La Pietà di Laives

Nessun oggetto sacro ha mai richiamato l’attenzione dei credenti come la Sacra Immagine della Madonna di Pietralba. Il suo santuario sull’altipiano del Regglberg fu fondato nel 1553, il convento dei Padri Serviti nel 1722. Da allora, ogni anno migliaia di devoti si sono recati nel luogo del ritrovamento della misteriosa statuetta di alabastro e, per un certo periodo, anche alla chiesa parrocchiale di Laives dov’era stata trasferita.

Il 28 maggio 1887, in occasione delle celebrazioni del centenario del suo trasferimento a Laives, apparve sul giornale “Volksblatt” un lungo articolo dedicato proprio alla piccola Pietà di Pietralba. “Già nell’autunno dell’anno precedente – scrive il giornale – è stata restaurata la chiesa e nel corso di tutto l’inverno si è provveduto ad adornarla degnamente per la grande festa.” In effetti, non è difficile comprendere cosa abbia rappresentato per un paesino rurale come Laives questa celebrazione, alla quale intervennero migliaia di persone oltre alle maggiori autorità religiose e politiche del tempo. Un evento paragonabile solo alla visita dell’imperatore.
Nel 1780 morì l’imperatrice Maria Teresa e le succedette il figlio maggiore Giuseppe II, che in fatto di religione la pensava esattamente all’opposto della madre. Con le sue riforme voleva togliere gran parte del suo potere temporale alla chiesa che di fatto nei secoli era enormemente cresciuto. La sua prima iniziativa fu quella di sciogliere molti dei conventi esistenti nell’impero, e ciò senza neppure interpellare il Papa. Complessivamente chiuse oltre 700 conventi e ridusse il numero dei religiosi della metà.
Il provvedimento deve aver colpito come un fulmine a ciel sereno una terra profondamente religiosa come la nostra. La maggior parte delle persone non comprese neppure il significato del provvedimento di Giuseppe. Lo subì come una castigo divino, una carestia o una malattia inevitabile. Il 12 giugno 1782 i governatori – compreso quello del Tirolo – ricevettero l’ordine di scioglimento. A Bolzano furono chiusi i conventi dei padri domenicani e delle clarisse. In un primo momento, l’imperatore si scordò di Pietralba ma nel giugno 1787 un commissario imperiale portò il dispaccio che ordinava ai padri serviti di consegnare tutti i beni di valore e abbandonare il convento, che secondo le intenzioni di Giuseppe doveva essere raso al suolo. Si tentò di salvare almeno la Sacra Immagine. In effetti, il 21 giugno arrivò da Innsbruck il permesso di trasferire la “statuetta di pietra” di Maria nella chiesa di Laives, non senza aver consegnato prima al funzionario addetto von Spreng tutti i suoi preziosi. “L’ordine fu di eseguire tutto con la massima discrezione e in silenzio e il curato di Laives dovette impegnarsi a collocare l’immagine su un altare laterale della chiesa”, ci informa il giornale.
E così avvenne. Nella notte del 13 luglio, il curato di Laives Johann von Kolb prese in consegna una cassetta con il prezioso contenuto e la portò in camera sua. A mezzanotte e mezza abbandonò il convento e si diresse a piedi verso Laives, dove fu accolto dall’Anwalt (avvocato – il sindaco di allora) Johann Fulterer e dai consiglieri comunali Josef Sagmeister e Franz Plattner, che in seguito adornarono con una corona l’immagine e la sistemarono sull’altare laterale come ordinato.
Il 20 febbraio 1790 morì improvvisamente Giuseppe II. Il suo successore Leopoldo II restituì al paese la libertà religiosa. Perciò il 24, 25 e 26 giugno la Sacra Immagine venne finalmente collocata sull’altare maggiore della chiesa e la festa a Laives fu la più grande e magnifica mai celebrata. Da allora, ogni 26 giugno venne organizzata una processione in onore di San Vigilio, che era considerato il padre spirituale del paese.

