La musica che… “unisce”

Nel prossimo tour estivo, grazie all’intelligenza artificiale, Philipp Burger duetterà con il suo omologo Bob Marley. Il progetto, nato dall’idea del Landeskommandant degli Schützen Sudtirolesi Roland Seppi, mette insieme il rock e il reggae e dimostra la grande affinità tra i due artisti. “Entrambi hanno esportato l’amore per le proprie radici in tutto il mondo” ha affermato Lukas Jockenlein, responsabile della comunicazione. Per l’occasione è stato presentato il nuovo libro “Our Heimat!”, un dialogo tra i due musicisti, un ponte tra il Tirolo e la Giamaica nel segno dell’amore. 

Autore: Roberto Tubaro

Eva Thaler Pixner: essenza della materia e fascino delle strutture

Nata in una famiglia creativa Eva inizia presto a muoversi fra carta, matite e pennelli. Per molti anni si dedica a dipingere ad olio, a tempera e acquerello. Inizia presto ad osservare gli oggetti che la circondano restando affascinata dall’essenza materica di molto di ciò che le capitava fra le mani. E cerca di rappresentarlo. Ben presto scopre che l’incisione la tecnica che più di altre può offrirle la possibilità di esprimersi e soprattutto le consente di approfondire la sua ricerca sulla materia delle cose. Sceglie quindi con sicurezza la sua strada: l’incisione e in essa tutto quanto possa essere innovativo e sperimentale. La sua indagine iconografica si attesta su quel mondo intrigante delle strutture, delle sovrapposizioni, delle differenti materie ora lisce ore gretolose che la terra, la natura fatta di cortecce, radici, zolle, pietre le offrono. Tutto questo intreccio fatto dei soggetti di sua scelta e delle tecniche grafiche che le consentono di restituirle artisticamente la catturano, la affascinano e la tengono attiva in una ricerca inesausta.  Dalle sue opere però non sono totalmente escluse le figure umane o gli animali che di quando in quando fanno capolino nelle sue opere. I suoi occhi catturano immagini, le sue mani le trasformano in sensazioni ed emozioni da condividere col fruitore. Il mondo dell’arte la accompagna da sempre senza mai abbandonarla nel vissuto quotidiano anche se il lavoro che ha scelto è altro e altrove. Il suo è un lavoro importante nel quale trova soddisfazione e che svolge con passione. Anche la famiglia ha un ruolo assai importante nella vita di Eva ma è nell’arte che si compie il completamento della sua  interessante personalità. All’arte incisoria ha dedicato e dedica anni di formazione e approfondimento. Il suo impegno è premiato dall’apprezzamento e dal riscontro che ha ottenuto e ottiene nelle numerose mostre cui ha preso parte. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pubblicare un libro ad undici anni: Siegfried, il nipote di Ezra Pound

“Caro Walt, siccome la tua famiglia sembra occupata in attività culturali e altro, perché non traduci tu l’articolo di Giono?”. Ecco il frammento di una lettera del ricco epistolario che intercorse fra Siegfried de Rachewiltz e il famoso nonno Ezra Pound. 

Attraverso un ricco e quanto mai affiatato rapporto epistolare, Ezra Pound riusciva ad essere un nonno affettuoso anche dalla sua stanza al Saint Elizabeth. La lunga detenzione non gli aveva mai permesso di tenere il neonato in braccio, né di partecipare al suo battesimo o alla sua prima comunione, non aveva mai potuto abbracciarlo né sfiorarne la pelle, ma con l’andare degli anni la scrittura si era sostituita alle carezze, alla favola della sera, e poi, pian piano, si era fatta anche confidenza e complicità. 

Così, nella lettera del 4 novembre 1956, il nonno Ezra aveva commissionato al piccolo ometto un delicato lavoro di traduzione, ma si era premurato di allegarne anche le istruzioni: “Potrà sembrati un lavoro lungo, ma se tu facessi quattro o cinque righe al giorno, a Pasqua avresti fatto già qualcosa”. Poi, a conclusione, con quel fare convincente e complice, tipico di un nonno, aggiungeva: “Anche per sapere qualcosa che il tuo babbo non sa, potresti includere tre o quattro caratteri sumeri in ogni lettera che mi mandi, così quando arrivi all’Università sapresti qualcosa di diverso”. E, quasi per smorzarne la valenza, passava a parlare d’altro: “Credo che il dizionario sia finalmente arrivato a Brunnenburg. Per i prossimi trent’anni il greco sarà più vivace del latino, io non conosco il greco abbastanza. (…)”

Siegfried, che era nato nel 1947, frequentava le scuole a Tirolo, e portò a termine il suo impegno. Aveva 11 anni, quando fu pubblicata la sua traduzione di L’uomo che seminò speranza e raccolse felicità, Scheiwiller, Milano 1958.

