Cambiare linguaggio, dare speranza, restare umani

Conflitti tra gruppi o popoli non si risolvono con le guerre, con le armi, con la vittoria dell’uno sull’altro. Un approccio necessario per cambiare le cose è liberarsi da coloro, in loco e soprattutto altrove, che vogliono, perpetuano e vivono del conflitto. La pace richiede una nuova prospettiva e un nuovo linguaggio.

“Un linguaggio violento, aggressivo, carico di odio e di disprezzo, di rifiuto e di esclusione”, ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, “non è un elemento accessorio a questa guerra, ma è anzi uno degli strumenti principali di questa e di troppe altre guerre”. E ha aggiunto, parlando agli studenti di Roma della “profezia della pace”, che affinché essa diventi realtà “è indispensabile educarci al rispetto, all’incontro, al dialogo, al perdono. Tutti, ebrei, musulmani e cristiani, devono essere innanzitutto testimoni credibili di speranza”. “Senza speranza non si vive. Oggi c’è più paura che speranza”. “Questo è il momento della speranza. Credo che l’antidoto alla violenza e alla disperazione, da qualunque parte venga, sia creare speranza, iniettare speranza, generare speranza, educare alla speranza e alla pace».

Conflitti come quello in corso in Israele/Palestina non si sciolgono con le polarizzazioni né con la riproposizione acritica di stereotipi millenari. Più che mai una realtà come quella impone una riflessione che tenga conto della complessità che la genera. Le narrazioni correnti tendono a ricostruzioni “storiche” parziali, allo scopo di dimostrare la colpevolezza o i diritti dell’uno o dell’altro. Ma la storia che conduce alla presente situazione è molto lunga e non semplificabile in uno slogan. Non è iniziata lo scorso 7 ottobre e nemmeno nel maggio del 1948.

“In questo momento ciò che vediamo”, spiega il card. Pizzaballa, “è che ciascuno si sente vittima. L’unica vittima. E che gli altri sono invece la causa del mio essere vittima”.

Mettersi seriamente nei panni degli altri è il primo, necessario passo per cambiare prospettiva, cambiare linguaggio, deporre le armi. E per restare umani.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata ad Amedeo d’Aosta

Viale Amedeo Duca d’Aosta, collegante piazza Adriano a piazza Gries, è dedicato a un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta. Nato a Torino il 21 ottobre 1898, dopo sei anni di studi a Londra, a quindici anni, rientrato in Italia, fu avviato alla carriera militare; entrata in guerra l’Italia nel 1915, Amedeo, arruolatosi volontario, si guadagnò sul campo il grado di Tenente per merito di guerra e nel 1917 quello di Capitano. Seguì poi lo zio, Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi, in Somalia. Rientrato in Italia, nel 1921 partì per il Congo belga, dove lavorò in una fabbrica a  Stanleyville. Ripresa  a Palermo nel 1923 la carriera militare, si laureò in giurisprudenza. Il 24 luglio 1926 conseguita la licenza di pilota militare, tornò in Africa, guadagnandosi una medaglia d’argento per le azioni di volo sulla Cirenaica. Morto nel 1931 il padre, Emanuele Filiberto, fu Amedeo ad assumere il titolo di Duca d’Aosta. Trasferito nella Regia Aeronautica, tra le varie promozioni giunse, scoppiata la Guerra d’Etiopia, quella, nel 1936, di Generale di Divisione aerea, e, il 16 novembre 1937, di Generale di Squadra aerea. Il 21 dicembre si insediò come Governatore generale dell’Africa Orientale italiana e Vicerè d’Etiopia. Il 10 giugno 1940 divenne Comandante superiore delle Forze armate dell’Africa Orientale italiana. Il 17 maggio 1941, dinanzi alla travolgente avanzata degli inglesi, le truppe italiane si difesero valorosamente ma ad un certo punto dovettero arrendersi. Per la fermezza mostrata dagli italiani, i britannici resero l’onore delle armi ai superstiti. Amedeo d’Aosta come prigioniero di guerra numero 11590 fu trasferito in Kenya in areo, finendo a Sàbouk, località a 70 km da Nairobi, infestata dalla malaria. Fu proprio di malaria che il Vicerè d’Etiopia morì il 3 marzo 1942 nell’ospedale  militare di Nairobi.  Sepolto nel sacrario militare di Nyeri, in Kenya, alle esequie presenziarono generali britannici con il lutto al braccio.