Autore: Reinhard Christanell

Parlarsi

Durerà poco, lo so, ma lo devo proprio dire. Della nuova legislatura appena iniziata mi hanno colpito positivamente due aspetti.
Il primo è la rapidità della formazione del nuovo governo, erano anni che non ci si metteva così poco.
Il secondo è ancora più clamoroso e riguarda i toni civili che hanno caratterizzato l’immediato dopo voto. Si è vista infatti poca tracotanza da parte dei cosiddetti “vincitori” e – di converso – anche poca demonizzazione e vittimismo da parte degli “sconfitti”. Paradossale è poi il fatto i toni più sprezzanti sono stati, dopo il 25 settembre, quelli del cosiddetto terzo polo che sulla carta era andato formandosi come reazione da una parte verso il tradizionale dualismo battagliero tra destra e sinistra, e dall’altro contro gli ex rappresentanti dell’antipolitica.
Il passaggio di consegne tra Mario Draghi e Giorgia Meloni ha confermato la tendenza – con tanto di sorrisi, cordialità, lunghi colloqui e una forma di continuità nei temi politici – che è stata subito demonizzata come presunto primo passo falso della nuova premier.
A proposito: interessante è stato anche il tono del dibattito sulla “prima volta” di una donna alla presidenza del consiglio. Anche in questo caso aleggiava un paradosso: un passo in avanti impersonificato dalla nuova leader di quelli che potremmo definire i conservatori italiani. In merito tante sono state le considerazioni ma anche in questo caso il basso profilo assunto dalla diretta interessata ha contribuito a contenere i toni, lasciando le polemiche sullo sfondo.
Sempre in tema di paradossi molto curioso è stato anche l’atteggiamento assunto dal partito di raccolta della nostra provincia, a fronte del governo italiano potenzialmente più nazionalista della storia repubblicana. Le vie sono infinite: una promessa di dialogo o – meglio – di trattativa, è stata sufficiente per sciogliere il ghiaccio e porre delle buone premesse, ancora una volta, all’insegna di un confronto civile.
Va detto che la congiuntura – politica, economica e sociale – è forse la più difficile e delicata della storia della nostra democrazia. E risulta dunque in qualche modo comprensibile che tutti i partiti abbiamo pensato in questa fase di ricondurre le proprio posizioni nell’alveo di un confronto che possa far convergere le idee e le energie, di maggioranza e minoranza (più che opposizione) verso lo sforzo comune di far scaturire il meglio. Creando con questo le condizioni ideali anche per la formazione di maggioranze più ampie, in parlamento, in caso di nuove emergenze.
In tempi cupi scegliere di parlarsi e non urlarsi è già un bel passo avanti, non credete anche voi?

Autore: Luca Sticcotti

L’Autunno

Ci sono storie che ci segnano nel profondo, ci sono stagioni, come l’autunno, che ci appartengono più di altre: è un legame indissolubile, una carezza discreta, un silenzio ritrovato. Finalmente piove. Mai così tanto invocata, la pioggia, scroscia a rimpinguare le falde e a bagnare i boschi e le case, a dilavare rocce e strade; è il dolce tintinnio di tettoie e grondaie, di albe nebbiose e mattinate di coperte di nuvole.  Per la gioia dei fungaioli, dopo questa ultima parentesi perturbata, tornerà il caldo, almeno dicono i meteorologi; e così anche l’ottantaquattresimo giorno di agosto – e chi ne ha più ne metta – potrà continuare imperituro. Se non esistono più le stagioni di una volta – o meglio – se esistono ancora, ma non come noi le conosciamo, giacché le anomalie climatiche rimarcano il cambiamento globale in atto, il foliage è sempre lì, pronto ad aspettare la nostra creatività nel dipingerlo e nel saperlo catturare in uno scatto e nella memoria. 

L’autunno è stagione di camminate, di scoprire o riscoprire nuove mete e città e magari di vedere nel quotidiano le stesse cose, ma con occhi diversi; è la voglia di scorgere la prima neve a imbiancare le cime. La Terra è pronta con il suo asse inclinato a continuare la sua orbita, il sole a chinarsi e a flettersi avvicinandola. Come per i popoli cacciatori-raccoglitori e coltivatori-agricoltori, ai quali oramai – purtroppo o per fortuna – si ergono quelli economici-tecnologici, l’autunno è la stagione della raccolta: di zucche negli orti, degli ultimi peperoni e pomodorini sui BalconORTI e di castagne sotto le foglie cadenti e croccanti, tra gli alberi di latifoglie diretti verso il bruno, ovvero il riposo vegetativo; è la tentazione di cambiare colori senza una tavolozza ed un pennello in mano, è prestare attenzione quando si procede su sentieri, sampietrini o lastricati di letti di foglie bagnate e, di nuovo, permettere ai bambini di giocare a terra e acqua e di schizzarsi nelle pozzanghere. è il periodo in cui negli ambienti domestici fa più freddo che fuori, ma il riscaldamento tuttora non parte. Basilico, origano e maggiorana stanno ancora bene sul terrazzo. I cavoli crescono; è tempo di riscoprire casa, del cambio degli armadi, di tè caldo e melograni, di plaid e calzettoni, di farinate e strudel, di caldarroste e di torroni e di sperimentare nuove ricette dietro ai fornelli, gas ed elettricità permettendo. 

Autore: Donatello Vallotta

Meritocrazia. (Dis)valore che giustifica la disuguaglianza

Si torna a parlare di “merito”, associando questo concetto anche alla formazione e alla scuola. Ma i talenti, dice papa Francesco, sono un dono da condividere. E uno studio presentato dalla Caritas alcuni giorni fa indica come la povertà sia in buona parte “ereditaria”. Un’ascesa sociale effettiva richiede il tempo di cinque generazioni.

Soprattutto nel campo dell’istruzione si verifica che “le persone che vivono oggi in uno stato di povertà, nate tra il 1966 e il 1986, provengono per lo più da nuclei familiari con bassi titoli di studio, in alcuni casi senza qualifiche o addirittura analfabeti (oltre il 60 per cento dei genitori possiede al massimo una licenza elementare). E sono proprio i figli delle persone meno istruite a interrompere gli studi prematuramente, fermandosi alla terza media e in taluni casi alla sola licenza elementare”. Già don Milani, nella Lettera a una professoressa scritta assieme ai suoi ragazzi, denunciava una scuola che premia i ricchi ed esclude i poveri.

Se la povertà è ereditaria, il “merito” c’entra poco. I Padri costituenti, ben consci di questo fatto, impegnarono la Repubblica (art. 3) a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È una prospettiva ben diversa da quella meritocratica. I diritti non si “meritano”, si riconoscono.

Papa Francesco, parlando al “mondo del lavoro” di Genova, pronunciò queste parole: “Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata ‘meritocrazia’. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il ‘merito’; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza”.

È certamente necessario che chi si impegna venga sostenuto (e che chi fa il furbo ne paghi le conseguenze). È giusto che chi ha un talento lo possa sviluppare per il bene comune. Il talento non va premiato, ma fatto fruttare. Essere nati benestanti e intelligenti non è un “merito”. È un dono, che va investito per il bene di tutti, in particolare di coloro che partono (senza colpe e senza meriti) da situazioni di povertà e disagio.

Autore: Paolo Bill Valente

Villa Viesi a Piccolongo

Percorrendo la A22 da Bolzano verso Trento, nei pressi dell’area di servizio Laimburg si noterà, seminascosta dietro la montagna e il ponte che attraversa l’autostrada, una bellissima villa a ridosso del Monte di Mezzo. Immancabilmente ci si chiede, per quale motivo un edificio di tale pregio ed eleganza, così diverso da tutte le altre costruzioni della zona, si trovi in quel punto per così dire disgraziato del territorio, tra strade, autostrade, fiume e monte. Essa sembra essere collocata lì quasi per fatalità, o per un capriccio del suo proprietario. 

Pochi sanno che la piccola località all’estremità meridionale del comune di Vadena si chiama Piccolongo / Piglon (o Piz-long, come dicono quelli del posto) e neppure sono interessati a saperlo – ma la villa, quasi un tocco di rinascimento italiano sotto duro il porfido bolzanino, desta sicuramente la curiosità che merita. Va anche aggiunto, che prima della costruzione dell’autostrada la casa godeva di una posizione certamente più felice e quasi fiabesca, immersa com’era nel verde sterminato dei meleti e vigneti della Bassa Atesina. Allora  vederla non era facile, raggiungerla poco agevole perché si doveva percorrere la strada provinciale verso Laimburg e Ora. 

La villa, che sembra appartenere ad un altro tempo e luogo, fu fatta costruire dal possidente agricolo Silvio Viesi (1866 – 1930), originario di Cles in Val di Non. Viesi aveva contribuito in maniera sostanziale a bonificare l’intera area di Piccolungo per creare la sua grande e fiorente azienda agricola. Egli fu anche deputato alla Dieta tirolese e poi fervente irredentista come quasi tutti i latifondisti della zona.

Accanto a quella di Viesi, a Vadena sorgevano le aziende dei Miori e più tardi dei Rabbiosi, che di fatto possedevano tutte le campagne tra Vadena e Ora. I Miori, originari di Rovereto, si erano insediati attorno a Birti, i Rabbiosi nella zona di Ora. Viesi occupava la fascia sotto la montagna tra Laimburg e Monte / Gmund. 

La villa di Viesi, eretta praticamente sull’argine dell’Adige, fu progettata da un noto architetto trentino, Emilio Paor (1863 – 1935). Paor aveva svolto un’intensa attività soprattutto a Trento ma non di rado veniva chiamato anche in Alto Adige. Per esempio è sua la chiesa neoromanica di Gargazzone, progettata nel 1899 ed eretta con blocchi di porfido tra il 1900 e il 1902. Anche il progetto – poi non realizzato – dell’ampliamento della chiesa parrocchiale di Scena è opera di Paor.

Alla bella villa di Viesi (qui nella foto di Sergio Perdomi) la rivista “Trentinomese” ha recentemente dedicato un articolo a firma di Roberto Pancheri. Egli descrive così la costruzione: “La villa di Piccolongo è caratterizzata dall’incastro di tre corpi di fabbrica, ciascuno con propria copertura a spioventi, tra i quali svetta una torre di tre piani. Ad essa è addossata sul lato orientale un’ariosa loggia ad arcate poggianti su colonne, cui si accede tramite una scala esterna in pietra. Sopra la loggia si estende una terrazza circondata da un parapetto traforato di gusto neorinascimentale. Le finestre hanno cornici di pietra rossa e ai piani superiori assumono fogge a monofora, bifora, trifora e quadrifora. Il terzo piano della torre è ingentilito da un elegante balconcino angolare con parapetto in ferro battuto.” Quanta grazia per questo paesino.

Autore: Reinhard Christanell

La via dedicata all’inventore Kravogl

Chi era e cosa  fece Johann Kravogl, al quale è intitolata la via che si trova, nella zona artigianale, tra le vie Negrelli e Einstein? 
Era nato il 24 maggio 1823 a Lana di Sopra; suo padre era impiegato di cancelleria nella sede di Lana del tribunale distrettuale. Johann perse presto i genitori, ma riuscì a frequentare la scuola elementare a Lagundo. Un benevolo professore di Merano gli prestò dei libri; tramite essi Johann apprese le nozioni di base di scienze naturali, fisica e matematica. Imparò poi il mestiere di fabbro nell’officina di uno zio a Imst nel Tirolo del Nord. 

Fermatosi a Zams nella Valle superiore dell’Inn, nel 1844, a 21 anni, ebbe successo il suo primo esperimento, un modello di locomotiva azionata da aria compressa. Recatosi a Vienna  e a Monaco di Baviera, ogni momento libero lo utilizzava per dedicarsi allo studio del magnetismo, dell’elettricità, dell’ottica e dell’acustica. Stabilitosi nel 1857 come meccanico nel quartiere Wilten di Innsbruck, nel 1860 il professore von Waltenhofen lo stimolò a costruire una pompa pneumatica a mercurio; fu tale pompa che gli fruttò il titolo di meccanico universitario regio imperiale. Altra sua opera, del 1867, fu il motore elettrico. Nello stesso anno presentò alcune sue opere all’esposizione universale di Parigi, ottenendo la medaglia d’argento. Un’altra invenzione fu un fucile a fuoco veloce, che offriva una rapidità trenta volte maggiore di quella del fucile in uso nell’esercito austriaco. Altre invenzioni furono: una pressa litografica, un condensatore di potenza per alta tensione, un campanello elettrico. Nel 1884 si trasferì dal Burgraviato a Bressanone, dove, affiancato da un nipote, allestì una piccola officina. Johann Kravogl morì, senza figli, dopo lunga malattia polmonare, nel giorno di Capodanno del 1889; fu sepolto nel cimitero di Bressanone. Gli hanno dedicato una strada anche i Comuni di Bressanone, Lana, Marlengo, Merano, Parcines, ma pure le città di Innsbruck, Salisburgo e Vienna.

Autore: Leone Sticcotti

Quando i concerti dei gruppi locali erano affollati…

Bolzano, con tutta l’offerta musicale e culturale che le si rovescia addosso ogni anno, non è propriamente una città “friendly” nei confronti della musica giovane: gli operatori del settore (Musica Blu, Pippo.Stage, fino alla rinata Liederszene 2.0) si inventano situazioni al limite del possibile per offrire iniziative appetibili e valide, ma quello che è sempre mancato e continua a mancare sono degli spazi dedicati.

Da parte delle amministrazioni sembra non esserci alcun interesse in questo senso, pensiamo a strutture come il defunto Ku.Bo, pensiamo all’Ex Novo Masetti, letteralmente ucciso dalla Provincia per dare spazio ad una nuova struttura che non è mai decollata come avrebbe dovuto.

La colpa però non va del tutto attribuita alla politica. Anche il pubblico ha le sue belle responsabilità. Ma non è sempre stato così, per quanto riguarda gli spettatori.

Vorremmo qui concentrarci in particolare sulla musica giovane, quella suonata e fruita da ragazzi tra i sedici e i trent’anni, età fatidica, secondo un adagio dei ragazzi degli anni sessanta, oltre la quale non si era più credibili o affidabili agli occhi dei più giovani.

Negli anni sessanta le band bolzanine potevano contare su un pubblico di coetanei e coetanee davvero robusto, i complessini avevano la loro tifoseria e venivano portati in palmo di mano, sia che si esibissero ad un cosiddetto tè danzante, sia che fosse un concerto propriamente detto.

Negli anni settanta le band avevano cominciato ad essere un po’ manager di sé stesse, anche in virtù del fatto che la fame di eventi era sempre più forte: i gruppi stranieri disertavano l’Italia perché imperversavano gli autoriduttori, di artisti nazionali a Bolzano ne arrivavano davvero pochi, il che lasciava spazio all’inventiva delle band che si organizzavano veri e propri eventi. Un concerto organizzato a Termeno dall’associazione Admiral in un lunedì di Pasqua riuscì a convogliare presso la sala parrocchiale del paese quattro gruppi: Artificial Joy, Anonym, Mad Company e Temple Caravan. Si aspettavano un pubblico di duecento persone, invece ne arrivarono seicento! Ed erano ragazzi che proponevano musica originale. Negli anni ottanta ci sono state kermesse come l’Altrockio e nei novanta i concorsi come Primo Palco, ma oggi?

Numeri del genere le band se li sognano: ma ciò non vale per chi fa musica altrui, che si tratti di generiche cover band, di gruppi specializzati in repertori anni ’80 o di tributi ad un solo musicista.

Ci sono però i “like” di facebook, youtube, instagram: la musica dei ragazzi arriva a molte più persone, è vero, ma quanto valgono?

Non molto secondo noi. Cantautori e band postano un video, nel giro di poco hanno centinaia, a volte migliaia di “mi piace”, ma chi ascolta le canzoni fino in fondo? E quelli che mettono il pollice in su o il cuoricino vicino al post, dove sono quando i ragazzi si esibiscono dal vivo davanti ad un pubblico sparuto?

Probabilmente sono davanti al monitor del PC o peggio, davanti allo schermo dell’i-phone a mettere distrattamente altri cuoricini a canzoni ascoltate forse fino a metà.

Il discorso ovviamente non vale per tutti, ci sono band come la Homeless e gli Shanti Powa che il seguito ce l’hanno davvero, ma è anche vero che loro non sono più tanto ragazzini.

Le scuole di musica sfornano ogni anno giovani talenti, molto preparati, molto tecnici, molto bravi. La paura è che un giorno tutto questo talento rimanga lì ad appannaggio di pochi o di nessuno, fine a sé stesso, senza un pubblico che ne possa fruire. Uno spreco dunque.

Che merita una riflessione, sia da parte dei giovani musicisti, che dei loro coetanei, che delle amministrazioni.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Povertà ereditaria

I poveri assoluti in Italia sono 5,6 milioni di persone, quasi uno su dieci. Nel nostro paese non abbiamo mai avuto così tanti poveri assoluti e dal fenomeno non è esente neanche la provincia di Bolzano, dove sono migliaia le famiglie che in queste settimane si stanno rivolgendo ad enti pubblici e privati per avere un sostegno. E non è solo una questione di bollette, l’unico riferimento a questo tema che abbiamo visto comparire nella recente (e triste) campagna elettorale. 