Vanni Scheiwiller che, come ricorda oggi con orgoglio ed emozione lo stesso Siegfried de Rachewiltz, era il suo padrino, lesse la traduzione e, affascinato dall’impegno e dalla serietà del bambino, decise di pubblicarla nella collana “All’insegna del pesce d’oro” in cinquecento copie numerate e precedute dalla firma autografa di Jean Giono e da un disegno “opera del traduttore”. 

Siegfried aveva infatti deciso di corredare la traduzione con una illustrazione di sua produzione e scelse un passo ben preciso per il suo disegno: “Il pastore andò a prendere un sacchetto e ne rovesciò un mucchio di ghiande sulla tavola. Incominciò a ispezionarle, una per una, con grande attenzione, separando le buone dalle cattive. Io fumavo la mia pipa, mi offrii di aiutarlo. Mi disse che era lavoro suo. E, vedendo l’attenzione che vi poneva, non insistetti (…). Quando ebbe selezionato cento ghiande perfette, smise e andammo a letto”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le vecchie strade della Bassa Atesina

Tutte le strade portano a Roma, si diceva un tempo. Forse era un’esagerazione ma è un dato di fatto che le pietre miliari lungo i 100.000 chilometri di rete stradale lastricata indicavano la distanza dal cosiddetto miliario aureo del Foro romano. 

Tra le tre meraviglie dell’era romana citate da Plinio il Vecchio le strade stanno al primo posto. Le altre due sono gli acquedotti e le cloache. A dire il vero, le strade extraurbane si chiamavano viae mentre con il termine “strata” (fatta a strati) si indicavano quelle nei centri urbani. Oggi la maggior parte di queste strade sono scomparse, hanno preso altri nomi o seguono tracciati diversi che ne rendono complicata la localizzazione. I vecchi percorsi rimangono nella memoria collettiva come “strada vecchia” o, appunto, strada “romana”. 

È sorprendente con quale velocità scompaiano le strade abbandonate, tanto che già dopo pochi anni è difficile riconoscerne il percorso. Se volessimo ricostruire la rete stradale che nei secoli attraversò la Bassa Atesina, dovremmo andare alla ricerca di alcuni elementi che solitamente caratterizzano la presenza di una vecchia strada: pietre miliari, ponti, capitelli. Sappiamo per esempio che al tempo di Augusto una strada di grande importanza, la Via Claudia Augusta, attraversava la Bassa Atesina fino a Ora. Qui, scesa da Castelfeder, dove ancora oggi possiamo ammirarne un breve tratto con una pietra miliare, probabilmente si biforcava: da una parte verso Gmund / Monte attraversando il vecchio rione San Pietro, dove rimane nella memoria il vecchio nome “Strass”, fino all’argine dell’Adige (Urfer), dove un tipico ponte romano di barche e tavole permetteva agli eserciti e ai commercianti l’attraversamento del fiume. Poi la strada proseguiva lungo la valle Lavason fino ad Appiano e Castelfirmiano per imboccare la Val Venosta fino ad Augusta, l’odierna Augsburg. Il tratto forse meno importante e all’epoca ricco di foreste fluviali e paludi proseguiva sotto la montagna in direzione di Bronzolo e Laives, per poi raggiungere Pons Drusi attraverso l’odierno viale Trento e Ponte Loreto. 

