La strada dedicata in “zona” a Marie Curie

Ad Oltrisarco tra le vie della zona industriale vi è via Curie Marie. Si chiamava in realtà Maria Sklodowska; era nata nel 1867 a Varsavia (Polonia), quinta di cinque figli di Wladislav e Bronislava, insegnanti.
Aspirava agli studi universitari, anche se in quell’epoca in Polonia le donne non erano ammesse a tali studi. Per far fronte alle spese degli ambiti studi a Parigi, fece per qualche anno l’istitutrice presso famiglie benestanti. Il 3 novembre 1891 entrò alla Sorbona, dove, francesizzato il nome, studiò con profitto fisica e matematica. Nella primavera del 1894 conobbe Pierre Curie; si sposarono il 26 luglio 1895. Collaborando come ricercatori, Marie Curie tenne un diario di laboratorio; voleva proseguire negli studi di Henri Becquerel sulla radioattività; passando in rassegna le sostanze che contengono uranio e che emettono raggi, misurare le emissioni; analizzando due minerali particolari, la calcolite e la pechblenda, scoprì che entrambi emettevano più radiazioni dello stesso uranio. Nei minerali analizzati si rivelarono due elementi misteriosi, il polonio, e il radio. Per l’isolamento del radio Marie dovette a lungo pesare, bollire, filtrare, analizzare tonnellate di materiale. Nel 1902 i Curie riuscirono a stabilire il peso atomico della sostanza; la scoperta aprì le porta anche a nuovi usi medici delle radiazioni. Per tale scoperta le fu conferito nel 1903 il Premio Nobel per la fisica. Nel 1909 fondò anche l’Institut du radium. Nel 1911 le fu conferito il secondo Premio Nobel, quello per la chimica. La prima guerra mondiale fu occasione per sperimentare le macchine radiologiche al fronte per la cura dei soldati feriti.
Terminata la guerra, Marie Curie fu in vari paesi, come gli Usa, tenendo conferenze: fu un trionfo. Nel 1934, pressoché cieca per l’esposizione alla radioattività e con le mani rovinate, fu un’anemia aplastica a condurla alla morte, a Passy (Francia), il 4 luglio. Dal 1995 le sue spoglie, con quelle del marito Pierre, si trovano al Pantheon di Parigi.

Autore: Leone Sticcotti

Stary Most:dal passato con furore!

Quando nel 1980 nei negozi di dischi fece la sua comparsa No More Words, LP dei bolzanini Stary Most, non erano decisamente in molti gli artisti della nostra zona che riuscivano a farsi pubblicare un disco, soprattutto con l’ambizione di poterlo anche portare in giro dal vivo in altre regioni. La storia degli Stary Most e del loro disco, deve molto all’intraprendenza del vulcanico Peter Ghirardini, che registrò il disco nel suo studio di Via Palermo e lo pubblicò sulla sua piccola etichetta, riuscendo a farlo uscire dagli stretti confini regionali. In realtà, nonostante la determinazione, soprattutto da parte del chitarrista e autore Werner Bauhofer e del cantante Heinz Madder, la storia degli Stary Most non durò moltissimo, ma l’interesse per il loro disco ha continuato a rimanere alto, un po’ per il gusto della riscoperta da parte del pubblico del classic rock, un po’ per il collezionismo: sta di fatto che se voleste cercare una copia di quello storico lavoro vi trovereste a sborsare oggi cifre oscillanti tra i duecento e i quattrocentocinquanta euro!

“Quando l’ho scoperto – ci racconta Werner Bauhofer – sono rimasto di stucco, nel 1980, quando lo abbiamo registrato, credevamo sì nel nostro disco, ma che potesse avere una storia così era una cosa assolutamente non prevedibile. In particolare pare ci sia molta richiesta in estremo oriente! La cosa divertente è che la possibilità di ristamparlo si è materializzata grazie ad una piccola etichetta friulana che ci ha contattati per fare una pubblicazione come si deve: e il proprietario dell’etichetta è un vicino di casa di Peter Ghirardini, che ora vive a Udine ed è un vicino di casa del produttore della ristampa!”