Autore: Leone Sticcotti

Gianni Girardini at 70

A vederlo non lo direbbe nessuno, sportivo da sempre per passione e professione, Gianni Ghirardini festeggia quest’anno i suoi primi settant’anni e visto che la passione per lo sport è sempre andata di pari passo con quella per la musica, il chitarrista bolzanino d’adozione, ma vipitenese di nascita, ha ben pensato di festeggiarsi dal vivo, con tre concerti, che si terranno sui palchi di San Giacomo (sabato 23 marzo, ore 20.30) , Vipiteno (sabato 15 giugno) e Bolzano (Teatro Cristallo, in dicembre, giorno da definire) e in cui salirà sul palco accompagnato dalle formazioni musicali con cui si è esibito negli ultimi trentacinque/quarant’anni, quelle con cui si sente più coinvolto e che ha contribuito lui stesso a fondare.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, ragazzino, insieme ad un amico era sceso nella piazza della sua città d’origine con chitarre e amplificatore per suonare del blues. Ai carabinieri che gli avevano fatto una semplice lavata di capo aveva risposto che non trovava giusto che lui dovesse sorbirsi ad ogni piè sospinto la musica della banda cittadine e che per la musica che piaceva a lui non ci fosse posto!

“La matrice blues c’è dappertutto – ci dice Ghirardini –, in qualche modo compare sempre in ciò che suono, ma i quattro gruppi con cui festeggerò questo compleanno sono in realtà molto diversi, con i Deja Vu rivisitiamo il repertorio di Crosby Stills Nash & Young, con l’Incredible Southern Blues Band è protagonista il blues elettrico, con i Pangea l’approccio è più di carattere etnico con l’esplorazione della musica africana che sta alla base del blues ma anche con influenze orientali. Il gruppo di più recente formazione si chiama MeBo e ne fanno parte anche Manni Pardeller in veste di percussionista e il chitarrista meranese Rolando Biscuola: quello che proponiamo è un blues acustico che gioca tra lo stile finger picking in cui Rolando è un portento e il mio lavoro con la slide.”

Gianni, che ai suoi esordi ha suonato persino con Enrico Micheletti in una mai decollata del tutto Hard Time Blues Orchestra che avrebbe dovuto essere un’evoluzione della defunta Hard Time Blues Band, ha suonato spesso con la Spolpo Blues Band e fin dagli inizi ed è stato il chitarrista di una storica formazione chiamata Trinciato Forte, in auge negli anni ottanta.

“Nell’organizzare questi concerti mi sono trovato a fare una riflessione – ci confida il chitarrista –, nella vita mi è capitato spesso a fare l’autostop, ho chiesto un sacco di passaggi, e spesso ne ho dati a chi ne chiedeva. E ho trovato l’analogia con quello che è stata la mia vita musicale: quante volte mi sono ritrovato a chiedere ad un gruppo di amici se mi portavano a fare un viaggio musicale con loro? E quante altre, invece, sono stato io a chiedere ad altri se volessero salire a bordo del mio progetto per venire a fare un viaggio musicale con me. È uno spirito forse tipico della mia generazione quello che ti porta a fare dei viaggi musicali con altre persone. Senza un background basato sullo studio, ma per il gusto dello scoprire insieme, esplorare un territorio musicale. La stragrande maggioranza delle cose che ho fatto nella mia vita l’ho fatta seguendo questa attitudine. Senza maestri, senza internet, sempre e solo scambiandosi conoscenze con gli altri, io ti insegno questo accordo, tu mi insegni quel trucchetto… Adesso tutto è diventato più veloce, non ci sono più questi incontri preliminari, questa ricerca. I musicisti si vedono mezz’ora prima del concerto e via. Uno arriva da qui uno da lì, tutti sono bravissimi, ma lo spirito si è perso.” Per quanto riguarda la struttura dei concerti ognuno sarà costituito da quattro mini set in cui ciascuna formazione avrà il suo spazio, con Ghirardini sempre sul palco a fare da filo conduttore suonando e raccontando, con jam finale al termine ad appannaggio della Incredible Southern Blues Band che ospiterà gli altri amici.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Supercattivi

