La ricetta contro lo spreco sei… tu

Lo spreco di cibo è un problema grave: si stima che ogni anno venga sprecato un terzo di tutto il cibo prodotto a livello globale. Questo spreco non solo ha un impatto negativo sull’ambiente e sull’economia, ma rappresenta anche un notevole onere finanziario per le famiglie.

Ecco dunque 11 consigli e trucchi per ridurre lo spreco a casa.

• Prima di fare la spesa, controlla nel frigo e nella dispensa quali alimenti hai già e quali ti mancano: eviterai di comprare doppioni.

• Pianifica i pasti che preparerai a casa durante la settimana in modo da comprare la giusta quantità di cibo.

• Prepara la lista della spesa da portare al supermercato e seguila senza cedere alle tentazioni del momento.

• Prediligi i prodotti locali e di stagione.

• Al supermercato fai attenzione a non lasciarti attrarre dalle offerte, rischiano di farti comprare porzioni eccessivamente grandi rispetto alle tue esigenze.

• Evita i prodotti commercializzati con imballaggi inutili.

• A casa conserva correttamente gli alimenti: riponi gli alimenti nei giusti ripiani del frigorifero e usa contenitori ermetici per conservare i cibi nella dispensa.

• Utilizza gli avanzi per creare nuove ricette. Considera anche di congelare gli alimenti per prolungarne la conservazione.

• Fai la spesa più frequentemente e acquista quantità minori di cibo, in questo modo ridurrai il deperimento e riuscirai a utilizzare gli alimenti a disposizione prima che vadano a male.

• Acquista alimenti freschi prossimi alla scadenza e trasformali in conserve, per allungare loro la vita.

• Bevi l’acqua del rubinetto.

Rispettando questi consigli, eviterai il costo nascosto dello spreco alimentare. Questo non solo rappresenta un risparmio di denaro, ma è anche un importante contributo alla riduzione dell’impatto ambientale dei nostri acquisti.

(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)

Fräulein Lea, l’anima di Fontanefredde

Tra i personaggi vissuti in Bassa Atesina, un posto di riguardo spetta alla scrittrice Lea Selm. Il suo nome è indissolubilmente legato alla minuscola località di Fontanefredde / Kaltenbrunn, frazione del Comune di Trodena. Fontanefredde, come scrisse la stessa Selm, non può vantare una grande storia e per molto tempo la sua esistenza si basò esclusivamente su una sorgente utilizzata dai carrettieri che transitavano sull’odierna strada statale 48 della Val di Fiemme per abbeverare cavalli e buoi.

Dopo l’ampliamento della strada, nel 1860 venne costruito accanto alla sorgente un albergo con stazione postale. L’iniziativa era stata di Giuseppe Rizzoli di Cavalese, che oltre all’albergo aveva intenzione di fondare un birrificio. In effetti, nel 1863 il birrificio iniziò la sua produzione che durò fino al termine della prima guerra mondiale.  Più tardi, Fontanefredde si arricchì di una stazione ferroviaria, di una scuola e anche di una chiesetta. Nel vecchio albergo venne sistemato un negozio di generi misti e, molto più tardi, un distributore di benzina. 

In questo luogo visse e operò per buona parte della sua vita Lea Selm, autrice di molti testi poetici e in prosa. La sua è una storia assai singolare. Nacque il 19 gennaio 1883 a Montagna, nella casa del nonno materno Martin Selm, fabbro del paese. Sua madre, Elisabeth Selm, era inserviente presso il castello di Enn e qui conobbe un uomo di origini indiane, a sua volta dipendente del maniero. Dall’unione “clandestina” e per l’epoca oltremodo scandalosa nacque Lea, i cui documenti con riferimento al  padre riportarono sempre la voce “sconosciuto”. Lea Selm non ha mai parlato del misterioso genitore se non per “accusarlo” della sua carnagione scura, di cui da bambina, in un paese di visi pallidi, non poteva che vergognarsi. 

