Spazi urbani

E’ ormai questione di poco. A breve saremo chiamati a rinnovare il Consiglio Provinciale della Provincia Autonoma di Bolzano-Alto Adige. Anche sulle tre edizioni dei nostri giornali, QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassaAtesina, una serie di candidati e partiti presenteranno dunque le loro proposte e i loro programmi, a pagamento e seguendo le normative vigenti.
In tutta quest’estate, ormai agli sgoccioli, ho riflettuto in merito a quali aspetti privilegiare, in tali programmi, per la mia scelta personale di voto. Ebbene: sono arrivato ad una conclusione che ho pensato di condividere per tempo con tutti voi lettori, prima che parta la fase più accesa della campagna elettorale.
A mio avviso il concetto chiave dovrebbe essere quello di privilegiare le proposte politiche che forniscano delle indicazioni convincenti nell’ottica del ripensamento e miglioramento dei nostri spazi urbani. Non è una questione che riguardi solo il capoluogo, si badi bene. Anche nei nostri comuni più piccoli ed anche nelle frazioni la possibilità di fruire di un’adeguata vivibilità urbana, è sempre più importante sia per noi residenti che per i tantissimi ospiti che ci raggiungono ormai tutto l’anno, per visitare le nostre bellezze.
Viviamo tutti in dimensioni urbane che sono state edificate in epoche remote, sviluppate nei secoli sulla base delle nuove esigenze subentrate, e quindi nei tempi più recenti spesso solo purtroppo in qualche modo adattate ai nuovi bisogni, collettivi e dei vari gruppi di interesse.
Dal mio punto di vista tutti i problemi che attanagliano la società altoatesina nel suo complesso e che la prossima giunta provinciale sarà chiamata in qualche modo a governare, possono essere affrontati in maniera adeguata solo attraverso un nuovo percorso volto a riconsiderare finalmente i nostri spazi urbani riadeguandoli, sulla scia di un progetto condiviso che tenga conto delle necessità di tutti i conviventi. Considerando le nostre città alla stregua di veri e propri organismi viventi. In urbanistica e negli studi sociali si parla di indice di vitalità urbana, andatevi a vedere di cosa si tratta. Ripensare ai nostri spazi, soprattutto quelli comuni – in senso generale e non parcellizzato su commercio, residenza, mobilità ecc. ecc. – non è impossibile. In tantissimi luoghi d’Europa ciò è stato fatto nei decenni scorsi. Con risultati che dovrebbero finalmente diventare fonte d’ispirazione per noi e quindi anche per i politici che chiameremo a rappresentarci il prossimo 22 ottobre.