Con la crescita dei villaggi della Bassa Atesina tra il XII e il XV secolo, anche la strade, probabilmente abbandonate o trascurate da secoli, si sono adeguate alle nuove esigenze. Lungo le strade si trovavano gli edifici più importanti come chiese, alberghi, magazzini. A Ora sono riconoscibili vari tracciati della “alte Straße”, tutti risalenti all’epoca di espansione medievale della località. Lungo la via principale, raggiunta la piazza centrale (Hotel Elefante) si dirigeva verso l’odierna stazione dove proseguiva in linea retta verso Bronzolo in mezzo alla valle e alla palude. Certo la strada era molto più breve di quelle pedemontane precedenti ma di non semplice manutenzione. Questa strada è anche la prima segnata nel catasto teresiano (1782/85) con il nome di “Landstraße”. Scrive nel 1839 J. Staffler nella sua famosa “Statistik und Topographie von Tirol: “Ancora 42 anni fa la strada tra Bronzolo e Ora di una lunghezza di 300 Klafter correva in mezzo a paludi e acquitrini. Ogni anno doveva essere faticosamente ripulita.” Alcuni decenni dopo, nel 1839, la nuova “Haupt-, Post- und Commerzialstraße” seguiva già il percorso sotto la montagna. Quando fu realizzata non si sa ma un documento del 1821 ci parla di un terreno ubicato presso “la nuova Landstraße”. La costruzione ha sicuramente richiesto anni di lavoro e secondo la leggenda Andreas Hofer nella sua marcia verso Mantova avrebbe percorso ancora la vecchia strada attraverso le paludi. Solo nel 1850 fu realizzato il rettilineo tra l’Hotel Elefante e la chiesa di San Pietro. Era stranamente l’epoca in cui si portavano le grandi arterie nel luogo più centrale del paese, tranciando in due poderi e vigneti. La stessa cosa avvenne a Laives, dove il vecchio precorso attraverso le vie Damiano Chiesa e Marconi fu abbandonato a favore del lungo rettilineo che ancora oggi attraversa il paese. 

Per quasi 150 la strada è rimasta invariata, salvi gli adeguamenti avvenuti a partire dagli anni ‘60 che hanno portato alla situazione odierna con circonvallazione e gallerie per riportare fuori dai centri urbani le strade di grande percorrenza.

Autore: Reinhard Christanell

Coesione sociale

Nei giorni scorsi, con un po’ di fatica, è stato eletto il nuovo governo della Provincia. Le criticità nel merito della coalizione che si è venuta a creare sono molteplici e non saremmo i primi ad evidenziarle. Non ci resta dunque che augurare buon lavoro alla nuova giunta e al suo vecchio (e nuovo) presidente. A tutti noi infatti conviene che la politica riesca a trovare, anche solo in parte, i bandoli della matassa che si è venuta a creare. 

La società altoatesina negli ultimi anni ha trovato modo di sfrangiarsi a più livello, come abbiamo avuto già modo di segnalare. Quindi a nostro avviso il migliore augurio che possiamo e dobbiamo fare alla nuova giunta provinciale è quello di riuscire a segnare qualche punto sul tema della coesione sociale che, a nostro avviso, è uno dei prerequisiti fondamentali per tentare di risolvere la maggior parte dei problemi che abbiamo. 

Cos’è? In sociologia il termine coesione sociale indica l’insieme dei comportamenti e dei legami di affinità e solidarietà tra individui o comunità, tesi ad attenuare in senso costruttivo disparità legate a situazioni sociali, economiche, culturali, etniche. Da quando questo concetto è stato elaborato per la prima volta, poco più di un secolo fa, come principali fattori di questa dinamica sono stati identificati prima la religione e poi il lavoro. Successivamente hanno preso piede altri due principi, ovvero quello del consenso diffuso in merito al rapporto tra individuo e società e il senso di solidarietà. Una cosa è chiara: per poter realizzare una solida coesione sociale sono necessari alcuni requisiti, innanzitutto materiali, come occupazione, casa, reddito, salute, educazione, che devono essere garantiti per tutti. Il secondo requisito fondamentale è rappresentato dall’ordine e dalla sicurezza sociale. Il terzo elemento della coesione è la presenza di relazioni sociali attive con la creazione di una rete di scambi di informazioni, supporto, solidarietà e credito. Il quarto requisito è il coinvolgimento di tutti nella gestione delle istituzioni, che consolida il senso di identità e di appartenenza a una collettività. Tali requisiti basilari, indicatori di progresso civile, sono fondamentali per la creazione di relazioni favorevoli tra individui di una stessa comunità.

Insomma: occorre unire, invece che insistere su vecchi e nuovi motivi di divisione. Non credete?

