Il ricordo a Bolzano di Claudia de’ Medici

Via Claudia de’ Medici: è la strada, che porta a Castel Mareccio, intitolata ad una esponente della nota famiglia fiorentina. Nona e ultima figlia di Ferdinando I de’ Medici, Granduca di Toscana, e di Cristina di Lorena, Claudia Felizitas era nata a Firenze il 4 giugno 1604. Dalle nozze del 29 aprile 1620 con Federico Ubaldo della Rovere, duca di Urbino,  nel febbraio 1622 nacque la figlia Vittoria. Morto il duca Federico il 29 giugno 1623, Claudia ritornò a Firenze il 19 agosto. Ben presto si presentò un nuovo partito, nella persona dell’arciduca d’Austria – Tirolo, Leopoldo V d’Asburgo. Se fu trionfale l’ingresso della nuova principessa a Innsbruck, sfarzose furono le nozze e lunghi i festeggiamenti. Ebbero cinque figli. Leopoldo V si trovò a governare una situazione difficile (Guerra dei Trent’anni, crisi economica, epidemie, rapporti con i vescovi di Bressanone e Trento ecc.). Morto Leopoldo V, il 13 settembre 1632, gli succedette come reggente Claudia Felicitas. Non furono pochi i problemi che Claudia de’Medici, arciduchessa d’Austria e contessa del Tirolo, dovette affrontare nei quattordici anni di reggenza, dal 1632 al 1646. La sovrana parlava, oltre all’italiano, il francese, lo spagnolo, il latino; conosceva abbastanza bene la lingua tedesca. Svolse il suo compito con fermezza; sapeva discutere con uomini esperti di affari di Stato, sorpresi dalla sua intelligenza e dalla sua memoria. Claudia de’ medici, nel pieno della Guerra dei Trent’anni, con la sua abilità politica e diplomatica fece evitare al Tirolo l’orrore dell’invasione e delle distruzioni, provocate da Leghe svizzere, armate francesi, imperiali e spagnole. Diffusasi anche in Tirolo la peste del 1634-1637, l’arciduchessa a fine settembre 1634 riparò a Merano e a metà novembre si trasferì a Bolzano, accolta festosamente. La città era grata dell’autonomia che aveva potuto sviluppare, prima con Leopoldo, poi con la reggente. Era grata anche per aver istituito, proprio a Bolzano, un Magistrato Mercantile. Claudia Felicitas morì a Innsbruck il 24 dicembre 1648; fu deposta nella cripta della maestosa chiesa dei Gesuiti. A Claudia de’ Medici è dedicato anche l’Istituto di Istruzione Secondaria di Secondo Grado sito in Via San Quirino 37, nel quartiere di Gries.

Autore: Leone Sticcotti

Mauro Cabassa ricorda i Liqid

Sono trascorsi ormai trentacinque anni dalla gloriosa epopea dei Liqid, una delle formazioni locali che ai suoi tempi fece parlare molto di sé ed era vista come “the next big thing in town”, per dirla come l’avrebbero definita gli inglesi, tradizionalmente sempre un passo avanti per quanto riguarda le novità in campo musicale. Per entrare nell’universo Liqid è necessario immedesimarsi in un tempo ormai lontano in cui a Bolzano e provincia erano in pochi davvero a cercare di fare qualcosa di diverso, più nell’ottica di certa new wave di matrice anglosassone che non in ambito prog, blues, hard rock (e a seguire heavy metal), generi che da noi sono sempre stati più seguiti e suonati.

Certo, c’erano in circolazione almeno un altro paio di band che in quegli facevano un discorso musicale differente, pensiamo ai Gegia Miranda e ad Anna e i Dentici, molto apprezzati ma sicuramente più underground. I Liqid erano nati dall’unione di alcuni personaggi che si erano già distinti abbondantemente nella prima metà del decennio: il chitarrista Gigi Mongelli che proveniva dai mitici Zot in cui nell’ultimo periodo aveva militato anche il batterista Mariano Keller (già con Hard Time Blues Band, Rockeller, Fraiso e molto altro), il cantante Luca Calò (Noisegate) e, entrambi già nei Trackl, Marco Dalle Luche (tastiere) e Mauro Cabassa (bassista).

“Mariano aveva una sala prove sotto la Speckstube in via Goethe – è Cabassa a raccontarci la storia del gruppo – e lì è iniziato tutto, solo dopo ci siamo trasferiti nella sala di via Zara. Il progetto ha richiesto molto tempo di assestamento prima che riuscissimo a presentarci in pubblico. Erano anni in cui a livello di strumentazione si sperimentava molto, si usavano tastiere, i primi strumenti midi, sequencer”.