Nel 1980, Bauhofer, dopo una breve militanza nella Hard Time Blues Band di Micheletti, suonava con una cover band che si esibiva regolarmente nei locali, dal lago di Caldaro alla Val Badia. Erano tempi in cui i DJ non avevano ancora preso così piede e i gestori preferivano un gruppo che suonasse le canzoni del momento. Nella band, che si chiamava Abraxas come il secondo disco di Santana, c’erano anche il batterista polacco Benny Zemmler, il chitarrista Jack Telser e il bassista meranese Hubi Weiss; contemporaneamente però, Werner, che suonava anche jazz rock col Quartetto Angolista Sferico, aveva anche cominciato a lavorare su del materiale originale con Madder, suonando in particolare come spalla per i gruppi in voga come Enigma, Otho Mollis e Artificial Joy.

“La vita degli Stary Most – prosegue il chitarrista – è stata breve, ma credo sia stata molto importante per tutti, personalmente credo di aver deciso proprio allora che la musica sarebbe diventata la mia professione, e avevo appena diciott’anni. Era entusiasmante venir chiamati a suonare fuori regione, in televisione, fare la spalla ai New Trolls: ci credevamo davvero che fosse possibile fare il salto, tra le altre cose avevamo inciso un demo per un contest per nuovi talenti bandito in Giappone dalla Yamaha. Quella canzone, che non figurava sul disco, è ora inclusa come bonus track nella ristampa”.

Ristampa che al momento in cui ci leggete dovrebbe già essere disponibile sulle piattaforme online e con i primi mesi del 2024 sarà anche presente nei negozi in formato solido su CD, solamente con una nuova copertina, conditio sine qua non imposta da Werner a cui la copertina originale non era mai piaciuta. E non si può dargli torto, visto che il disegno non aveva nulla a che vedere col rock virato hard che suonavano gli Stary Most.

“Quando Gianluca Sinicco, il nuovo produttore, ci ha contattati – spiega Bauhofer – avevamo temuto che fosse una di quelle operazioni in cui ti propongono la ristampa a spese tue, una volta capito che non era così, l’idea ci è piaciuta e ci siamo buttati a capofitto nel progetto. Il vecchio master è stato rimasterizzato e ora siamo pronti per la distribuzione. Tra l’altro riascoltando i miei vecchi brani col senno di poi, trovo che ci fosse del buono anche nei testi, No More Words è una storia di solitudine e degrado sociale che trovo molto attuale, On My Own è invece dedicata a Enrico Micheletti, Overload Question era invece dettata dall’allora diffusissima passione per l’ufologia, Metropolitan Blues contrapponeva la Bolzano dormiente dell’epoca alle grandi città mentre Sunrise si riferiva ad un’alba vista da Heinz e me al lago di Carezza dove avevamo dormito in macchina dopo un concerto in zona!”

Questo per quanto riguarda la ristampa, ma in casa Stary Most si sta muovendo anche dell’altro, rimanete sintonizzati.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Pandorino

Ingredienti

Dosi per 4-6 piccoli pandori
Per il lievitino:
75 gr Farina 00
75 ml Acqua
7 gr Lievito di birra fresco
1 cucchiaino Miele

Per l’impasto:
200 gr Farina
80 gr Zucchero
1 Uovo
40 gr Cioccolato bianco
80 gr Burro
50 gr Latte
1 pizzico Sale

Per il mix aromatico:
1 cucchiaio Rum
1 cucchiaio Miele
1 bustina Vanillina
1 Arancia

Per la decorazione:
Zucchero a velo q.b.

Procedimento

Il giorno prima versate all’interno di una ciotolina il rum, la scorza d’arancia, il miele e la vanillina, mescolate e lasciate riposare per circa 8 ore.
Ponete nella planetaria gli ingredienti per il lievitino.
Lavorate fino a ottenere una pastella omogenea.
Coprite con un foglio di pellicola trasparente e lasciate lievitare per circa 2 ore.
Trascorso questo tempo, aggiungete la farina, lo zucchero, versate il latte poi profumate con il mix aromatico.
Azionate la planetaria e amalgamate. Unite le uova e versate il cioccolato bianco fuso freddo, continuate a lavorare l’impasto a velocità media.
Aggiungete il burro a tocchetti e completate con il sale.
Lavorate l’impasto per circa 30 minuti.
Prendete a questo punto l’impasto e formate una palla.
Sistematela all’interno di una terrina e coprite con pellicola trasparente.
Lasciate lievitare per 4 ore in forno spento con luce accesa. Ricavate delle palline da 50 gr l’una e inseritele all’interno degli stampi per pandorini già imburrati.
Coprite gli stampi con la pellicola e fate lievitare nuovamente per altre 4 ore. Cuocete i pandorini in forno a 175 °C per 20 minuti. Sfornate e lasciate raffreddare.
Sformateli e trasferiteli su un piatto da portata e cospargete con un po’ di zucchero a velo.

