con Roma.
In merito a ciò non posso però non rilevare l’accrescimento di una contraddizione di fondo nel nostro sistema volto a prevenire e reprimere i reati, ovvero le condizioni in cui versa la casa circondariale di Bolzano. Si tratta di una situazione non solo vergognosa – una macchia nel quadro idilliaco che siamo soliti dipingere nella descrizione della nostra terra – ma anche e soprattutto controproducente. A cosa serve incrementare i controlli e, di conseguenza, anche gli arresti, quando non sappiamo poi dove metterli, i detenuti? E, poi, se le persone che priviamo della loro libertà le mettiamo in un carcere orrendo – a Bolzano, lo ricordiamo, si trovano solo detenuti per reati minori – come possiamo pensare che una volta usciti (cioè presto) non compiano più reati?
Forse giova ricordare quello che dice la nostra Costituzione, in merito. Innanzitutto si ricorda che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, ma poi si aggiunge significativamente che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non è buonismo, è realismo! I problemi sociali non si risolvono (solo) facendo controlli con telecamere e pattuglie, se poi la detenzione assomiglia al collocamento di coloro che commettono reati in una sorta di sgabuzzino, del quale si chiude la porta per non pensarci più. La chiave – lo dice la Costituzione e lo dicono ancor di più lo stato di diritto, il nostro sistema democratico e le convenzioni internazionali – non si può e non si deve buttare. E quindi la chiave, quella vera, non può che essere quella di porre finalmente come prioritaria l’individuazione di una struttura, anche solo provvisoria, dove collocare qui e ora i detenuti. Senz’altro è più urgente fare questo, piuttosto che dare una nuova casa a Ötzi, non credete?

Autore: Luca Sticcotti

Linea rossa. Abusi nella libertà di espressione

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. È l’articolo 21 della Costituzione. Un principio sacrosanto per il quale si è lottato e si è morti. Oggi il nemico numero uno della libertà di espressione è l’abuso della libertà di espressione.

Troppe informazioni, poca informazione. È questo uno dei mali della comunicazione in un mondo in cui ognuno è in grado di far circolare parole, immagini, suoni, ma pochi sono in grado di dare loro il giusto peso e di capire fino a che punto quanto viene detto e scritto sia vero e verificato e sia lecito. 

Nei giorni scorsi, a seguito delle dichiarazioni di un consigliere provinciale altoatesino, un gruppo qualificato di suoi colleghi ha manifestato tracciando, dice il loro comunicato, “una simbolica linea rossa che non deve essere oltrepassata. Con questo vogliamo chiarire che rifiutiamo fermamente l’incitamento all’odio, le svalutazioni, gli insulti, i discorsi d’odio e simili, sia nel discorso politico ma anche in quello sociale”. Che la libertà di espressione abbia dei limiti – che consistono semplicemente nel rispetto degli altri – è qualcosa che sanno da sempre anche i bambini. Tuttavia, proprio l’abuso del principio di libera espressione negli ultimi decenni ha fatto sì che i personaggi più improbabili abbiano potuto raggiungere luoghi di potere anche più alti a suon di insulti, di minacce e bugie. Mentre stigmatizzavamo il “buonismo” abbiamo sdoganato il “cattivismo”. Hai voglia ora tracciare linee rosse! Discorso analogo per le fake news. La libertà di espressione e di informazione trova un limite invalicabile nella verità dei fatti. Non è lecito diffondere notizie non vere e costruirci attorno teoremi per tirare l’acqua al proprio mulino o per diffamare qualcuno. In Europa l’83 per cento delle persone ritiene che la disinformazione costituisca una minaccia la democrazia. Il 63 per cento dei giovani afferma di incontrare notizie false più di una volta alla settimana. Il 51 per cento degli europei ritiene di essere stato esposto alla disinformazione online. Anche per questo l’Unione Europea – che spesso è vittima essa stessa della post-verità – ha varato un rigido codice di condotta contro la disinformazione. Attenzioni da avere in vista dei prossimi appuntamenti elettorali (e oltre).