La prima uscita in pubblico, secondo i ricordi del bassista (ma anche responsabile della parte elettronica insieme a Dalle Luche), dovrebbe essere stata il 23 marzo del 1988, quando i Liqid si esibirono come spalla dei Neon, band fiorentina di new wave in salsa italiana abbastanza in voga in quegli anni.

“Nel nostro DNA musicale – prosegue Cabassa – c’era un po’ tutto quello che girava in quegli anni a livello di new wave, dai Police ai Simple Minds, senza dimenticare i Japan. Naturalmente ognuno di noi ci aggiungeva poi le proprie influenze personali. La cosa funzionava bene perché comunque, dovunque andassimo a suonare c’era interesse da parte del pubblico”.

Le cose sembravano dover andare a gonfie vele per la formazione bolzanina, tanto che dopo lunghe selezioni i Liqid si assicurarono l’accesso alla finale italiana di un’importante concorso musicale indetto dalla Yamaha. Purtroppo ci mise lo zampino il destino e la chiamata alle armi del cantante portò sul palco milanese un gruppo monco, tutt’altro che la formazione che si era aggiudicata l’accesso a una finale che con ogni probabilità in altre circostanze avrebbe vinto. Questo portò ad una prima implosione dovuta ad una serie di intemperanze giovanili che solo il tempo ha parzialmente lenito.

“Per un po’ – aggiunge il bassista – abbiamo provato a ricompattarci. L’interesse per i Liqid era rimasto. I locali ci chiamavano ancora per suonare e la formazione fu completata col cantante trentino Franco Depedri. Non durò molto, ma nel 1989 partecipammo ad una rassegna importante organizzata dal Boston Bar di Trento, locale storico di quegli anni. La manifestazione si chiamava Festivalpub e nonostante non fossimo più i Liqid degli esordi, ci siamo aggiudicati la vittoria che consisteva nella registrazione di un vinile, un dodici pollici a quarantacinque giri. Ne venne fuori una cosa molto spartana, senza distribuzione, senza copertina. Noi eravamo comunque ancora provati dall’abbandono di Luca, per di più il tizio dello studio ci aveva detto che in un pomeriggio avremmo dovuto concludere, così abbiamo preparato tutto a casa, siamo andati in studio coi suoni midi e col sequencer, praticamente non abbiamo suonato nulla lì. Per non dire che era la prima volta che lavoravamo con tecnologie digitali, così il risultato è stato quel che è stato”.

Il disco fu stampato nudo e crudo. Oltre alla voce di Depedri, c’era quella di Monica Merz che tutto sommato creava un bell’effetto nell’alternarsi con quella maschile molto debitrice al David Bowie berlinese (Depedri è ancora in circolazione in Trentino e ha perseguito come cantante la sua passione per il Duca Bianco). Il disco finì sepolto in cantina e nessuno dei Liqid lo riascoltò più.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Sfide epocali

È stato finalmente svelato il luogo epico dove si terrà il combattimento tra Elon Musk e Mark Zuckerberg e, chiaramente, non poteva che essere in Alto Adige/Südtirol. Sembrava che il fondatore di Facebook non volesse più accettare la sfida quando, sull’altopiano di Siusi, è stato scoperto un anfiteatro romano di 2000 anni fa. Il sito verrà recuperato per diventare un nuovo patrimonio UNESCO e tutti i ricavi dei diritti per la trasmissione dell’incontro verranno devoluti agli albergatori sudtirolesi, in modo tale che possano realizzare nuove strutture per poter accogliere nuovi turisti tra le nostri dolci vallate. 

Autore: Roberto Tubaro

Una pausa

Due righette verticali appaiate. è molto interessante e significativo il fatto che nei più recenti apparecchi elettronici, smartphone compresi ma anche condizionatori, microonde e chi più ne ha più ne metta, sia rimasto proprio quel simbolo a indicare in maniera diretta e simbolica l’interruzione temporanea, l’intervallo, più che lo stop. Due righette verticali dunque come una sorta di contraltare e non il contrario rispetto al triangolino con il vertice rivolto verso destra a indicare invece il play, richiamando il simbolo della freccia.