Lea crebbe nella casa del nonno e all’età di 14 anni inizio la sua carriera lavorativa come bambinaia in un maso del luogo. Qui, grazie alla padrona di casa, venne in contatto per la prima volta con la letteratura, che poi avrebbe segnato per sempre la sua esistenza. Karl Felix Wolff, che le fu amico per molti anni, in un suo scritto citò anche alcuni sorprendenti versi dell’allora quindicenne Lea. Altrettanto importante per la crescita umana e letteraria di Lea fu l’incontro con Henriette Schrott, figlia dei proprietari del “Grand Hotel Penegal”. Qui Lea era stata assunta come cucitrice. Anche Henriette era appassionata di poesia e le due giovani donne intrecciarono un’intensa amicizia che durò per tutta la vita. Henriette divenne un’autrice affermata e pubblicò molti romanzi presso grandi editori tedeschi e austriaci. Inoltre, sostenne in tutti i modi l’amica Lea, che di suo aveva frequentato solo le scuole elementari. 

Dopo l’esperienza di Innsbruck al fianco di Henriette, Lea Selm fece domanda di assunzione quale impiegata presso le imperial-regie poste austriache. Dopo la prima guerra mondiale, passò automaticamente alle Poste italiane. Dopo alcune tappe in Val Venosta e a Merano, Lea approdò finalmente a Fontanefredde, sicuramente un luogo in cui regnava una pace e tranquillità invidiabile per l’epoca e ideale per la sua creatività. In quell’idillio silvestre Lea Selm compose molte delle sue opere. Sempre Wolff la chiamò la “Waldsängerin”, o anima di Fontanefredde, giacché  Lea, oltre al suo lavoro di impiegata postale e poetessa, si dedicò con tutte le sue forze alla vita sociale del piccolo borgo, dove tutti la chiamavano Fräulein Lea. Poiché Fontanefredde era sprovvista di una chiesa, si adoperò in prima persona per far erigere la chiesetta di San Giuseppe, inaugurata nel 1940. All’epoca delle opzioni, Lea Selm optò per l’Italia. Come dipendente pubblica fu costretta a iscriversi al Fascio femminile del PNF.  Per 35 anni Lea prestò servizio presso l’ufficio postale di Fontanefredde e anche dopo il suo pensionamento continuò a occupare il suo alloggio nell’edificio postale. 

I suo testi apparvero soprattutto sulla rivista Schlern, a cui iniziò a collaborare nel 1920. Pubblicò anche su numerose altre riviste e si dedicò a lungo alla raccolta e trascrizione di leggende e favole popolari. Rimasero inedite due opere di grande respiro: “Fra Solidarius” e “Auf eigene Faust”. Lea Selm morì il 24 novembre 1977, pochi mesi dopo aver ottenuto la croce al merito del Land Tirol.

Autore: Reinhard Christanell

Città 30

La recente decisione della città di Bologna di istituire il limite di velocità generalizzato di 30 km sta facendo molto discutere.
Giova ricordare che tale limite fa riferimento, in realtà, a un nuovo modello di città denominato “Città 30” e che ha già preso piede in molte città del mondo e dell’Europa. Alla base delle critiche rispetto a questo nuovo modello c’è l’idea che tale limite “blocchi” la città, peggiorando la vita delle persone e limitando la loro “libertà” di muoversi rapidamente. Niente di più sbagliato, dicono le indagini che le varie Città 30 hanno commissionato, prima di scegliere di cambiare progressivamente paradigma. Il comune di Bologna, nello specifico, ha calcolato che i nuovi limiti comportano un ritardo di 12 secondi per ogni viaggio, a fronte di benefici molto grandi. Quali sono? Molti e significativi. Innanzitutto si aumenta la sicurezza stradale. Bruxelles nei primi mesi di sperimentazione ha visto un calo degli incidenti del 22% e delle vittime del 50%, con grandi miglioramenti anche per quanto riguarda l’inquinamento acustico. A Barcellona è stato calcolato che sono più di 600 le morti premature che sono state scongiurate attraverso la diminuzione dell’inquinamento atmosferico e che l’aspettativa di vita di ogni persona è aumentata in media di circa 200 giorni. La diminuzione della velocità massima consentita permette di promuovere la mobilità sostenibile, perché in definitiva le persone sono incentivate a lasciare a casa la macchina e utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta o andare a piedi. Il risultato di tutto ciò è una città “diversa” in cui finalmente lo spazio pubblico torna ad essere di tutti e non solo delle auto. Non tutti sanno, infatti, che le strade, nelle nostre città, rappresentano ben l’80% dello spazio pubblico. Uno spazio spesso occupato dalle auto, ferme o in movimento.
La Città 30 dunque non è solo un limite di velocità ma un modello che punta a rivoluzionare la nostra concezione degli spazi urbani, riorganizzandoli. Un modello che agisce anche attraverso “urbanisimo tattico” all’insegna di una sostenibilità “civica”.
In Italia il percorso delle Città 30 è appena all’inizio. Dobbiamo ricordare che si tratta in primis di un discorso culturale. Un tema di dibattito pubblico, prima ancora che amministrativo. Ci sono città che stanno già nella fase del “come”, e ben altre 60 dove la fase è quella del “quando”.
Sul sito fiabitalia.it è stato pubblicato un vademecum, che spiega bene di cosa si tratta. Chi è interessato può andare a sfogliarlo, magari cercando di capire se i vantaggi previsti sono “desiderabili” anche nelle nostre piccole città, incastrate nei fondovalle tra i monti.