Autore: Paolo Bill Valente

Il Centro dedicato a Padre Bertoldo Röllin

Vi sono persone alle quali non è stata dedicata una via o piazza, ma si è cercato di perpetuarne la memoria in altro modo, come quello di intitolare un’associazione, un centro culturale ecc. È il caso del “Centro Culturale padre Bertoldo Röllin”.  Cosa fece padre Bertoldo Röllin?  Va ricordata la realtà del quartiere di Gries; oltre all’incorporazione nel 1925 del Comune di Gries all’amministrazione comunale di Bolzano, nel 1948 la parrocchia di Muri-Gries fu elevata al rango di arciparrocchia. L’attuale chiesa parrocchiale di Gries fu consacrata il 31 agosto 1788 dal principe vescovo di Trento Pietro Vigilio Thun; sostituiva l’antica chiesa, un tempo chiamata S. Maria in Cella. Aumentando anche la popolazione di lingua italiana con il processo di edificazione della zona verde di Gries, sorse il problema della cura d’anima dei parrocchiani di lingua italiana. L’abate di Gries trovò la soluzione al problema, incaricando di tale cura d’anime il confratello padre Bertoldo Röllin, che succedeva così a padre Hildefons Leuger, il quale aveva svolto per qualche anno tale compito. Padre Bertoldo, nato nel 1901 a Uxnach (Svizzera), ordinato sacerdote nel 1926 a Bressanone, iniziò già nel 1930 a operare nell’ambito scolastico ed ecclesiale tra i parrocchiani di lingua italiana. Dal 1936 al 1965 fu il curatore d’anime per gli italiani della parrocchia di Gries. Si può dire che si dedicò per circa 40 anni alla comunità di lingua italiana e lo fece con entusiasmo e fervore, dedicandosi particolarmente ai giovani, per i quali fu guida spirituale e paterno amico. Lungo sarebbe soltanto accennare a quanto fece e creò padre Bertoldo, deceduto nel 1975; sono in molti ancora a ricordarlo. Un sentito ricordo fu lo scritto, del 28 gennaio 1996, di Mario Nicolodi, per il quale Padre Bertoldo “aveva fatto dell’oblatività la sostanza sua di vita e l’anima dei suoi rapporti e delle sue relazioni interpersonali”. È del 1997 il volume “Pater Bertoldus-Padre Bertoldo Röllin. Una vita per Gries”, a cura del “Centro Culturale padre Bertoldo Röllin”.

Autore: Leone Sticcotti

Intingoli di metà primavera

Look Back, il disco di Peter Burchia uscito proprio un paio di anni fa in questo periodo, è senza dubbio una delle più belle sorprese musicali riservateci dagli artisti di casa nostra, un disco tutt’oggi molto bello, ben lavorato, con suoni e idee che non passano di moda. Burchia è uno della grande famiglia degli Shanti Powa e le canzoni che escono sotto l’egida dell’etichetta del gruppo sono spesso soggette a rimaneggiamenti, nuove versioni, all’insegna di un’apertura mentale di tipo universale che ha già dato frutti coi brani del gruppo (pensiamo alla doppia versione, normale e dub del loro ultimo lavoro) e con le divagazioni soliste di suoi componenti come Berise, Thomas Maniacco e Angelo Ippati.

Nella fattispecie, il team di reimmaginatori formato da Lu Fy (al secolo Ludwig Mayr) e dal chitarrista Nea Quo (Nico Lintner), non nuovi a questo tipo di operazioni, ha ripreso la title track del disco di Burchia e, nel proprio studio di Signato, l’ha reimmaginata, rivestita di sonorità moderne, vivaci e di un video animato coloratissimo che sembra fatto apposta per la composizione di Burchia. Meglio questa versione? Meglio l’originale? Sono due cose troppo diverse, due ottime cose.

Rimanendo nell’ambito dei musicisti noti per la loro attività all’interno di un gruppo, non possiamo lasciar passare inosservato il lavoro di Mirko Giocondo: il suo ruolo di bassista e contrabbassista con gruppi rock (pensiamo agli ormai dissolti Ferbegy?), funky (l’inossidabile Homeless Band) o nell’ambito della musica d’autore (Mirko è il bassista dell’Andrea Maffei Spritzband da diversi anni) è noto a molti, quello che forse non tutti sanno è che si tratta di un musicista completo, con un curriculum costruito su studi classici, e che oltre ad essere uno dei migliori in circolazione col suo strumento ha anche una parallela attività come solista.