Il presepe

È stato ufficialmente presentato il Südtiroler Volkspresepe, realizzato da uno dei più rinomati falegnami della Val Gardena. Le statuine son state realizzate in tempo record, grazie alla pazienza di tutto il Consiglio Provinciale che da fine ottobre è rimasto fermo in posa al Palazzo Widmann. Bisogna stare attenti a non comprare versioni contraffatte. Queste sono facilmente identificabili, presentando grossi errori: per esempio Anderlan è senza barba e senza uova, Mair e Knoll hanno in braccio un lupo, Foppa ha un cartello pro-aeroporto e Kompatscher e Achammer guardano verso sinistra. 

Autore: Roberto Tubaro

Bianco e oro: Le sculture di Irma Hölzl   

Bronzo e bianco, lucido e opaco, liscio e scabro, linee pure e pur sinuose, forme eleganti, altere, preziose. Queste potrebbero essere alcune delle parole chiave di una possibile lettura delle opere di Irma Hölzl. Ma le sue sculture sono molto di più, raccontano e rappresentano molto altro. Scaturite da un intenso lavoro creativo, intellettuale prima e fisico poi, esse racchiudono la passione del creare, la necessità irrinunciabile di dar vita ad una determinata entità, raffigurazione, allusione, sia essa naturalistica o solo antropomorfa, zoomorfa o completamente astratta. L’intuizione sopraggiunge insistente, fa breccia nei pensieri e va studiata, approfondita, modificata. È poi il tempo della messa in opera con i “partner” – più o meno duttili – di sempre: ferro, rete, corde, gesso, cera. E qui, come in una fucina affollata, affiorano nuove idee e si escogitano nuove soluzioni. Ed è ancora ricerca. Infine la scultura assume la sua fisionomia definitiva e come tale viene affidata al fonditore e alla sua maestria. L’attesa, coi suoi timori e la sua carica di suspense per il risultato finale, è l’ultimo atto della lunga vicenda creativa.
Le variegate sculture di Irma Hölzl rappresentano un cammino di crescita artistica e di trasformazione, sottolineano lo sviluppo di un linguaggio capace di rinnovarsi in termini di freschezza e di adattabilità al nuovo, all’oggi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Boris de Rachewiltz: un egittologo romano a Merano

A partire dai primi anni Cinquanta il nome di Boris de Rachewiltz iniziò a farsi strada sui giornali locali altoatesini che, immancabilmente, lo facevano seguire all’inciso “l’egittologo”, senza mai però spiegare quale fosse il reale significato di questa espressione: mai si parlò dei complessi studi che portavano il giovane studioso a passare le notti sui papiri per scoprirne gli arcani, per carpire fino in fondo il fascino segreto di quella millenaria cultura.

Dei numerosi libri che nel frattempo egli andava pubblicando, mai fu riportata una recensione o un commento. Per questi quotidiani il suo, e quello della moglie Mary, poetessa e figlia del grande poeta americano Ezra Pound, erano più che altro nomi ambiti da segnalare quasi a garanzia di qualità per gli eventi meranesi a cui prendevano parte. Ma nulla veniva narrato dei viaggi stagionali che vedevano Boris allontanarsi dalla sua casa, il Castello di Brunnenburg, lasciando sola la giovane moglie Mary e i figlioletti Siegfried e Patricia, per affrontare lunghi periodi in Egitto, Giordania o Sudan. Nulla delle sue scoperte prestigiose. Boris de Rachewiltz era nato a Roma nel 1926 e nella stessa città aveva compiuto gli studi in egittologia presso il Pontificio Istituto Biblico, mentre al Cairo aveva continuato gli studi di specializzazione e compiuto numerose campagne di scavo. Nell’estate del ’57 a Brunnenburg lavorava alla traduzione dei geroglifici del cosiddetto “Libro dei morti”, un papiro del Museo Egizio di Torino, di epoca tolemaica e lungo ben diciannove metri.