Autore: Luca Sticcotti

Il letargo dell’inverno

Febbraio è ancora ostaggio dell’alta pressione subtropicale. Specialmente in quota, ma pure nei fondivalle accarezzati dal foehn, le temperature sono quelle di metà aprile. Fa caldo e ne avremo per un’altra settimana. Se da una parte il cielo è una fucina di nubi alte e sottili, di cirri e di velature che gli conferiscono, a tratti, un carattere marezzato, dall’altra esso è caratterizzato da linee ed incastri di scie di condensazione degli aerei di linea. Altrove, specie nelle zone pedemontane, dove le pianure non presentano rilievi ripidi ravvicinati, i tramonti creati da Madre Natura regalano, a chi ha la fortuna di assistervi e di desiderarli, una gioia impagabile. Nella Pianura Padana, invece, con questo tipo di struttura barica si formano le famose inversioni termiche: temperature minime negative, nebbie, galaverna e neve da nebbia nei bassi strati, unitamente ad una stomachevole qualità dell’aria, intrappolata a poche centinaia di metri dal suolo, carica di tutti gli inquinanti più pericolosi; d’altro canto anche le condizioni termiche durante il giorno restano confinate ad una sola cifra (entro i 9°C appunto). Appena sopra questa cappa malsana, con l’assenza di una ventilazione capace di dissiparla, regna ahinoi l’anticiclone, una sorta di barriera, di blocco alle perturbazioni atlantiche, che, giocoforza, devono aggirare le Alpi. Tale promontorio sfodera le sue armi in altezza e ci garantisce cieli luminosi e sereni ed un caldo esagerato e persistente. Chi vive perennemente in pianura e durante il fine settimana non ha la possibilità di alzarsi di quota per farsi una sciata, un’escursione o semplicemente una passeggiata in montagna non si accorge di nulla, tanto da convincersi di non uscire di casa a causa del cielo plumbeo o di restare confinato tra i sempre più ristretti parchi cittadini, quanto a non credere alle temperature massime di alcune stazioni meteorologiche montane riportate dai notiziari. Ma, purtroppo, è tutto vero! Oltretutto, e sempre in presenza di questa struttura alto-pressoria, le particelle inquinanti presenti in atmosfera, come gli aerosol, il biossido di azoto nonché altri composti possono assorbire, deviare e diffondere rigorosamente la luce solare, magari deflettendo quella blu e verde e propagando le lunghezze d’onda arancioni e rosse (cfr. scattering), mentre siamo intenti a ritrarre una fotografia. Pertanto anche l’inquinamento può contribuire a farci portare a casa un bellissimo scatto panoramico! Febbraio, che quest’anno cade bisestile, è l’ultimo mese dell’inverno meteorologico di una stagione fin qui avara di precipitazioni in un quadro climatico sempre più caldo. Speriamo vivamente che il letargo finisca e presto anche, perché chi conserva un po’ di lucidità e di memoria storica sa perfettamente che tutto ciò è fuori dal comune.

Autore: Donatello Vallotta

Parole travalicanti.Con zone d’ombra

Chiunque ha commesso abusi (di potere innanzitutto) deve essere chiamato a risponderne e per quanto possibile a risarcire le vittime. Mentre è in vita, non da morto. I morti non si possono difendere e la difesa è un diritto inviolabile. Essere in pace con se stessi per accompagnare, nella pace vera, vivi e morti.

Pochi giorni fa nel comunicato per il decesso di un sacerdote, la diocesi ha deciso di mettere in evidenza che “nel suo servizio nella pastorale giovanile vi sono state anche zone d’ombra: con la sua condotta travalicante ha ferito giovani persone”. Un atto di “trasparenza”, è stato detto.

Si è spiegato che d’ora in poi quando ci saranno state “segnalazioni” se ne darà comunicazione. Ma il generico accenno a “zone d’ombra” e a “condotte travalicanti” è davvero una parola chiara e trasparente? O non è forse il suo contrario? Trasparenza è dare informazioni in modo completo e congruo. Sono stati commessi dei reati? Sono stati presi dei provvedimenti disciplinari? I superiori sono intervenuti per tempo e in modo adeguato? Le vittime sono state accompagnate e risarcite? Formulata così quella frase è solo un giudizio sommario, senza possibilità di appello. Ma soprattutto: il comunicato di un decesso non è una sentenza (che spetta a un giudice) né il giudizio sulla vita di un uomo (che spetta al Padreterno).