Le sue composizioni sono per ora ascoltabili tramite il suo canale youtube, in cui sono postate sia incursioni jazz-rock che composizioni strumentali che mescolano suoni quasi ambient con influenze pop, etniche, prendiamo ad esempio l’atmosfera irish del brano che ha postato la vigilia dello scorso Natale, Ineternal, e ancor più evidentemente quella di Irish Valley che si avvale della collaborazione dell’amico Pietro Berlanda, altro nome da non smettere di tener d’occhio).

L’ultimo brano di Giocondo, in ordine di tempo è Lila, che intenzionalmente dovrebbe anticipare l’uscita di un lavoro solista (in forma solida o liquida, questo ancora non lo sappiamo) comprendente altre composizioni del musicista, tutte molto suggestive, che suggeriscono immagini e atmosfere, ma che starebbero molto bene anche nell’ambito di colonne sonore, a dimostrazione della versatilità di questo ragazzo.

Sliding Doors è invece il nuovo singolo (anche questo rintracciabile su youtube) del cantautore Paolo Cara, veneziano d’origine ma trapiantato a Laives: la sua notorietà è dovuta soprattutto alla sua presenza costante su canali televisivi come Canale Italia e Gold Tv, quindi lontano dalla scena locale. Stando alle cronache gode di un certo apprezzamento, certo il suo pop rockettaro può risultare accattivante, ma anche datato, con sonorità anni ottanta in cui lo sferragliare delle chitarre elettriche è soffocato da tastiere plasticose e ridondanti.

Sicuramente più interessante il nuovo video di Dana Tempesta, L’addio, che mescola il mondo delle giovani cantanti contemporanee, con i suoni quasi cameristici di un trio formato da pianoforte, violoncello e violino: l’esecuzione è stata filmata durante un’intima session nell’ambito del progetto Garden Sessions del regista Max Calanducci. Dana Tempesta si conferma con questo nuovo video come una delle nuove promesse da tener d’occhio.

Chiudiamo con la segnalazione di una ristampa: gli Slowtorch il 19 aprile scorso hanno festeggiato dal vivo la ristampa di Serpent, il loro disco del 2014, ora disponibile in veste vinilica grazie all’interessamento dell’etichetta Electric Valley Records, che due anni fa aveva pubblicato l’ultimo lavoro della band fondata da Bruno Bassi.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Avocado Toast

INGREDIENTI

3 fette di pane integrale
3 uova
1 Avocado
1/2 limone
12 nocciole
Microgreens di girasole q.b.
Olio evo q.b.
Sale e Pepe bianco q.b.
Fiori edibili

CONSIGLI

Per arricchire la ricetta si possono aggiungere delle fette di salmone affumicato al toast, il risultato sarà ancora più gustoso. Se non amate l’uovo semi-cotto, potete cucinarlo in padella oppure farlo sodo e tagliarlo a fette.

COSA SONO I MICROGREENS

Non più germogli e non ancora foglie. Si chiamano microgreens e sono l’ultimo healthy food trend del momento, ricchissimi di vitamine, antiossidanti e minerali, fino a 40 volte quelli che si trovano nelle piante mature. Adorabili da vedere, saporitissimi da mangiare, facili da coltivare a casa 12 mesi l’anno. 
I microgreens si possono comprare negli alimentari biologici, ma si possono far crescere anche a casa. Si fanno crescere in modo semplice ed economico, senza fitofarmaci, e si raccolgono dopo soli 7- 20 giorni dalla semina non appena hanno sviluppato le due foglioline vere e proprie. Vengono mangiati crudi e usati per dare sapore e decorare insalate e zuppe gourmet.

PREPARAZIONE

Cominciate con la realizzazione della salsa di avocado. Tagliate a metà l’avocado, privatelo della buccia e del nocciolo. Tagliate la polpa a pezzetti e inseritela in una ciotola, condite con il succo di mezzo limone, un cucchiaio di olio evo, sale e pepe. Con una forchetta schiacciate l’avocado, finché non sarà diventata una purea, poi miscelatela bene al condimento e la crema sarà pronta.

