Destinazione AOAR, il viaggiointergalattico di Mirko Giocondo

Lo avevamo annunciato qualche settimana fa, occupandoci di Lila, il video singolo postato da Mirko Giocondo su youtube per lanciare il suo imminente disco, ed oggi ci ritroviamo, dopo aver ascoltato questo autentico viaggio sonoro interstellare, a parlarne con lui.

Il nome di Mirko Giocondo non è certo nuovo per il pubblico bolzanino che lo conosce per il suo lavoro passato con Ferbegy? e Myztic Lion & The Juggernaut Nation, e per quello più recente nella Homeless Band e nella Spritz Band di Andrea Maffei: un curriculum che non lascia dubbi sulla capacità di Mirko di passare da un genere all’altro trovandosi sempre a proprio agio, sia suonando un basso elettrico, sia un contrabbasso, in jeans e camicia o in abito da orchestrale.

A tutto questo si aggiunge un’estrema vena creativa che sta alle spalle di tutta la sua produzione solista precedente e di questo progetto intitolato Aoar.

“Aoar – ci spiega subito Mirko – è un disco che innanzitutto non appartiene ad un genere. Molti cercano di dare una definizione ai loro lavori, e più la definizione è circoscritta, più possono contare su una nicchia di ascoltatori che in quella definizione si riconosce. Non è il mio caso, io ho sempre pensato che quando creo qualcosa lo faccio per trasportare chi ascolta verso un’emozione, qualsiasi essa sia, ma che sia emozione”.

Nel disco di Giocondo, la musica è realmente emozionante, concepita come un viaggio musicale attraverso una galassia immaginaria da cui il disco prende il titolo e che è anche il titolo del brano finale, quello che segna la destinazione del viaggio. Tutto è realizzato a tavolino anche se molto orchestrato, grazie all’uso di macchinari con cui vengono replicati orchestre e strumenti solisti (con l’esclusione della chitarra elettrica del bravissimo David Altieri, protagonista del brano Sunset Overdrive). Il risultato sembra una breve sinfonia, con tutti i suoi bravi movimenti, con momenti pulsanti che non possono non ricordare il tema principale di I pirati dei Caraibi ed altri più bucolici o addirittura etnici.

“Mi fa molto piacere che tu abbia citato quella colonna sonora – prosegue Giocondo, l’autore, Hans Zimmer, è un compositore tedesco che ammiro molto e che non esito a definire uno dei miei mentori. Il disco è una sorta di concept, una sera ero sdraiato per terra all’osservatorio di San Valentino, e mi sono reso conto di quanto il mondo che c’è attorno e sopra di noi ci renda piccoli e insulsi. Da allora ogni volta che guardavo il cielo, che vedevo le stelle, mi sono detto che prima o poi avrei messo in musica tutto questo. Il brano iniziale, Under The Yellow Points, si riferisce proprio a questo, i punti gialli sopra di me sono le stelle da cui tutto è cominciato e che ha portato la mia fantasia su questa galassia che ho battezzato Aoar e che sta al termine di tutto. Il succo è che se tu stai immaginando qualcosa, solo per il fatto che lo immagini, questo qualcosa esista, e per me è stato così con la galassia Aoar.”

La composizione dei brani è poi venuta rapidamente, come se Mirko fosse stato preso da una sorta di febbre del viaggio intergalattico e musicale al tempo stesso, dove la musica è il mezzo di trasporto attraverso le galassie. 

“Anni fa ho comprato il mio primo sintetizzatore e ho cominciato ad esplorare questo mondo dalle possibilità sonore infinite. Per anni ho composto musica al pianoforte riempiendo spartiti e andando nei vari studi cercando di realizzare i miei progetti: ad esempio, per ottenere l’effetto di un’orchestra che non sarei mai riuscito ad avere a disposizione ho portato in studio cinque violinisti e ho fatto registrare tre volte la stessa partitura, costruendo poi l’orchestra nel mio studio di casa. E lo stesso ho fatto con i fiati, le percussioni e gli altri archi. Stavolta ho usato invece parecchi sintetizzatori, cercando di ottenere lo stesso effetto. Mi sono concentrato maggiormente sulla scrittura. Oltre a David Altieri, nell’ultimo brano ho coinvolto un produttore emergente, Simone Olivetti, che mi ha aiutato nel mettere insieme il mio studio, e che ha arrangiato e messo una parte vocale sulla composizione finale, quella che intitola il disco, presente quindi in due differenti versioni, una strumentale ed una cantata”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Bicchierini pere e mascarpone

