Alberto Giacometti: storia di un direttore d’orchestra

È una storia fatta di musica e di affetti famigliari quella del Professor Alberto Giacometti, direttore dell’Orchestra di cura di Merano: la storia di un veneziano che approdò a Merano nel 1935 dopo aver vinto il concorso per far parte dell’Orchestra di Cura allora diretta dal conte Gravina.

Pianista, organista e violinista, Alberto Giacometti era stato violinista di spalla nell’Orchestra del Teatro La Fenice, aveva suonato all’Arena di Verona, al Carlo Felice di Genova, al Teatro Regio di Parma, ma anche in Germania e in Danimarca.

Fu fra gli orchestrali di Merano quando nel 1939 l’Orchestra di Cura, composta di 42 elementi, si congedò dal suo numeroso pubblico, licenziò i suoi musicisti e chiuse i battenti. Giacometti allora suonò di tutto ed ovunque pur di assicurare un pasto alla sua famiglia. Dopo l’8 settembre 1943 per evitare la prigionia riuscì a farsi assumere alla Montecatini di Sinigo e vi restò fino al 1949 quando l’Orchestra di Cura ricominciò a suonare sulle passeggiate.

Nell’agosto del 1957 il Consiglio direttivo dell’Azienda di Cura e Soggiorno lo nominò direttore dell’Orchestra. L’annuncio fu dato entusiasticamente da tutti i giornali regionali e dal Gazzettino di Venezia. Gli articoli spiegavano come il maestro Giacometti, stimato ed apprezzato da tutti i colleghi, facendo parte da più di vent’anni dell’Orchestra di Cura e conoscendone perfettamente le finalità, le necessità e l’ampio repertorio, era davvero la persona giusta per condurla e per portarla agli alti livelli di un tempo.

Egli seppe lottare quotidianamente con le difficoltà organizzative, i limiti economici, un pubblico difficile e variegato. Direttore stimato sapeva trarre il meglio da tutti i suoi orchestrali e alla fine del suo primo anno di dirigenza i giornali non poterono che registrare un notevole incremento di pubblico che fu sottolineato anche dall’Alto Adige in un articolo dell’11 settembre 1957: “Le Passeggiate, dove giornalmente si tengono i concerti dell’Orchestra di Cura diretti dall’ottimo maestro Giacometti, sono più frequentati del solito da un pubblico colto ed elegante”.

In un articolo apparso sul Dolomiten nel 1966 un critico musicale che si firmava con la sigla SP di lui ebbe a scrivere: “Il maestro Giacometti è un musicista moderno nel miglior senso interpretativo che nell’azione esecutiva nulla ‘intromette’ ma invece, grazie alla realizzazione dei vari rapporti musicali interiori, tutto sa ricavare di ciò che un’opera musicale contiene. Sulla base di questo vigore dinamico interiore egli mette in massimo rilievo tutte le frasi musicali con una interpretazione fulgida nei vari tempi, che esprimono sempre la proporzionata intensità in una unità architettonica di perfetto equilibrio”.

Il consenso del pubblico e le sue doti fecero sì che di anno in anno egli fosse riconfermato nel suo ruolo fino al 1969, quando il 26 luglio, durante un concerto si accasciò, piegando il capo su quel pianoforte con il quale appassionatamente stava rievocando le atmosfere del Don Pasquale di Donizzetti, stroncato da un infarto.