La vita quotidiana di Bolzano e dintorni è stata sconvolta dall’arrivo del temibile supercattivo conosciuto come “Glassbreaker”. Il malvagio ha iniziato a seminare il caos distruggendo i vetri di tutte le macchine parcheggiate all’esterno, gettando la comunità nell’insicurezza e nella frustrazione. È proprio quando sembrava ormai che non ci fossero più speranze che ha fatto la sua comparsa “Scharlachrot Wächter”, l’eroe col cappotto rosso che non meritiamo ma di cui abbiamo bisogno. Riuscirà a riportare la pace nella conca bolzanina?

Autore: Roberto Tubaro

Le opere e le vite delle artiste a Merano, fra Ottocento e Novecento

È a Palais Mamming, il Museo civico di Merano che l’8 marzo aprirà l’interessantissima mostra dedicata a 17 artiste che incrociarono i propri destini in riva al Passirio. L’importante evento è nato sotto l’egida dell’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Merano. La mostra è intitolata “Women In Art Artiste a Merano fra Ottocento e Novecento”. 

È una storia di caparbietà, costanza e coraggio quella che emerge dalle biografie di molte delle artiste scelte per la mostra. Nell’arco della storia, e fin dall’antichità, la presenza delle donne nell’arte, fu tutt’altro che trascurabile, ma rimase impigliata nell’anonimato e fu resa marginale per la maggior parte dei secoli e per la maggior parte delle artiste. 

I destini delle diciassette artiste presenti in mostra mettono invece in luce molto altro e soprattutto dimostrano come la volontà, la determinazione e una buona dose di consapevolezza avessero permesso loro di affrontare viaggi, trasferimenti, cambi di nazione e di lingua pur di ottenere la formazione artistica cui anelavano. Sono le vite di donne forti, minate semmai solo dalla malattia. Sullo sfondo di queste storie personali si anima quella più ampia e di respiro europeo della comunità femminile che proprio in quegli anni in tutta Europa andava organizzandosi, offrendo supporto e mutuo soccorso. 

Quella sorellanza che non solo faceva sì che le artiste formate insegnassero ad altre giovani donne questo mestiere, ma che condusse addirittura alla matura decisione di allestire, già nel 1910, a Vienna la prima imponente mostra sull’Arte delle donne.  

La mostra meranese è dedicata ad una selezione di artiste che a diverso titolo furono legate a Merano.

Il periodo scelto è quello ampio e compreso fra il primo Ottocento e l’inizio del Terzo millennio. Un arco storico in cui la città ha affrontato le alterne vicende storiche cercando sempre di ritornare a galla e riguadagnare il proprio pubblico turistico e la propria vivacità intellettuale. Ma soprattutto un periodo in cui per molto tempo alle donne furono precluse le accademie e di come esse seppero approfittare di quello che al tempo era possibile quali le lezioni private presso qualche artista, le colonie artistiche, le accademie private, e infine le scuole create dalle associazioni femminili che con metodo e coraggio cercavano di arginare un sopruso che le donne combattevano da sole. 

Le opere presentate costituiscono un corpus di grande interesse, capace di mettere in luce la maestria tecnico-compositiva, le felici cromie delle tavolozze, ma soprattutto dimostrare come queste artiste avessero anche rotto con gli schemi che le vedevano intente a dipingere solamente vasi di fiori. 