Ingredienti per 3 persone:

250 gr Mascarpone
150 gr Panna da montare
80 gr Zucchero a velo
2 Pere Williams
Biscotti secchi

Preparazione

Montate la panna fresca con le fruste elettriche poi copritela e tenetela da parte.
In una ciotola raccogliete lo zucchero a velo e il mascarpone e mescolateli con una frusta.
Incorporate la panna montata al mascarpone mescolando delicatamente e con movimenti dal basso verso l’alto per evitare di smontare il composto.
Sbucciate le pere e tagliatele a cubetti, raccogliendoli man mano in una ciotola con acqua fredda e zucchero per evitare che anneriscano.
Sbriciolate una decina di biscotti.
Ponete la crema in un sac à poche e realizzate il primo strato all’interno dei bicchieri: aggiungete i biscotti sbriciolati e poi le pere a cubetti.
Proseguite a realizzare gli altri strati fino a esaurimento degli ingredienti.
Guarnite la superficie con una polvere sottile di biscotto e lasciate riposare i bicchieri in frigorifero per almeno 15 minuti, quindi portateli in tavola e serviteli ben freddi.

Conservazione

I bicchierini alle pere possono essere conservati per un paio di giorni in frigorifero, coperti in superficie con un foglio di pellicola trasparente.

Consigli

Per rendere il vostro dolce al cucchiaio ancora più goloso, potete arricchire gli strati con gocce di cioccolato, granella di nocciole o mandorle tostate, tritate grossolanamente. Potete anche aromatizzare la crema con un pizzico di vaniglia o di cannella in polvere, oppure con un po’ di scorza di arancia grattugiata.
Se desiderate una versione più light, potete sostituire il mascarpone con la ricotta vaccina o di pecora.

Giorgioppi

È alla potente lezione di Piero della Francesca, alla sezione aurea e alla sequenza di Fibonacci che guarda costantemente il bolzanino Giorgioppi. Artista della misura, della composizione lucida, calcolata ragionata tipica degli antichi maestri del Rinascimento europeo, la sua è una ricerca inesausta dell’equilibrio, della purezza. I suoi soggetti spaziano dal ritratto al nudo, alla natura morta ma è conosciuto dai più per le sue rose perfette, algide e regali vere regine dell’universo floreale. Ma non sono da meno le più misteriose ed esotiche orchidee bianche che alla purezza rinascimentale aggiungono la linearità e un tocco tutto giapponese.
Senza mai legarsi ad un maestro Giorgioppi ha studiato alle Accademie di Milano, Firenze, Venezia e Bologna. Inseguendo però caparbiamente la propria strada, il proprio mondo espressivo rivolto, come un Giano bifronte, tanto all’oggi che al passato. Cantatore, Vedova e Pozzati i suoi maestri. Il suo lavoro d’artista è meticoloso e segue un iter d’altri tempi: inizia infatti dalla scelta della tela che si fa arrivare a metratura dal Belgio in vari spessori e grammature. E lui ad intelaiarle e poi prepararne la base e il fondo utilizzando antiche ricette rinascimentali. Per procedere poi alla composizione senza stancarsi dei calcoli necessari. Poi i colori che miscela sapientemente alla ricerca del tono più giusto. Per il collezionista la scelta è difficile: come non possedere una rosa o una melagrana ma come rinunciare ad uno dei suoi nudi preziosi e raffinati? Numerose le mostre che lo hanno fatto conoscere negli anni tanto in Italia che all’estero e importanti le critiche ricevute dai grandi nomi della critica d’arte come ad esempio Vittorio Sgarbi da cui riportiamo alcune frasi: “Stupire, meravigliare, sembrano essere gli obiettivi di Giorgioppi, il quale piace, piace oggi che non e più obbligatorio innamorarsi di tele stracciate o tagliate e che ci si può perfino compiacere di veder una cosa gradevole, al punto che la gradevolezza supera se stessa, diventando una straordinaria scenografia. E’ inutile pensare alla pittura, bisogna farla. E inutile che la pittura rappresenti una sofferenza o una tensione. La pittura deve essere supremo diletto”. E ancora: “In alcune delle sue opere più recenti, Giorgioppi sembra voler riecheggiare la tradizione dello stilleven fiammingo e olandese, con quei fiori e quei vasi di vetro trasparentissimo che non possono non ricordare gli analoghi soggetti trattati, fra gli altri, da Abraham Bruegel. […] Nonostante ciò, nessuno potrebbe negare che gli oggetti riprodotti da Giorgioppi possiedano il respiro dell’assoluto, della più pura delle dimensioni mentali”. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il concorso “la sposa d’Italia”: Tebe e Massimina protagoniste a Merano