La strada dedicata a Max Planck

L’intitolazione a Max Planck di una via della zona industriale (quartiere Oltrisarco) è ben meritata, se si pensa alla rivoluzione che ha portato nella fisica. Era nato come Marx Karl Ernst Ludwig Planck il 23 aprile 1858 a Kiel, all’estremo nord della Germania. Già a dieci anni Planck si fece chiamare Max e non Marx. Nella primavera del 1867 la famiglia si trasferì a Monaco di Baviera, dove il giovane Planck frequentò il Gymnasium Maximilian; approfondito il principio di conservazione dell’energia, nel 1874 passò all’Università. Scelta la fisica come materia di ulteriore studio, nell’ottobre 1877 seguì a Berlino i corsi dei fisici Helmholtz e Kirchhoff. Nel corso degli studi affrontò i principi della termodinamica, il settore della fisica che studia la trasformazione delle varie forme di energia le une nelle altre. Sviluppò le idee maturate sul secondo principio della termodinamica nella tesi di dottorato, ottenendo a Nonac nel luglio 1879 un “summa cum laudem”. Dal 2 maggio 1885 fu docente di fisica teorica all’Università di Kiel. L’opera “Sul principio dell’aumento dell’entropia” spianò la strada per la sua carriera a Berlino, decisiva per i suoi studi e per il futuro della fisica. Dal 1889 al 1928 tenne la cattedra di fisica teorica alla facoltà di filosofia. Nella casa berlinese di Wangenheimstrasse 21 c’era un via vai di ospiti, scienziati, ma anche teologi, storici, filologi; Planck improvvisava anche concerti al pianoforte. Fu nel 1900 che durante le sue ricerche Planck avanzò l’ipotesi che l’energia venisse irraggiata non sotto forma di onda continua, come ipotizzato dalla fisica, ma in quantità discrete, in “pacchetti”, denominati “quanti”. Planck divenne Segretario dell’Accademia delle Scienze di Berlino e uno dei massimi esponenti ufficiali della scienza tedesca. Per la sua scoperta arrivò anche, nel 1918, il Premio Nobel. Dal 1912 al 1943 fu segretario dell’Accademia prussiana delle scienze. Distrutta la sua casa da un bombardamento aereo, Max Planck si trasferì a Gottingen, dove morì il 4 ottobre 1947.

Leone Sticcotti

Noi, cacciatori di briciole

Oggi, la preoccupazione per l’ambiente è una priorità, e il riciclo dei materiali è un modo essenziale in cui ciascuno di noi può fare la differenza. Quando acquistiamo un prodotto, spesso ci troviamo di fronte a etichette contenenti simboli misteriosi legati al riciclo. Ma cosa rappresentano questi simboli e come possono contribuire a preservare il nostro pianeta?

Il nastro di Möbius. Le tre frecce che si susseguono indicano che il prodotto o l’imballaggio sono riciclabili o realizzati con materiale riciclato. All’interno delle frecce, un numero rappresenta la percentuale di materiale riciclato presente.

Il triangolo di frecce. Questo simbolo, spesso presente sulle confezioni di plastica, denota che il prodotto è riciclabile. Un numero da 1 a 6 all’interno del triangolo indica il tipo di plastica, mentre il numero 7 indica che il prodotto non è riciclabile.

Esagono. Questo simbolo contiene sigle come PET, PE, PP, PS, PVC, AL, ACC, VE, CA, che rappresentano diversi materiali, dalla plastica all’acciaio, dal vetro alla carta. Di solito si trova su contenitori sigillati come barattoli e bottiglie.

Tidy Man. Questo simbolo ci ricorda di non disperdere i rifiuti nell’ambiente ma di smaltirli nei contenitori appositi.

Marchio “Compostable”. Questo marchio garantisce che l’imballaggio, spesso in bioplastica, sia compostabile industrialmente.

FSC. Il simbolo del Forest Stewardship Council (FSC) indica l’uso di legno sostenibile e proveniente da fonti gestite responsabilmente.

Appiattire dopo l’uso. Questo simbolo si trova soprattutto nei contenitori brik del latte e dei succhi di frutta; essendo materiali difficilmente riciclabili, l’unica accortezza che possiamo attuare per diminuire il loro impatto ambientale è ridurne il volume appiattendoli, per occupare meno spazio.

RAEE. Il simbolo del bidone sbarrato indica rifiuti elettronici contenenti sostanze pericolose che dunque richiedono un corretto smaltimento.

Riconoscere e comprendere questi simboli è fondamentale per contribuire a un mondo più sostenibile. La scelta di prodotti confezionati con materiali riciclabili e il corretto smaltimento degli oggetti riducono l’impatto ambientale, preservando il pianeta per le generazioni future. Quindi, la prossima volta che acquistate un prodotto, date un’occhiata ai simboli del riciclo sulla confezione. Scegliete con saggezza e fate la vostra parte per un futuro più pulito e sostenibile.

(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)

La lunga strada della Val di Fiemme

La Bassa Atesina come la conosciamo oggi fu “plasmata” principalmente nel XIX secolo da parte dei governanti asburgici. Prima di allora, tolto il lungo periodo romano, che aveva apportato notevoli migliorie alla rete viaria e al sistema idrico, il territorio era sempre stato piuttosto inospitale e, quindi, difficile da percorrere e da abitare. La Bassa Atesina come la conosciamo oggi fu “plasmata” principalmente nel XIX secolo da parte dei governanti asburgici. Prima di allora, tolto il lungo periodo romano, che aveva apportato notevoli migliorie alla rete viaria e al sistema idrico, il territorio era sempre stato piuttosto inospitale e, quindi, difficile da percorrere e da abitare.

Il problema principale del fondovalle era rappresentato dal fiume Adige che lo attraversava e, per così dire, dominava. Questo lungo corso d’acqua, così irregolare e invadente nel suo flusso, ricco di ristagni e laghetti, ramificazioni e periodiche esondazioni, determinava la vita dei pochi abitanti concentrati quasi esclusivamente sui conoidi alluvionali ai margini orientali e occidentali della valle. Fu proprio la necessità di regolare definitivamente il corso del fiume per ridurne la pericolosità a dare il via ai grandi interventi strutturali che modificarono per sempre la fisionomia della valle. Fino ad allora, di vere e proprie strade come le intendiamo oggi non era neppure il caso di parlare e il trasporto di uomini e merci doveva seguire le antiche e impervie vie montane o avvenire sul fiume, quando questo lo permetteva. L’avvento della ferrovia, progettata e poi realizzata a ridosso del fiume, costrinse gli amministratori dell’epoca ad affrontare una volta per tutte il problema Adige e furono quindi avviati e poi conclusi in tempi relativamente celeri i lavori di sistemazione del letto del fiume. A quel punto la strada era aperta per la nuova ferrovia che cambiò radicalmente la situazione viaria dell’intera regione e della valli laterali, prima difficilmente accessibili.

Da secoli, se non da millenni, esistevano sentieri più o meno ampi e battuti, che collegavano gli altipiani e le valli laterali alla Bassa Atesina, da sempre porta commerciale verso la Val Padana e l’Austria e la Germania. Con l’arrivo della ferrovia, la necessità di trasformare questi sentieri in vere e proprie strade si fece più impellente e le vallate temevano per la loro sopravvivenza economica in caso di perdurante isolamento viario. Nacquero in quel periodo importanti collegamenti come la strada della Val d’Ega, che sostituì completamente il secolare percorso tra Laives e Nova Ponente lungo la Vallarsa, e quella che oggi chiamiamo strada delle Dolomiti, ossia il collegamento da Fontanefredde a Ora. La vecchia strada che da San Lugano, un valico già noto nella notte dei tempi e citato per la prima volta in un documento del XIII secolo, portava a Trodena e Gleno per poi scendere verso Ora venne mantenuta ma perse del tutto il suo peso. Più o meno sullo stesso tracciato venne poi realizzata, con l’impiego prevalente di prigionieri di guerra russi e serbi, la linea ferroviaria Predazzo – Ora, in funzione dal 1917 al 1963.

Fu la Magnifica Comunità di Fiemme a volere la nuova strada per collegarsi meglio alla nuova linea ferroviaria e poter portare i propri prodotti, soprattutto legname, sui mercati. Il progetto fu affidato al geometra fiemmese Tomasi, che progettò la strada tra Fontanefredde e Egna. Infatti il tratto tra Montagna e Ora avrebbe richiesto, data la conformazione rocciosa del terreno, interventi difficoltosi e molto costosi nel Monte Cislon. La Comunità avviò lunghe trattative con i comuni di Montagna e Egna per l’acquisto dei terreni necessari alla costruzione della strada. I due comuni opposero strenua resistenza perché la nuova strada avrebbe tagliato in due molti terreni agricoli, rendendone difficoltosa la coltivazione. Un conigliere comunale di Egna arrivò ad affermare che anziché una strada era meglio erigere un muro, in modo che nessun mendicante fiemmese avesse più potuto mettere piede in Bassa Atesina. A quel punto alla Magnifica Comunità non rimase che realizzare la nuova strada fino a Ora e nel 1845 iniziarono i lavori, poi conclusi in concomitanza con l’inaugurazione della ferrovia tra Bolzano a Verona. I lavori per realizzare i 47 km di strada durarono 15 anni, i costi si aggirarono su un milione di Gulden, sostenuti interamente dalla Comunità fiemmese. Quando a Egna si accorsero che tutto il traffico commerciale convogliava su Ora, compresero il grande errore commesso. Per non rimanere completamente isolati dalla Val di Fiemme, furono quindi costretti a realizzare a proprie spese il collegamento tra Montagna e Egna.

Reinhard Christanell

La fiducia degli altoatesini non è più scontata

La crisi di fiducia è la grande questione che segna i rapporti tra le persone, tra i gruppi sociali e dei cittadini con le istituzioni e con chi nella società ha un ruolo pubblico, come i politici, i sacerdoti e i giornalisti. La Provincia, come il partito, perde punti, ma con notevoli differenze tra i gruppi linguistici.

I dati emergono dall’indagine dell’ASTAT su “Soddisfazione delle cittadine e dei cittadini nei confronti dei servizi pubblici, 2023” che rivela “un calo generalizzato dell’ottimismo o della soddisfazione di vita”.

La fiducia nella Provincia autonoma rispetto al 2018 cala dal 78 al 66 per cento (recupera invece lo Stato italiano che passa dal 19 al 28 per cento). Ciò che sorprende è il fatto che esprime fiducia nelle istituzioni provinciali il 56 per cento tra le persone di madrelingua tedesca contro un 85 per cento tra quelle di madrelingua italiana, mistilingui o di altra lingua. Un dato che smentisce qualche stereotipo e che fa il paio con i recenti risultati elettorali, che mostrano una diminuzione consistente nel consenso per il partito che storicamente ha legato la sua immagine alla Provincia, governandola in autonomia. Sono numeri che parlano anche della persistenza di uno sviluppo diseguale tra i gruppi linguistici, con poche occasioni di incontro e con una debole sensibilità comune. È l’effetto della politica della separazione etnica attuata consapevolmente negli ultimi decenni.

Tra le figure professionali quelle più quotate sono i medici (88 per cento), gli scienziati (84), gli insegnanti (82), il personale del comune (77), le forze dell’ordine (76), gli imprenditori (71) e i magistrati (69). Da sottolineare il fatto che tutte le categorie sono in calo (tranne i politici nazionali che, pur restando gli ultimi in classifica, guadagnano due punti). I giornalisti, ahimè, scendono dal 38 al 32 per cento.

Chi perde il maggior numero di punti in termini di fiducia sono, secondo l’ASTAT, i politici altoatesini e i sacerdoti: meno dieci per entrambi gli ambiti. Dal 2018 a oggi. Spesso le scelte e i comportamenti di pochi si traducono in un danno, non solo di immagine, per molti e per tutti.

Autore: Paolo Bill Valente

Grazie alla musica

È iniziato il 2024. Coi botti. In alcune parti dell’emisfero con botti ben più terribili di quelli che si odono dalle nostre parti. Per la verità le premesse perché il 2024 sia un anno da ricordare in positivo son poche. Il panorama mondiale, nazionale, locale sembra toccare più il fondo ogni giorno che il cielo manda in terra. Per fortuna c’è la musica, quella non ha mai cessato di esserci e regalarci emozioni, senza dover essere per forza “la città della musica”.

Se il fine 2023 è stato per lo più caratterizzato da singole uscite, i primi mesi del 2024 saranno ricchi di novità e le uscite si preannunciano gustose, oltre che ricche.

Innanzitutto il ritorno dell’Andrea Maffei Spritzband, con ben due nuovi lavori realizzati grazie al crowdfunding: si badi bene, Andrea Maffei Spritzband, non Il suonatore Jones, con buona pace dei numerosi fan di Fabrizio De Andrè, che vorrebbero ascoltare da Maffei solo le cover del loro beniamino. Maffei e i suoi pard sono stati per anni alfieri delle proposte originali tra le leve musicali di questa provincia e il primo disco in cui il gruppo si toglie lo sfizio di omaggiare la canzone napoletana potrebbe essere in circolazione a giorni, l’altro sarà tutto composto da nuovi brani. Ci viene spontaneo di gridare: “Evviva!”

È già quasi pronto anche il nuovo disco dei romantici metallari della Bassa Atesina, i Feline Melinda, sulla breccia dagli anni ottanta e maestri nel confezionare canzoni di heavy metal melodico con chitarre affilate.

Mentre scriviamo, a Nashville, Tennessee, si sta effettuando il mix del nuovo disco di Hubert Dorigatti: il bluesman di Brunico è indubbiamente tra i più prolifici artisti altoatesini in questo momento e con un rapporto quantità/qualità mica da ridere. E per concludere annunciamo anche il secondo disco dei Flouraschworz, di cui pure ci occuperemo a breve.