Com’è noto la parola pausa ha molti usi e sfaccettature, oltre al significato basilare di arresto, sosta e fermata. Basti pensare alla “pausa di riflessione” che ormai e purtroppo sempre meno ci prendiamo, prima di compiere un passo importante oppure dopo un periodo alquanto intenso nella nostra vita. C’è poi la pausa che ci si prende quando si parla, magari per dare maggiore enfasi a quanto si sta per dire, oppure per riprendere il fiato ancora una volta dopo aver detto qualcosa di importante oppure esserci troppo infervorati. La pausa nella conversazione è stretta parente della pausa in musica, fondamentale perché in grado essa stessa di dare un senso alle note che vengono prima e dopo, ma anche per segnare una cadenza, sincopare il ritmo, rendere interessante il flusso melodico.

Ci sono poi naturalmente la pausa scolastica, che scandisce le lezioni giornaliere e consente di tirare il fiato, e quella nel lavoro che ci dà respiro.

Più in generale la pausa è quel momento in cui, per un motivo o per l’altro, ci ritroviamo in un tempo sospeso, e abbiamo quindi una possibilità – finalmente, diranno molti di voi – per renderci conto di nuovo chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando, riavvicinandoci forse di nuovo al nostro vero essere noi stessi. E a dire il vero questo fermarsi non lo amiamo proprio tutti. C’è chi, uscendo dal vortice delle cose che facciamo, può arrivare a sentirsi nudo, indifeso, guardandosi anche solo virtualmente in uno specchio.

Sta di fatto che una pausa, di fatto, fa bene a tutti noi. E che – spesso – è proprio il periodo estivo il momento più adatto, per ricaricare le pile. Per poi ripartire.

Anche noi di QuiMedia per questo motivo ci fermiamo. Dopo una breve pausa i nostri giornali torneranno nelle vostre case il prossimo 24 agosto. Dopo di che riprenderemo a raccontarci come sempre quello che ci succede. Buona pausa a tutti voi!

L’Agenda 2030 è la nuova Arca di Noè

La Giunta provinciale ha annunciato la volontà, per l’Alto Adige, di “assumersi la responsabilità del futuro”. Si tratta di dare attuazione anche in sede locale all’Agenda 2030, pianificata a livello globale con 17 (e tanti altri) obiettivi per uno sviluppo sostenibile. Presentato a Bolzano il “Piano Clima Alto Adige 2040”.

Gli obiettivi il cui raggiungimento è previsto in parte per il 2050, in provincia di Bolzano saranno attuati entro il 2040. Così viene dichiarato già nel nome del Piano. Sindrome da primi della classe? Ma no, questo bisogno di accelerare è riconosciuto, si dice, da “molti altri Paesi e Stati membri dell’UE”.

Vale la pena ricordare quali sono i 17 macro obiettivi da raggiungere (ognuno con una serie di sotto obiettivi): eliminare la povertà e la fame, garantire a tutti la salute, la formazione, realizzare l’uguaglianza di genere, garantire l’accesso all’acqua, all’igiene, all’energia pulita, promuovere un’economia sostenibile e la piena occupazione, infrastrutture resistenti, ridurre le disuguaglianze, rendere le città e le comunità sicure, inclusive, resistenti e sostenibili, garantire modelli di consumo e produzione sostenibili, agire con urgenza per combattere il cambiamento climatico e il suo impatto, salvaguardare i mari, proteggere gli ecosistemi terrestri, promuovere pace e giustizia e la collaborazione globale.
“Non pretendiamo di salvare il mondo, ma dobbiamo, vogliamo e possiamo assumerci la responsabilità della nostra sfera di influenza”, ha dichiarato il presidente Arno Kompatscher. E ha aggiunto: “Raggiungere gli obiettivi climatici è una sfida enorme, ma non è un’opzione o una questione di ambizione, bensì un nostro dovere: il dovere di tutti i cittadini della terra”.

Si potrebbe dire che invece sì, si tratta proprio di salvare il mondo. Gli obiettivi dell’Agenda 2030 non nascono perché tutti si sono improvvisamente svegliati attenti al prossimo e all’ambiente, ma perché se non ci sarà un cambio di rotta il pianeta è spacciato e così i suoi abitanti. E non è nemmeno solo un “dovere” sotto il profilo etico (naturalmente è anche questo), ma una necessità. L’Agenda 2030 è una specie di Arca di Noè.

Due brevi osservazioni. Per andare nella direzione annunciata da agende e piani non basta fissare obiettivi, va creata una nuova cultura (innanzitutto una cultura politica lungimirante) che metta al bando gli individualismi, altrimenti ogni anche piccolo cambiamento incontrerà resistenze insuperabili. Per raggiungere gli obiettivi non basta metterli nero su bianco: servono gli strumenti per raggiungerli. Cultura e concretezza. Bene comune. Non solo parole.

Bolzano ricorda il santo Freinademetz

Nella zona di Aslago esiste dal 1960 una Casa dei Missionari Verbiti, la Casa Freinademetz; si trova in via Ujöp Freinademetz, intitolata al missionario che dalla nativa Val Badia raggiunse la Cina, dove svolse finché visse la sua attività missionaria. Nato a Ojes in Val Badia il 15 aprile 1852, frequentato il Ginnasio a Bressanone, nel 1872 entrò nel seminario diocesano. Fu ordinato sacerdote il 15 luglio 1875 dal principe vescovo di Bressanone, Vinzenz Gasser; era l’anno di fondazione, da parte del sacerdote tedesco Arnold Janssen (1837-1909), della Società del Verbo Divino (SVD), la società dei Missionari Verbiti. Cooperatore alla cura d’anime dal 1875 al 1878 in Val Badia, il 28 febbraio 1878 Freinademetz chiese di essere ammesso alla Casa missionaria di Steyl (Tirolo). Arnold Janssen esaudì tale desiderio. Il 15 marzo fu inviato come primo Missionario Verbita in Cina, assieme al futuro vescovo J.B. Anzer. Dopo un periodo di inserimento, nella zona di Hong Kong, ambedue nel 1881 assunsero la missione nello Shantung meridionale, che a quel tempo contava 158 cristiani, e nella quale Freinademetz operò circa 30 anni. Dal 1900 al 1903 fu anche Superiore dei Missionari Verbiti della zona; fu per cinque volte Amministratore della Missione e dal 1904 al 1908 collaboratore del vescovo Henninghaus, successore di Anzer, deceduto il 24 novembre 1903. In Freinademetz ci fu un processo di profonda trasformazione interiore; il tirolese degli inizi fece posto a un Giuseppe Freinademetz genuinamente cinese; la sua fiorente opera fu interrotta nel 1889 dalla rivolta nazionalista dei Boxer; fu maltrattato e dovette fuggire. Ritornato alla missione nello Shantung, si impegnò sopratutto nel campo sociale e scolastico. Come Superiore del territorio missionario si consumò per i suoi amati cinesi, morendo per un’epidemia di tifo il 28 gennaio 1908.

Leone Sticcotti

Tempeste estive

Charles Windbreaker, produttore cinematografico britannico, era in vacanza in Alto Adige cercando refrigerio grazie ad un ghiacciolo gusto Ötzi all’ombra di un platano secolare. D’improvviso il cielo si è coperto di nuvole nere e Charles si è trovato in mezzo ad una delle tradizionali tormente estive locali. Il platano è caduto davanti ai suoi occhi e qualche tetto ha iniziato a volare. Una volta trovato riparo dalla grandine grande come palle da tennis Charles ha avuto un intuizione: realizzerà uno Spin-off di Mary Poppins che avrà come protagoniste il gruppo di tate volanti. Si cercano comparse: preparate gli ombrelli!