Il concorso “la sposa d’Italia” vedeva giungere a Merano le diciotto finaliste che a Merano sarebbero selezionate per la vittoria, ma di loro solo una avrebbe vinto il concorso. Chi erano le donne che venivano segnalate per partecipare con le loro storie di vita al concorso? Nel 1958, ad esempio, si presentarono a Merano le diciotto vincitrici delle selezioni regionali e da subito i giornali fissarono la propria attenzione su due di quelle donne, narrandone ai lettori le loro due storie.

La prima protagonista si chiamava Massimina Lavarini in Borghetti e viveva a Borghetto all’Adige, a sud di Trento: “Spinge i traghetti lungo il fiume sostituendo nella fatica il marito, minato da una malattia contratta in guerra quando aveva combattuto in Africa”. 

Come troppo spesso accadde ai soldati che combatterono per l’Italia, non potendo contare su una documentazione adeguata perché dispersa, non poté mai usufruire di una pensione o di un indennizzo. 

Dopo aver cercato a lungo un lavoro, trovò un impiego totalmente inadatto alle sue condizioni fisiche: il traghettatore. Per anni spinse la pesante chiatta carica di passeggeri, carri e trattori ma un giorno la broncopolmonite lo costrinse per molti mesi a letto. 

Lo stipendio era però indispensabile per tirare avanti e Massimina decise di sostituire il marito, finendo però con l’ammalarsi anche lei. Guarito dalla polmonite, il marito riprese a lavorare sulla chiatta ma di lì a poco ebbe un infarto e nuovamente Massimina lo sostituì, ma vedendo che la donna piccola e gracile non ce la faceva, il Comune la esonerò: era la fame.

Ancora una volta Massimina seppe però trovare la forza di andare avanti, di guardare al futuro per se stessa, per il marito e per i figli: passò a fare le pulizie in un albergo e mantenne così la famiglia. 

La seconda protagonista si chiamava invece Tebe Dazzi in Ciardi e viveva a Camogli, nel Levante ligure. 

La sua odissea era legata a quella del marito alpino che, reduce dalla disastrosa guerra sul fronte italo-francese, era rientrato in Liguria con i piedi congelati. Richiamato nel 1942, fu mandato a Zara. Dopo l’8 settembre del ’43 si trovò fra due fuochi: i soldati nazisti da un lato, i partigiani di Tito dall’altro. 

Tebe, preoccupata per le sorti del giovane, decise di andarlo a cercare a Zara e, rischiando ogni momento la propria vita, lo trovò nascosto. Tebe camminò col marito sulle spalle per chilometri nei boschi onde evitare tanto i posti di blocco nazisti quanto i partigiani titini. Il marito la pregava di abbandonarlo e di mettersi in salvo ma Tebe proseguiva la sua strada col pesante fardello sulla schiena. 

Al rientro in Liguria all’uomo vennero amputate entrambe le gambe. 

“Tebe continua a prendere amorevolmente in braccio il marito per portarlo dal letto alla poltrona, dove scrive a macchina per guadagnarsi da vivere”.