Tritiamo poi con un coltello le nocciole e tostiamole per qualche istante in una padella antiaderente, in questo modo esalteranno il loro sapore.

Affettate il pane integrale, lasciate uno spessore importante, perché la fetta di pane sarà la base del nostro impiattamento. Tostate le fette di pane fino a doratura, una volta diventate leggermente croccanti sono pronte.

E adesso dedicatevi all’uovo in camicia. Per i più abili in cucina, basterà portare ad ebollizione una pentola d’acqua, quando l’acqua è a bollore, abbassate la fiamma e con un cucchiaio create un vortice vigoroso nell’acqua. Rompete l’uovo e versatelo nell’acqua, al centro del vortice. Lasciate cuocere (senza toccare l’uovo) per 2 minuti, massimo 2 minuti e mezzo, se volete gustare un tuorlo ancora liquido. Scolate delicatamente l’uovo in camicia con una schiumarola.

Se non riuscite a cuocere l’ovo in camicia, vostra alleata sarà la pellicola alimentare trasparente. Prendete una ciotolina o una tazza e foderatela di pellicola trasparente, ungetela leggermente con un filo d’olio, rompete all’interno l’uovo e richiudete la pellicola, è importante che il fagottino sia ben sigillato. Portate l’acqua a bollore, una volta arrivata ad ebollizione, immergete i fagottini e lasciateli cuocere per 3 minuti, dopodiché estraete i pacchettini dall’acqua ed eliminate la pellicola.

Ora spalmate sopra la fetta di pane la crema di avocado, aggiungete i microgreens di girasole (precedentemente lavati ed asciugati) e poi adagiate sopra l’uovo in camicia. Completiamo il piatto con la granella di nocciole tostate. A vostra discrezione potete aggiungere un filo d’olio evo a crudo, un pizzico di sale e pepe. Ma il tocco finale ed elegante è l’aggiunta di fiori edibili sull’intera composizione.

L’officina di Galileo Chini a Merano

Incredibilmente ricca, varia e di successo fu l’intera vita di questo artista che frequentò con le sue opere le esposizioni Universali, la Biennale di Venezia, le esposizioni della Secessione di Roma, fu docente all’Accademia d’Arte e a quella di Architettura. Per i suoi lavori in ceramica venne premiato alle esposizioni internazionali di Bruxelles, di San Pietroburgo e di Saint Louis. 

Galileo Chini (Firenze 1873 – Firenze 1956) nacque e morì a Firenze ma questi due  dati non devono trarci in inganno! Galileo viaggiò moltissimo, fu capace imprenditore di sè stesso e frequentò senza posa e con enorme successo sia le Esposizioni Universali che le Biennali di Venezia. Fu sempre aperto alle influenze del suo tempo tanto da diventarne un colto, raffinato ed esperto interprete. Fu infatti influenzato dagli esiti artistici provenienti dall’Inghilterra, soprattutto quelle condotte dalle Arts and Crafts capeggiate da William Morrison, che voleva una riforma e una valorizzazione delle arti applicate, abolendo ogni confine tra arte e arte applicata prediligendo piuttosto una arte totale capace di esplicarsi in ogni ambito. 

Questi erano appunto anche gli intendimenti del Chini. Conobbe e fece sue le istanze preraffaellite descritte da John Ruskin e Dante Gabriele Rossetti. Non di meno subì il fascino di Klimt e della Secessione viennese ma non trascurabile fu il gusto esotico che egli sviluppò traendolo dalla sua personale esperienza biennale di lavoro in Tailandia. 

In Chini dunque si fondevano oriente e occidente, la tradizione medievale e rinascimentale con lo stile Liberty fino a spingersi all’Art Deco e negli ultimi anni della sua vita ad un espressionismo più cupo. Nel 1910 il re del Siam, Rama V, inviò in Italia Carlo Allegri, allora ingegnere capo presso il Ministero dei Lavori Pubblici del Siam, con l’incarico di trovare un pittore per la nuova Sala del Trono Ananta Samakhom di Bangkok: firmato il contratto a Firenze nel 1910 tra Galileo Chini e Carlo Allegri, nel 1911 l’artista si imbarcò a Genova, diretto in estremo Oriente. 