Sono invece possenti massicci visti da alte quote, panorami suggestivi, animali, castelli e roccaforti, ritratti e nature morte a sfilare dinnanzi ai nostri occhi e donare qualche attimo di incanto. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La “vacca” di Caldaro, il treno della Bassa

Tra la fine del XIX e il primo decennio del XX secolo furono realizzate in tutto il Tirolo diverse linee ferroviarie “secondarie” poi frettolosamente smantellate nel secondo dopoguerra e oggi rimpiante da tutti. Tra le più importanti si ricorda il collegamento Bolzano-Renon, la Dermulo – Fondo – Mendola, la funicolare della Mendola e, soprattutto, la ferrovia elettrica transatesina a scartamento normale tra Bolzano – Gries e Caldaro.

Quest’ultima fu inaugurata il 15 dicembre 1898, dopo oltre un decennio di lavori preparatori. La nuova ferrovia dell’Oltradige o Überetscherbahn nel gergo popolare era chiamata Lepsbahnl (dalla bevanda denominata Leps, bevuta dai contadini nei campi), poiché trasportava soprattutto il vino prodotto in zona verso lo snodo ferroviario di Bolzano, o la vacca di Caldaro, per quel suo andamento lento e ondeggiante simile a quello dei pacifici ruminanti. Sarebbe rimasta in funzione fino al 1963 per quanto riguarda il trasporto di persone (ne potevano salire fino a 75), fino al 1971 per il servizio merci. Nel 1903 fu realizzato anche il collegamento tra la stazione di Caldaro e Sant’Antonio, dove si trovava la stazione a valle della spettacolare funicolare della Mendola. Proprio quest’opera favorì la nascita dell’importante movimento turistico che interessò il Passo della Mendola in quel periodo. Non fu invece mai completato il collegamento inizialmente previsto con Termeno ed Egna.

Si realizzò così un sogno lungamente covato dagli agricoltori a dagli operatori turistici dell’Oltradige. Il collegamento alla rete ferroviaria nazionale e internazionale permise per la prima volta il superamento del laborioso trasporto dei prodotti agricoli – soprattutto vino e mais –  con carri trainati da buoi e inoltre favorì decisamente l’afflusso di turisti verso le amene località tra S. Paolo, il Lago di Caldaro e la Mendola. Numerosi alberghi e posti di ristoro sorsero proprio lungo la linea ferroviaria e nella bella stagione mezza Bolzano si trasferiva in Oltradige.

Il percorso del treno era non solo funzionale alle esigenze degli abitanti di Appiano e Caldaro ma anche grandioso da un punto di vista paesaggistico. Oggi il tracciato è interamente occupato da una frequentatissima pista ciclabile che circumnaviga il Monte di Mezzo con partenza e arrivo sotto Castel Firmiano. I cicloamatori contemporanei lo chiamano il giro delle Fiandre. Nel suo tratto iniziale, il treno sfruttava la già esistente linea di Merano, poi da Castel Firmano iniziavano i 10,742 km di salita fino ad Appiano e pianura fino a Caldaro. Velocità massima in pianura 45 km all’ora, in salita 30. Complessivamente la linea aveva una lunghezza di 14,974 km, ai quali si aggiunsero i 2,4 ripidissimi chilometri da Caldaro alla funicolare della Mendola. 

Partito da Bolzano, il treno si fermava a Ponte Roma, Ponte Resia, Kaiserau, Castel Firmiano, S. Paolo, Appiano, Monticolo-Pianizza e Caldaro. Nella sua corsa – inizialmente e fino al 1911 con pittoresca locomotiva a vapore, quindi con locomotori elettrici  – il treno doveva oltrepassare due ponti sul Talvera e sull’Adige e due gallerie: la prima sotto Castel Firmiano, la seconda all’altezza di San Paolo. Il breve tratto all’interno dell’abitato di Caldaro fu elettrificato fin dall’origine ed anche la funicolare che raggiungeva il Passo della Mendola fruiva della trazione a corrente elettrica.