Nel giorno clou v’era molta attesa per scoprire quali delle tante storie era stata scelta per il primo premio dalla severa giuria, insediata all’Hotel Bristol; alle 11, infatti, sarebbe stata proclamata la vincitrice ed in serata avrebbe avuto luogo un gran galà in onore delle premiate. 

Il quotidiano Alto Adige scriveva per i suoi lettori come, la sera prima, si fossero svolte le presentazioni delle singole storie e delle loro protagoniste: “Timide, impacciate, con un sorriso appena accennato, le partecipanti di questo concorso sono state presentate ieri sera sotto i fasci dei riflettori della Tv, dei cinegiornali, e i flash accecanti dei fotografi, alla giuria nazionale ed alla stampa. Le loro vicende sono lo specchio di migliaia e migliaia di casi nell’Italia del dopoguerra”.

Al gran galà presero parte coppie celebri, come ad esempio Federico Fellini e la Masina, per porgere alle spose un saluto augurale. Il giornale del 20 ottobre titolava: Eletta Tebe Ciardi che portò a spalle il marito da Zara a Fiume. Il secondo premio andò invece a Massimina di Borghetto.

Così Merano assistette a questo piccolo miracolo della ditta Necchi, che fu in grado coi suoi premi di ridare speranza a qualche famiglia che non aveva avuto né facilitazioni né sconti nello strano computo tenuto dal destino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’immigrazione trentina nell’Unterland

Unterland, territorio di confine tra due grandi aree linguistico-culturali, è da molto tempo sinonimo di “mescolanza” etnica o Mischkultur che dir si voglia.  Se fino al XV secolo nella Bassa Atesina romanica e nella attigua zona di Mezzocorona e Lavis furono poste le basi per l’espansione dei coloni germanofoni, a partire dal XVI e XVII secolo la situazione si evolse in tutt’altra direzione. Dapprima prese il sopravvento la presenza di famiglie italiane nella fetta di Welschtirol a sud di Salorno, poi aumentò significativamente l’insediamento di persone originarie dalle valli trentine (asburgiche) anche in Bassa Atesina e Oltradige. 

Ovviamente nei due territori la situazione presentò aspetti differenti che permangono fino ai giorni nostri. Le vecchie sedi giudiziarie di Appiano, Caldaro, Termeno e Cortaccia subirono l’aumento repentino della presenza italiana soprattutto grazie all’arrivo dei braccianti richiesti dal settore agricolo. Essi provenivano  in gran parte dalla vicina Val di Non, all’epoca ricca di bocche da sfamare ma povera di risorse. Il fenomeno che si potrebbe definire la “discesa dei Nonesi” era noto in misura ridotta già qualche secolo prima, quando i contadini della Bassa accolsero a braccia aperte questa manodopera a basso costo. 

Singolare il fatto che i laboriosi immigrati nel giro di una o due generazioni divennero essi stessi affittuari e liberi contadini, facendo di tutto per essere assimilati dalla comunità di lingua tedesca. Perciò a livello statistico la minoranza italiana nei comuni tra Appiano e Magrè era composta sempre e solo da coloro che erano appena arrivati in quei paesi, mentre tutti gli altri si erano perfettamente integrati nell’ambiente tedesco.

Nel 1835 Staffler parla di “sangue misto” a proposito degli abitanti della sede giudiziaria di Caldaro, come del resto testimoniato dai moltissimi cognomi italiani presenti ancora oggi nella comunità. Il censimento del 1880 e 1910 evidenziò una presenza italiana nei comuni dell’Oltradige che oscillava tra il 4 e l’8 per cento, dovuta soprattutto alla rapida assimilazione della manodopera nonesa impiegata in agricoltura. Tra il 1880 e il 1890 si registrò una vera e propria ondata di arrivi: ad Appiano i nuovi italiani passarono da 16 a 342, a Caldaro  da 57 a 234. 

Diversa la situazione a Vadena, dove Staffler parla di una comunità “totalmente italiana”. Ciò benché in origine Vadena fosse stato un comune prevalentemente tedesco. Dalla fine del XVIII secolo aumentò la presenza dei latifondisti e coloni trentini e, in misura minore, veneti. A quanto pare, fu il curato Pamheri di Baselga a “chiamare” a Vadena molti trentini nel periodo tra il 1817 e il 1839. 