Chini affrescò la sala del trono presso il nuovo palazzo Ananta Samakhom e realizzò una serie di ritratti di Rama VI.

Nella centrale di Marlengo Galileo Chini firmò un insieme decorativo che si prendeva cura dell’intero rivestimento di piastrelle di ceramica di pavimenti e pareti, le lampade in vetro piombato, i supporti delle lampade stesse, le decorazioni Deco di arconi soffitti e archivolti. Sono figure geometriche quelle che si rincorrono e si allineano in più ordini. Occupano ogni spazio saturandolo delle tonalità calde con le quali sono dipinte.

Magnifici i due dipinti posti in pendant l’uno davanti all’altro. Il primo rappresenta una inarrestabile mandria di cavalli al galoppo, allegoria della forza dell’acqua capace di azionare i motori e produrre energia. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

I nomi antichi della Val D’Adige

La toponomastica è da decenni uno dei temi più controversi nella nostra provincia. A ben guardare, non ci sarebbe nessun motivo per tanto fervore poiché la gran parte dei toponimi locali neppure ci appartiene. Moltissimi derivano da lingue estinte e popoli scomparsi da secoli o addirittura millenni e ci sono ignoti i loro reali significati. Per rimanere nell’ambito dei fiumi, di cui ci occupiamo in questa sede, i cui nomi sono i più antichi in assoluto e spesso risalgono addirittura a un’epoca preindoeuropea, chi conosce il significato dei nomi dei maggiori corsi d’acqua che attraversano le nostre valli come Adige, Isarco, Rienza, Talvera, Passirio? 

L’Adige è il fiume più importante dell’Alto Adige. Strabone, storico e geografo greco vissuto all’epoca di Cristo, lo chiamava Athesinos e credeva che sorgesse da un non meglio precisato lago alpino-appenninico (le Alpi rimasero terra sconosciuta fino all’epoca augustea) e sfociasse, dopo aver accolto le acque dell’Ategis (Isarco), nel mare Adriatico. È singolare la somiglianza del nome dei due fiumi che si incontrano tra Bolzano e Laives. 

In realtà non è l’Athesinos, fino al punto di confluenza il meno lungo, ad accogliere l’Ategis, ma il contrario: ragion per cui diversi autori ritengono che in origine il corso d’acqua che oggi attraversa la Bassa Atesina si chiamasse Isarco e solo in un secondo momento il nome del fiume, che probabilmente in terra veneta portava un altro nome, divenne quello di Athesinos per tutta la sua lunghezza. 

L’etimologia esatta dei due nomi non è chiara, anche se alla loro base troviamo la radice proto-indogermanica “adro-“, corso d’acqua, acqua corrente. La forma tedesca del nome risale all’alto medioevo e deriva dalla zona di Bolzano e non dalla Bassa Atesina, dove la lingua parlata era ancora quella romanza. La lettera A si trasformò in E e divenne Etisa, poi mutata in Etse, Etsche e infine Etsch. 

In Bassa Atesina rimase invece a lungo presente la forma Adesch, tuttora in uso nelle valli ladine con Ladesch per definire sia l’Adige che l’Isarco. Ancora oggi la parlata trentina della Bassa Atesina conosce e utilizza prevalentemente questo nome. 

Il nome tedesco Etisa, sorto con la colonizzazione bavara della zona di Bolzano, è documentato in Bassa Atesina a partire dal XII secolo, quando la lingua romanza arretra fortemente e con l’arrivo dei coloni germanofoni va a sparire del tutto. 

Singolare è anche il fatto che l’Adige non diede subito il nome alla valle che attraversa, come invece è il caso dell’Inn in Tirolo. Non si parla di Val d’Adige / Etschtal prima del XVIII secolo. La parte superiore della valle dell’Adige porta da sempre il nome di Vallis Venusta, dal popolo retico che la abitava. 