L’opera fu “sponsorizzata” dai comuni interessati e in particolare da quello di Caldaro con il sindaco Andreas Di Pauli. Il finanziamento fu invece garantito dal banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, che favorì la nascita della Aktiengesellschaft Überetscherbahn  (Società per azioni Ferrovia dell’Oltradige) con sede a Bolzano. La realizzazione dell’opera fu affidata alla ditta Stern & Hafferl per un costo complessivo di 2,5 milioni di Corone. La gestione fu inizialmente assegnata alla società privata “k.k. Südbahngesellschaft”, alla quale, dopo il passaggio dell’Alto Adige all’Italia, subentrarono le FF.SS. Negli ultimi anni gestì la linea la Überetscherbahn AG.

Autore: Reinhard Christanell

Verde pubblico e verde privato

Com’è noto i patrimoni naturali più importanti di cui godiamo nel nostro territorio alpino sono due: l’acqua e il verde. 

In merito alla gestione idrica abbiamo fatto già in passato alcune riflessioni, domandandoci come ci dovremo muovere negli anni venturi per poter disporre, ancora, dell’acqua a noi necessaria per i consumi potabili, l’irrigazione in agricoltura e – dulcis in fundo – il tentativo di preservare la neve per il turismo invernale. Si tratta di un tema di strettissima attualità, visto che stiamo vivendo ormai come normalità in febbraio minime di temperatura nettamente al di sopra lo zero non solo nei fondovalle ma pure a 1500 metri di quota. Per non dire delle massime che ormai superano tranquillamente i 20 gradi a Bolzano, nella Valle dell’Adige e in Bassa Atesina, ma si tengono sopra i 10 gradi con continuità anche in prossimità delle stazioni a valle degli impianti di risalita. 

Del fabbisogno idrico con ogni probabilità torneremo a parlarne, vista l’imminenza della stagione più calda che quest’anno rischierà ancora una volta di superare i record finora registrati. 

In merito alla gestione del verde a mio avviso però un altro è il ragionamento che andrebbe fatto, e una volta per tutte. Siamo infatti stati abituati, finora, a pensare inesauribile il nostro patrimonio, anche se recentemente la tempesta Vaia e la piaga del bostrico sono valsi come come un campanello d’allarme. Forse allora è il momento che ci si fermi tutti a riflettere sull’importanza di cominciare a ripensare il nostro atteggiamento nei confronti del patrimonio boschivo, smettendo di ampliare ulteriormente gli attuali impianti di risalita viste le previsioni di cambiamento del clima che metteranno in difficoltà lo sci alpino negli anni venturi per lo meno fino ai 2.500 metri di quota.

Com’è noto, poi, il verde viene usualmente classificato anche come, pubblico, privato ed agricolo. 

Ecco: a mio avviso andrebbero organizzati quanto prima degli stati generali perché forse non ci possiamo più permettere di avere nei fondovalle un verde in larghissima parte monopolizzato da monocolture intensive, tra l’altro molto restie limitare l’uso dei persticidi, non solo a ridosso ma addirittura “nei” centri urbani. Insomma: non solo nel capoluogo ma specialmente in esso, urge ripensare al verde agricolo convertendone per lo meno una parte in verde pubblico e spazi per uno sviluppo urbano che dia prospettiva e respiro allo sviluppo complessivo e ordinato delle nostre comunità.

Autore: Luca Sticcotti

Responsabilità globale multilaterale autorevole cercasi

Il 24 febbraio sono due anni di guerra in Ucraina. Quindici giorni dopo saranno cinque mesi dal riesplodere della pluridecennale ostilità israelo-palestinese. Infuriano guerre ovunque sul pianeta: i cosiddetti “conflitti dimenticati”. E la transizione ecologica fa fatica ad essere governata. Serve un governo mondiale autorevole?

Si può invocare una svolta autoritaria: un Grande Poliziotto che metta le cose a posto. Altri vorranno immaginare soluzioni drastiche come un nuovo Diluvio universale. Ma a parte il fatto che l’andazzo attuale rende realistica sia l’una che l’altra ipotesi, si tratterebbe comunque di una tragica deriva. Soluzioni peggio del problema.