Nei comuni tra Bolzano e Salorno nel 1600 non si registra una grossa presenza di persone di madrelingua italiana. Tuttavia Martin Zeiller scrive nel 1629 che tra Trento e Bolzano “non è raro incontrare persone di lingua italiana”. Anche nei comuni della Bassa la causa della forte immigrazione trentina fu la carenza di manodopera  in agricoltura. I braccianti provenivano in gran parte dalla Val di Fiemme e di Non ma anche da altri comuni trentini. A metà del XVIII secolo molti masi di Egna e Pochi erano già di proprietà dei coloni trentini. Bronzolo attirò a sua volta molti immigrati trentini grazie all’attività di navigazione sull’Adige e alle cave di porfido. A Laives la manodopera italiana fu inizialmente impiegata nelle nuove risaie e nel campo della produzione della seta.

È dunque certo che nei paesi dell’Unterland nel XVII e XVIII secolo esistesse una reale situazione di pacifica convivenza tra italiani e tedeschi, con i primi che tendevano ad essere assimilati rapidamente e i secondi che erano padroni della lingua italiana. Molte famiglie dal cognome italiano si servivano diffusamente della lingua tedesca e i matrimoni misti contribuirono ulteriormente a creare quel mix di popolazione caratteristico dell’Unterland. Poi, agli albori del XX secolo, nacquero i primi movimenti politici impregnati di nazionalismo che tentarono in tutti i modi di avvelenare il clima di reciproco rispetto.

Autore: Reinhard Christanell

Il sole gioca a nascondino

Alzi la mano chi si aspettava una primavera così dinamica, baciata dalla pioggia e da temperature nel complesso gradevoli. Questa situazione proseguirà ancora; due alte pressioni (H) letteralmente ancorate, la prima a sud-ovest dell’Islanda e la seconda ad est dei Paesi scandinavi sono responsabili di questa nostrana marcata instabilità, creando di fatto tra i meridiani centrali europei e l’area mediterranea continue saccature in quota e basse pressioni (B). Esse sono  alimentate da aria fredda nord Atlantica, il che si traduce in brevi parentesi asciutte e soleggiate, in un contesto di tempo, però, altamente perturbato e imprevedibile, specie al Centro Nord. Secondo gli esperti non farà freddo, non sarà caldo ma avremo valori termici approssimati alla norma del periodo con piogge e temporali, anche grandinigeni e lì sì che il calo termico sarà avvertito indistintamente. Le temperature notturne tuttavia restano fresche e da che ho memoria non ricordo, quasi a fine giugno, di non aver ancora ultimato la messa a dimora di tutte le varietà di pomodori e fagiolini. È opportuno ricordare che al di sotto dei 13° C pomodori, melanzane e peperoni bloccano la loro crescita ed è consigliabile ricorrere alle coperture in tnt. Per ora il pericolo maggiore per gli orticoltori è rappresentato delle limacce, le lumache senza casa, che in una sola notte possono tranquillamente spazzolarsi le nostre piccole piantine di cavoli, insalate, basilico, biete, piselli e cetrioli. Dei rimedi fai da te più o meno efficaci contro questi molluschi sono la polvere di caffè, i gusci di uova sbriciolati, la calce e i piattini con la birra; ma tutti questi rimedi in caso di piogge ravvicinate diventano inadatti e vani, vuoi per dispersione (caffè e birra), sprofondamento (gusci di uova) e indurimento; la calce bagnata infatti forma una crosta che non fa respirare gli apparati radicali delle piante. La stessa calce che se mescolata allo stallatico, è bene ricordarlo, produce ammoniaca. Sono da sconsigliare i lumachicidi che si trovano in commercio a base di metaldeide, i famosi granuli di colore blu, un tetramero ciclico dell’acetaldeide molto pericoloso per gli animali domestici e che poi ci ritroveremo nel piatto. Non ci resta dunque nessun’altra alternativa che farci furbi e cercare di creare con lembi di tessuto non tessuto, e altri materiali di recupero delle protezioni da applicare piantina per piantina, cercando di sollevarla il più possibile dal contatto col terreno e dalle grinfie voraci delle limacidi. Quest’anno la biodiversità del piccolo orto del quale ho la fortuna di occuparmi è in aumento. Sono nate infatti spontanee piantine di equiseto, di ortica e persino un pino silvestre, segno che il terreno è ottimo, ricco di silicio, di azoto e di umidità.  