La traduzione fu pubblicata l’anno successivo quando il lungo lavoro fu dunque ultimato: ora restavano pagine affascinanti e quanto mai misteriose per un lettore non esperto, eppure capaci di catturarlo e portarlo seco, nel caldo umido delle tombe, fra gli antichi aromi e le fioche luci delle torce. Nei geroglifici, diventati parole e frasi su quelle pagine, c’è tutta l’ansia dell’intera umanità posta davanti al mistero della morte e tutta la forza catartica della fede illimitata in una seconda possibilità. Attraverso il suo paziente lavoro, Boris de Rachewiltz aveva reso possibile questo viaggio straordinario nel mondo dei morti e paradossalmente anche attraverso la comprensione di una importante rivoluzione nel mondo dei vivi. Nella lunga e dettagliata premessa egli spiegava infatti, con rigore e semplicità, che Kitab el Mayytun, letteralmente Libro dei morti, era in realtà la designazione araba utilizzata dai violatori delle necropoli faraoniche per qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe, a prescindere dall’argomento trattato. Proprio nel 1957, quando il suo nome cominciò ad essere menzionato tanto spesso, nei quotidiani locali, il suo “Massime degli antichi egiziani” era ormai giunto alla quinta edizione e la sua personale produzione storiografica poteva già contare su ben dodici titoli tra consistenti saggi e monografie. Frammenti di papiri, maschere, scarabei di pietra dura e di ceramica invetriata, oggetti rituali e piccole curiosità andavano pian piano arricchendo le pareti e le vetrinette di Brunnenburg, consentendo, oggi come allora, ad addetti ai lavori e non di ritrovarsi d’un baleno catapultati in un mondo lontano nel tempo e nello spazio, quasi che una finestra del castello potesse affacciarsi sui tramonti africani, sul silenzio del deserto, sul vociare del “suk”, nei meandri delle tombe.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La contesa del legname di Nova Ponente

Per molti secoli i contadini di Nova Ponente e Nova Levante riuscirono a cavarsela grazie alla vendita del legname ricavato dai loro sterminati boschi. Se inizialmente questo legname serviva principalmente il mercato locale (edilizia, agricoltura e utenze domestiche), nel corso del tempo il commercio assunse dimensioni tali da diventare un pilastro dell’economia della Bassa Atesina. 

Ovviamente i tronchi dovevano essere trascinati a valle e ciò avveniva lungo l’unica via di collegamento allora esistente tra l’altipiano e il fondovalle, ossia la Vallarsa. La successiva costruzione della strada della Val d’Ega nel 1860 represse per sempre i sogni di gloria della Vallarsa e dei suoi numerosi abitanti, artigiani e osti, che da tempo ne chiedevano l’adeguamento alle necessità “moderne”. 

La “Reif” (deposito di legname) più grande e importante era quella di Laives, qualche centinaio di metri sopra la chiesa parrocchiale, da sempre di proprietà del vescovo di Trento ma gestita dai conti di Lichtenstein. Presso l’odierno albergo Pfleg si trovava l’amministrazione che gestiva il commercio locale e quello verso Verona, Venezia e la Lombardia. 

Attorno al commercio del legname si sviluppò un’economia articolata che coinvolse molte persone e figure professionali, tra cui boscaioli, trasportatori, commercianti, artigiani, intermediari eccetera. Il porto di Bolzano si trovava a Bronzolo e qui operava la potentissima Compagnia dei Trasporti di proprietà di alcune famiglie di Sacco presso Rovereto, che da tempi immemorabili gestiva gran arte del trasporto di legname e altre mercanzie sul fiume Adige. La cosiddetta contesa del legname nacque il 4 dicembre 1744, quando alla Compagnia di Sacco venne concesso da Vienna il monopolio assoluto sui trasporti, situazione che perdurò per 62 anni fino alla revoca del provvedimento. 

La Compagnia acquistava legname sia per la fabbricazione delle zattere sia per la vendita diretta in Italia. Tradizionalmente il commercio di legname era libero e i contadini potevano vendere al miglior offerente. Attraverso una “congiura di palazzo” la Compagnia riuscì a ottenere il monopolio non solo sul trasporto fluviale ma anche sull’acquisto del legname dai contadini di Nova Ponente e Nova Levante. Nessun altro poteva acquistare il loro legname, per cui in definitiva era la Compagnia a imporre il prezzo di vendita. Questo prezzo era talmente basso che il contadini rientravano a malapena dalle spese sostenute per trasportare i tronchi fino a Laives. i contadini erano costretti ad accettare questi pochi spiccioli, perché riportare a casa il legname sarebbe stato impossibile. 