Dall’XI secolo appare anche il nome tedesco di Finsgowe, poi Vinschew, Vintscheu, Vintschga e Vintschgau. Da Merano in giù la valle era denominata Vallis Tridentina fino al XII secolo. Anche i Tridentini erano un popolo retico insediato probabilmente in parte di questo territorio e fino a Trento. Persa la memoria dei vecchi Tridentini, la valle dell’Adige iniziò lentamente a ricordarsi del proprio fiume. Non comparve tuttavia la definizione valle / Tal come la conosciamo oggi ma la forma Longum Athesis, che si potrebbe tradurre come “Lungo-Adige” o terra lungo l’Adige. Qualche documento riporta anche la forma Longiatesis teotonicum, Lungadige tedesco, oppure terra Athesis e circa o apud Athesim. 

Il termine Unterland è inizialmente riferito alla zona tra Merano e Terlano. Soltanto a partire dal XIX secolo viene assegnata al territorio a sud di Bolzano, che dal XVI secolo veniva definito “Oberes und Unteres Etschviertel”, quartiere all’Adige di sopra e di sotto. 

L’Ategis di Strabone, ovvero l’Isargus / Isarcus romano, da cui prese il nome il popolo degli Isarci, che con i Tridentini si dividevano il territorio dell’odierna Bassa Atesina, prende probabilmente il suo nome dalla radice “is-“ come i fiumi Isar, Isere e Ister, il cui significato dovrebbe essere quello di acqua rapida, tumultuosa. In tedesco il latino Isarcus divenne, dopo il XII secolo, Ysages, Ysac e Isach, poi dopo il XIII secolo Eysach e finalmente Eisack.

Autore: Reinhard Christanell

Amedeo Masetti

Appassionato d’arte Amedeo Masetti, bolzanino di nascita e meranese d’adozione, ha lavorato per anni e con energia inesausta ad affinare la propria tecnica disegnativa e coloristica. Sul piano della composizione segue le regole apprese dal maestro professionista bolzanino Giorgioppi, grande cultore ed esperto della sezione aurea. Abbandonate tutte le tecniche artistica sperimentate negli anni, si è concentrato sulla pittura ad olio che è divenuto così il suo medium. Ha studiato a fondo i grandi maestri del passato ed è giunto a creare delle copie perfette per iconografia e misure dell’opera ma, per evitare di essere male interpretato e individuato come falsario, pone degli accorgimenti come ad esempio la presa speculare del soggetto
Nel 1991 ha iniziato a partecipare a mostre e attualmente ha all’attivo un numero assai elevato fra personali e collettive in Alto Adige e nel resto d’ Italia, soprattutto nel Lazio, nel Veneto, in Lombardia e in Liguria.
L’idea di aiutare altri autodidatti a formarsi e raggiungere buoni risultati lo ha fatto collaborare con riviste nazionali che pubblicano i suoi insegnamenti sul come realizzare passo dopo passo un dipinto ad olio.
Particolarmente talentuoso nel rappresentare il movimento di un corpo umano così come di quello di un animale dove la tensione o la torsione dei muscoli raggiungono una precisione non comune, i suoi soggetti prediletti sono i cavalli singoli e in branco, il mare in burrasca e ballerine di danza classica. Ma in realtà si è cimentato nelle tematiche più varie soprattutto partecipando a mostre a tema che rappresentano per lui una interessante sfida. Così sono scaturite immagini tratte dalla Divina Commedia, o l’allunaggio e i primi passi di Neil Armstrong, o la rappresentazione della forza musica che per lui è il Jazz. E infatti anche un appassionato batterista e suona in un gruppo. Molto richiesto è anche il suo talento per la creazione di dipinti che poi diverranno la copertina di specifici romanzi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un lavoro “giusto”