Autore: Donatello Vallotta

L’Europa siamo noi

I dati del Rapporto Italia 2024 di Eurispes resi noti nei giorni scorsi parlano chiaro: in politica solo il presidente Mattarella viene considerato affidabile dalla maggioranza del Paese (60,8% dei consensi, +8,6% rispetto al 2023). Molto più indietro si collocano il parlamento (33,6% in leggera crescita rispetto al 2023), i partiti nel loro complesso (29,85%) e i sindacati. 

Consensi più alti, ma comunque inferiori a Mattarella, li ottengono l’Arma dei Carabinieri (68,8%), la Chiesa Cattolica (52,1%), scuola (66%) e sistema sanitario (58,3%). Ma si dà il caso che queste quattro istituzioni non sono preposte a governarci, nella nostra democrazia rappresentativa.

è dunque al presidente della Repubblica che devo ricorrere, nel mio intento di spronarvi a partecipare al voto che, l’8 e il 9 giugno, ci consentirà di eleggere i 75 rappresentanti italiani nel parlamento europeo. 

Recentemente il presidente della Repubblica ha affermato che “le dinamiche geo-politiche in Europa hanno conferito rinnovato slancio al processo di completamento dell’Unione”, aggiungendo che oggi il mondo ha bisogno di “pace, stabilità, progresso, e l’Unione Europea è chiamata a dare risposte concrete alle aspirazioni di quei popoli che guardano al più imponente progetto di cooperazione concepito sulle macerie del secondo conflitto mondiale”.

Il presidente della Repubblica ha poi aggiunto: “L’Europa è, allo stesso tempo, sia il frutto dei processi di riconciliazione tra Paesi che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano combattuto in schieramenti contrapposti, sia l’acceleratore delle indispensabili composizioni delle divergenze, retaggio del passato, e che abbiamo dimostrato di saper superare per costruire un effettivo e duraturo futuro di pace”.

Nel suo discorso Mattarella ha ripercorso la storia europea recente, sottolineando la volontà europea di liberarsi dai retaggi di un passato caratterizzato da innumerevoli guerre.

Il presidente ha concluso affermando che è “questo il momento di realizzare le speranze e le aspettative nutrite dai nostri popoli per decenni, l’impegno costante per una democrazia basata sui diritti dell’uomo e sulle libertà fondamentali, la prosperità attraverso la libertà economica e la giustizia sociale nonché un’uguale sicurezza per tutti i nostri Paesi”.

L’Europa è dunque la nostra vera àncora in una prospettiva di pace e prosperità, personale e dei popoli. Partecipiamo quindi al voto europeo, per riaffermarlo.

Autore: Luca Sticcotti

Belle con anima. Leggende ladine di rocce e di rose

Le Dolomiti sono il luogo della felice contraddizione. Monti fatti di mare e conchiglie. Colori cangianti. Sguardo aperto a diversi orizzonti. Una lingua che si articola in più parlate. Apparente anomalia nella narrazione del monolite tirolese. Tanto che per raccontarla servono saghe di re e principesse, di nani e di rose.

Tutti sanno che i colori chiari dei Monti Pallidi sono frutto dell’azione dei salvani, che raccolsero raggi di luce lunare, ne fecero un tessuto col quale rivestirono le cupe rocce. Perché lo fecero? Per consentire alla principessa della Luna, sposa del figlio del re, di scendere sulla terra senza soccombere ai toni ombrosi e bui dei graniti alpini. È altresì noto che al crepuscolo i Monti Pallidi si tingono per qualche minuto di rosa. Sono i fiori di re Laurino. Il giardino delle rose pietrificate (Rosengarten) torna a risplendere, per un istante, a ricordare giorno per giorno le cose antiche, la magnificenza e la bellezza di questi anni. I tempi in cui la principessa Dolasilla, figlia del re dei Fanes, combatteva con frecce ricavate dal canneto del lago d’Argento, finché i Fanes non si ritirarono nelle caverne con le loro marmotte, in attesa di giorni migliori.