Il monopolio era nato grazie ad accordi segreti tra alcuni grossi contadini e la Compagnia. Quest’ultima si fece promettere tutto il legname disponibile  e i contadini più piccoli dovettero adeguarsi per non rimanere esclusi dal commercio. Gli spedizionieri di Bronzolo giustificavano la loro pretesa con l’affermazione che non erano più in grado di garantire i trasporti se anche altri acquistavano l legname ad un prezzo maggiore. Nel 1756 il capitano von Gasser, che possedeva un maso a Nova Ponente, riuscì a ottenere dal Capitano della Provincia la disposizione che fosse fissato per il legname un prezzo minimo. Ciò significò naturalmente la definiva scomparsa del commercio libero ma perlomeno in una fase iniziale si ebbe la garanzia del prezzo fisso. Pochi anni dopo la compagnia riuscì tuttavia a ridurre nuovamente i prezzi grazie ad accordi sottobanco con alcuni grossi fornitori. Ne nacque un processo che fu interrotto alla morte del von Gasser. Da allora in poi e fino al 1806 la situazione dei contadini divenne drammatica. I prezzi erano talmente bassi che non riuscivano neppure a coprire i bisogni elementari delle famiglie. In proporzione naturalmente salirono alle stelle i profitti della Compagnia, che rivendeva a caro presso il legname a Verona o in altre città. Finalmente nel 1806 il privilegio della Compagnia fu definitivamente eliminato e i contadini tornarono padroni del loro destino.

Autore: Reinhard Christanell

Sportività

Devo dire che mi ha sorpreso non sentire pronunciare quasi per nulla questa parola, sportività, in merito non solo alle imprese ma soprattutto ai comportamenti che denotano la forte personalità di Jannik Sinner, nonostante la sua giovane età. Molti avranno seguito in questi giorni la straordinaria affermazione del tennis italiano in Coppa Davis. Il campione di Sesto in questo 2023 ha scalato le classifiche mondiali e ci ha dato un assaggio di quella che, probabilmente, diventerà una carriera leggendaria nel tennis.
Il suo gioco mano a mano si sta imponendo per le sue caratteristiche vincenti, soprattutto da fondocampo. Ma un elemento fondamentale del suo profilo tennistico, a detta di tutti, è la sua grande capacità di gestire non solo le energie fisiche ma soprattutto quelle mentali. E questo in uno sport in cui spesso i suoi protagonisti si lasciano andare a manifestazioni plateali di insofferenza o di sfida rispetto alle decisioni arbitrali, al pubblico e agli avversari. Nello sport c’è una parola che spesso viene utilizzata, per fare riferimento al forte tasso di spirito agonistico necessario per vincere: cattiveria. Ecco: questa parola sembra fuori luogo quando osserviamo Jannik Sinner. La forte determinazione c’è, e si vede anche in campo. Ma la si vede, controllata, solo nei confronti di sé stesso, quando sbaglia. Ma mai nei confronti degli avversari, né tanto meno del pubblico o degli arbitri.
Intorno al nostro campione sono state anche montate alcune polemiche, dal sapore etnico. Troppo poco italiano per mettersi a disposizione dell’Italia in Davis? Abbiamo visto com’è andata a finire. Al contrario: troppo italiano per essere un sudtirolese? Su quest’ultimo aspetto, dobbiamo dire, è un segno dei tempi il fatto che non si sia insistito troppo, negli ultimi giorni, sulla stampa locale e sui social network. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che Jannik Sinner si stia sempre più profilando per una sportività quasi fuori dal tempo. Con i suoi atteggiamenti e le sue parole il tennista ringrazia tutti, ha un pensiero per gli avversari e per i loro tifosi, mantiene sempre un comportamento pacato e non manca di rimarcare il fatto che la sua attenzione massima va sì all’affermazione agonistica, ma solo se ciò va di pari passo a un atteggiamento di rispetto generalizzato nei confronti di tutti gli attori in gioco. Questa cosa si chiama sportività: grazie Jannik per ricordarcelo in ogni occasione. Ne abbiamo bisogno. In tutti i campi, non solo in quelli da tennis.

