La via dedicata a Martin Knoller

La via che collega piazza Gries a via Michael Pacher, fiancheggiando la vecchia parrocchiale di Gries, è dedicata a Martin Knoller; chi era e cosa fece? Uno dei numerosi figli di Franz Knoller, pittore di pale d’altare, Martin era nato l’8 novembre 1725 a Steinach am Brenner; fu proprio tramite il padre che il giovane Martin si avviò all’arte.
Dopo gli studi a Innsbruck, frequentò l’Accademia di Vienna; esercitò l’arte a Roma, Napoli, Pompei, Milano, dove ebbe come mecenate il conte Firmian e dove sposò una milanese, Annunziata Cardani, figlia di un commerciante. Non mancarono i riconoscimenti pubblici. Fu intensa l’attività artistica anche nel Tirolo del Sud. Sono degli anni 1770/1773 gli affreschi sulla volta della navata della chiesa parrocchiale di Gries, è del 1776 la pala dell’altare maggiore, con “Estasi di S. Agostino”. Dal 1795 al 1801 furono eseguiti i dipinti dei sei altari laterali: Ultima cena, Ascensione, Epifania e Pentecoste, Resurrezione, Natività. Sono del 1802 i due ritratti dell’abate Nagel e del 1803 il proprio autoritratto per il convento di Gries. Per la chiesa di S. Giorgio in Weggenstein dell’Ordine Teutonico nel 1799 fu eseguita la pala d’altare raffigurante S. Giorgio. Da segnalare anche l’affresco, del 1801, nel salone di Villa Gerstburg, in via Claudia de’ Medici: è “Il Trionfo dell’Aurora”. A Martin Knoller si deve la decorazione di una stanza nel Palazzo Toggenburg. Non mancano lavori di Martin Knoller in altre chiese della diocesi: è del 1782 una “Morte di San Giuseppe” nella chiesa parrocchiale di Malles; del 1788 è “Maria Assunta” in quella di Merano, cui seguirono, sempre in tale chiesa, “La nascita di Cristo” e “L’Ultima Cena”. Per la chiesa di Villabassa sono del 1796 le tre pale d’altare “Lapidazione di Santo Stefano”, “Morte di San Giuseppe” e “Maria Assunta”.
Martin Knoller morì nella sua città d’adozione, Milano, il 24 luglio 1804. Fu sepolto nel cimitero milanese della Mojazza, fuori Porta Comasina.

Autore: Leone Sticcotti

La repubblica del frastuono: Casanova Republik

Una ventina d’anni fa erano tre studenti delle scuole magistrali che sognavano di fare i musicisti rock, senza una direzione ben precisa se non quella in cui li portava l’istinto, sull’onda della musica metal o punk che ascoltavano. Ora sono indubbiamente tre adulti che hanno deciso di provare a rimettersi in gioco, uno è un DJ, un altro ha optato per la letteratura e il terzo è rimasto in campo musicale come batterista pur essendo più noto come fonico e produttore: hanno scelto il nome di Casanova Republik (il nome che avevano ai loro esordi dicono di non ricordarlo nemmeno più), in omaggio al quartiere in cui due di loro abitano e che ritengono multietnico, a vocazione popolare e internazionale.

“L’idea – ci racconta il bassista e portavoce Andrea Montali – è stata di Alessandro Damian, il nostro batterista, che aveva un credito da riscuotere legato ai contributi per i lavoratori dello spettacolo danneggiati dal covid-19: bisognava però creare un progetto da presentare e lui ha chiesto a David Boscolo e me se volevamo ripartire da quell’ultimo giorno di scuola in cui la nostra band aveva cessato di esistere. David non prendeva in mano la chitarra da allora, io erano almeno dieci che non suonavo il basso ma abbiamo deciso di raccogliere la sfida lanciata da Ale.”

Così i tre ex-ragazzi si sono chiusi in sala prove per vedere cosa sarebbero stati in grado di combinare e una volta realizzato che le idee e il potenziale c’erano, si sono messi a registrare: il risultato è L’ultimo giorno di scuola, un EP interamente strumentale (fatta eccezione per un cameo di Mr. Alex nel brano 7 Up), otto brani in tutto, essenziali, all’insegna di quello che i Casanova Republik (scritto alla tedesca ma rigorosamente pronunciato all’inglese) indicano come il frastuono, nel nome del ricordo di ciò che suonavano nella palestra della scuola quell’ultimo giorno di scuola citato nel titolo che è anche una sorta di breve racconto (non dimentichiamo che Montali è anche scrittore e autore teatrale) che fa da corredo al disco nella sua confezione creata appositamente dal chitarrista. E Frastuono è anche il nome del gatto nero mascotte del gruppo, raffigurato sul retro del digipack con cui il CD è confezionato.