Miti e leggende sono solo miti e leggende, ma custodiscono in sé qualcosa che rivela l’intreccio tra popoli, persone, animali, territori, rocce, alberi e fiori. I ladini stessi sono una presenza culturale che sa di leggenda, nel cuore di una terra e di una storia che non hanno mai saputo bene dove collocarli. Il tentativo di reprimerne la specificità è in qualche modo rappresentato dalla statua di re Laurino soggiogato da Teodorico, esposta come un monito, o un trofeo, nella piazza del Potere, a Bolzano.

Le leggende ladine saranno candidate a patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Il professor Pier Luigi Petrillo, che ha il compito di seguire l’iter, conferma che si tratta di elementi vivi, vissuti come preziosa eredità dalla gente dolomitica, capaci di agire in termini di cultura, di valori e di rapporto col territorio. Una consapevolezza che “ha bisogno di essere portata alla luce”.

In un mondo in cui tutto è ricondotto alla materia e al caso, è bello poter riconoscere l’anima, culturale, come un patrimonio comune, insostituibile, perché capace di dare vita, senso – e colore – alla materia.

Autore: Paolo Bill Valente

Feline Melinda al settimo cielo

Ha ben di che essere al settimo cielo Rob Irbitz, cantante e fondatore dei Feline Melinda. La sua infatti è una delle band storiche del metal nazionale, non solo regionale. Nel 2018 ha festeggiato i trent’anni dall’uscita del primo disco del gruppo, mentre quest’anno è stato pubblicato Seven, settimo disco del gruppo, il primo con materiale nuovo dopo dieci anni in cui però si sono susseguiti un live, una compilation di ballate, un EP di duetti con Doris Albenberger e la ristampa in vinile del demo in cassetta che il gruppo aveva pubblicato ai suoi albori.

E settimo cielo, Seventh Heaven, è anche il titolo del brano portante del disco, lanciato come singolo su youtube con un video altamente professionale filmato nella sala veneziana di Castel Lodrone, ad Appiano, che ha raggiunto quasi le novemila visualizzazioni.

“Se devo dire la verità – ci confessa Irbitz – mi aspettavo qualcosa di più visto l’impegno che ci stiamo mettendo. Parlo per me, ma io in questi ultimi mesi mi sto davvero impegnando un sacco per la promozione. Ci siamo messi nelle mani di un manager che si sta dando parecchio da fare, Oltre al mio lavoro normale, ogni giorno sono impegnato dalle tre alle quattro ore per partecipare a trasmissioni radiofoniche, a rispondere alle interviste per fanzine e riviste, fare dei jingle promozionali per le radio dedicate al metal e via dicendo. Soprattutto quando c’è da rispondere ad interviste in inglese la cosa non è tanto semplice, bisogna prepararsi adeguatamente. Però così stiamo raggiungendo davvero tutto il mondo, tanto che il singolo è stato trasmesso con successo in Sudafrica e Australia, e poi tutto il nostro materiale è sempre richiestissimo dal mercato giapponese. 

Lì varrebbe la pena di provare ad andare, ma non è dietro l’angolo, bisogna lavorarci. Vediamo cosa riesce a fare il nostro manager”.

La ricetta dei Feline Melinda non è cambiata di molto, il loro genere è il metal melodico in cui ormai sono una garanzia, ma rispetto alle ultime cose il sound è molto più tagliente, affilato come una katana grazie al lavoro di Mattia HeadMatt Carli, il chitarrista trentino che da ormai diversi anni si occupa della chitarra solista ed è anche il più giovane del gruppo. Oltre a lui e Irbitz, i Feline Melinda sono il batterista Chris Platzer, ormai da oltre trent’anni nel gruppo e il bassista Gschnell ormai neppure lui un novellino vista la lunga militanza. A mandare avanti il gruppo è comunque sempre un’estrema passione per il genere a cui si abbina la generosità con cui i quattro felini si concedono al proprio pubblico (prima della pandemia hanno ricevuto accoglienza entusiasmante e calorosa nei paesi dell’ex Jugoslavia).