Autore: Luca Sticcotti

Estranei #2

Vi propongo le parole di Alberto Luca Recchi, esploratore, scrittore e fotografo documentarista del mare italiano. “Il granchio blu non è arrivato dalle coste degli Stati Uniti passeggiando, ce lo abbiamo portato noi, dandogli un passaggio involontario nelle acque di zavorra delle navi. E siccome il ‘tipetto’ si adatta facilmente, in qualche decennio ha invaso il Mediterraneo. Ma questo non lo abbiamo scoperto in queste settimane, lo sappiamo da anni (1948 in Grecia, 1949 a Grado). Quando però il problema ecologico diventa problema economico, tutti ne parlano: i media si interessano al caso ed i politici invocano lo stato di calamità”. 
Il parallelismo è illuminante e disarmante al contempo; per inciso, la politica è riuscita a regolamentare lo svuotamento ed il ricarico della acque di zavorra solo nel 2004, mentre a livello planetario chissà quante saranno le specie marine alloctone trapiantatesi al di fuori dell’habitat di sviluppo. In Alto Adige Occhi di bosco è in apprensione per l’espansione, senza soluzione di continuità, del bostrico tipografo; ha ferme nella mente la testimonianza di Peter Prader, proprietario di bosco e titolare di segheria in val di Funes, che ammette l’incapacità, nonostante tutti gli sforzi, i tagli e l’ingente materiale asportato, di contrastare questo coleottero. Per altro, nelle ultime settimane si è diffusa la notizia di una “nuova” strategia, ossia quella degli alberi esca (che tanto fresca non è); questa tecnica prevede il taglio, oltre a tutti gli ettari irreversibilmente già perduti, di molteplici alberi sani. Quelli abbattuti vengono poi pervasi di ferormoni che richiamano gli adulti, per il rito dell’accoppiamento. Non appena le colonizzazioni raggiungeranno l’apice in termine di numeri gli alberi esca verranno eliminati, prima che altre nuove generazione di insetti partano all’assalto di nuove piante. Le morie di abeti rossi (picea abies) riguardano tantissime valli e zone impervie; il paesaggio, in un divenire di macchie marroni sempre più vaste, in un futuro non troppo lontano cambierà, e drasticamente, tanto da farci domandare se è davvero ancora questa la nostra amata heimat, o se, come la ranocchia nella pentola, riusciremo, con un colpo di reni, ad escogitare soluzioni rapide ed efficaci dinnanzi a questa devastazione. La presenza del bostrico è sempre stata endemica, e solo dopo la tempesta Vaia del 2018 è divenuta pandemica. Quasi un lustro è passato, in cui anche il cambiamento climatico non ha aiutato, ma durante questo lasso di tempo non è stato fatto abbastanza. La natura segue la sua strada e difficilmente aiuta l’uomo, quell’uomo “cattivo” che non l’ha mai rispettata. 
E noi? Ci ritroveremo come estranei con ben più di una lacrima sul viso, guardando ciò che rimarrà del bosco e di quella marea di aghi color del rame.

Autore: Donatello Vallotta

Zona di operazioni delle Prealpi: venti mesi in camicia bruna

Sono ormai pochi coloro che possono avere un ricordo personale dell’8 settembre 1943. E non sono troppi nemmeno quanti sanno davvero, per averlo sentito raccontare in famiglia o per averlo studiato a scuola, che cosa accadde (dopo) quel fatidico giorno di esattamente 80 anni fa.

La sera dell’8 settembre 1943 il capo del Governo Pietro Badoglio annuncia via radio la firma dell’armistizio con le potenze alleate. La reazione germanica è immediata. In Alto Adige le unità dell’esercito tedesco, già presenti in forze, intimano la resa ai militari italiani. Ci sono episodi di resistenza, una trentina di morti e diversi feriti. I soldati, fatti prigionieri, sono condotti a Bolzano e deportati nei lager oltre Brennero. Una parte della popolazione di lingua tedesca accoglie questa situazione con entusiasmo, credendo di vedere nell’ingresso delle truppe germaniche l’agognata liberazione da vent’anni di oppressione nazionale.

Il 10 settembre è istituita la Zona di operazioni delle Prealpi (Operationszone Alpenvorland) che comprende le province di Bolzano, Trento e Belluno. Essa appartiene formalmente all’Italia, ma è sottoposta all’amministrazione del Terzo Reich.

Pochi giorni dopo scatta la retata degli ebrei. A seguito delle leggi razziali italiane del 1938, la popolazione ebraica della provincia si era già molto ridotta. I più si erano trasferiti altrove e a Merano erano rimaste alcune decine di persone. Ventidue di esse (seguite poi da altre) sono arrestate dal SOD (Sicherheits- und Ordnungdienst) per ordine delle SS e avviate, il 16 settembre, ai campi di sterminio. È la prima tragica deportazione da territorio italiano.

Nella Zona è reintrodotta la lingua tedesca nelle scuole, negli uffici e nella toponomastica. A Bolzano si istituisce un tribunale speciale. I podestà e i principali funzionari pubblici sono rimpiazzati con uomini di fiducia del nuovo regime. La stampa, sia di lingua italiana che tedesca, subisce gravi restrizioni. I confini sono resi impermeabili. Si impone, in diverse forme, l’arruolamento di tutti gli obbligati al servizio di guerra per la vittoria finale del Reich. A Bolzano, nell’estate del 1944, si crea un campo di concentramento “di transito”.

Per l’Alto Adige venti mesi di buio. Si chiuderanno con le stragi di fine aprile e inizio maggio 1945 e con la prospettiva di un futuro incerto.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Vincenzo Lancia

Tra le importanti vie della zona produttiva vi è via Vincenzo Lancia, cognome che richiama alla mente la storica presenza a Bolzano dell’importante stabilimento industriale noto come “Lancia”. Vincenzo Lancia, detto Censis, era nato a Fobello (Vercelli), nell’alta Valsesia, il 24 agosto 1881. I genitori lo indirizzarono agli studi in giurisprudenza, ma Vincenzo si appassionò per i motori. Assunto dal cuneese Giovanni Battista Ceirano, Vincenzo si immerse nell’attività dell’officina, dal disegno delle vetture alla costruzione, alla riparazione. Nel 1900, con il passaggio della Ceirano alla FIAT, Vincenzo Lancia si avviò ad essere un prezioso collaudatore; per otto anni fu pilota della FIAT, con fama di guidatore più veloce di quel tempo. Il 29 novembre 1906 costituì a Torino, con Claudio Fogolin, il collaudatore della FIAT, la società in nome collettivo “Lancia e C.”. L’avventura imprenditoriale di Vincenzo Lancia iniziò con settanta dipendenti in uno stabile all’incrocio fra via Ormea e via Donizetti. Nel giro di quattro anni produsse più di 1500 veicoli divisi in quattro modelli (dal 1919 i modelli Alfa, Dialfa, Beta, Gamma). La prima vettura Lancia, il modello 51-1/8/24 HP, più noto come Alfa, trovò ampio mercato negli Stati Uniti e in Australia. Ad un certo punto Vincenzo pensò anche alla propria vita privata, infatti nell’ottobre 1922  ci fu il matrimonio di Vincenzo Lancia con la segretaria Adele Miglietti; ebbero tre figli, Anna Maria, Gianni, Eleonora. Nel 1922 fu avviata la costruzione dell’autodromo di Monza, pista famosa in tutto il mondo, ospitante tra l’altro il Gran Premio d’Italia di Formula 1. Nel 1930 con altri industriali Vincenzo Lancia fondò la “Società anonima Carrozzeria Pininfarina”, poi “Pininfarina”. A soli 55 anni Vincenzo Lancia morì per attacco cardiaco a Torino il 15 febbraio 1937. Dopo le esequie  il feretro fu trasferito al cimitero di Fobello e deposto nella tomba di famiglia. Anche Torino ha dedicato una via a Vincenzo Lancia.

Autore: Leone Sticcotti

Altri singoli e intingoli

L’estate è la stagione della musica da consumare in fretta, anche se poi la storia ci insegna che ci sono anche delle canzoni per così dire estive che sopravvivono all’effimera stagione e fanno la storia. D’altronde, se c’era un vecchio adagio che ripeteva che le mezze stagioni non esistono più, oggi con buona pace dei meteorologi non esistono più nemmeno le stagioni intere.

Proprio a cavallo tra luglio e agosto, è stato pubblicato su spotify e su youtube (youtu.be/RUjd0qWU1ZE) Vivi il momento, brano estivo dal titolo emblematico, frutto della collaborazione tra il musicista e produttore Eziogroove (già collaboratore di Elisa Venturin per un singolo di un paio d’anni fa) e il rapper Ten P.M., entrambi bolzanini, che hanno appunto unito le forze per questa canzone dal sapore vacanziero. Il brano è stato realizzato dall’etichetta Multiforce e coinvolge insieme ai due autori anche la ballerina Pamela Murgia, anche lei proveniente dal capoluogo, qui però impegnata in qualità di cantante un po’ nello stile di Baby K. Il brano è infatti un crossover tra parti cantate e parti rappate, o forse meglio dire trappate, visto l’uso dell’auto-tune che personalmente trovo ripetitivo e troppo uniformizzante, in senso lato.

Il video di lancio del brano è stato realizzato dalla Startaccademy di Luca Vaccarino.