“Casanova Republik – prosegue Montali – va considerato più come un collettivo artistico a trecentosessanta gradi che come una band: ad esempio, quando ci siamo messi al lavoro abbiamo fatto circolare dei demo di quanto stavamo facendo, ci sono stati amici e artisti che ci hanno contattato per offrirsi di prendere parte al nostro lavoro, alla fine è rimasto solo il contributo di Mr. Alex perché le contingenze ci hanno portato a stringere i tempi. Mr. Alex ci ha mandato nel giro di ventiquattrore delle tracce vocali per il brano e ci ha scritto: prendete queste tracce, usatele, campionatele, il pezzo mi esalta. Noi gli abbiamo risposto: Alex, evviva, meraviglia! A lavorare sul brano in sede di mixaggio ci ha poi pensato Fabio Sforza.”

Mr. Alex sarà presente alla presentazione ufficiale del disco il 3 dicembre prossimo al Sudwerk, nel corso di uno spettacolo strutturato in due parti, una col concerto dei Casanova Republik ed una con il DJ set del chitarrista, e ci sono già diverse altre date in cantiere, in via di definizione e conferma. Ma prima del concerto, il 29 ottobre intorno alle 17.30, i tre musicisti incontreranno amici e fan presso il negozio di dischi Rebel Rebel per brindare alla pubblicazione del loro EP; tra l’altro al negozio è dedicata la terza traccia del disco, Disco New/Rebel Rebel, una sorta di dedica all’amico che ha rilevato il negozio la scorsa estate congiunta con l’omaggio allo scomparso Walter Eschgfäller nel cui negozio i tre musicisti spendevano le paghette e poi gli stipendi in cerca di buona musica.

“Non sarà uno showcase – conclude Montali –, però abbiamo lanciato un contest, visto che consideriamo Casanova Republik una comunità, un collettivo: abbiamo invitato la gente a mandarci foto e video col nostro disco, noi sceglieremo quello che ci piace di più e lo premieremo in quest’occasione con un biglietto omaggio per il concerto del Sudwerk.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Melosconvini

E’ stata avvistata una nuova creatura mitologica lungo le strade di Roma. Questa creatura, denominata Melosconvini, è donna, mamma e cristiana con un carattere nordico e lo spirito di un arzillo vecchietto con la vena comica e un profilo tic toc (tac) anti boomer. Questa creatura, che qualcuno sostiene sia in grado di far tornare i treni in orario, promette di governare il Paese per bene (o benito), cercando di non fare troppi sgarbi e promettendo di essere una fontana di sicurezze. Attenzione: se la incontrate rischia di tendervi il braccio raccontandovi qualche barzelletta contro i meridionali. 

Autore: Roberto Tubaro

“Tirtlen” alla ricotta

INGREDIENTI

Per 8 “Tirtlen” circa
Impasto
120 g farina di segale
140 g di farina
2 C panna
1 uovo
50 ml latte tiepido
1 p. sale
Ripieno
50 g cipolla
50 g burro
300 g ricotta
1 C erba cipollina tagliata finemente
Sale
Pepe appena macinato
Altro
Olio per friggere

PREPARAZIONE

Per l’impasto mescolate le due farine, poi lavoratele con la panna, l’uovo, il latte tiepido e il sale fino ad ottenere un impasto liscio.

Avvolgete l’impasto in una pellicola trasparente e fate riposare per 30 minuti.

Per il ripeno invece pelate la cipolla, tagliatela a dadini e stufatela nel burro. Aggiungete poi la ricotta e l’erba cipollina tagliata finemente, mescolate bene il tutto e poi aromatizzate con sale e pepe.

Formate un salame con l’impasto e tagliatelo in 16 pezzi di uguali dimensioni.

Stendete la pasta con il mattarello in sfoglie rotonde (Ø di 14 cm) oppure tirate l’impasto con l’apposita macchina e poi ritagliate i dischi di sfoglia con una formina.