Mettere alla gogna una persona appena morta scolpendo parole di biasimo nel marmo del suo epitaffio è una scelta della cui valenza pastorale (e giuridica) si può dubitare. Assomiglia troppo a una diffamazione (postuma). Sa poco di verità. Non se ne capisce davvero il senso, proprio nell’ottica della dignità delle persone, anche quelle ferite. Un cadavere non si può difendere né può chiedere perdono. L’eccesso di zelo nel trattamento di un abuso rischia di trasformarsi a sua volta in abuso. Diritto e diritti non si possono separare. Punire qualcuno per dare un messaggio ad altri appartiene a culture giuridiche non compatibili con la tradizione cristiana.

Che cosa leggeremo nel prossimo necrologio? Che quel parroco ha tenuto male i conti della parrocchia o non ha pagato le tasse? Che non è stato un bravo padre? Che a volte è venuto meno ai propri voti? Che si è servito di un ruolo di potere? Che ha raccontato qualche bugia? Che ha usato un linguaggio non rispettoso di gruppi minoritari? Anche in questi casi ci sono condotte travalicanti, zone d’ombra, abusi e persone ferite.

Non sono sicuro che noi che scriviamo i comunicati siamo tutti davvero senza macchia. Con quale autorità (e autorevolezza) evidenziamo le ombre della vita di una persona, proprio nel giorno in cui essa si presenta al tribunale di Dio? “Chi di voi è senza peccato”, direbbe quel Giudice rivolgendosi al pubblico in aula, “scagli la prima pietra”. Requiescant in pace.

Autore: Paolo Bill Valente

A Bolzano si ricorda Maria Montessori

Fu indovinata l’intitolazione a Maria Montessori, pedagogista di fama nazionale e internazionale, del centro, sorta di agorà, del rione Firmian.  Nata a Chiaravalle (Ancona) il 31 agosto 1870, nel 1896 Maria Montessori ai laureò brillantemente alla facoltà di medicina dell’Università di Roma. Dopo la laurea divenne assistente presso la Clinica psichiatrica dell’Università; iniziò un progetto educativo con i bambini rinchiusi in manicomio; per lei la questione che riguardava tali bambini era pedagogica e non medica. Fu delegata italiana al congresso di Berlino del 1896 ed a quello di Londra nel 1899. Nei primi anni del Novecento, mentre studiava filosofia e insegnava antropologia, le fu proposto di aprire una scuola per i figli delle famiglie operaie del quartiere San Lorenzo di Roma. Fu la prima Casa dei Bambini, un modello di scuola che divenne in poco tempo celebre in tutto il mondo. Tra i libri che scrisse fondamentale fu “Il metodo della pedagogia scientifica applicata all’educazione infantile”, pubblicato nel 1909. Le scuole Montessori si moltiplicarono, soprattutto in alcuni paesi europei e negli Stati Uniti. Con il manifestarsi dell’incompatibilità tra il suo metodo e il regime fascista, la Montessori lasciò l’Italia.  Tra il 1934 e il 1935 tenne conferenze a Parigi, Budapest, Vienna e in altre città dell’Europa centrale. Da Londra, dove organizzò corsi e congressi, raggiunse l’Olanda; a Laren fondò e diresse un Centro Montessori. Nel 1939 fu invitata a tenere un corso in India, dove il Mahatma Gandhi diede il benvenuto alla “mamma Montessori”. Tornata in Europa, nel 1946 ricevette accoglienze calorose e si susseguirono i riconoscimenti ufficiali. Non venne meno l’instancabile opera per far procedere “la rivoluzione del bambino”. Il 6 maggio 1952, quando il figlio Mario, che la ospitava a Noordwigkam See, volle farle vedere sull’atlante la posizione del Ghana, dove la madre desiderava aprirvi nuove scuole, la trovò morta.

Autore: Leone Sticcotti

Singoli e intingoli a cavallo tra l’anno vecchio e quello nuovo

La stagione delle festività, oltre che alle dovute riflessioni su ciò che avvilisce questo mondo, oltre ai bilanci che chiunque abbia un briciolo di sale in zucca dovrebbe essere portato a fare almeno quando un anno si chiude, è legata anche al piacere di cucinare, al ritrovarsi, allo stare insieme, perché no, mangiando. E dove si mangia, gli intingoli la fanno da padroni. Così i singoli dei nostri artisti locali. Vediamo insieme quali sono le novità.