Fiocco di neve

È sera, fuori nevischia, la pioggia ha il sopravvento. È troppo bagnato affinché quei fazzoletti attecchiscano. Solo una decina di anni fa avremmo fatto il pieno di neve a tutte quote. Invece, oggi, siamo qui a fare i conti della serva per individuare lo zero termico, che non è altro che confine tra gioia e malumore; esso dipende sempre da svariate variabili, tuttavia questo limite può abbassarsi di quota, da quella inizialmente prevista, grazie all’intensificazione delle precipitazioni e, soprattutto, al progressivo raffreddamento da fusione (la fusione dei fiocchi di neve sottrae calore all’aria circostante diminuendone la temperatura). In quest’epoca malata dal diossido di carbonio certo è che, in media, la quota neve nell’hotspot mediterraneo è lievitata smisuratamente rispetto agli anni Ottanta. Per hotspot si intende una regione dove effetti fisici ed ecologici forti del cambiamento climatico si riverberano su comunità umane e sulla Natura (tempesta Vaia); ergo, luoghi terracquei interessati da anomalie positive nel medio/lungo periodo. Pertanto l’hotspot deve considerarsi come indicatore climatico anziché meteorologico, anche se queste anomalie su larga scala influenzano poi drasticamente intensità e sequenze meteorologiche più o meno ravvicinate. È risaputo infatti che il riscaldamento globale non corre alla stessa velocità a tutte le latitudini. Le differenze tra queste zone possono essere molto marcate, come ad esempio l’anomalia negativa in atto sulla Scandinavia. Eppure se la maggior parte di ogni evento esordisce da connotati locali più caldi esso avrà a disposizione più energia e l’epilogo, se non riusciremo a stare al passo coi tempi, già lo conosciamo (esempi sono le due alluvioni in Romagna del 2023 ed il favonio a 230km/h di due settimane fa in Piemonte). È notte fonda, fuori nevischia, la pioggia ha ancora il sopravvento. Torniamo a noi, le centraline provinciali a fine evento hanno misurato 37.3mm a Salorno, 19.4mm a Bolzano, 13.7mm a Merano, 12mm a Brunico: solo quest’ultima, che giace a 838 metri di altitudine, ha visto un manto decoroso ammantare la città. In passato, come ribadito, sarebbe stata neve a tutte le quote, con la stessa proporzione tra mm di pioggia e cm di neve, a patto di una temperatura di 0°C e omotermia stabile (gradiente termico verticale nullo, quindi, una temperatura atmosferica costante nell’intero strato atmosferico, ovvero una colonna d’aria difficile da penetrare da richiami sciroccali). Insomma, una signora perturbazione vecchio stile gradita e attesa, ma sempre più rara con il passare degli anni, quella entrata nel Mediterraneo il 5/6 gennaio. Localmente per noi altoatesini, non s’è trattato di briciole, né di un evento epocale. Dalla finestra del fondovalle l’asfalto è sempre lucido e non ci sono accumuli nevosi. I lampioni della strada non mentono mai, ma questa è un’altra storia.

Donatello Vallotta

Mercatini di Natale

I mercatini sono stati smantellati da qualche giorno ma si sa: o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai. Così avranno ragionato gli ideatori dell’A22 Christmas Market, il mercatino lungo 60 chilometri che si svilupperà per tutto l’anno tra Trento e Bolzano, lungo l’asse autostradale. I due tecnici regionali Lukas Carboni e Lorenz Cherubini risolveranno così il problema del traffico, mettendo definitivamente una pietra sopra all’idea di una terza corsia. Le casette verranno posizionate sia nella corsia di sorpasso, sia in quella di emergenza, creando sicuramente più traffico ma immergendo i viaggiatori in un sempre confortevole clima natalizio.

