La strada dedicata a Enzo Ferrari in “zona”

Tra le via della zona industriale vi è quella che da via Alessandro Volta, attraversando via Giovanni Caproni, sbocca in via Lise Meitner: è via Enzo Ferrari. 

Enzo Anselmo Giuseppe Maria Ferrari era nato a Modena il 20 febbraio 1898. Sin da ragazzo, alla scuola e allo studio preferiva il lavoro nell’officina di carpenteria meccanica del padre.  Tra le aspirazioni di Enzo v’era quella di divenire pilota automobilistico. 

Le prime esperienze di guida le fece con l’auto di famiglia, una Diatto. A 18 anni lavorò come istruttore presso l’Officina Pompieri di Modena. Dopo brevi esperienze in aziende metalmeccaniche torinesi, trovò lavoro nella carrozzeria Giovannoni, esperienza che lo portò a divenire provetto guidatore. Trovò lavoro sicuro alla fine del 1919, ingaggiato dalla CMN, piccola impresa meccanica milanese, come assistente al collaudo. Nel 1920 iniziò a correre con l’Alfa Romeo. Sposatosi il 28 aprile 1923 con Laura Garello, nello stesso anno vinse la prima edizione del Gran Premio del Circuito dal Savio. Nel 1926 vinse a Pescara la coppa Acerbo. 

Nel 1929 fondò a Milano una squadra corse, collegata all’Alfa Romeo. Mentre gestiva lo sviluppo delle vetture Alfa, costruì un team di oltre 40 piloti, tra essi Antonio Ascari, Giuseppe Campari e Tazio Nuvolari. Continuò a correre fino alla nascita, nel 1932, del figlio Dino. 

Nel 1939 creò l’Auto Avio Costruzioni (AAC) con sede a Modena; nel 1943, per timore dei bombardamenti, la sede fu trasferita  a Maranello. 

Nel dopoguerra creò la “Scuderia Ferrari”, la sezione sportiva della casa automobilistica Ferrari. La prima gara disputata nel campionato  mondiale fu il Gran Premio di Monaco, il 21 maggio 1950, mentre la prima vittoria in Formula Uno (F1) fu il Gran Premio di Gran Bretagna del 1951 con José Froilàn González. 

Nel 1952 giunse il primo titolo mondiale di F1 con Alberto Ascari. 

Enzo Ferrari morì il 14 agosto 1988 all’età di novant’anni. Fu sepolto, accanto alla tomba del figlio Dino (1932-1956), nel cimitero di San Cataldo, a Modena.

Autore: Leone Sticcotti

Manuel Randi e Alex Trebo:la “talèa” della rigenerazione

Un nome decisamente azzeccato quello scelto dai due musicisti altoatesini per intitolare il loro nuovo, fresco, spumeggiante disco come duo. La talèa, in botanica, è quel frammento di pianta che separato dalla pianta madre, piantato e curato, dà vita ad un nuovo esemplare. Randi, bolzanino di stanza a Marlengo, e Trebo, badioto residente a Berlino, si conoscono e si frequentano da anni, hanno anche già registrato insieme nell’ambito di vari progetti, da Play, condiviso con Max Castlunger, alle numerose collaborazioni in seno alle creature musicali di Herbert Pixner (entrambi sono componenti irrinunciabili della Italo Connection, Randi è poi da anni nel Pixner Projekt, che l’anno prossimo si allargherà a quintetto proprio con l’ingresso di Trebo).

È stato però durante il periodo di clausura imposto dal Covid-19 che ha preso forma questa nuova proposta dalla natura assolutamente speciale e unica, in cui il primo ha messo da parte Fender e amplificatore e il secondo ha staccato la spina alle sue tastiere vintage per sedersi al pianoforte e dare vita ad un’esperienza coinvolgente di musica totale che sfugge ad ogni definizione ma brilla per bellezza e piacevolezza.

“Alex ed io – ci racconta Randi – pur avendo lavorato insieme in diversi frangenti abbiamo sempre avuto voglia di fare una cosa insieme con chitarra acustica o classica e pianoforte, senza veli… Alex è un musicista completo, è un bravissimo jazzista, conosce il repertorio classico, è un ottimo arrangiatore. Quando suona qualcosa, nella sua testa la sta già arrangiando. È coautore delle partiture per orchestra usati dall’Herbert Pixner Projekt per il tour con i Berliner Symphoniker. Suonare con lui è un piacere”.