Sempre a fine luglio è stato pubblicato il singolo di Dana Tempesta, giovanissima cantautrice che si muove su tutt’altri territori musicali ma dal contenuto simile a livello lirico. Stare bene stare male (youtu.be/d13sHZe6WtA), questo è il titolo del brano con cui Dana esordisce, inizia come una cupa ballata pianistica incentrata sulle riflessioni della giovane autrice ma vira poi improvvisamente verso un suono più ritmicamente pop, contagioso nella struttura in cui la protagonista con un testo sempre molto diretto esprime la voglia di non pensare al domani. Anche qui c’è il vituperando auto-tune, bisognerà che me ne faccia una ragione… Il brano, sponsorizzato dalla cantautrice Nina Duschek, è il frutto di un workshop tenuto da quest’ultima e frequentato dalla Tempesta. Il video è animato e conta sui disegni di Siegrid Mauroner.

I Mainfelt sono invece una band di indie folk-rock che si muove già da qualche tempo all’insegna di un genere musicale che riporta alla mente gruppi epocali come i primi Pogue e soprattutto i Waterboys. Guidati dal cantante e chitarrista Patrick Strobl, anche i Mainfelt si propongono con un brano dal sapore estivo, nel senso di un brano costruito sui ricordi di un’estate lontana, passata. Il brano, intitolato Golden Home (youtu.be/Ts4QAHM0QF8), è comparso il 28 luglio scorso accompagnato da un video dal sapore bucolico che sembra voler raccontare il passaggio da infanzia ad adolescenza. La regia è opera di Andreas Koser e come ospite molto speciale, a duettare con il banjo di Ivan Miglioranza e la voce di Strobl, c’è la fisarmonica di Herbert Pixner.

E per concludere, tornando ai brani da spiaggia segnaliamo il bolzanino Falco Gabry, attivo ormai da una decina d’anni, che ha pubblicato il singolo Baila (youtu.be/yfe3giww3pg) rigorosamente a base di auto-tune e sintetizzatori e con le caratteristiche da tormentone estivo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Involtini di zucchine

Ingredienti

Ingredienti per 4 persone
4 zucchine
q.b. di prosciutto crudo a fette
q.b. di Emmental a fette
q.b. di formaggio spalmabile tipo Philadelphia
q.b. di finocchietto

Preparazione

Per preparare gli Involtini di Zucchine con Prosciutto e Formaggio iniziate lavando bene le zucchine, asciugandole e rimuovendo le due estremità. Prendete poi una mandolina e tagliatele a fette per lungo, facendo attenzione a non ricavarne fette troppo sottili.
Lavate bene qualche rametto di finocchietto e lasciatelo da parte.
Stendete le fettine di zucchine e appoggiateci sopra una fettina di Emmental, eliminando la parte in eccesso che esce dai bordi, poi spalmateci sopra un cucchiaino di crema di formaggio e ponete in fine la fettina di prosciutto crudo.
Richiudete i vostri involtini arrotolandoli e se volete potete fermate il tutto con delle forchettine per aperitivo. A questo punto gli Involtini di Zucchine con Prosciutto e Formaggio sono pronti per essere serviti.

Variante

Se volete potete personalizzare i vostri Involtini di zucchine con prosciutto e formaggio utilizzando i formaggi e i salumi che preferite!
Oppure potete preparare degli Involtini di zucchine vegetariani sostituendo il prosciutto p con dell’altro formaggio oppure con delle verdure.

Consigli
Per preparare gli Involtini di zucchine vi consiglio di utilizzare del prosciutto crudo tagliato non troppo sottile altrimenti il suo sapore si perderà.

Conservazione
Gli Involtini di zucchine con prosciutto e formaggio andrebbero consumati al momento, ma se proprio dovessero avanzare potete conservarli in frigorifero, ovviamente chiusi in un contenitore ermetico.