Fa specie che oggi l’unica voce riconosciuta autorevole – anche se non da tutti, nemmeno in casa sua – a livello mondiale, sia quella di papa Francesco. Nel documento Laudate Deum, scritto in vista della COP28 di Dubai, il pontefice dedica un capitolo alla “debolezza della politica internazionale”. Constata che “la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro” e insiste nel dire che “vanno favoriti gli accordi multilaterali tra gli Stati”. Specifica: “Non giova confondere il multilateralismo con un’autorità mondiale concentrata in una sola persona o in un’élite con eccessivo potere”. Si parla invece di “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”.

Ma non ci sono già le Nazioni Unite? Evidentemente gli eventi in Ucraina, Palestina, Sudan e altrove mostrano la drammatica impotenza dell’ONU. Le organizzazioni mondiali, sottolinea Francesco, “devono essere dotate di una reale autorità per ‘assicurare’ la realizzazione di alcuni obiettivi irrinunciabili. Così si darebbe vita a un multilateralismo che non dipende dalle mutevoli circostanze politiche o dagli interessi di pochi e che abbia un’efficacia stabile”.

Il multilateralismo va riconfigurato. In concreto il papa propone che “si attui una nuova procedura per il processo decisionale e per la legittimazione di tali decisioni”, che si creino “spazi di conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti, supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella sfera globale”, perché “non sarà più utile sostenere istituzioni che preservino i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti”.

Autore: Paolo Bill Valente

La via dedicata al principe Eugenio 

Casa Savoia, una tra le più antiche dinastie d’Europa, è oggetto d’attenzione in questi giorni, con  la morte il 3 febbraio di Vittorio Emanuele, nato il 12.2.1937, figlio dell’ultimo re d’Italia, Umberto II (1904-1983). Qualche cenno su un illustre componente di tale Casa, il Principe Eugenio di Savoia, al quale è dedicata la via che ad un certo punto costeggia il Commissariato del Governo. Eugenio Francesco di Savoia-Carignano, nato nel 1663 a Parigi, vi passò la giovinezza. Interessato alla carriera militare più che a quella ecclesiastica, alla quale volevano indirizzarlo sia la nonna che il Re Sole, fu accolto a Vienna nell’esercito dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo (1640-1705); iniziò la carriera come Aiutante di Campo, meritandosi il grado di Colonnello per essersi distinto nei vari scontri con i Turchi in ritirata dall’assedio di Vienna (1683); vi furono altre promozioni, fino a quella a Tenente Generale; partecipò all’assedio e alla conquista di Belgrado il 6 settembre 1688. Comandante Generale di cavalleria dal maggio 1690, fu inviato a soccorrere il Duca di Savoia, Vittorio Amedeo II (1666-1732), suo cugino, essendo il Piemonte invaso dai Francesi; combatté per sei anni. Richiamato in Austria, con il titolo di Feldmaresciallo fronteggiò i Turchi che avevano riconquistato Belgrado. Li mise in rotta presso Zentha. Ritornò a combattere contro i Francesi; nel 1707 ne distrusse la flotta; nel 1708 espugnò Lilla. Di nuovo contro i Turchi, li sconfisse il 5 agosto 1716, liberando Belgrado. Fu grazie a lui che l’Impero raggiunse la sua massima espansione. Alla guida della politica estera concluse vari Patti e Trattati di alleanza. Il settantenne guerriero morì nel 1736, nel sonno, durante le trattative di pace con i Francesi, nel suo palazzo di Belvedere a Vienna. Dopo solenni esequie a Vienna e a Torino, il corpo fu tumulato nella cattedrale viennese di Santo Stefano; il cuore si trova nella cripta della basilica di Superga.

Autore: Leone Sticcotti

Cantanapoli: Napoli con lo Spritz!

Parafrasare il tipico incipit di molte canzoni dell’immenso Renato Carosone ci pare il modo migliore per occuparci di questo prezioso dischetto intitolato “Napule è…” che vede la Spritz Band di Andrea Maffei alle prese con un repertorio bastato esclusivamente su alcuni classici della canzone partenopea, sette canzoni composte tra la fine dell’ottocento e gli anni settanta del novecento, da Carosone a Salvatore Di Giacomo a Pino Daniele, canzoni che fanno ormai parte del DNA non solo dei napoletani.