Il disco realizzato dai due è una raccolta di dieci brani, alcuni composti durante la reclusione forzata, alcuni altri scritti in precedenza, e ce n’è anche uno composto in collaborazione. Una volta messo assieme il materiale, Trebo e Randi hanno dovuto trovare il tempo per trovarsi e provarlo insieme, cosa non scontata visto che una volta passato il periodo duro, per entrambi l’attività concertistica o comunque legata alla musica, è ripresa a spron battente. Banco di prova di Talèa sono stati un paio di concerti (sold out) a Monaco, accolti talmente bene da convincere i due a trovare ulteriore tempo per registrarli professionalmente.

“Diciamo – prosegue il chitarrista bolzanino – che entrambi abbiamo scritto i brani proprio in funzione della collaborazione. Io pensando ad Alex e lui pensando a me, trascrivendoli fin dall’inizio, per avere delle tracce precise, poi ci siamo presi due giorni per andare in studio e registrare il tutto. Il Cat Sound Studio è un luogo in cui abbiamo già avuto modo di lavorare, ci siamo recati a Badia Polesine, dove lo studio ha sede e lì è stato messo per così dire, nero su bianco. Senza fronzoli, senza click, in tutta spontaneità. Quello che volevamo era fare un disco che si possa ascoltare, senza che l’ascoltatore debba per forza essere dentro i vari generi musicali che fanno parte del nostro background, che sia il jazz, la musica mediterranea, Bach o le colonne sonore dei film italiani. Trovo che sia un lavoro molto equilibrato”.

L’ascolto del disco, conferma le parole di Manuel Randi, la sequenza dei brani funziona a meraviglia, i due professionisti hanno un’intesa ineccepibile, nessuno dei due cerca di fare più dell’altro, di mettersi in mostra: d’altronde non ne hanno alcun bisogno. Il pianoforte di Trebo sa stare al suo posto quando è Randi a lanciare un assolo, viceversa la chitarra di quest’ultimo si adegua ritmicamente quando a prendere il largo è la tastiera del compare.

“Il disco – conclude Randi – lo presenteremo il 15 dicembre prossimo, alle 20, presso l’Haus der Kultur di Bolzano. Ovviamente rispetto al disco, nei concerti viene fuori molto altro, c’è la parte tecnica, e c’è quella fisica della performance. Poi c’è anche la sfida di salire su un palco proponendosi con due strumenti che a detta di molti non stanno bene assieme, perché chitarra e pianoforte sono due strumenti a corda, si annullano… non è una cosa facile da combinare. Noi però la cosa l’abbiamo già collaudata e non la vediamo come un problema”.

E non si fa fatica a credere alle parole di Manuel Randi, che nel frattempo ha già cominciato a registrare il suo nuovo disco da titolare unico, oltre che ad essere pronto per imbarcarsi in un tour europeo con la Italo Connection a gennaio e di seguito a prepararsi per quello dell’Herbert Pixner Projekt in versione quintetto, con Trebo appunto in entrambe le situazioni.

Autore: Paollo Crazy Carnevale

Sinner for president

Il neo eletto presidente della Repubblica Italiana Jannik Sinner ha tenuto ieri il suo primo discorso a reti unificate. Dopo gli ultimi successi sportivi il campione è riuscito nell’impresa di unire tutti gli italiani che, dopo un voto popolare tramite TicToc, hanno deciso di destituire il Presidente Mattarella a favore del tennista altoatesino. Di colpo è aumentato il consumo di carote, prevedendo una perfetta abbronzatura nell’estate 2024. Ci resta da capire cosa sia più incredibile: che il presidente sia sudtirolese, che sia un tennista nella top ten mondiale o che dovrà governare da Montecarlo.

Autore: Roberto Tubaro

Undicesimo comandamento: non sprecare

Quanti di noi possono sostenere di non essersi mai sentiti dire dai genitori, o di non avere mai detto a loro volta: “Il cibo non si butta! Con tutte le persone che muoiono di fame!”. È infatti un vero peccato anche se, tra il dire e il fare, ci sono di mezzo la buona volontà e il senso civico. Lo sanno i 167 volontari dei Cacciatori di briciole Volontarius, che quotidianamente visitano bar, supermercati, panifici, pasticcerie; lo sanno gli 80 esercizi che aderiscono all’iniziativa consegnando ai “Briciolari” il cibo invenduto a fine giornata; lo sanno gli enti che, credendo in questa idea, generosamente sponsorizzano i Cacciatori, consentendo così l’acquisto di biciclette cargo, di un furgoncino, di materiali di consumo.

Quattro volontari per sera, due coppie che percorrono le vie del centro città incrociandosi di tanto in tanto per le strade affollate di turisti e di visitatori, i quali non di rado commentano: “Guarda! Consegnano le pizze in bici!”. E infatti le pizze, come pure i panini, i dolci e persino la frutta e la verdura, vengono consegnate, ma al camper di Volontarius, alla casa di accoglienza Forni, all’associazione San Vincenzo, alle famiglie locali indigenti che si affidano al buon cuore di chi ha più fortuna di loro. E alla buona volontà di chi è disposto a dedicare un po’ di tempo e di energia a una causa in cui crede. 

Nessuna vergogna nel percorrere le strade con quelle strane bici cargo, né nel raccogliere gli alimenti invenduti dai supermercati. 

La vera vergogna è lo spreco ingiustificato di risorse preziose, la vera vergogna sarebbe il negare aiuto per pigrizia o inedia a chi ne necessita. 

La caccia allo spreco è aperta tutto l’anno, peccato non partecipare!

(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)

I gioielli: preziosi particolari nei ritratti del Settecento

I ritratti del passato, con il loro fascino evocativo racchiudono in sé informazioni importanti sugli usi e costumi, mode e manie di una società che riteneva comunque opportuno tramandare le proprie sembianze. I ritratti riscuotono a tutt’oggi molto interesse e, grazie anche alla ricchezza e all’accuratezza del dettaglio, essi possono farsi antologia degli stili tanto degli abiti che dei preziosi accessori: i gioielli. 

Le fonti iconografiche documentano l’evoluzione stessa dei gioielli siano essi anelli, bracciali, orecchini, collier, vezzi o spille. Nella ritrattistica settecentesca il gioiello è il simbolo degli sfarzi, anche smodati, dell’aristocrazia ed esemplificano inequivocabilmente il divario fra le classi sociali.

È la Francia e la sua corte ad imporre al resto del mondo il gusto e l’esigenza che tutto fosse “prezioso” dalle bottigliette per i sali, alle tabacchiere, dai pomoli da bastone, alle fibbie da scarpe e cinture fino ai fermagli per i capelli. È nel secolo dei lumi che il diamante divenne di gran moda soprattutto nel nuovo stile di sfaccettatura a brillante. 

Le pietre provenienti dal Brasile venivano inviate ad Amsterdam – il maggior centro del taglio – per essere lavorate e quindi rimesse sul mercato per essere incastonate. Per un lungo periodo essi vennero montati sull’argento giacché non si conosceva ancora la lavorazione dell’oro bianco, mentre le pietre preziose colorate trovavano spazio in castoni d’oro giallo. 

Montati su orecchini a girandoles, i brillanti erano particolarmente apprezzati per il loro chiarore intermittente nelle serate danzanti al lume di innumerevoli candele. 

Anche nell’area tirolese le linee moda si erano sviluppate nel segno della semplificazione da un lato e della diversificazione tra zona rurale e urbana e tra ceti sociali dall’altra. I pittori tirolesi ne diedero un autentico saggio e con maestria restituirono insieme ai tratti somatici i gioielli di quelle donne e di quegli uomini che avevano voluto tramandare ai posteri il loro essere e il loro status. Efficace in proposito è il ritratto di Maria Johanna Scolastica Strellin, dipinto nel 1776 da Franz Anton Zeiler. La dama ritratta incarna lo stile di metà Settecento, i gioielli che indossa ricalcano la moda delle maggiori città d’Europa; splendida la châtelaine con l’orologio che, fissata alla cintura, fa mostra di sé trasformandosi da curioso strumento scientifico a preziosa decorazione per donne e uomini. 

Fra le classi agiate di area urbana, infatti, più ampio fu l’assortimento dei modelli, dei materiali e delle tipologie e non mancarono esempi d’alta oreficeria e dell’uso non solo di gioielli abbinati ma anche di vere e proprie parure. 

Nel resto delle zone tirolesi, come nel resto dell’arco alpino, si privilegiarono i granati e i coralli e si portavano soprattutto orecchini, collane ed anelli e spille mentre più limitata era la richiesta di bracciali. Ricco inoltre era l’assortimento di pettini e spilloni da acconciatura creati in osso, ferro, argento e a filigrana. I gioielli, fossero essi di grande o di modesto valore venale, molto spesso segnavano le tappe della vita e le diverse gradazioni di status, così il metallo veniva accostato all’oro di bassa lega, agli strass, alla marcassite o alla pasta di vetro, ai coralli, al granato o alle pietre dure. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Storia della posta nella valle dell’Adige

Accanto al fiorente servizio di trasporto fluviale sull’Adige gestito da alcune famiglie di Sacco presso Rovereto, a partire dal XVI secolo il servizio postale tirolese era stato affidato dall’amministrazione asburgica alla famiglia dei Taxis Bordogna. Questa famiglia lo gestì come autentico feudo per tre secoli, ricavandone enormi guadagni e titoli nobiliari a non finire: dalla baronia iniziale fino al principato del Sacro Romano Impero. 

Ma quali erano le origini della famiglia dei Taxis (più tardi e fino ad oggi Thurn und Taxis) che svolse un ruolo fondamentale nell’istituzione del sistema postale europeo in generale (erano stati membri della Compagnia dei corrieri della Serenissima di Venezia che già prima dell’anno 1000 percorreva le strade d’Europa) e del Tirolo per quanto ci riguarda?

Essi provenivano dalla Val Brembana e si chiamavano, prima di tedeschizzare il loro cognome, Tasso. Della famiglia facevano parte anche i poeti Bernardo e Torquato, quest’ultimo autore della notissima Gerusalemme Liberata. 

Un tale Jannetto de Tassis, discendente della famiglia bergamasca, fu nominato Kuriermeister, maestro corriere, da Massimiliano I d’Asburgo. In breve tempo, i fratelli Tasso ottennero le gestione dei servizi postali di mezza Europa. Una sorella dei Tasso, Elisabetta, sposò Bonus Bordogna, con il quale diede vita al ramo trentino-tirolese dei Postmeister o mastri di posta di Trento, Bolzano e Innbruck. Essi mantennero il feudo fino all’incameramento decretato da Vienna nel novembre 1769, che trasformò il redditizio servizio postale in servizio pubblico statale. Di fatto i Taxis-Bordogna continuarono a gestire le poste ma dovettero versare i redditi all’erario camerale.

Era dunque questa potentissima famiglia a gestire anche le stazioni di posta lungo la valle dell’Adige, i vari corrieri e portalettere che le collegavano alle vallate e ai paesi più remoti. La corrispondenza, soprattutto mercantile, poteva essere trasportata da staffette (più veloci e onerose) o corrieri: prima a piedi, poi a cavallo e, infine, con l’intensificarsi dell’attiva commerciale, che richiedeva anche il trasporto di pacchi, per mezzo di diligenze. 

Nella valle dell’Adige tra Bolzano e Trento operavano le stazioni postali di Bronzolo, Egna e San Michele, facenti parti dell’ufficio centrale di Trento. Ad un certo punto, i dissidi tra fratelli portarono al distacco delle poste di Bolzano e Bronzolo da Trento, che mantenne il controllo su Egna e San Michele. Nel XVIII secolo, sia Bolzano che Trento furono sottoposte a Innsbruck.

A Egna l’albergo Posta era molto noto tra i viaggiatori e turisti tedeschi e inglesi che nel frattempo avevano iniziato a frequentare la zona dolomitica. Una diligenza postale percorreva la strada per Cavalese per due volte al giorno. Accanto alla posta viaggiavano i turisti, che pagavano 1 Gulden e 30 Kreuzer per un posto in coupé, 1 Gulden e 10 Kreuzer per un posto normale. La diligenza impiegava cinque ore per raggiungere Cavalese, per il ritorno erano sufficienti 3 ore e mezza. Un’altra carrozza portava a Primiero per 40 Gulden. Dopo l’apertura di Passo Carezza, questi viaggi terminarono e rimase solo il collegamento per la Val di Fiemme. 

Quando verso gli anni cinquanta dell’ottocento venne inaugurata la linea ferroviaria tra Bolzano e Verona, gli osti e artigiani delle stazioni postali della Val d’Adige compresero che era terminato il loro periodo d’oro. Molti di loro si erano arricchiti e tenevano fino a sessanta cavalli in stalla, ospitavano viaggiatori e corrieri, fornivano fieno e biada per i cavalli, impiegavano fabbri e maniscalchi. Ovviamente continuarono a sperare che l’epopea del cavallo di ferro durasse poco e potesse presto ristabilirsi la situazione precedente ma alla fine si rassegnarono ai tempi e alla tecnologia moderni.  Tornò il silenzio nelle strade di Bronzolo e Egna e l’ultima carrozza da Salorno a Lavis fu condotta da tale Peter Gerstgrasser, rigorosamente nella leggendaria  livrea nera dai risvolti giallo-arancioni dei Taxis. Poi la vecchia stazione postale presso l’albergo Engel chiuse definitivamente i battenti.

Autore: Reinahrd Christanell

Ognuno ha diritto ad avere una casa

Nei giorni scorsi mi ha fatto molto riflettere la notizia che nel capoluogo ormai non sia più garantito il diritto di tutti ad avere un alloggio degno. Nei distretti sociosanitari sono sempre di più infatti i residenti che si recano in cerca di un aiuto perché non più in grado di sostenere le spese condominiali e di affitto. Chi sono queste persone? Si tratta soprattutto di anziani e famiglie monoreddito con minori, ovvero le fasce più deboli del nostro tessuto sociale. E chi sono i proprietari che reclamano quanto loro dovuto? Si tratta naturalmente di privati ma, anche, dello stesso istituto per l’edilizia sociale. Spesso dietro agli sfratti ci sono anche storie di disagio sociale e di utilizzo non adeguato degli immobili in affitto, è vero. Ma certo non è mettendo le persone in strada e incrementando la lista degli indigenti certificati, che si può risolvere il problema della “morosità”. Resta, dunque, la necessità di dare risposta al diritto di poter disporre di un alloggio adeguato alle proprie necessità basilari, un diritto che riguarda ogni cittadino. La nostra Costituzione in realtà non parla in maniera esplicita del diritto ad “abitare”, ma resta chiaro il riferimento al secondo comma dell’articolo 3 della carta fondamentale che stabilisce come sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E che sviluppo possono avere le persone se non riescono a permettersi un’abitazione?
Com’è noto con gli anni i prezzi degli alloggi sono progressivamente divenuti proibitivi, nel nostro territorio, persino per il ceto medio. Figuriamoci per le altre fasce della popolazione. è evidente quindi che necessiti, ora, una revisione rapida e sostanziale delle politiche pubbliche per la casa. L’attuale meccanismo dei contributi provinciali per l’affitto, com’è noto, da tempo non ha più l’efficacia necessaria, quindi urge una rifondazione del concetto stesso di edilizia sociale per l’intero territorio altoatesino, ma in particolare per le aree più intensamente urbanizzate, ovvero per il capoluogo e i suoi dintorni. In buona sostanza si tratta di una questione di ridistribuzione delle risorse. La nostra provincia resta benestante ma non si può continuare a pensare che il problema dell’alloggio sia in buona sostanza solo un problema personale di chi un appartamento fa fatica a trovarlo, gestirlo, e sostenerne le spese. A tutti noi per un motivo o per l’altro sta a cuore la salvaguardia del nostro tessuto sociale. E il diritto di tutti a poter disporre di un alloggio dignitoso non può che essere rilanciato. Sta diventando una priorità assoluta. In caso contrario il declino della nostra “isola felice” sarà inevitabile.

Autore: Luca Sticcotti Direttore

Beati (noi) poveri. Una giornata per cambiare prospettiva

La Giornata dei poveri si celebra in tutto il mondo questa domenica. Istituita da papa Francesco nel 2016, essa serve a ricordare che “fino a quando Lazzaro – ovvero il povero – giace alla porta della nostra casa, non potrà esserci giustizia né pace sociale”. Una verifica di fine anno che può portare a scelte di cambiamento.

Papa Francesco mette in guardia rispetto all’abitudine di considerare i “poveri” come semplice oggetto della beneficenza dei “ricchi”. “Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre a un vero incontro con i poveri e dare luogo a una condivisione che diventi stile di vita”.

Al centro non c’è la condizione di povertà, ma la persona che si incontra. Nell’incontro autentico entrambi, quelli che definiremmo il donatore e il beneficiario, si riconoscono “poveri”. Toccano con mano una grande verità: nessuno basta a se stesso. Ognuno ha bisogno degli altri. Se la povertà è una realtà condivisa, allora anche la ricchezza di doni porta naturalmente alla condivisione.
“Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce”. Uscire dalle certezze e comodità. “Non distogliere lo sguardo dal povero”.
Che la povertà sia un valore è un’affermazione che potrà far sorridere (o irritare) chi non sa o non vuole guardare le cose in profondità. Ma lo è, un valore: è la chiave necessaria a riprendere in mano la nostra vita e a vederla come un dono. Un dono da condividere.
Beati i poveri.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Lise Meitner

Dalla lunga via Galvani si può ad un certo punto accedere ad una via più corta, parallela alle vie Gobetti e Caproni: è via Lise Meitner. Nata a Vienna il 27 novembre 1878, abolito nel 1903 il divieto per le donne austriache di frequentare il liceo e l’università, poté diplomarsi e a 23 anni iniziare gli studi in fisica, matematica e filosofia. Interessata sin da 15 anni allo studio della natura, dopo aver seguito le lezioni di Ludwig Boltzmann, si trasferì a Berlino, dove rimase per trent’anni. Alla Friedrich Wilhelm Universität seguì i corsi del noto scienziato Max Planck, divenendone l’assistente. L’incontro che segnò la sua vita fu quello che ebbe nei laboratori di fisica con Otto Hahn, un chimico esperto in radioattività. Ne nacque una collaborazione, durata decenni, di ricerca e scoperte. Nel settembre 1909 incontrò a Salisburgo Albert Einstein, venendo a sapere le novità sulla teoria della relatività e della relazione tra massa ed energia. Lo incontrò anche frequentando con altri ospiti la casa di Max Planck. Nella Prima Guerra Mondiale l’attività di Crocerossina fece crescere il suo atteggiamento negativo verso la guerra. Tornata nel 1917 al suo ruolo di scienziata, scoprì il novantunesimo elemento della tavola periodica, il Protoattinio. Divenuta nel 1919 la prima docente della Germania, fu incaricata di creare un nuovo Istituto di Fisica. Faceva fronte ai vari impegni di scienziata con la massima serietà; nel 1938, in pieno regime nazista, dovette lasciare Berlino. A Stoccolma collaborò con l’Istituto Nobel di tale città. Era in Svezia quando Otto Hahn la informò sullo straordinario impatto di neutroni su atomi di uranio. Era in vacanza in campagna quando seppe del lancio, il 6 agosto 1945, di un ordigno nucleare su Hiroshima. A fine guerra la Meitner, ormai svedese, si dedicò ad attività civili e sociali per la pace e in difesa dei diritti delle donne. Dal 1952 si dedicò all’insegnamento. Fino alla sua morte si impegnò per l’uso pacifico della fissione nucleare. Morì il 27 ottobre 1968.

Autore: Leone Sticcotti

Le offerte creative del (gruppo o collettivo) Supermarket

A chi segue le vicende della scena musicale bolzanina non può essere sfuggito che nonostante l’offerta sia ostentatamente ricca, per un buon ottanta percento le produzioni dei nostri artisti, soprattutto quelli più giovani, sono storie solitarie, costruite spesso davanti allo schermo di un computer, con l’ausilio di mezzi modernissimi e accessibilissimi che rendono sempre più semplice la realizzazione di un brano arrangiato e pronto ad essere consumato.