Ancora più impressione mi ha fatto constatare, grazie a un Rapporto Caritas pubblicato negli ultimi giorni, quali sono le categorie di persone che si stanno impoverendo oggi in Italia e in quali contesti matura questa crescente sfida alla sussistenza. Il dato è di quelli che vanno in completa controtendenza, rispetto all’impressione che maturiamo guardandoci intorno, fruendo le notizie sui media e facendoci condizionare dalle nostre aspettative, come avviene oggi quando per informarci ci appoggiamo quasi esclusivamente sui social network. 

“I livelli di povertà continuano ad essere inversamente proporzionali all’età”, si legge nel rapporto. Perché la percentuale di poveri assoluti si attesta infatti al 14,2% fra i minori (quasi 1,4 milioni di bambini poveri!) e al 5,3% per gli over 65. Non solo: tra il 2020 e il 2021 l’incidenza della povertà “è cresciuta più della media per le famiglie con almeno 4 persone, i nuclei con persona di riferimento di età tra 35 e 55 anni, i bambini di 4-6 anni, le famiglie degli stranieri e quelle con almeno un reddito da lavoro”, e tutto questo perché il lavoro (quando c’è) è troppo spesso precario e sottopagato, come ben sappiamo. Inoltre le maggiori difficoltà le hanno le famiglie a rischio che si trovano nei grandi centri del nord, perché al sud la vita costa molto meno.

Insomma: Il reddito di cittadinanza va senz’altro riformato, perché così com’è solo in parte riesce ad affrontare questo enorme problema. Ma è anche su altri livelli che occorre intervenire, ovvero contrastare il lavoro in nero e sostenere tutti i poveri e nuovi poveri che cercano aiuto non solo per ricevere beni e servizi, ma anche per essere ascoltati e consigliati. La povertà economica infatti quasi sempre si combina con altre forme di disagio sociale, articolandosi in mille modi, tutti bisognosi di essere capiti, compresi e sostenuti. 

Tornando al milione e mezzo di bambini poveri in Italia, il Rapporto Caritas ci dice che la povertà in Italia si eredita molto più della ricchezza. 

Dunque non ci resta che la speranza, speriamo non vana, che il nuovo governo sia in grado di maturare innanzitutto una consapevolezza di tutto ciò, per vedere se è possibile non dico ridurre ma almeno non ampliare ulteriormente il terribile divario che si registra oggi in Italia tra ricchi e poveri. 

Autore: Luca Sticcotti

Garanti di un pensiero, di un cammino (davvero) comune

Come ampiamente previsto, il Presidente della Repubblica austriaca Alexander van der Bellen è stato rieletto nel suo ruolo. La strada gli è stata spianata dai due principali partiti, popolari e socialdemocratici, che hanno rinunciato a presentare un proprio candidato, sottolineandone così la funzione di garante della Costituzione.

Un ruolo di garanzia che si estende in qualche modo anche all’Alto Adige, dal momento che l’Austria, a partire dall’Accordo di Parigi del settembre 1946, condivide con lo Stato italiano la responsabilità, di fronte al mondo, del buon funzionamento del modello autonomistico.

Tre anni fa, in occasione degli anniversari del Trattato di Saint-Germain (1919), dell’approvazione del Pacchetto (1969) e delle Opzioni (1939), van der Bellen fu in Alto Adige, tra castel Tirolo e Bolzano, assieme al Presidente Sergio Mattarella.

Van der Bellen aveva evocato le “forze distruttive della contrapposizione” che la “moderna Autonomia dell’Alto Adige” ha consentito di superare. “Assieme siamo riusciti rendere l’Alto Adige la terra fiorente e pacifica che oggi possiamo ammirare”. “Grazie al Pacchetto la politica dell’Alto Adige ha compiuto una svolta, passando dalla fase conflittuale, portata avanti anche con violenza, a quella del dialogo e dell’impegno corretto nella ricerca di soluzioni”.

Van der Bellen aveva poi definito “regimi inumani” quelli instaurati dal fascismo e dal nazionalsocialismo e indicato “la coraggiosa collaborazione tra forze che cooperano tra loro” come la via per trovare “soluzioni proficue”. Si tratta ora di “sviluppare ulteriormente questa Autonomia e di adeguarla alle attuali condizioni di vita ed esigenze. Assieme, nel rispetto reciproco e privilegiando ciò che unisce a ciò che divide”.