La canzone napoletana è un classico, indiscutibile. Ne è profondamente convinto lo stesso Andrea Maffei che con i suoi compari è protagonista del dischetto. Non è un caso che molti anni fa in un’intervista Maffei abbia confessato di avere un sogno nel cassetto: cantare “Reginella” dal vivo accompagnato da un’orchestra. Quel sogno si è realizzato poco più di un anno fa quando Andrea ha collaborato con la Merano Pop Symphony Orchestra, e ora quel brano è anche incluso in versione Spritz nel disco di cui ci occupiamo. Ma da buon sognatore, Maffei ha ora un altro sogno:

“Stavolta sogno in grande – ci racconta – ma ammetto che mi piacerebbe poter cantare sul palco di un grandissimo teatro di Napoli Era de maggio, la più antica delle sette canzoni incluse nel disco, e la vorrei cantare però non da solo, ma in duetto con Maria Pia De Vito! È una canzone che amo tantissimo; io penso che dalle canzoni napoletane sia partita tutta una serie di melodie mondiali, non solo italiane. Se andiamo a guardare e ascoltare un po’ in giro, soprattutto sulle sponde del Mediterraneo, vediamo come la musica napoletana sia passata ed abbia lasciato delle influenze, lasciandosi dietro una ricchezza unica di melodie”.

A dispetto dello spritz del nome del gruppo, che al bar sta a significare un vino più o meno annacquato, la proposta dell’Andrea Maffei Spritz Band è tutt’altro che diluita con l’acqua, Andrea è perfettamente credibile nel suo cantare in napoletano e gli arrangiamenti che la sua formazione (Davide Dalpiaz, Giorgio Mezzalira, Marco Gardini, Mirko Giocondo e il neoacquisito Davide Groff) hanno tessuto per le canzoni sono indovinatissimi: c’è rispetto per la tradizione ma c’è anche innovazione, mai sopra le righe. Tutto è suonato in presa diretta in sala prove, i brani, collaudatissimi, erano già stati eseguiti nell’ambito di una selezione più ampia per un concerto tenutosi a San Giacomo. Gardini pennella qua e là con la chitarra elettrica, le chitarre acustiche e classiche di Mezzalira vengono fuori come forse non era mai accaduto in precedenza, non ci sono sbavature e c’è persino un po’ di rock’n’roll, con ironia (una delle caratteristiche storiche del gruppo) quando nel refrain finale di “Tu vuò fà l’americano Maffei e soci cantano “spritz and soda e rock’n’roll” al posto del canonico whiskey and soda.

“Questo amore per la musica napoletana – prosegue Maffei – mi deriva da uno zio: quando ero piccolo, questo zio, che deportato in Germania durante la guerra vi era poi rimasto a lavorare a guerra finita, tornava solitamente per le festività e si portava la sua chitarra e deliziandoci cantando queste canzoni napoletane, magari con un testo un po’ ad orecchio visto che lui era veneto e lo aveva imparato da qualche compare d’immigrazione o da una trasmissione radiofonica. Mi teneva in braccio e mi cantava queste canzoni ed io sono cresciuto con queste melodie in testa. È da lì che mi arriva il rispetto per questa scuola musicale. Durante la pandemia, per non stare con le mani in mano ho cominciato a postare delle mie versioni di brani napoletani, poi la cosa ha preso piede, abbiamo cominciato a provarle in gruppo e ci è stato proposto di suonarle dal vivo a San Giacomo. Alla base della spontaneità c’è il fatto che stiamo bene a suonare insieme, ci divertiamo e cerchiamo di non prenderci mai troppo sul serio. Il fatto di averle registrate per un disco, è la logica conseguenza, volevamo lasciare un segno, anche se i dischi non li compra più nessuno. Visto che avremmo cominciato a lavorare ad un disco nuovo di brani originali, abbiamo deciso di farne due di dischi. E intanto ecco pronto questo. L’altro arriverà presto”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale