Giovani cantautrici crescono

Lo scorso mese di settembre si è segnalato per le uscite in video/singolo nel giro di pochi giorni di tre giovani cantanti in cerca di affermazione o di riconferma. Se per Waira si tratta di un ritorno a tutto tondo dopo una lunga assenza dalle scene dovuta a problemi alle corde vocali, per Alice Ravagnani è un quasi debutto dopo aver fatto per un po’ pratica con le cover. Per Zelda Mab invece si tratta dell’anticipazione di un nuovo EP a lungo annunciato e ora finalmente alle porte, via Riff Records.

Cominciamo con Waira, al secolo Camilla Cristofoletti, che dopo un debutto folgorante targato ormai 2016 che aveva impressionato critica e pubblico per la sua freschezza, nel 2018 aveva subito una battuta d’arresto: “Le cose stavano andando troppo in fretta – ci racconta dal suo attuale domicilio amburghese –, le attenzioni, il concerto a Londra, l’aver incontrato un sacco di gente… Credo di non aver neppure fatto in tempo a maturare una vera passione per la musica. Guardando indietro è come se alle mie spalle ci fosse un cassetto in cui ho dimenticato troppe cose”.

Pare comunque che ora per Waira sia venuto il tempo di recuperare: il nuovo brano, Jolene (youtu.be/ElXsnclpgcY) è decisamente una bella sorpresa, come lo è il video diretto da Majda Brecelj che ci fa apprezzare la crescita di questa giovane di Salorno. Si tratta di una canzone introspettiva legata al proprio vissuto e, soprattutto, scaturita da  una collaborazione che si auspica possa dare presto ulteriori frutti, quella con Thomas Traversa e Alejandro Zarate in veste di produttori, ma soprattutto amici. “Era da un po’ che Thomas mi proponeva di fare qualcosa insieme – prosegue la cantautrice – ma non l’ho mai preso sul serio, poi l’ultima volta che me lo ha proposto è stato in un periodo in cui avevo ripreso a comporre parecchio, così ho detto sì, mi aspettavo qualcosa di semplice, giusto in amicizia, chitarra acustica e voce, e invece mi sono trovata in un garage adibito a studio, con gli strumenti e le persone che li suonavano. Fino ad allora avevo sempre lavorato con Mattia Mariotti, trovandomi benissimo, ma stavolta è stato differente. Durante le prove ho scritto Jolene che abbiamo poi scelto come singolo. Ecco tutto. La cosa più bella è che per la prima volta mi sono sentita coinvolta nella produzione con potere decisionale, e ora non vediamo l’ora di dare un seguito al progetto, ci sono altre cose già pronte che aspettano solo di essere finite”.

Mattia Mariotti, produttore del primo EP di Waira lo è anche  del secondo singolo (nonché l’autore del video)di Alice Ravagnani, On My Way (youtu.be/mD9MN9cil_g), su youtube dallo scorso 5 settembre. Si tratta di una dichiarazione d’amore alla musica con un brano decisamente orecchiabile spinto da un refrain molto orecchiabile, con un arrangiamento essenziale tutto giocato sul mettere in evidenza la voce di Alice, ma non si può fare a meno di applaudire agli irrinunciabili cori ad opera di Monika Callegaro, che proprio lo scorso anno, in questo periodo, aveva a sua volta pubblicato in un delizioso EP con un brano analogo (MK), anche lei sotto la produzione di Mariotti.

“Con On my way – spiega Alice Ravagnani – ho voluto un po’ raccontare la storia d’amore tra me e la musica. Storia che dura da sempre e che, come ogni love story degna di nota, ha avuto molti alti e bassi. Ma forse rappresenta anche la relazione con me stessa. Mi sono però resa conto dell’impossibilità di scappare realmente da questi momenti, perché alla fine ritornano sempre, soprattutto le sensazioni, a volte negative, che nel cantare salivano a galla. Avevo talmente paura di sentirmi vulnerabile, che ero arrivata a smettere di cantare del tutto e quei due anni sono stati penso i peggiori della mia vita”.

Concludiamo con Facile preda (youtu.be/s2R3O82emxw), il nuovo singolo di Zelda Mab, che solo nei primi tre giorni ha avuto quasi tremila visualizzazioni: il brano precede l’EP Elettricità, atteso per il 28 ottobre prossimo e su cui avremo modo di tornare. Rispetto alle sue colleghe di cui ci siamo appena occupati, Zelda Mab, paga il dazio di cantare in italiano che con la metrica poco aiuta. Lanciato da un video molto d’effetto che conta sulla partecipazione di un inatteso Giulio Todaro (già sparring partner del mitico Macao in anni lontani), Facile preda ci è parso ripetitivo e non ha convinto del tutto. Ma ne riparleremo col disco in mano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Rosticciata del signore con speck

INGREDIENTI

Per 4 persone

300 g patate a pasta soda

400 g noce o filetto di vitello a pezzetti o in striscioline

60 g cipolla tagliata a dadini

5 C olio per arrostire

1 foglia d’alloro

1 c maggiorana tagliata finemente

1 c prezzemolo tagliato finemente

200 ml salsa di vitello o brodo di carne

sale

pepe appena macinato

1 C burro freddo

Anelli di cipolla fritti

1 cipolla grande

farina

olio per friggere

sale

Altro

4 fette di speck

8 foglie d’alloro

PREPARAZIONE

Lavate le patate, lessatele in acqua salata e fatele raffreddare. Pelatele e tagliatele a fette con lo stesso spessore.

Riscaldate 3 cucchiai d’olio per dorare le patate.

Aromatizzate con sale e pepe la carne tagliata di vitello e arrostitela brevemente con la cipolla e poco olio in una seconda padella.

Unite adesso le patate a fette, la foglia d’alloro, la maggiorana, il prezzemolo e la salsa di vitello o il brodo e portate ad ebollizione.

Aromatizzate la rosticciata con sale e pepe e terminate con il burro freddo.

Per gli anelli di cipolla fritti pelate la cipolla, tagliatela a fette non troppo sottili in modo da ottenere dei grandi anelli, cospargeteli di farina eliminando poi quella in eccesso. Dorate gli anelli nell’olio caldo, adagiateli poi su carta da cucina per far assorbire l’unto.

Infine arrostite le fette di speck, disponetele con gli anelli di cipolla sulla rosticciata, guarnite con le foglie d’alloro e servite.

VARIANTI

Rosticciata del contadino: 
al posto della noce di vitello, usate del manzo lesso tagliato a fettine sottili e al posto del fondo di vitello del brodo di carne.
Cottura patate: 45 minuti circa.
Cottura rosticciata: 10 minuti circa.

SUGGERIMENTI

1) Come contorno vi consigliamo dell’insalata di cappuccio.
2) Al posto della carne di vitello potete utilizzare anche della carne di maiale o di pollo.
3) Alla rosticciata potete anche unire dei porcini, dei gallinacci o degli champignons.

Sostenibilità

Qualcuno ha preso alla lettera il fatto che dovrà essere un inverno all’insegna del risparmio energetico e ha così deciso che la grande insegna BOLZANO BOZEN, che a breve svetterà su piazza Walther, sarà illuminata solo a metà.
Quale metà? Non potendo illuminare solo il toponimo tedesco o quello italiano, l’assessore comunale alle luminarie ha optato per una soluzione… profondamente zen.

Autore: Roberto Tubaro

Votate!

Vi invito a leggere a pag. 11 il commento scritto da Paolo Valente per la rubrica “Senza Confini”.
In esso si trovano diversi spunti per dare un senso al voto che ci apprestiamo a dare, domenica 25 settembre, nell’appuntamento elettorale che consentirà di eleggere il nuovo parlamento italiano.
Fa bene Valente a ribadire che ogni voto dovrebbe essere rivolto al futuro, nell’ottica di dell’apporto che ognuno di noi è tenuto a dare in termini di idee, proposte e coerenza negli impegni assunti. Con’è noto nella democrazia rappresentativa, la nostra democrazia, questo compito viene affidato attraverso il voto ai partiti e ai politici che faranno parte del nuovo parlamento, ridotto nei numeri grazie ad una recente riforma. Spetta dunque a loro costruire un consenso elettorale in grado di guardare lontano, senza accontentarsi di lanciare esche e slogan.
A suo tempo più volte abbiamo cercato di ricordare l’importanza stessa del voto, a fronte della crescita esponenziale dell’astensionismo. E in queste elezioni tale fattore sembra acquistare ancora più importanza e risvolti paradossali. I risultati dei sondaggi sulle intenzioni di voto che fino a qualche giorno fa ci hanno martellato, hanno difatti insistito su due aspetti divergenti. Da una parte l’ineluttabilità del risultato, vista la dichiarata intenzione da parte degli intervistati di privilegiare in maniera netta una parte politica. Dall’altra un’incertezza di fondo, legata ad un’altra percentuale davvero significativa e addirittura sorprendente, ovvero proprio quella relativa ai “non voterò oppure non so”.
A mio avviso questo paradosso è figlio del nostro ormai acclarato disorientamento in qualità di elettori. Uno smarrimento amplificato dai fatti recenti: le turbolenze e contraddizioni nella passata legislatura, la rielezione del presidente Mattarella come extrema ratio, i successi ma allo stesso tempo la bocciatura del governo Draghi. D’altronde le scorse elezioni erano state vinte dall’antipolitica. Quale migliore viatico per i turbamenti e le incertezze? Negli ultimi giorni abbiamo sentito parlare di seggi paracadutati e blindati. Nella nostra realtà locale per fortuna siamo rimasti pressoché immuni da queste conseguenze nefaste dell’attuale legge elettorale e questo è un bene. Meno positivo però è il fatto che la medesima legge elettorale ha reso ancora più complessa la rappresentanza delle varie anime politiche del nostro territorio in parlamento.
Una cosa comunque è certa: anche questa volta e forse ancor di più è inutile passare il tempo a lamentarsi, se decidiamo di non esercitare il nostro diritto di scelta. è proprio quando l’incertezza è massima che occorre avere il coraggio di decidere. Non occorre nemmeno metterci la faccia. Basta una scheda votata posta nell’urna.

Autore: Luca Sticcotti

Autunno

La data d’inizio dell’autunno meteorologico è stata convenzionalmente istituita al primo di settembre, ma questi ultimi giorni non hanno fatto segnare nessuna tregua, per quanto riguarda caldo e siccità. Al contrario in giro sono molti oggi i segnali di autunno incipiente, se teniamo conto, per estensione e analogia, del secondo significato (figurato) di questa parola. è l’enciclopedia Treccani a ricordarci come per “autunno” si intenda anche il “periodo della vita di una persona che segue la piena maturità, e che segna l’inizio della vecchiaia”. Non è però agli aspetti individuali che vogliamo rivolgerci, ma a quelli collettivi.
Autunno della democrazia, della Repubblica, della Rivoluzione, dell’era nucleare, della coscienza, della tradizione, e chi più ne ha più ne metta.
Questo mese di settembre porta con sé una serie di incognite che, se viste con pessimismo, si trasformano tutte in potenziali “autunni”, cominciando dal clima che ci inquieta e ci confonde. Quando arriverà la pioggia (se arriverà), quest’anno saremo in grado di accoglierla per quello che è, ovvero una benedizione? E il fresco e poi il freddo che immancabilmente si faranno strada, saranno in grado di farci riflettere sul nostro atteggiamento nei confronti dell’energia che da sempre utilizziamo per scaldarci e che sempre abbiamo considerato onnipresente e a buon mercato? C’è poi la politica, sulla quale torneremo anche nel prossimo numero dei nostri giornali, che uscirà qualche giorno prima delle elezioni nazionali del 25 settembre. Il voto è il sale della democrazia, si è sempre detto. Mai come oggi però questo detto viene contraddetto dai sondaggi che indicano un potenziale astensionismo da record, che va di pari passo con la disaffezione se non il fastidio di molti di noi nei confronti dei partiti e delle (scarse) capacità di gestione della cosa pubblica messe in mostra negli ultimi tempi.
Dovremmo forse ricordarci, a questo punto, dell’etimologia della parola autunno. Il nome deriva dal latino autumnus ed indica la stagione ricca di frutta che segue l’estate e aumenta la ricchezza dei contadini. L’immaginario collettivo che inquadra l’autunno come la stagione della decadenza dopo i calori portati dall’estate, andrebbe allora superato pensando invece alle ricchezze di questo periodo.
Una proposta: e se per una volta capovolgessimo – in una sfida con noi stessi – il concetto di “preoccupazione”, assegnandogli un’accezione positiva?
“Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose; la crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni perché la crisi porta progressi”, disse a suo tempo Albert Einstein.
Forse un cambiamento di prospettiva potrebbe consentirci di raccogliere qualche forza in più, viste le sfide che ci attendono.

Autore: Luca Sticcotti

La zucca #1

Prima di fare un focus su una varietà di zucca in particolare alla quale sono molto affezionato, torniamo indietro nel tempo e parliamo della zucca. La sua provenienza è piuttosto incerta e controversa. C’è chi dice siano stati i popoli antichi di Romani e Arabi ad importarla dall’Asia meridionale, precisamente dall’India; secondo altre fonti l’origine si collocherebbe nel Messico, ma stando ad altri ritrovamenti semi di zucca sono stati rinvenuti in alcuni siti dell’Africa tropicale a sud dell’Equatore, semi che, grazie al metodo del radiocarbonio, gli archeologi hanno datato a quasi 10.000 anni fa. Altri semi compaiono nelle tombe egizie a partire dal 3500 a.C., mentre in Perù hanno rinvenuto zucche decorate risalenti intorno al 1000 a.C.
Fu “Balsamo dei guai per l’essere umano” secondo Plinio il vecchio, il primo a nomenclarla col termine cucurbita nel ‘Naturalis Historia’, il trattato naturalistico sotto forma enciclopedica, conservato oggi presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Inizialmente non fu impiegata in cucina, ma la sua coltivazione aveva finalità ornamentali. Svuotata della polpa ed essiccata venne utilizzata come contenitore o suppellettile per la conservazione di vini, latte e cereali o per realizzare, grazie alla sua corteccia spessa e coriacea, piatti, cucchiai e ciotole.
La classica zucca a forma di bottiglia (lagenaria), venne chiamata comunemente “bottiglia del Pellegrino”, perché accompagnava il Pecten Jacobeus, la capasanta o conchiglia di San Giacomo, sul bastone del viaggiatore che si recava a Santiago de Compostela già a partire dalla metà del IX sec.
Sorvoliamo per un attimo su Halloween e sulla zucca intagliata e illuminata dall’interno che nell’immaginario collettivo associamo ai film e alle tradizioni americane o alla leggenda celtica che racconta l’incontro fra uomo e diavolo e le sue tentazioni.
Certo tante altre varietà arrivarono in Europa intorno ai primissimi del XV secolo, insieme a patate, pomodori e mais dai viaggi di Cristoforo Colombo.
La zucca trova ampia visibilità alla corte partenopea di Ferdinando IV di Borbone tramite il cuciniere, di nobili ed intellettuali, Vincenzo Corrado autore del famoso ricettario “del cibo pitagorico ovvero erbaceo”.
Verosimilmente la zucca ha impreziosito tavole, esasperato contrasti in tempi di carestia, solleticato palati raffinati e rinfrancato focolai indigenti; senza dubbio, ha accompagnato vicende, epoche e persone comuni, in quel vasto ventaglio di impercettibilità e di anonimato, che la storia degli uomini e delle donne consegna ai posteri tramite le ricette. Così, quindi – come un po’ per tante cose, che avevano preminenza elitaria, anche la zucca si è diffusa trasversalmente in ogni ambito sociale.