A cinque anni di distanza dalla rilevazione effettuata su questo tema nel 2019, l’Istituto altoatesino per la promozione dei lavoratori, promosso dai sindacati, ha nuovamente chiesto a un gruppo rappresentativo di dipendenti di tutte le età in Alto Adige quali siano i fattori decisivi nella scelta di un posto di lavoro.
Ebbene: i criteri più importanti sottolineati dai dipendenti altoatesini sono una retribuzione dignitosa, mansioni interessanti e una buona atmosfera lavorativa.
In particolare, il salario di base, cioè lo stipendio senza benefici aggiuntivi che potrebbero potenzialmente cambiare nel tempo, è stato identificato come l’elemento più decisivo. E questo risultato non sorprende, hanno osservato gli esperti che hanno realizzato l’indagine, se si considera che i lavoratori dipendenti in Alto Adige devono spendere una parte significativa del loro reddito per le spese di base come l’affitto, le bollette e il cibo.
L’alto costo della vita e la diminuzione della capacità di risparmio lasciano poco spazio ad altre considerazioni. Eppure, non si tratta solo di una questione di salari adeguati al costo della vita.
Anche altri elementi, infatti, sono molto gettonati: se è vero che lo stipendio base ha ricevuto una valutazione compresa tra 8 e 10 dal 79% degli intervistati (i partecipanti dovevano valutare gli elementi indicati su una scala da 1, poco importante, a 10, molto importante), lo è anche il fatto che pure il contenuto del lavoro e i rapporti con i superiori e i colleghi hanno ottenuto quote elevate (76%). Questo dimostra che gli altoatesini non sono affatto indifferenti alla loro spinta interiore e all’ambiente di lavoro. Insomma: a contribuire alla qualità della vita concorrono anche un lavoro interessante e un buon clima di lavoro.
In questa settimana abbiamo celebrato la festa dei lavoratori che, lo ricordiamo, è stata istituita in ricordo dello sciopero del 1866 che, negli Stati Uniti, portò per la prima volta all’istituzione della giornata di otto ore lavorative. Al di là dei diritti e dei doveri sul posto di lavoro, è dunque sempre più importante considerare la necessità che l’attività lavorativa sia “integrata” all’interno della nostra vita, vista la sua importanza e il suo “peso”.

Autore: Luca Sticcotti

Non c’è autonomia senza responsabilità e solidarietà

La Repubblica italiana, per quanto “una e indivisibile”, “promuove le autonomie locali”. La Costituzione assegna particolari forme di autonomia a cinque Regioni e due Province, tra cui l’Alto Adige, ma prevede che anche le altre Regioni possano sviluppare “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”.

L’attribuzione di queste “ulteriori forme” di autonomia segue una procedura definita dall’art. 116 della Carta. Serve una legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, “la legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”. L’autonomia regionale che ne esce non può dunque che essere particolare, cioè tipica per quella Regione. In altri termini “differenziata”.

La via dell’autonomia non è un’opzione tra tante. Essa è parte dei principi fondamentali della Repubblica che (art. 5) “riconosce e promuove le autonomie locali” e “attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo”. Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni sono definiti (art. 114) “enti autonomi” con “poteri e funzioni secondo i principî fissati dalla Costituzione” i quali (art. 118) “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Riassumendo. L’autonomia non è un’idea balzana della Lega o di qualche altra forza politica, ma è stata introdotta nella Costituzione dai Padri costituenti e sviluppata in seguito dal Parlamento. Essa riguarda enti e cittadini. L’autonomia in quanto tale non deve far paura. Ma i timori nei confronti di una deriva dell’autonomia “differenziata” (tanto più se alimentata da elementi ideologici o elettoralistici) possono essere giustificati.

L’autonomia, infatti, è virtuosa solo in presenza di una cultura politica fatta di alcuni elementi necessari. Il primo è l’orientamento al bene comune. L’autonomia non deve servire a favorire un gruppo (linguistico, economico, di potere …), un territorio, una popolazione, a prescindere dal resto del mondo. Essa deve essere orientata al bene comune e vincolata ai doveri (inderogabili) di solidarietà (art. 2).

Poi il senso delle istituzioni. Se permane l’idea che Stato e cittadino si debbano fare le scarpe l’uno con l’altro, l’autonomia diventa un escamotage o un trucco per tirare al proprio mulino più acqua possibile.

Infine, il principio di sussidiarietà. Ognuno deve poter fare tutto ciò che sa e può fare, demandando ai livelli superiori solo ciò che richiede necessariamente il loro intervento. Ma questo significa in primo luogo essere responsabili. Fare per primi la propria parte. Essere convinti che la politica è l’arte della costruzione – ognuno il suo pezzetto – del bene comune, ovvero del bene di tutti e di ciascuno.

Autore: Paolo Bill Valente