Autore: Luca Sticcotti

Un quadro di fine autunno

Di giorno sotto l’influsso di correnti settentrionali artiche ammiriamo cieli particolarmente luminosi di un azzurro elettrico, mentre innocui cumuli di nuvole solcano in rapido movimento verso sud; il vento è dispettoso, teso a tutte le quote e una marea di foglie volteggiano per aria a ricoprire ogni cosa e ci ricordano che, a breve, l’inverno meteorologico busserà alla soglia. Alziamo lo sguardo sulle creste imbiancate nottetempo e notiamo che, lassù, il vento spinge ancor con più veemenza, carico di una rabbia disumana, a sollevare la neve caduta ed a trasportarla letteralmente nel cielo. Lei si libra nell’aria, edulcora per un breve spazio l’azzurro elettrico con tonalità più tenui, in cui il pittore dovrebbe usare del bianco per dare movimento all’immagine e farci intuire cosa sta realmente accadendo; la neve sospinta è destinata a dissiparsi e ad evaporare, e dunque il paesaggista è libero di tornare allo schema iniziale che riempirà poi con altri elementi e colori, magari più ravvicinati e prediligendo quelli primari, per la prospettiva di profondità e per catturare i nostri occhi. Fintantoché le perturbazioni da nord incocciano contro le Alpi avremo aria salubre, frizzante e secca e gli amanti della dama bianca dovranno raggiungere i luoghi di confine per tuffarsi dentro un manto accettabile. Al mattino, appena svegli, avremo un gran senso di sete e le fauci seccagne, la pelle delle mani e le labbra screpolate, nel momento della colazione troveremo il pane fresco del giorno precedente già quasi croccante e non vedremo brina o strati di ghiaccio sui tetti delle case e della auto parcheggiate. Tutto per effetto di un’umidità relativa molto bassa, dovuta alla compressione adiabatica del vento (+1°C ogni 100m di caduta), che si scalda scendendo lungo i versanti meridionali. Esauritasi la spinta delle raffiche, è sufficiente una nottata stellata, quindi di un forte irraggiamento notturno, per farci imbattere il mattino seguente dentro l’inverno. La calda stagione non è una spiaggia così remota, eppure ormai l’anticiclone ha generalmente colonizzato una buona parte dell’autunno che quest’ultimo è diventato una stagione sfuggente per come eravamo abituati a ricordarcela ed il suo seguace conosciuto, l’inverno, tende ad assumere sempre di più caratteristiche autunnali, al netto di stravolgimenti clamorosi. Sarà che noi si invecchia, e che vedere calare già il sole alle 15.30 ci deprime, ma il profumo del te e delle castagne ci fa rinnamorare. Gli alberi caducifoglie si spogliano velocemente, come gli aceri, i tigli, i pioppi, i liquidambar, i platani ed è gradevole constatare come, proprio dall’altra parte della strada, un leccio sempreverde resti indifferente, esteticamente, al cambio di passo stagionale. Gli aceri palmati, perlomeno gli esemplari più riparati, resisteranno ancora qualche giorno prima di avvizzire completamente e rievocheranno alla mente, come una sorta di ultimi baluardi, i nastrini, le sedie, le scarpe, gli indumenti e le panchine di rosso vestite per quelle vite di donne prematuramente strappate. In attesa che la dama ricopra ogni cosa.  

Autore: Donatello Vallotta

Iniziare processi anziché possedere e difendere spazi

Dieci anni fa (24 novembre 2013) la pubblicazione di uno dei più importanti testi del pontificato di papa Francesco, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Documenti (come Laudato si’, Fratelli tutti, Laudate Deum) che trovano ascolto ben al di là dei confini della Chiesa cattolica. Avviano processi di nuova cultura.

Negli stessi giorni, dieci anni fa (30 novembre 2013), prendeva via il sinodo della diocesi di Bolzano-Bressanone, su temi ai quali in gran parte aveva già dato input importanti (di contenuto e di metodo) il documento di Francesco. Spiegava, ad esempio, che “il tempo è superiore allo spazio”, perché c’è “una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti”. Il “tempo” è l’orizzonte che abbiamo davanti, lo “spazio” è lo spazio limitato e circoscritto del momento. Noi viviamo in tensione “tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae”.

Sapere che “il tempo è superiore allo spazio” ci “permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci”.

Parole importanti e criteri efficaci che consentono di verificare se in questi anni siamo riusciti a iniziare processi virtuosi o ci siamo avvitati su noi stessi, forse isteriliti, nello sforzo di occupare spazi o mantenerne il possesso.

Autore: Paolo Bill Valente