Autore: Donatello Vallotta

L’autonomia degli uni… “SENZA” gli altri

Con una cerimonia al Kurhaus di Merano sono stati ricordati – nella Giornata dell’autonomia del 5 settembre – i cinquant’anni dell’entrata in vigore dello Statuto riformato. Mezzo secolo per articolare e consolidare un sistema (di potere), fondato su basi solide e su basi instabili. Bella senz’anima: l’autonomia “SENZA”.

Si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Significa (anche): tutto bello, all’apparenza, però manca qualcosa di essenziale. Come a una pentola SENZA il coperchio. Interessante come la Provincia definisce l’autonomia sulle pagine web ad essa dedicate: “L’autonomia dell’Alto Adige è un sistema giuridico in cui si intrecciano rotazione delle funzioni, presenza paritetica negli organismi e rappresentanza proporzionale dei gruppi linguistici”. Ma è davvero così? O è una piccola grande finzione? Ognuno potrà pensare alla sua esperienza quotidiana.
Si credeva, non molto tempo fa, che la storia altoatesina si sarebbe evoluta virtuosamente secondo la linea “gegeneinander – nebeneinander – miteinander – (füreinander)” (ovvero: prima gli uni contro – poi vicino – poi con – infine per gli altri). Si è passati invece – ha detto, sconsolato, Aldo Mazza in una recente intervista a ff – dal “nebeneinander” all’“OHNEeinander” (gli uni SENZA gli altri). Ciò avviene per volontà della politica e nella grave indifferenza della società civile (anche negli ambiti più inaspettati).
Siamo una terra “SENZA”. Lo stesso Statuto, di cui si celebrano i cinquant’anni, è un documento “SENZA” un preambolo che ne espliciti i principi fondanti. Per essere neutrali si finisce con l’essere vuoti (SENZA). Cinque anni fa la Convenzione per l’autonomia – che ebbe peraltro dinamiche strane – consigliò vivamente la stesura di un preambolo. Di quei lavori non si è saputo più nulla.
Ad Aldo Mazza, combattente per la convivenza attiva (lui dice “l’ultimo dei Mohicani”), l’indifferenza non piace e ancor meno la prospettiva di esserci gli uni SENZA gli altri. “Ricordo ciò che diceva Alexander Langer: sotto la cenere, i conflitti etnici continuano ad ardere. Dobbiamo approfittare dei periodi di benessere per creare una base, un condominio, in cui le persone, pur con tutte le loro differenze, si conoscano, si apprezzino e si comprendano a vicenda”. È a questo che abbiamo lavorato negli ultimi cinquant’anni?

Autore: Paolo Bill Valente

La storia della gallina rapita

La cosiddetta “Dekadenz” viennese, ossia il lento ma inesorabile declino della monarchia asburgica, descritta magistralmente da Joseph Roth nel suo romanzo “Radetzkymarsch”, stava volgendo al tragico epilogo della grande guerra. Il destino di un impero durato più di 600 anni ma anche la vita quotidiana dei suoi cittadini erano segnati dalla rassegnazione all’ineluttabile. Ciò nonostante, ai confini dell’impero, il vecchio mondo procedeva ancora sui binari di una quotidianità tranquilla quanto monotona – non fosse stato per la presenza sempre più assillante della Kleinkriminalität ossia l’attività delinquenziale dei cosiddetti “ladri di galline” (in senso lato). Non sarà certo un caso, se proprio nel 1892, anno in cui avvennero i fatti che stiamo per narrare, lo scrittore inglese Conan Doyle pubblicò “Le avventure di Sherlock Holmes”. 

Non ci vollero invece Holmes e Watson per venire a capo di un misfatto accaduto a Laives, allora paesino di un migliaio di anime. Dalla locale riserva di caccia, riferì la Bozner Zeitung del 23.08.1892, gestita al noto imprenditore Anton Monsorno, erano sparite otto uova di anatra selvatica. 