Autore: Luca Sticcotti

Am dam des. La conta linguistica del 2024

“Tu conti” è il nome assegnato alla fase forse un po’ sperimentale del “censimento per il calcolo della composizione percentuale dei tre gruppi linguistici” attualmente in corso in provincia di Bolzano. Ma gli altoatesini hanno davvero compreso di che si tratta? Finora la risposta della cittadinanza sembra assai debole.

Il direttore dell’Istituto provinciale di statistica (ASTAT) parla di “risultato intermedio soddisfacente” anche se “c’è ancora margine di miglioramento”. Per “migliorare” c’è tempo fino al 29 febbraio (per fortuna l’anno è bisestile). Dal 4 dicembre alla settimana scorsa aveva partecipato alla rilevazione online solo il 18,3 per cento dei residenti con punte del 43,3 per cento a Tires e del 9,1 a Fortezza. 

Non si tratta di pura curiosità statistica. In ballo c’è la distribuzione dei posti nel pubblico impiego, la ripartizione dei fondi provinciali, la rappresentanza dei gruppi in alcuni organi collegiali provinciali. L’assegnazione di posti, fondi e poltrone avviene in base alla consistenza dei cosiddetti gruppi linguistici che dunque deve essere calcolata (e non solo sondata o stimata). Per qualcuno, dunque, l’appello a contare (“tu conti”) ovvero a contarsi, potrebbe suonare come una “chiamata alle armi”.

I nostri politici, ma soprattutto gli storici, sanno bene che le “conte linguistiche” sono cose da maneggiare con estrema prudenza. È così da almeno un secolo e mezzo. Mentre la madrelingua delle persone è un fatto oggettivo (per quanto ci siano molte persone cresciute in ambiente multilingue), l’appartenenza a un “gruppo linguistico” è un costrutto politico-ideologico. Un conto è parlare, altro è “appartenere”. Un conto è parlare francese, altro è “essere” francese, ad esempio. Le lingue aprono, le appartenenze escludono.

Nelle FAQ disponibili sul sito dedicato al censimento non si spiega come alla fine saranno calcolate le percentuali, dal momento che non tutti risponderanno al conteggio on line. Si specifica tuttavia che la dichiarazione è obbligatoria e che chi non l’avrà effettuata online, “avrà la possibilità di partecipare al censimento dei gruppi linguistici compilando la dichiarazione in forma cartacea a partire da aprile 2024”.

A quel punto il “tu conti” sarà forse riferito solo ai rilevatori che andranno di casa in casa. Una cosa è contare, altra è essere contati.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Grazia Deledda

Nel quartiere Firmian, nell’angolo verso il tratto finale di viale Druso, tra viale Giacomo Puccini e via Resia si trova, tra alti edifici, via Grazia Deledda. È omaggio ad una donna piccola di statura ma grande per imponente opera letteraria, con cui diede lustro all’Italia ma si fece conoscere anche all’estero, tanto da essere insignita nel 1927 del Premio Nobel. Nata a Nuoro il 27 settembre 1871, frequentò le elementari fino alla quarta, proseguì poi con lezioni private di italiano, latino e francese. Continuò a formarsi da autodidatta, leggendo qualsiasi libro le capitasse, iniziando con i primi esercizi poetici e narrativi. A  15 anni iniziò a pubblicare novelle; il suo talento fu compreso da altri scrittori, ottenendo il sostegno di studiosi di tradizioni popolari e di critici letterari. Fu intensa l’attività letteraria giovanile, con la pubblicazione di racconti e romanzi, collaborando con riviste sarde e continentali. Il 22 ottobre 1899 si trasferì a Cagliari, dove l’11 gennaio 1900 sposò Palmiro Madesani, che divenne suo agente letterario. Ebbero due figli, Franz e Sardus.  Trasferitasi a Roma, i salotti della capitale accolsero benevoli e incuriositi la giovane scrittrice di provincia, la quale di anno in anno consolidò una crescente popolarità. I suoi romanzi incontrarono favore critico  e giusto del grande pubblico. La scrittrice intrattenne rapporti significativi con molti scrittori e artisti del tempo. Fu assidua la sua presenza nella redazione della rivista letteraria “Nuova Antologia”. Anche le vacanze a Cervia sull’Adriatico servirono a  stabilire amicizie artistiche. Fu stimata anche all’estero. Anche Maxsim Gorkij raccomandò la lettura delle sue opere. Fu memorabile il discorso di Grazia Deledda di ringraziamento per il Premio Nobel, conferitole nel dicembre 1927. Quasi dieci anni dopo il conferimento, la scrittrice morì, per un timore al seno di cui soffriva da tempo, tra il 15 e il 16 agosto 1936.

Autore: Leone Sticcotti

I fari nella notte

Anticipato da un singolo uscito lo scorso autunno, nelle ultime settimane del 2023 è stato messo online sulle piattaforme di streaming il disco di debutto della cantautrice bolzanina Alice Ravagnani, un EP composto di brani nuovi, rispetto a quelli registrati e postati nel 2022, intitolato Fari nella notte e frutto della collaborazione tra la giovane artista ed il produttore Mathis Carion.

“Con Mathis – racconta Alice – siamo entrati in contatto sin dalla nascita in realtà perché siamo amici di famiglia, in ambito musicale invece è stato tutto molto casuale. Ci siamo risentiti dopo tantissimo tempo perché volevo fargli un’intervista per BzNews24 per una rubrica dedicata ai giovani e al mondo del lavoro (intervista mai uscita perché ne avevo già fatte troppe in quel periodo, scusa Mathis ti voglio bene), scoprendo così che si occupava di musica. Da lì poi gli ho proposto di lavorare al mio progetto. Si tratta del mio primo EP e la sua realizzazione è stata bella impegnativa! Era la prima volta che provavo a scrivere in italiano e avevo quindi molte aspettative, oltre che ansie, riguardo ai testi che sarebbero poi nati per questi pezzi. Spesso mi capitava di buttare giù delle frasi e poi strappare il foglio e ricominciare tutto daccapo. Soprattutto WEH, da questo punto di vista è stata la canzone più complessa da realizzare, sia a livello di testo, sia a livello di linea vocale. Non riuscivo proprio a trovare una quadra, tant’è che ad un certo punto avevo anche pensato di lasciarla perdere e lavorare su qualcos’altro. Poi in realtà non so cosa sia successo, però son riuscita a far tornare tutto e a terminarla e ne sono davvero felice perché la adoro”.

Il brano in questione prende lo spunto da un brano di Whitney Houston e il titolo è poi l’acronimo del nome compreso di middle name dell’artista afroamericana, una delle fonti d’ispirazione di Alice Ravagnani, per sua stessa ammissione la più importante, ma non l’unica visto che non esita a mettere nella sua classifica personale anche la canadese Celine Dion, Nirvana, Patti Smith, Giorgia, Pink, Depeche Mode, Ernia, Elton John, Bryan Adams, Billy Joel, tanto per dire solo pochi e diversissimi nomi. La musica è senza dubbio, insieme al teatro, la passione principale di Alice, ma anche la danza ha la sua importanza, pur non avendola mai esplorata a fondo: è stata Valentina Furegato l’input che le serviva per avvicinarcisi. Valentina infatti, oltre ad aver ballato all’interno del videoclip di WEH (realizzato da Edoardo Giuriato, come tutti gli altri videoclip dell’EP) assieme a Sara Alice Ridolfi e alla stessa Alice, si è anche occupata di realizzarne la coreografia.

Ma la realizzazione dell’EP ha visto anche il coinvolgimento di altri amici e artisti.

“Ho chiesto al rapper trentino Malogrido di fare un pezzo assieme – prosegue a raccontarci – perché apprezzo molto il suo modo di porsi nei confronti della musica che produce, un po’ sperimentale diciamo. Occupandoci di due generi differenti non sapevo cosa potesse venire fuori, ma alla fine sperimentando è uscito un pezzo che comunque sento rappresenti una parte di me che forse se non fossi stata un po’ influenzata dal suo modo di fare musica, non sarebbe emersa. Ci sono poi Tea Ducato e Monika Callegaro, il loro contributo è stato sia un supporto morale, sia musicale. Oltre ad essere due persone a me care, sono anche due artiste che stimo moltissimo e quindi mi sono affidata a loro nei momenti in cui mi ritrovavo ad avere dubbi su qualche linea vocale o a livello di testo in alcuni pezzi. Diciamo che il loro contributo più sostanzioso è stato appunto per il brano Senza Cadere, in cui mi hanno aiutata a sistemare i cambi di tonalità e i passaggi vocali presenti all’interno del pezzo. Vocalmente credo sia quello più articolato e complesso del disco e i loro consigli sono stati fondamentali”.

Il disco viene presentato giovedì 25 gennaio con un release party live al PippoFoodChillStage, a Parco Petrarca. Alice sarà accompagnata da una super band composta da David Altieri, Mattia Mochen, Filippo Chiocchetti e Sara Alice Ridolfi. “Faremo sia pezzi miei – conclude –, sia cover che mi sono care e nel corso del concerto saliranno sul palco assieme a me alcuni ospiti: Tea Ducato, Valentina Furegato, Chiara Bega e Malogrido. Ad aprire la serata che inizierà alle 20.30 ci saranno alcuni giovani cantanti di MusicaBlu: Ethan Asper, Kamila Azizaj, Pietro Bonadio e Giorgio Maiorano. Non vedo l’ora!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Cani

Nella pittoresca cittadina altoatesina di Valle Verde/Grüntal, la pacifica convivenza è turbata da un problema crescente di escrementi canini non raccolti. Viene introdotta una legge rivoluzionaria: il test del DNA obbligatorio per tutti i cani residenti. Lassie, vivace e intelligente Collie, vive con la famiglia Kessler. Quando il giovane Franz scopre una traccia sospetta nei boschi circostanti, Lassie si mette in azione. Con il suo fiuto affinato e la sua deduzione, la fedele cagnolina svela un intricato mistero di rivalità e segreti che fa tremare la Provincia, dimostrando che i veri escrementi non sono quelli per terra.

Autore: Roberto Tubaro

Walter Götz e il difficile compito di ricostruire la Comunità ebraica

La guerra era finita, la città contava i suoi morti, i danni inferti agli alberghi occupati dalle truppe e dai soldati feriti. L’edificio della sinagoga era ancora in piedi ma l’interno era stato completamente distrutto e gli oggetti sacri erano spariti. E i suoi membri? Le famiglie che avevano cercato per tempo un rifugio sicuro si preparavano a rientrare, mentre coloro che erano stati catturati e deportati non avrebbero fatto ritorno.

Fra i primi a tornare in città dopo la Liberazione fu Walter Götz. A Merano aveva lasciato i genitori, troppo anziani e sofferenti per scappare a piedi attraverso i monti come avevano fatto lui e suo fratello Rudi. Avvertita la sera prima del rastrellamento del 16 settembre 1943 la famiglia si era interrogata e aveva preso una decisione grave. I due figli, sarebbero scappati e avrebbero tentato di mettersi in salvo, i genitori sarebbero rimasti. 

Così Walter e Rudi, preparati due zaini presero la funivia per Avelengo, dove trascorsero la notte in un fienile. L’indomani, a piedi, attraverso le montagne, ridiscesero a Bolzano e, superato con astuzia un posto di blocco nazista, raggiunsero la stazione ferroviaria, quindi Milano e da lì, sempre a piedi, riuscirono ad arrivare in Svizzera dove furono internati in un campo di lavoro. 

Vi restarono fino alla fine del conflitto, ma purtroppo senza riuscire mai ad avere notizie  dei propri genitori. 

Trascorsi quasi due anni di dubbi e incertezze appena fu possibile Walter affrontò i ritorno e la realtà che lo attendeva. Proprio nulla era più come prima: nella loro casa viveva qualcun altro, i loro mobili e tutte le loro cose erano sparite, della Comunità non c’era nessuno, e infine scoprì che i genitori erano stati arrestati con gli altri ebrei la mattina dopo la loro fuga e condotti nella Casa della Gil e infine deportati ed uccisi ad Ausschwitz. 

Poco dopo il rientro a Merano il sindaco Arvino Moretti nominò Walter Götz Commissario prefettizio con il compito di occuparsi della ricostruzione della Comunità. 

Il 5 luglio 1945 infatti il Moretti aveva comunicato alla Prefettura di Bolzano la volontà degli ebrei rientrati in città di ricostituire la Comunità e di ottenere indietro i beni sequestrati. Prima della fuga in Svizzera Walter aveva lavorato con i familiari nel negozio di generi alimentari di proprietà. Non aveva mai ricoperto una carica in seno alla Comunità ma ora bisognava lottare per salvare il salvabile, in attesa del rientro delle altre famiglie ebree meranesi.

La sua attività si svolse in un ufficio che il sindaco gli mise a disposizione nella ex Casa del Fascio di via Roma. I problemi dovette affrontare erano molteplici: degli uffici della Comunità non esisteva più nulla, il cimitero era restato in un prolungato stato di abbandono, il sanatorio ebraico era ancora occupato dalla Wehrmacht, mentre il tempio, saccheggiato degli arredi sacri, era stato adibito a magazzino.  

Götz, in virtù della sua carica, si affannava anche nella ricerca di recuperare quanto più possibile dei beni rubati agli ebrei. Girava nei campi e nei depositi dell’Arar, dove riuscì a recuperare molti arredi sacri frodati a molte sinagoghe italiane e poi abbandonate a Merano dai nazisti e prese in consegna dal sunnominato ente italiano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il paese di Egna tra Romani e Baiuvari

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la Val d’Adige è rimasta “romanizzata” anche dopo la scomparsa dell’impero romano d’occidente nel V secolo. Se da Bolzano in su avevano lentamente preso piede popolazioni germaniche come i Baiuvari – che poi gradualmente si sarebbero “allargati” anche verso la Bassa Atesina, parte dell’Oltradige e la Piana Rotaliana governati dai Longobardi “trentini” – nella parte meridionale della regione per sei o sette secoli non vi fu un vero e proprio ricambio di popolazione e lingua. 

Proprio la lingua è uno degli elementi cardine per rilevare con relativa certezza il passaggio da un’epoca e da una cultura all’altra. I nomi dei paesi, i microtoponimi, i nomi delle famiglie ci svelano chi fosse la gente insediata in un determinato territorio. 

Questi passaggi sono quasi sempre avvenuti con estrema lentezza e gradualità, nel senso che spesso popolazioni – e lingue – assai diverse condividevano uno spazio comune nel reciproco rispetto o, anche, disinteresse. Era soprattutto la disponibilità di terra da coltivare e di lavoro ad attirare nuove famiglie ed in quel periodo l’economia locale non offriva grandi opportunità.

I Romani, memori delle sanguinose battaglie con le popolazioni retiche, avevano condannato la Bassa Atesina a una situazione piuttosto precaria.

I pochi villaggi vivevano essenzialmente in funzione delle importanti strade di transito come la Claudia Augusta. Perciò anche secoli dopo il ritiro dei Romani i paesi rimasero piccoli e insignificanti e la valle una zona di transito e presidio militare. Dopo l’anno 1000 le cose iniziarono a cambiare piuttosto repentinamente. I nuovi “padroni”, ossia i vescovi trentini, favorirono lo sviluppo del territorio e soprattutto i commerci sia con l’aria germanica sia con l’Italia settentrionale. 

Poiché le strade erano quel che erano, ossia quasi inservibili per gran parte dell’anno, non rimaneva che la risorsa del fiume Adige, navigabile tra Bronzolo e Verona. Già un millennio prima il fiume era stata la via principale degli scambi commerciali tra Etruschi e popolazioni alpine ed il porto principale allora si trovava a sud di Bronzolo in località Laimburg. Qui sorgeva anche un importante emporio commerciale da cui partivano merci di ogni genere e soprattutto prodotti artigianali verso l’Etruria.