“Certo, ritorno economico non ce ne sarà mai – ammette Irbitz –, per questo bisognerebbe chiamarsi Iron Maiden, e non è evidentemente il nostro caso, il ritorno non va misurato in soldi, i costi di produzione del disco, come lo facciamo noi, sono molto alti. Anche se lo registriamo nella nostra sala prove, ci affidiamo a perone del mestiere. Il nostro tecnico di fiducia è Marco Ober che ci conosce bene è che ha lavorato con noi fin da quando abbiamo registrato Morning Dew allo studio ZEM, nel 2008. Non ho mai visto nessuno lavorare sull’editing come Marco. In quel caso ci eravamo affidati a Bobby Altvater per il mix, stavolta abbiamo affidato il lavoro registrato ed editato da Marco al mitico Sascha Paeth, eccellente musicista e membro degli Avantasia, una delle band metal più in voga”.

E in effetti, all’ascolto del disco – che è stato presentato lo scorso 27 aprile al Sudwerk di Bolzano – risulta evidente il fatto che si tratta di una produzione tutt’altro che casalinga. Oltre ai quattro Feline Melinda, in Seven c’è ospite Francesco Pinter, chitarrista trentino che si unisce al gruppo quando Mattia è impegnato altrove con gli Elvenking, l’altra band di cui è membro e con cui vola da una parte all’altra del continente, e la cantante Doris Albenberger, che oltre al duetto del singolo, è presente nel brano conclusivo, una struggente ballad intitolata Before The Dawn, nel più classico stile della formazione.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

A Bolzano una strada per Gianni Caproni

A collegare via Luigi Galvani a via Sigismund Schwarz, in zona produttiva, vi è via Giovanni Caproni. Nato il 3 luglio 1886 a Massone di Arco (TN), frequentata la Realschule di Rovereto, nel 1907 si laureò in ingegneria civile al Politecnico di Monaco di Baviera. Durante un master a Liegi, dopo aver assistito a una dimostrazione dei Fratelli Wright, si innamorò del volo. Tornato ad Arco studiò la realizzazione del suo primo velivolo a motore, il Ca1. I suoi aerei si sarebbero sempre chiamati così, con il “Ca” seguito dal numero di serie. Fu a Taliedo (quartiere di Milano) che venne fondata la “Caproni”. Verso al fine del 1910 si trasferì a Vizzola Ticino (Varese), dove proseguì lo sviluppo di biplani, con i modelli dal Ca2 al Ca7. I primi successi li ebbe dal Ca7 al Ca16. Caproni progettò e costruì diversi modelli e unità, aiutato da Giulio Douhet; tra le unità di quell’epoca, i biplani Ca 32, Ca 33, Ca 44 e i triplani Ca40. I trimotori Caproni furono utilizzati durante la Grande Guerra. Ma Caproni cercò di utilizzare l’aeroplano anche come trasporto civile; tra i progetti vi fu il Ca60, un gigantesco idrovolante a scafo per 100 passeggeri, con 8 motori, destinato a rotte transatlantiche. Tra le due guerre mondiali la fabbrica di famiglia divenne un vero e proprio gruppo industriale.  Nel 1940 fu nominato conte di Taliedo. I famosi biplani di Caproni (personalmente contrario alla guerra) furono acquistati dallo Stato italiano durante il secondo conflitto mondiale. Dopo l’armistizio (8 settembre 1943), essendo i principali stabilimenti nel territorio della Repubblica Sociale Italiana, Caproni dovette produrre per le forze armate repubblichine. Iniziò a progettare e collaudare i primi mezzi d’assalto per la X Mas; realizzò anche quello che sarebbe stato il primo aereo a reazione italiano. Nel 1951 il gruppo Caproni fallì. Gianni Caproni fu rimpianto da molti, in Italia e in tutto il mondo, quando morì, a 71 anni, il 27 ottobre 1957.

Autore: Leone Sticcotti