Estranei #1

Il termine alloctono dal greco àllos “altro”, e chthòn “suolo/terra”, indica la non appartenenza di qualcosa o qualcuno al luogo di residenza. È l’essere umano nato altrove dal luogo in cui vive, e che antropologicamente chiamiamo straniero. Nessun collegamento con la storia di Meursault che Albert Camus ci ha lasciato in eredità; manco il passaggio dalla lingua latina a quella volgare, fino a quelle parole con derivazioni etimologiche antiche e straniere attualmente in uso nei dialetti e nell’italiano; nemmeno con l’arricchimento culturale che genti e popoli migranti nel nostro Paese hanno rappresentato e rappresentano; neppure di ricchezze storiche sopravvissute alle epoche, quando l’italica terra ne era dominata, e la cui espansione era evidenziata sulle cartine dei libri di storia in rosso o in blu. Frattanto che il caldo umido ci fa boccheggiare, rendendoci insonni persino le notti, e che i meteorologi delineano sulle mappe durante le previsioni – con gli stessi colori degli imperi -, il nostro compito, se così si può chiamare, è quello di prestare attenzione ai fronti temporaleschi attesi sulla fascia alpina, prealpina, pedemontana e sulle pianure a Nord del fiume Po, perché si tratterà di eventi localmente pericolosi. Se in passato l’attenzione ai rischi veniva attuata come una sorta di salvaguardia del futuro raccolto da chi abitava in campagna e coltivava la terra, per non trovarsi poi con un pugno di mosche in mano, oggi, anche i cittadini sono chiamati a mettere in pratica un più alto senso di responsabilità di fronte a questi eventi catastrofici. Si tratta innanzitutto di non sottovalutare mai le allerte emanate degli Organi ufficiali preposti e di comportarsi con prudenza per evitare guai peggiori e di agevolare lo spirito di sacrificio dei soccorritori; non di meno, al contempo, dimostrare comprensione se un’allerta meteo data per certa poi magari non si verifichi. Recentemente nella zona di Bressanone, tra Veltuno, Scalares e Funes sono caduti chicchi di grandine dal diametro di 9cm, una novità assoluta per le nostre lande. Certo potremmo considerare questi promontori fantasiosamente alloctoni, o estranei alle nostre latitudini, ma le tempeste che si generano e dei danni prodotti è palpabile. Masse d’aria che di solito stazionano sopra il deserto ed invece ce le ritroviamo sopra la Penisola, con una temperatura in libera atmosfera, a 850hpa (1500 metri), fino a 24°C al Nord, tra 26°C e 28°C al Centro Sud e quasi a 30°C sulle Isole; con una frequenza, rispetto agli anni ’50, ora abituale. Se ci pensiamo bene sono valori folli, proprio perché a quell’altitudine il valore non è influenzato dal calore del suolo. Si tratta di caldo maltempo per ridurre all’osso il concetto, e per gli studiosi del clima di un fenomeno grave quanto dannoso per l’uomo e la natura. Ma il confine tra autoctono e alloctono è sempre flebile, specie a causa della nostra capacità di memoria, della superficialità, o per i nostri interessi, materiali contro spirituali, economici contrapposti a quelli ambientali ed ecologici, la cosiddetta salute.

Donatello Vallotta

Timbreroots: armonizzazioni e suoni cristallini

Si sono formati poco prima che la pandemia bloccasse l’intero pianeta, sono giovanissimi e propongono un genere musicale fresco e geniale, difficile da incontrare alle nostre latitudini, dove solitamente hanno vita più facile rockettari incalliti, cantautori, jazzisti e cover band.

Eppure, quella dei Timbreroots, un quintetto di base nella Bassa Atesina, sembra essere una scommessa già vinta, nonostante abbiano cominciato a venire allo scoperto appena un paio d’anni fa, non appena le restrizioni pandemiche si sono allentate.
Le buone carte di questi cinque ragazzi sono diverse, ma se dobbiamo dire quale sia il loro punto di forza non ci sono dubbi, le armonie vocali a quattro o cinque sono davvero senza precedenti da queste parti.
Lo scorso primo luglio, nel corso del concorso nazionale Music 4 the Next Generation, si sono aggiudicati un meritatissimo secondo posto, preceduti dal Lorenzo Bellini Quartet.
“Si tratta di un concorso molto interessante – ci racconta Thomas Vicenzi, bassista della formazione nonché baritono basso – ai gruppi partecipanti viene assegnato un brano di musica classica da arrangiare e proporre in chiave moderna secondo il proprio stile, a noi è toccato in sorte La follia, un brano originariamente barocco che abbiamo convertito in Madness e a cui abbiamo abbinato un testo originale che affronta il tema della follia in cui versa il mondo attuale. L’arrangiamento è venuto fuori in cinque quarti, molto particolare, con l’uso di strumenti come banjo e marimba”.
I Timbreroots sono tra i sedici gruppi sopravvissuti alla preselezione e hanno presentato il loro brano nella semifinale tenutasi a Verona, accedendo quindi alla finalissima che si è svolta a Trento con una giuria superstar composta da Malika Ayane, Gegè Telesforo e Alberto Martini.
Senza concedersi troppo riposo, una settimana dopo il gruppo (che è composto oltre che annovera oltre a Thomas anche da Benedikt Sanoll, voce solista e chitarra, Philipp Sanoll, tenore, batteria e percussioni varie, Sebastian Willeit, tenore, chitarre e banjo e il pianista e baritono alto Simon Oberrauch) si è esibito a Collalbo nell’ambito dello storico festival Rock Im Ring.
Un anno quindi del tutto a pieno ritmo, visto e considerato che a gennaio i Timbreroots hanno anche pubblicato il loro primo disco, un bel CD composto da dodici brani originali che mescolano i diversi stili a cui si ispirano, con una particolare predilezione per rock e folk di matrice indie.
“Ci piacciono molto Coldplay e Mumford & Sons – prosegue Thomas Vicenzi – ma soprattutto, a livello di armonizzazioni vocali ci rifacciamo molto alla musica corale di matrice classica. I brani sono scritti quasi esclusivamente da Benedikt: lui ha una formazione come vocalista jazz, ma tutti abbiamo studiato musica a livello scolastico e anche all’università”.
E non c’è che dire, ascoltando il loro disco, Numen’s Dreams (i sogni della divinità), si percepisce totalmente che siamo alla presenza di ragazzi assai dotati e preparati, con una strumentazione essenziale e senza contare su collaborazioni esterne, i Timbreroots hanno registrato il disco in una sperduta località austriaca, complice il fatto che tutti studiano a Innsbruck. Le composizioni sono ariose, mai cupe, talvolta dominate da melodie e ritmi che invitano alla danza, talaltra più riflessive, ma sempre elaborate cin cura e garbo. Inoltre, da non sottovalutare, c’è il fatto che anche a livello di liriche emerge chiaramente la volontà di non dire cose scontate, come è chiaro fin dalla prima traccia del CD, Lets Give The A Chance, un piccolo inno all’inclusività, senza barriere dovute al colore della pelle, allo stato sociale, all’età.
“È così che ci piace pensare debba essere la nostra musica – conclude Vicenzi – una cosa diretta a tutti coloro che vogliono esserne coinvolti: è anche il senso del nome che ci siamo dati, l’unione tra il timbro musicale e le radici musicali di ciascuno, quali che esse siano”.