Un po’ di intelligenza

Ogni fine d’anno presuppone un inizio. Lo sappiamo bene, tant’è vero che ci accingiamo a festeggiare il passaggio al 2024 salutando l’anno che si sta concludendo. La festività del Capodanno non per nulla è anticipata dalla festa religiosa del Natale che, appunto, ci ripropone la possibilità di “rinascere” attraverso la periodica venuta al mondo del figlio di Dio, cara a tutti i credenti cristiani.
E nei giorni scorsi sono tornati i bilanci che annualmente ci giungono da diverse fonti, per cercare di “fotografare” il nostro presente collettivo. Prima il rapporto Caritas sulla povertà, poi il rapporto Censis sulla situazione sociale e infine le statistiche sulla qualità della vita che il Sole 24 Ore dedica alle province italiane. Da queste indagini non sono arrivate gran buone notizie, lo sappiamo, sia per l’Italia in generale che nello specifico per la nostra realtà altoatesina. Diverse voci si sono subito alzate, per relativizzare i dati emersi, etichettando frettolosamente i risultati come poco attendibili, e quindi ancora una volta facendo un cattivo servizio al ruolo importante rivestito invece dalla ricerca sociale basata su basi scientifiche. Ricerca che in realtà è in grado di darci un grande aiuto in quest’epoca di spaesamento individuale, prima ancora che sociale.
Proprio per questi motivi mi è sembrato davvero paradossale, negli ultimi tempi, il dibattito sulla stampa incentrato sul presunto numero di “italiani” che potranno andare a far parte del prossimo consiglio provinciale. Cosa significa “italiani”? La stragrande maggioranza delle problematiche che ci troviamo a dover affrontare, stando alle statistiche appena pubblicate, non hanno nulla a che fare con aspetti linguistici e tanto meno etnici. Nel traffico si incastrano solo gli “italiani”? Il consumismo estremo di beni e territorio riguarda solo questa ipotetica categoria, tra l’altro incomprensibile nella sua accezione per la maggior parte delle decine di milioni di ospiti che accogliamo in questi giorni? Le difficoltà economiche in cui versano decine di migliaia di residenti accentuando le contraddizioni della nostra terra di apparente benessere diffuso c’entrano qualcosa con tutto ciò? Il dono più grande che vorrei trovare sotto l’albero, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, e che auguro a tutti voi, è un po’ di nuova saggezza che ci consenta di lasciarci finalmente alle spalle divisioni che da anni non hanno più senso. Per questo non serve l’intelligenza artificiale, basta quella umana.
Un caro augurio di buone feste, da trascorrere insieme ai vostri cari.

Autore: Luca Sticcotti

Miti della razza, patrie negate, vittime innocenti

Una delle conseguenze del drammatico conflitto in Israele e Palestina è il riemergere di atteggiamenti antisemiti. Azioni e pensieri contro gli ebrei – identificati tout court con uno Stato e un governo – vengono giustificati dalla violenta reazione di Israele al violento attacco sferrato lo scorso 7 di ottobre.

La guerra scatenata da Hamas è oggi circondata dalle stesse forme di disinformazione, mistificazione, strumentalizzazione e populismo emozionale che nella storia hanno caratterizzato il propagarsi dell’odio antiebraico. Un fenomeno millenario rispetto al quale la cultura occidentale non è stata ancora capace di dire la parola “fine”.

Migliaia di vittime civili innocenti, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e israeliani, ostaggi di ogni età pagano il prezzo, ancora una volta, di dinamiche di potere malate, frutto di sistemi coloniali e postcoloniali, dei nuovi imperialismi, di un’economia e di una politica che uccidono, quando antepongono il profitto e il potere alla dignità umana.

Gli ebrei, anche da parte di illustri uomini di Chiesa, furono considerati per secoli indegni di abitare un proprio Paese, essendo essi il “popolo deicida” costretto per questo ad andare “ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria” (Agostino Gemelli, 1939).

Nell’autunno di 85 anni fa il Regno d’Italia approvava quelle “leggi razziali” che, tra i provvedimenti attuati, vide l’espulsione dal territorio nazionale degli “ebrei stranieri”, spesso famiglie fuggite da territori nei quali erano brutalmente perseguitate. A seguito di queste misure la fiorente comunità ebraica di Merano fu ridotta al lumicino.

Il Manifesto della razza (luglio 1938) affermava (art. 9) che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana” e che essi “rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani”.

La cacciata degli ebrei da ogni territorio – fino alla soluzione finale attuata nella Shoà – è il principale motivo per cui nel 1948 nacque lo Stato di Israele. Una vittoria che è al tempo stesso la tragica sconfitta dell’idea di fratellanza umana. Certamente non la guarigione definitiva di una patologia che non ha radici in Palestina/Israele, ma (soprattutto) altrove.

Autore: Paolo Bill Valente