La palma, per l’azzeccata atmosfera natalizia, va al nuovo singolo di Giulia Olivia (Martinelli), che ha ben pensato di rilanciare la recente offerta del suo nuovo EP con un brano natalizio intitolato December,  con le giuste atmosfere e con le stesse modalità di produzione del disco uscito lo scorso ottobre. Il brano si ascolta con piacevolezza, ci sono i tintinnii di campanelle che fanno tanto Natale, soprattutto nella tradizione anglo-americana immortalata magicamente da gente come Dean Martin, le Ronettes e molti altri. Il brano è talmente riuscito e credibile che sta in testa alla classifica dei brani natalizi redatta dalla rivista online Salto Music (https://salto.bz/de/article/22122023/weihnachtssongs-2023-updates).

Piace anche Crash The Christmas Party il video natalizio del duo Lou And Me con una miscela di punk pop che richiama un po’ alla memoria gruppi come Barracudas e Ramones, scanzonati ma mai scontati, carino anche il video di accompagnamento in cui si riflette l’atmosfera della canzone.

Tra le recenti uscite è doveroso segnalare, pur con un brano non natalizio, i Fratelli Stonati, formazione proveniente dall’altipiano dello Sciliar che si presenta al debutto con un brano solare dal ritmo contagioso intitolato Rakete che lascia ben sperare per il futuro di questa band fondata dal cantante Aaron Neulichedl Timpone (vi chiedete se sia imparentato mitico Macao? Ebbene sì, è suo figlio!) e da Simon Maier: il loro repertorio basato su brani originali in tedesco e cover di varia estrazione accomunati dal sound del gruppo.

Meno scanzonato sicuramente è il brano pubblicato da Laura Mendola, cantante che dopo diverse esperienze e produzioni per festival, nonché studi mirati e collaborazioni, ha pubblicato da poco un video singolo sull’argomento sempre, purtroppo, attualissimo della violenza sulle donne: il titolo è Non è amore, e le immagini sono significativamente girate su una delle molte panchine rosse disseminate nel capoluogo.

Stefano Mascheroni ha colpito doppiamente invece, pubblicando dapprima l’EP #UnaCanzoneXvoi, in cui sono racchiuse quattro canzoni uscite come video nei mesi scorsi, il disco in formato fisico è invece disponibile in omaggio facendo una donazione al Centro di Tutela dei Diritti del Malato ODV, a cui Mascheroni è molto legato, e poi a pochi giorni di distanza postando su youtube Mille sguardi, nuovo brano dedicato agli operatori sociali.

Concludiamo questo giro di segnalazioni con il singolo La pluie collaborazione tra le due musiciste di Laives Isa e Dedi, che con questa collaborazione uniscono i loro percorsi musicali ad un’amicizia di lunga data visto che sono anche vicine di casa. Più votata al pop Isa, decisamente trapper Dedi, le due ragazze sono riuscite a miscelare bene le loro influenze e i loro diversi modi di fare musica creando un brano a suo modo suggestivo, soprattutto nella parte cantata, anche se pure quella trappata ha i suoi perché. La pluie, con le sue cupe atmosfere (la pioggia) è distante anni luce dalla solarità delle classiche canzoni natalizie, ma convince anche con la sua ironica copertina in cui le due titolari si riparano sotto due ombrellini parasole giapponesi: di carta naturalmente!

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Festival della canzone

Il Festival della Canzone Italiana dal 2025 si terrà a San Giacomo. Questo è l’accordo ventennale stipulato tra il neo assessore provinciale Marco Galateo e i due presentatori Amadeus e Fiorello, che per l’occasione hanno raggiunto l’aeroporto di Bolzano approfittando di una pausa dal Festival. Il nuovo format, all’insegna dell’Autonomi(ea), prevederà un sistema proporzionale che includerà anche brani in tedesco e ladino. Questo per via degli accordi di Giunta e dell’appoggio forzato di Philipp Achammer, che col suo assessorato provvederà a colmare la scarsa capacità economica dell’Assessorato alla Cultura Italiana. 

Autore: Roberto Tubaro