Equilibri

Mai come in questo periodo ci stiamo rendendo conto della necessità, per tutti, di trovare un nuovo bilanciamento tra le esigenze dei vari gruppi di interesse nella popolazione, tra i diritti e i doveri, tra lo sviluppo umano nelle sue più diverse forme e l’ecosistema. Siamo tutti consapevoli del fatto che alcuni processi sociali ed economici, finora considerati normali e fisiologici, hanno iniziato ad andare fuori controllo, suscitando una serie di importanti interrogativi. Rispetto a queste problematiche la nostra bella terra tra i monti risulta oggi essere tutt’altro che indenne. A certificarlo nei giorni scorsi è giunto uno studio dell’Università di Bolzano. Il messaggio è forte e chiaro: per la stragrande maggioranza degli altoatesini, ovvero l’87% del campione di intervistati, il turismo ha raggiunto il suo apice. Non solo: di questo 87% “solo” il 43,2% ritiene che di turismo ce ne sia già abbastanza, mentre il restante 43,8% pensa che il turismo dovrebbe invece addirittura diminuire.
Nelle rilevazioni lo studio non ha fatto distinzioni tra fondovalle e montagna, centro e periferia. È andato invece a sondare quello che “percepiscono” gli altoatesini, a prescindere dai dati socioeconomici più o meno aggiornati. Ma – come sappiamo – di fatto è quello che percepiscono i cittadini, a contare poi nelle scelte periodiche che si fanno in merito a coloro che sono rappresentativamente chiamati a governare questi processi. Le prossime elezioni provinciali di ottobre saranno dunque – in un modo o nell’altro e nonostante l’astensionismo – una lapidaria cartina di tornasole di questo comune sentire. Dal canto nostro non possiamo che aggiungere una riflessione che parte da una segnalazione che trovate in questo numero del giornale. Nel vicino Trentino al turismo in montagna e alla gestione dei suoi cambiamenti in atto ormai da diversi anni, viene dedicata una specifica manifestazione. Sull’altopiano della Paganella il “Mountain Future Festival” denota dunque una consapevolezza che diventa essa stessa spunto per uno sviluppo turistico, in una prospettiva che offre però una piattaforma di confronto, in cui tutti gli attori della montagna si scambiano idee insieme al pubblico, composto sia da ospiti che da residenti. Non mi sembra che finora in provincia di Bolzano sia dato molto spazio a momenti di confronto di questo tipo. Invece a mio avviso sarebbe proprio questo il momento di convocare gli stati generali del turismo, ai quali invitare tutte le categorie del territorio e i semplici cittadini. Questo giornale tradizionalmente com’è noto dedica pagine e pagine ai consigli per l’escursionismo in montagna dedicati proprio ai residenti. Siamo sicuri che anche loro vogliono essere coinvolti per dire la loro, fin da subito.