Distribuite il ripieno in modo uniforme su 8 sfoglie lasciando libero un margine di 2 cm circa, inumidite poi questo margine con dell’acqua.

Richiudete con i dischi di sfoglia liberi premendo bene lungo i bordi.

Friggete i “Tirtlen” in olio abbondante, poi far sgocciolare su carta da cucina e servire.

Cottura: 4 minuti circa

forno a 180 gradi circa

Donare

L’Italia è il primo Paese al mondo ad aver sancito per legge il Giorno del Dono. Lo abbiamo festeggiato il 4 ottobre 2022, lo stesso giorno in cui si ricorda San Francesco Patrono d’Italia.
Celebrare queste ricorrenze nei tempi che corrono non è – come qualcuno potrebbe pensare – un’ennesima espressione di “buonismo”. è infatti proprio nei momenti difficili che occorre puntare l’attenzione sulla spinta verso la solidarietà, individuale e non solo, e sul ruolo del volontariato sociale, una pratica diffusissima in Italia e anche nel nostro territorio.
La giornata del dono è stata istituita in Italia non tanto per promuovere le donazioni, quanto per privilegiare il non profit virtuoso, monitorando quotidianamente affinché la pratica del dono si svolga in assoluta trasparenza e concretezza.
Nel contempo San Francesco d’Assisi a quasi 800 anni dalla sua morte resta un esempio di radicalità e un pungolo sotto diversi punti di vista, in primo luogo per la Chiesa stessa. Partendo dal suo status benestante, nella prima fase della sua conversione Francesco accompagnò la preghiera con la scelta di donare tutto quello che possedeva (e anche i beni del padre) ai poveri, mettendosi sul loro piano e chiedendo l’elemosina.
In questo modo indicò allora e indica tuttora alla Chiesa stessa la prospettiva della povertà, come vera via nell’ottica evangelica.
Per quanto riguarda il volontariato, in questo caso il dono riguarda soprattutto la scelta individuale di mettere a disposizione un po’ del proprio tempo per iniziative di tipo sociale, senza per questo ottenere in cambio un compenso in denaro.
Nonostante le varie forme di solidarietà messe in atto dagli enti pubblici e privati nelle loro diverse articolazioni, proprio la scelta personale di donare una fetta della propria vita per aiutare qualcuno, rappresenta a ben vedere un elemento fondamentale del patto sociale che alimenta la nostra forma di società, libera e democratica.
Il volontariato e la spinta al dono disinteressato sono oggi – durante la crisi economica e in presenza dei venti di guerra che si addensano alle nostre porte – una straordinaria risorsa, non solo di coesione sociale ma anche di vero e proprio supporto alle nostre vite individuali.
Le “fondamenta” delle nostre personalità non possono prescindere dalla necessità di scorgere nell’“altro” un potenziale o effettivo destinatario della nostra solidarietà, innescando in questo modo e automaticamente un meccanismo virtuoso.
è solo donando una parte di noi che si può pensare, poi, di poter essere noi stessi aiutati, in caso di bisogno.
Pensiamoci.