Lungo l’Adige, che divenne il motore dello sviluppo economico di un’intera regione, si svilupparono i villaggi, attirando persone da ogni dove e attività utili al sistema economico. Accanto a Bronzolo e in parte Laives, specializzata nel trasporto dei beni tra il fiorente mercato di Bolzano e il porto fluviale, crebbero in maniera significativa Ora e soprattutto un borgo completamente nuovo, fondato proprio dai vescovi trentini: Burgum Novum de Egna. 

Era l’anno 1189 e il fondatore del nuovo borgo nell’antico plebatus, a cui appartenevano Villa, Ora e alcuni masi sparsi, fu il vescovo Corrado di Trento. Egna era il nome del luogo da secoli, di chiara derivazione romanico-latina, e nei primi documenti in lingua tedesca veniva spesso tradotto come Enne o Enn. Nel 1216 Egna appare come importante sede doganale e commerciale sul fiume Adige e nel 1309 le sue prerogative mercantili furono ulteriormente ampliate. Nel 1222 l’Adige distrusse completamente il borgo e i vescovi lo fecero ricostruire sempre con il nome di Burgum Egne, nome che non mutò fino al XV secolo. Ciò conferma che in questa parte della Bassa Atesina era sempre insediata la vecchia popolazione romanica e si parlava un idioma latino volgare simile all’odierno ladino. In diversi documenti del XII e XIII secolo compare anche il nome Enne o Enn, ed è probabile che per alcuni secoli due popolazioni e due lingue coesistessero nel borgo e nelle altre località limitrofe. 

Nel 1260 appare finalmente il nome di Novum Forum, che si potrebbe tradurre con il moderno Neu(er) Markt, fatto che testimonia il graduale passaggio verso una situazione che poi si cristallizzerà definitivamente soltanto nel XV secolo, con la netta prevalenza della popolazione di lingua e tradizioni tedesche. 

Autore: Reinhard Christanell

Neve

Solo qualche giorno fa ho scoperto che esiste la Giornata Mondiale della neve. La cosa per me ha un significato particolare, dato che da sempre amo la neve in tutte le sue forme. Questo tipo di passione ha anche una sorta di nome, nivofilia, e tutti coloro che la condividono sono accomunati da un forte sentimento di attesa che dura tutto l’inverno, simbolicamente rappresentato dalla comune ricerca di un lampione ove poter scrutare, nelle più frequenti ore di buio che caratterizzano la stagione, sperando di veder cadere prima o poi i primi radi e piccoli fiocchi, rinnovando la magia.

Giusto domenica scorsa, personalmente ho di nuovo alimentato la mia passione, recandomi sul Colle, l’unica montagna della conca bolzanina che fa parte del territorio del capoluogo. Lì è bastato compiere qualche passo verso il bosco, partendo dalla stazione a monte della funivia, per lasciarsi alle spalle il grigiore della pioggia ed entrare invece nell’atmosfera magica e innevata.

Nonostante i cambiamenti climatici che rendono le nevicate sempre più rare, anche a partire dai fondovalle più in quota, ingegnandosi, si riesce dunque ancora a fruire del prezioso paesaggio invernale più puro. Per farci cosa? Come dicevo, è più che sufficiente gettare uno sguardo a ciò che sta intorno a noi, respirando a pieni polmoni, passeggiando e ascoltando il tipico rumore della neve sotto le scarpe, in un contesto in cui tutti i rumori sono magicamente attutiti.

Ma sulla neve e con la neve è possibile praticare anche numerosi sport invernali, com’è noto. E – anzi – questo è il motivo per cui la Giornata Mondiale della Neve è stata istituita nel 2012. Ma non solo. Tra le motivazioni e gli obiettivi di questa ricorrenza c’è di nuovo anche e semplicemente, il desiderio di “sensibilizzare alla salvaguardia degli ambienti montani imbiancati”.

A questo proposito c’è un passaggio, nel romanzo di Francesca Melandri “Eva dorme”, che descrive in maniera mirabile la magia della neve. Eccone un breve estratto.

“Dopo, arrivò la neve. Scese abbondante sulla cittadina, e poi ne cadde ancora, e non smise, continuò a fioccare, nell’aria fluttuavano merletti esagonali grandi come farfalle. […] I bambini cominciavano a pensare che non avrebbe più smesso, avrebbe nevicato per sempre, fino alla fine tempi, e il mondo sarebbe diventato una gigantesca palla di neve […].”