È un po’ sparito il concetto di musica d’insieme, di gruppo, non vogliamo fare riferimento all’epoca dei complessi beat, ma il fare musica è sempre stato un affare collettivo, anche per i cantautori.
Nel nuovo mondo sembra che ci sia sempre meno spazio per le band, soprattutto, come si notava poc’anzi nell’ambito dei giovanissimi.
Tra coloro che fanno eccezione ci vengono in mente Shanti Powa e Polemici, che pur non essendo più ragazzini, fanno una musica indirizzata ad un pubblico che conta anche teenager.
E poi c’è il Supermarket. O se preferite ci sono i Supermarket: a seconda che vogliamo considerare la formazione un gruppo o un collettivo aperto.
L’idea è saltata fuori poco più di un anno fa, anche se le basi sono state gettate al termine della pandemia e i due padri fondatori sono Marco Di Stasio e Thomas Traversa.
“Diciamo che i primi passi li abbiamo fatti una volta calmatasi l’emergenza – ci racconta Di Stasio –, eravamo stati costretti in casa troppo a lungo e avevamo voglia di socialità. A me e Thomas piaceva fare musica e ci siamo riproposti di fare qualcosa insieme, nella sua saletta. In più abbiamo una certa familiarità con i computer. Ognuno di noi sapeva delle cose diverse e abbiamo cercato di mettere insieme le nostre conoscenze. Poi, sentendo di pari passo anche il bisogno di fare aggregazione, ci siamo messi in cerca di altri ragazzi con le stesse esigenze”.
“L’idea era di mettere insieme un gruppo di persone accomunate dall’interesse e dall’amore per la musica, senza per forza essere una band – aggiunge Traversa –. Un gruppo di appassionati di musica per intenderci, con cui trovarci, condividere ascolti ed esperienze e, perché no, fare anche musica insieme”.
Nel giro di un mese il collettivo era già bell’e che formato, Thomas, Marco e gli amici che erano riusciti a raccogliere per il loro progetto hanno cominciato a trovarsi, grazie all’associazione Be Young hanno potuto avere a disposizione degli spazi più capienti rispetto alla saletta di Traversa; hanno cominciato a scrivere le proprie canzoni, per lo più in italiano e, secondo un cliché abbastanza comune, nello stile parlato derivato dai rapper, con la differenza però che la musica è tutta suonata dal vivo, con l’aiuto delle tecnologie soprattutto per creare i suoni, certo, ma comunque destinata ad essere eseguita con l’aiuto di una band, come accade nei loro concerti e con l’obiettivo di essere in tanti sul palco.
“Anche se alla base per ogni brano c’è comunque un autore principale – prosegue Traversa –, nell’esecuzione cerchiamo di avere una persona che si occupa della strofa, un’altra che canta il ritornello e via dicendo, nell’intensa stagione live che abbiamo trascorso prima di realizzare il nostro disco, abbiamo strutturato gli spettacoli lasciando all’inizio a ciascuno lo spazio per proporre tre brani, cercando poi di concentrare il resto dello show sulle collaborazioni”.
Alla fine dell’estate è infatti stato pubblicato on line il primo disco del Supermarket, una raccolta di otto brani originali in cui ciascuno contribuisce con la propria cifra artistica, chi cantando, chi scrivendo, chi anche solo sedendo in regia a produrre. Sempre senza perdere di vista l’obiettivo di divertirsi passando del tempo assieme.
“Un esempio di come funzioni il nostro modo di lavorare – è di nuovo Di Stasio a parlare – è verificabile in un brano come Maniche larghe, che è stato prodotto da Thomas, si tratta di un pezzo elettronico, quasi house, ovvero di un genere con cui prima Thomas ha davvero avuto poco a che fare: la frequentazione del collettivo, Fanta, Iando e gli altri hanno reso naturale il suo cimentarsi con una cosa diversa da quelle che aveva fatto fino ad ora”.
Il messaggio è chiaro, Supermarket (Supermarket vol.1 è il significativo titolo del disco e un carrello per la spesa è il simbolo di questi ragazzi) è un gruppo di amici che ama passare tempo insieme facendo musica.
Il nome poi è quanto mai esplicito e indica un contenitore capace di avere dentro di sé tutti i vari prodotti musicali scaturiti da ogni componente, proprio come lo scaffale di un supermercato.

Autore: Paolo Crazy Carnevale