Autore: Luca Sticcotti

Zucca #2: la trombetta di Albenga

La varietà di zucca che tratteremo in questa puntata è la zucchina trombetta di Albenga, chiamata zucca trombetta o più semplicemente trombetta e riconosciuta localmente col nome di Sûcca da Reginn-a. Il termine esatto della specie è Cucurbita moschata ed è una delle varietà di zucche provenienti dalle Americhe. Di questa varietà fanno parte la zucca lunga napoletana, la zucca violina, la zucca torta o zucca pepona, la Butternut o zucca gramma. Si tratta di una specie macroterma ovvero che predilige climi caldi e temperati ed è tipica della Liguria di Ponente, ma nel tempo si è adattata perfettamente anche a minori esigenze termiche. In Liguria si trova ovunque, dagli orti familiari ai supermercati, da XXmiglia a Genova, mentre nel resto dello Stivale è pressoché assente, perché rispetto a grandi zucche come la delica o la hokkaido, è molto suscettibile agli urti e agli strofinamenti col rischio di restare invenduta se non perfettamente integra o in parte rovinata esteticamente. La pianta ha ciclo brevissimo e precoce e si può quindi seminare più volte durante la stagione primaverile/estiva. Viene coltivata in pergola, in serra, in verticale o lasciandola “correre” orizzontalmente. Tutto dipende dallo spazio che abbiamo e da quale forma desideriamo dare ai frutti, che sono allungati oppure ritorti in base appunto alla scelta di coltivazione. L’apice del frutto ingrossato e ampolloso (in esso ha sede l’ovario ) ci consente di prelevare, alla fine del ciclo vitale, i semi per coltivarla anche l’anno successivo. Nel BalconORTO è consigliabile seminarla ad aprile/maggio e metterla a dimora dopo le prime 2/3 foglie vere in un vaso molto grande e profondo (50/60 cm). Ha bisogno di spazio, di sole, di compost e di un luogo riparato dal vento. Da anni la coltivo in Alto Adige con ottimi risultati viste anche le mutate condizioni climatologiche. I suoi frutti, di colore verde chiaro, possono essere consumati prematuri oppure essere lasciati sulla pianta a maturare – diverranno color mattone – per poi venire conservati in luoghi freschi e asciutti in previsione delle zuppe invernali.  Di sapore dolce e delizioso, di gran lunga superiore ai tradizioni zucchini ha uso poliedrico in cucina: nel misto al forno alla julienne, semplicemente in casseruola con il pomodoro, oppure solo con la cipolla per condire la pasta, nei risotti, ma è ottima anche consumata da sola con aglio e aceto alla capece, col polpo anche cruda tagliata finemente. La si utilizza inoltre in pietanze come frittate e torte salate. Eccellente per le creme o vellutate. E che dire poi dei fiori di zucca sulla pizza o in pastella?

Autore: Donatello Vallotta

I fascismi cent’anni dopo. Come riconoscerne i segni

In questo mese di ottobre 2022 si ricorda il centenario della presa di potere del fascismo in Italia. Nel fare memoria della “marcia su Bolzano” del 2 ottobre 1992, in molti hanno invitato a imparare dalla storia e a evitare gli errori del passato. A fine mese, il 28 ottobre, ricorreranno i cento anni della “marcia su Roma”.

Ma che cosa fu (è) di preciso il fascismo? Umberto Eco, alla fine del secolo scorso, propose una serie di elementi caratteristici per individuarlo. Può essere utile riprendere in mano l’elenco per valutare, oggi che “quel” fascismo è storia, a che cosa stare attenti per non essere rapiti da fenomeni analoghi.
Un primo punto è il culto della tradizione del passato. Una tradizione dalle origini occulte, misteriose, spesso creata a tavolino. Ne segue il rifiuto di ciò che è moderno, combinato, paradossalmente, a un’adorazione irrazionale della tecnologia. Questo irrazionalismo si sostanzia nel culto dell’azione per l’azione e porta a un atteggiamento diffidente verso scienza e cultura. Ne deriva anche il rifiuto della critica e dello spirito critico, perché, facendo domande, si mette in dubbio la falsa unità della tradizione. Il fascismo ha paura di ciò che è diverso e complesso. Il razzismo (anche nella forma dell’antisemitismo) ne è la manifestazione più evidente (come lo sono anche il partito unico, l’omologazione dei mass media). Il fascismo fece leva, storicamente, sulla frustrazione delle classi medie, figlia della depressione postbellica e poi della crisi economica. Da ciò l’uso del populismo come metodo di propaganda. Esso manipola l’idea di popolo (e nazione) come entità monolitica che esprime una volontà comune (totalitaria) e non considera i diritti degli individui. La “volontà del popolo”, oltretutto, ha un unico interprete: il capo. Ne conseguono altre particolarità: la derisione delle regole democratiche; l’elitismo di massa e il disprezzo per i deboli (come le minoranze); l’idea di un eroismo di massa che spinga a immolare se stessi per una causa “comune”; il machismo (che implica l’inferiorità delle donne e la condanna intollerante di abitudini sessuali diverse).
Il fascismo, essendo una casa costruita sulla sabbia, ha l’ossessione per i complotti, ha una percezione esagerata della minaccia di nemici esterni (o comunque diversi), propone l’idea guerra permanente e disprezza il pacifismo. Usa infine una “neolingua”, basata su un lessico povero e una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico. È quello che oggi si chiama “pensiero breve”.
Questi gli elementi che, combinati insieme, dettero vita al fascismo. Molti di essi – facendo la dovuta attenzione – li ritroviamo a vari livelli nel nostro presente. Non necessariamente contrassegnati dall’etichetta “fascismo”.

Autore: Paolo Bill Valente

La snaida di Seit

Quando parliamo dei secoli successivi alla caduta dell’impero romano d’occidente (476) e della Völkerwanderung germanica (invasione barbarica), dobbiamo tenere conto che la documentazione riguardante la nostra regione è davvero scarsissima. 

Gli archivi trentini sul periodo precedente l’anno 1000 sono praticamente vuoti e pochissime sono anche le testimonianze dirette, se si esclude quella di Paolo Diacono e della sua Historia Longobardorum basata sui racconti di Secondo di Non. 

Non a caso si parla di un periodo “grigio”.

Eppure, la presenza di Longobardi e Bavari, di Goti e di Franchi ha lasciato segni profondi nella nostra terra: segni che però sono difficili da leggere e da interpretare. 

Il territorio longobardo, compreso in un ducato con sede a Trento (guidato dallo storico dux Evin), ricalcava più o meno quello dell’antico municipium trentino di stampo romano, che a nord aveva il suo confine “naturale” alle porte della località di Bolzano. 

Laives, che si trovava proprio sulla linea di quella frontiera – a volte di qua, a volte di là – in epoca romana dev’essere stata poca cosa se non, come molti altri paesi “retici” devastati nel 15 a.C. da Druso, come avamposto militare a presidio della strada e soprattutto dei vicini confini. 

I Longobardi, saliti fino a Trento e poi a Salorno, da dove tentarono ripetute sortite in tutta la valle dell’Adige fino a Merano, subentrarono a pieno titolo nell’organizzazione territoriale romana, e ciò anche per quel che concerne le strutture militari di confine. 

Ora è evidente che se l’ipotetico confine correva – certo non in modo lineare, perché gli antichi confini erano quanto di più contorto e a volte incoerente si potesse immaginare – tra il Virgolo, San Giacomo (Unterau) e lo stesso paese di Laives sulla sponda sinistra dell’Adige, per poi attraversare la vallata (Kaiserau) in direzione di Castel Firmiano/Formigar, vi devono essere tracce di vecchie postazioni militari di confine risalebtu a quell’epoca. 

Infatti nelle campagne tra San Giacomo e Laives esiste una vecchia torre di guardia sull’antico tracciato della strada pedemontana, la cosiddetta torre nella Dinzelleiten. 

Si tratta a tutta evidenza di una torre appartenente ad un sistema di difesa militare e di presidio del confine. 

E proprio lungo i sentieri che da San Giacomo e il Virgolo conducono al Colle e quindi a Nova (non ancora divisa in Ponente e Levante, ma certamente compresa in territorio longobardo, come dimostra il toponimo Manee che contraddistingue un quartiere del paese) deve essersi trovato il vecchio confine tra ducato di Trento e contea di Bolzano. 

E sopra l’abitato Seit è la toponomastica a indicarci un posto di confine molto importante presso la Schneiderwiese. 

Il nome suona assai singolare, in quanto è evidente che nessun sarto/Schneider si sia mai trovato in quel luogo disperso tra i boschi. 

Sembra invece che esso derivi dal termine longobardo “snaida”, che equivale a “segno di confine nel bosco”. Ciò è abbastanza certo, in quanto nel famoso editto di Rotari (una sorta di codice legislativo), si dice espressamente “signa nova id est ticlatura aut snaida in silva”. Snaida è poi stato tedeschizzato in Schneide e come tale appare in molti toponimi nel vecchio territorio longobardo, mentre è del tutto sconosciuto in quello bavaro. 

D’altronde anche Signato sul Renon deriva da snaida, essendo signaida la forma romanizzata di snaida. 

Lo stesso nome del paese di Seit potrebbe essere una deformazione del termine longobardo Waita, che significa posto di guardia. 

A Laives, in località Reif, all’imbocco della Vallarsa, potrebbe essersi trovato un altro posto di guardia romano-longobardo: infatti il nome “Reif”, nel periodo medievale attribuito soprattutto ai depositi di legname, potrebbe derivare da ripuarius, posto di guardia sulla riva del rio o a presidio di un ponte.

Autore: Reinhard Christanell

Nuova presidente degli editori

Nicolò Degiorgis (Rorhof), Hermann Gummerer (Folio), Ingrid Marmsoler (Athesia), Aldo Mazza (Alpha Beta), Eva Simeaner (Edition Raetia) e Andreas von Mörl (A.Weger) sono i membri del nuovo direttivo degli editori nell’Unione commercio turismo servizi Alto Adige. L’assemblea generale e la prima riunione costitutiva del nuovo direttivo si sono tenute di recente presso la sede centrale dell’Unione a Bolzano. Eva Simeaner è stata eletta alla presidenza, Aldo Mazza è stato invece nominato vicepresidente.

Hermann Gummerer, per lunghi anni presidente della categoria, passa quindi il testimone, ma rimane attivo nel gruppo. Tra le altre cose, può guardare con orgoglio all’apprezzatissima iniziativa “Bazar dei libri”, che la scorsa estate ha festeggiato l’ottava edizione.

Eva Simeaner legge al lavoro, a casa e in ferie. Una grande passione diventata col tempo una professione. Lavora da dieci anni presso la casa editrice Raetia come coordinatrice delle vendite ed è responsabile del segmento di attività legato ai libri di cucina. In precedenza, aveva collaborato con le edizioni Löwenzahn e presso Haymon Verlag a Innsbruck e Bolzano.

In occasione dell’assemblea generale si è discusso dell’importanza della collaborazione tra gli editori locali, perché non sono solo competenti riguardo diversi temi, ma vere esperte ed esperti del mercato editoriale tedesco e italiano. Le case editrici altoatesine pubblicano libri di grande qualità, che non temono il confronto con i libri dei grandi editori italiani o tedeschi. Oltre a ciò, le case editrici altoatesine sono molto unite a livello professionale e, come categoria, godono di un efficace sostegno da parte dell’Unione.

“Come punto di contatto tra Nord e Sud riusciamo a unire entrambi i mondi”, afferma Eva Simeaner. “Un altro importante compito degli editori altoatesini è dare voce agli autori e alle autrici dell’Alto Adige, che hanno spesso poche chance di pubblicazione presso le grandi case editrici tedesche. Noi scegliamo di pubblicarli perché meritano di essere venduti e letti anche in un contesto più grande”, assicura la nuova presidente.

La via dedicata a Reginaldo Giuliani

Via Reginaldo Giuliani, è una delle due vie minori colleganti Piazza IV Novembre con Corso Libertà. Chi era e cosa fece? Nato a Torino con il nome di Andrea il 28 agosto 1887, il 25 settembre 1904 entrò nel noviziato domenicano di Chieri, si laureò in teologia e fu ordinato sacerdote il 27 settembre 1911; fra’ Reginaldo, tale il suo nuovo nome, come predicatore domenicano fu attivo dal 1915 a Trino Vercellese. Nel 1916, assegnato come cappellano al 55° Reggimento fanteria “Marche”, partecipò alle battaglie dell’Isonzo, meritandosi la prima medaglia di bronzo. Sempre come cappellano, nel 1917 passò ai reparti di assalto, noti come “Arditi”, della III Armata, guadagnandosi altre medaglie. Ma fu cappellano anche dei Legionari fiumani, partecipando all’occupazione di Fiume, apprezzato per la profonda fede e l’indomito coraggio dallo stesso Gabriele d’Annunzio. Ripresa la vita religiosa, assegnato al convento di S. Domenico di Torino, si occupò della formazione della gioventù. Oltre ad essere predicatore in varie zone d’Italia, fu fecondo scrittore. Nel 1922 partecipò alla Marcia su Roma. Dal 1924 fu cappellano della Regia Accademia di Artiglieria e del Genio di Torino. Nel 1927, oltre ad essere “predicatore generale”, fu docente all’Università Statale di Torino. Tornato in Italia dopo tre anni (1927-1930) di apostolato in America, diede vita a diverse iniziative per la formazione dei giovani. Nell’aprile 1935 padre Reginaldo partì per la guerra d’Etiopia, come centurione cappellano del Primo Gruppo Battaglione Camicie nere d’Eritrea. Anche nelle dure condizioni di vita in Africa orientale padre Reginaldo dimostrò la forte tempra di uomo di Dio. Nel gennaio 1936, mentre infuriava la battaglia del Trembien, a Mai Beles padre Reginaldo, pur già ferito da arma da fuoco, continuava a confortare e assistere feriti e moribondi. Stava dando i conforti religiosi a un giovane soldato, morente per le gravi ferite, quando fu attaccato e trucidato con la scimitarra da un abissino; era il 21 gennaio 1936.

Autore: Leone Sticcotti