Ötzi superstar

Le ultime ricerche hanno dimostrato che la mummia del Similaun in realtà proviene dalla Turchia. Ötzil, il suo nuovo nome, sembra arrivato tra le Alpi per cercare nuovi pascoli dove allevare pecore ed importare il Kebab in Europa. Sembra sia stato assassinato da un membro del comitato “Turchi rimanete a casa vostra” composto da cacciatori e contadini locali che non vedevano di buon occhio questa “invasione” di stranieri. Ora si comprende meglio il significato dell’incisione trovata in una grotta della val Pusteria: “Tra gli stranieri e i lupi preferisco i secondi”.

Autore: Roberto Tubaro

Mancini

Nessuno se n’è accorto, a quanto mi risulta. Ma sta di fatto che l’ormai ex commissario tecnico della nazionale italiana di calcio si è dimesso guarda caso il 13 agosto che è… la giornata internazionale dei mancini. Forse nemmeno lui se n’è accorto, ma a me la cosa a fatto sorridere dato che da un po’ di tepo pensavo di scrivere un editoriale dedicato proprio al mancinismo. Com’è noto il mancinismo è la tendenza a usare, in parte o del tutto, il lato sinistro del corpo per compiere movimenti e gesti automatici e volontari. Questo fenomeno mi ha sempre incuriosito, perché si ricollega direttamente al comportamento che le culture, tutte, hanno nei confronti delle diversità individuali e quindi indirettamente delle minoranze se ragioniamo a livello di collettività. 

Gli studi più recenti hanno appurato che, statisticamente, nasce mancina un decimo della popolazione umana, mentre un altro decimo si caratterizza invece per la capacità di usare entrambe le mani per svolgere alcune attività oppure per alcune attività usano la mano sinistra e per altre la mano destra.

Oggi tutti siamo consapevoli dei danni che, nel passato, hanno causato le diffuse tendenze a obbligare a usare la mano destra anche coloro che manifestavano la propensione ad usare invece la sinistra, soprattutto per scrivere. La questione è curiosa, perché invece ad esempio proprio nel calcio gli attaccanti mancini ben presto sono stati osannati, per le loro originali capacità di piede. 

Resta il fatto che viviamo in un mondo comunque di destrorsi. Avete mai chiesto a un mancino puro quanto faccia fatica ad usare delle normali forbici? O come si ponga, se è chitarrista, davanti al dilemma: passo alla chitarra mancina dopo avere imparato su quella normale oppure no?

Una cosa è certa: mancini si nasce. Essere mancino fa parte dell’identità profonda della persona che usa preferibilmente la sinistra. E le ricerche più recenti hanno anche appurato che mancinismo è anche legato al linguaggio. Normalmente la dominanza per il linguaggio è nell’emisfero sinistro del cervello, infatti nei destrorsi la dominanza per il linguaggio si trova nell’emisfero sinistro. Invece nei mancini c’è un gruppo più ampio che ha la dominanza nell’emisfero destro. Con una serie di implicazioni interessanti sulla capacità di utilizzare il linguaggio non verbale ecc. ecc. Ma i nostri lettori mancini queste cose le sanno bene. Li saluto tutti con affetto!

Autore: Luca Sticcotti

Ogni libertà presuppone il rispetto della dignità personale

La libertà di espressione è riconosciuta e tutelata dalla Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ma c’è qualcosa che vale più di questo diritto. La verità dei fatti, ad esempio. E soprattutto: la dignità della persona.

Con una sentenza pubblicata pochi giorni fa la Corte di Cassazione ha confermato che “il diritto alla libera manifestazione del pensiero … non può essere ritenuto equivalente, o addirittura prevalente, sul fondamentale principio del rispetto della dignità personale degli individui”. Il caso si riferisce al ricorso di un partito politico che aveva definito “clandestini” le persone richiedenti protezione internazionale. Espressione falsa, discriminatoria e diffamatoria.

La libertà di espressione è un diritto fondamentale conquistato col sangue. Proprio per questo va trattato con alto senso di responsabilità. Ci sono almeno tre modi per offendere la libertà di espressione.

Il primo è quello di negarla. Ciò avviene nei sistemi totalitari, nelle dittature, dove esprimere la propria opinione, ma anche solo fare onestamente il lavoro di giornalista, porta a conseguenze penali, a persecuzioni e persino alla morte.