Mattarella aveva chiuso il suo intervento con queste parole: “Questa Provincia, tutti gli altoatesini-sudtirolesi, di lingua tedesca, italiana, ladina, rappresentano quanto ha auspicato il Presidente Kompatscher: una piccola Europa nel cuore dell’Europa”.

Era il novembre 2019. Poi venne la pandemia, poi venne la guerra.

Autore: Paolo Bill Valente

Giovinezza e i figli della terra di Vadena

Ogni epoca ha i suoi valori e i suoi idoli, ogni regime i suoi riti. Gli uni e gli altri influenzano il consenso dell’opinione pubblica – o popolo che dir si voglia. Le scene di vita quotidiana di un paese della provincia italiana possono contribuire alla conoscenza dei meccanismi che determinano nascita, vita e morte di un sistema politico.

Ma veniamo ai fatti. Il 23 gennaio 1935 – anno XII dell’era fascista – la “Alpenzeitung”, quotidiano filogovernativo di lingua tedesca diffuso dal 1926 al 1943, pubblicò nella sua rubrica “Aus Bolzano Stadt und Land” (la toponomastica era monolingue) un articolo intitolato “L’attività della federazione provinciale fascista – rapporto delle camice nere di Vadena in presenza del federale”. 

“Il federale – ci informa il cronista – ha visitato Vadena per proseguire nella sua attività ispettiva delle camice nere”. L’accoglienza dei fascisti e delle organizzazioni giovanili fu festosa e “la popolazione tutta si è radunata nella scuola del paese”. Tra le numerose autorità presenti, l’ispettore di zona Cav. Maculon, il podestà di Laives Barone Vittorio Altenburger, il parroco monsignor Zambiasi, il segretario politico Giovannini, l’ispettore amministrativo Migliucci, il segretario comunale di Laives, la fiduciaria del fascio femminile, il comandante degli avanguardisti e il maresciallo dei carabinieri. 

“Alle 20.30 in punto è arrivato il federale in compagnia del podestà di Caldaro Dr. Ravenna”, prosegue l’articolo. Al loro ingresso nella sala gremita fu intonato l’inno trionfale del Partito Nazionale Fascista “Giovinezza”. Momenti di grande emozione alle parole “Giovinezza, giovinezza, / primavera di bellezza! / Della vita nell’asprezza, / il tuo canto squilla e va!” Il federale commosso rispose con il saluto al duce.

Terminati i preamboli, il segretario politico elencò le attività del fascio nel trascorso anno XII. Il fascio di Vadena poteva contare su 39 iscritti, mentre i giovani fascisti erano 24. Tutti gli scolari facevano parte delle organizzazioni fasciste giovanili (figli della lupa e balilla), il fascio femminile vantava molte adesioni. “Il fascio di Vadena ha svolto una serie di iniziative ricadenti nei settori di sua competenza, in particolare per quanto riguarda l’attività di assistenza sociale. Inoltre – affermò il segretario politico – gli scolari di Vadena hanno espresso il desiderio che la loro scuola sia dotata di un apparecchio radiofonico e questo loro desiderio potrà senz’altro essere esaudito in quanto la radio rappresenta un importante strumento educativo e didattico”. Un po’ come la televisione e la rete internet in epoche successive. Il segretario politico concluse il suo rapporto con il saluto al duce.

Prese quindi la parola il federale. Sottolineò l’importanza di trovarsi in mezzo a tanti agricoltori che con dedizione e perizia lavorano la terra. “Il regime fascista – affermò il federale – presta grande attenzione alle esigenze del mondo rurale poiché chi ama la terra ama anche il fascismo e la patria”. Applausi.

Il federale citò quindi le gesta eroiche in guerra dei figli della terra. “Fu il duce a porre l’agricoltura al centro dell’economia nazionale”, disse. “Molti cercano di guadagnarsi il pane in città ma la vita sana e robusta si sviluppa solo in campagna”. Perciò il fascismo ha contrastato in tutti i modi la fuga dalle campagne. “Non dimentichiamo questi principi vitali e la devozione al duce”, concluse il federale. Applausi entusiasti del pubblico. In conclusone di serata, il pubblicò intonò altre canzoni patriottiche.

Autore: Reinhard Christanell