Il secondo modo consiste nell’abusare di questo diritto. Ciò accade quando si ritiene di poter dire qualsiasi cosa, senza prima verificare che si tratti della verità (o sapendo che non lo è). Un conto sono le opinioni, altro l’uso distorto dei fatti raccontati in modo falso e tendenzioso. Oppure la pratica, sempre subdola, delle mezze verità per screditare qualcuno, per distruggerlo, per guadagnare voti o lettori.

Il terzo modo, infine, è quello di farsi scudo proprio dell’articolo 21 per dire “liberamente” bugie, mezze verità, allo scopo di diffamare il prossimo. Questa pratica, data la sacralità del diritto di espressione, equivale a una bestemmia. La “libertà” di dire qualsiasi cosa non è libertà, ma arbitrio, abuso, violenza, reato.

Autore: Paolo Bill Valente

Confirmation bias digitale #2

Nello scorso numero abbiamo parlato degli aspetti informatici e social del confirmation bias, ovvero dell’atteggiamento, tipico della natura umana, che ci porta a confermare un’ipotesi tramite prove a favore, piuttosto che cercare di prendere in considerazione evidenze contrarie. Nei social ma anche nei motori di ricerca tale meccanismo naturalmente può comportare dei gravi pericoli rispetto alla garanzia di una corretta informazione. Al prof. Marco Montali chiediamo se esiste un’are di ricerca informatica che si occupa della differenziazione nei contenuti che vengono proposti agli utenti sia dei social che nei motori di ricerca. 

L’area di ricerca esiste eccome, d’altronde non è detto infatti che tutti gli utenti del web vogliano leggere solo opinioni simili alle loro. Ci sono infatti molte persone che vogliono avere un panorama più ampio e conoscere anche pareri discordanti. Ci sono dei ricercatori allora che, per esempio, lavorano su come differenziare il ranking dei risultati, una volta che cerchiamo qualcosa nei motori di ricerca. Nei social network però lo scopo delle piattaforme non è quello che le persone siano informate, ma piuttosto che stiano lì. E allora ci sono altri filoni di ricerca – dai quali io personalmente mi dissocio – che studiano invece come promuovere dipendenza e consumo. Il concetto è: se ti faccio vedere le cose che non vuoi vedere, magari allora te ne vai più facilmente. In ogni caso anche i social network si possono usare in maniera consapevole, andando a cercare le cose e seguendo una serie di profili, pagine o gruppi “certificati” rispetto a quello che si vuole vedere. Se ci si ferma al feed si è fregati, insomma In ogni caso nei social c’è anche il pericolo che se tu per interesse personale o per curiosità vai a visitare i profili di politici estremi che la vedono in maniera opposta rispetto a te, alla fine corri il rischio di essere profilato dal social network come un sostenitore di quel politico o di quel partito. 

In definitiva: oggi nel mondo accademico ci sono esperti di problematiche etiche e morali, che interagiscano con la ricerca in qualche modo orientandola in maniera “umanistica”?

La risposta breve è sì. Quella più lunga dice però che la questione è un po’ più complicata. 
A Vienna è stato stilato un manifesto per l’umanesimo digitale. Il documento dice che abbiamo in mano una cosa enorme che ha delle importanti implicazioni sociali, quindi è importante che ognuno si specializzi in un’area, ma ci vuole anche la consapevolezza che se la cosa non viene coordinata c’è il pericolo di causare gravi danni alla società e ai singoli individui. Il filosofo che si occupa di intelligenza artificiale deve avere delle competenze tecniche, altrimenti non può andare nel concreto. Ma lo stesso problema ce l’ha l’ingegnere in senso inverso. In sostanza ci vogliono figure ci si collochino nel mezzo e che consentano di creare dei ponti. E figure di ricerca che si occupino proprio di questi specifici aspetti. Occorre anche uscire dal meccanismo conservativo presente nella ricerca, che normalmente ostacola le attività nelle terre di mezzo, rendendo più difficoltosa la pubblicazione di specifici articoli scientifici. 

(continua)