Dopo accurate indagini, seguite alla denunzia del Monsorno, il capo della gendarmeria di Bronzolo Angelo Alverà e il messo comunale di Laives Nikolaus Kofler individuarono i responsabili del latrocinio e, soprattutto, anche gli starnazzanti corpi del reato. Per ironia della sorte, questa volta c’entrava veramente una gallina – ma l’attenzione dei detective fu rivolta non a costei bensì al suo presunto complice, tale Stefan Bernard detto Stoff di Laives, noto alle cronache.

Secondo l’accusa costui aveva sottratto le 8 uova facendole poi covare dalla suddetta gallina del suo vicino di casa, di nome Bologna. Costui, alla vista del gendarme, del messo e del Monsorno prese immediatamente le distanza dalla gallina di sua proprietà: secondo la sua versione, egli non era a conoscenza delle sue frequentazioni e attività illecite. Costei, probabilmente, si sarebbe difesa asserendo che aveva seguito unicamente il proprio istinto materno, non certo quello criminale. Ma in realtà non disse nulla, neppure quando i tre visitatori intimarono l’immediata riconsegna degli anatroccoli.

Sopravvenne il Bernard stesso, sostenendo che la gallina aveva covato le uova a sua insaputa. Poiché le sue affermazioni furono messe in dubbio, colpì con pugni e calci il gendarme il quale, per difendersi, fu costretto a puntargli sul collo la propria baionetta d’ordinanza. Quando volle mettergli le manette ai polsi, intervenne il padre del Bernard, anche lui propenso ad addossare tutte le responsabilità all’incauta gallina. 

Per essere più convincente, minacciò l’allibito gendarme con un coltello e insieme alla moglie, che gli strappò di mano la baionetta, rifilò un pugno in pieno viso al povero Alverà. Questi cadde a terra ma subito dopo, afferrata l’arma, sparò vari colpi in direzione del fuggitivo Stoff, senza tuttavia colpirlo. Il giorno seguente, Stoff si presentò spontaneamente alla gendarmeria di Bolzano per essere interrogato e quindi arrestato.

Al processo, il Bernard, ritenuto colpevole anche di altri delitti avvenuti sempre a Laives e di cui si era imprudentemente vantato nelle osterie (tra cui una truffa ai danni di una vedova e il danneggiamento di un carro che gli aveva rifiutato un passaggio), fu condannato a tre anni di carcere duro, il padre a tre mesi. 

La gallina fu assolta per insufficienza di prove.

Autore: Reinhard Christanell

Thöni: l’uomo, prima del mito

Gustav Thöni. Dentro e fuoripista
Autore: J. Christian Rainer

Presenta molti motivi di interesse l’ultimo libro su Gustav Thöni uscito in occasione dei primi 70 anni della leggenda dello sci alpino. Nell’importante volume edito da Tappeiner troviamo un ampio apparato iconografico, con foto d’epoca, ritagli di giornale e curiosità.
Grande spazio viene dedicato al fenomeno Thöni nell’ottica del (difficile) e complesso processo di normalizzazione dei ruolo degli sportivi sudtirolesi nell’ambito non solo dello sport italiano ma anche dell’Italia stessa. Anche se lo sforzo investito nel rappresentare le ragioni di una parte e dell’altra spesso propende per le ragioni della minoranza di lingua tedesca, il libro si rivela davvero una miniera di aneddoti, testimonianze e ricordi.
Coloro che per ragioni anagrafiche hanno vissuto direttamente l’incredibile parabola sportiva di Gustav Thöni trovano dunque pane per i loro denti e i ricordi magari finora assopiti sono in grado di affiorare, in maniera inaspettata.
Detto questo va senz’altro affermato che l’aspetto più interessante del volume è la possibilità di incontrare, virtualmente, uno sportivo e un uomo dalle caratteristiche davvero eccezionali, amato da tutti – compagni di squadra e avversari – e lontano davvero mille miglia da qualsivoglia deriva egocentrica.
Il “Gustavo” era singolare già all’epoca, restio a parlare di sè, ma invece sempre disponibile a raccontare e ricordare. Animato dall’ironia di chi è perfettamente consapevole che l’equilibrio è tutto, specie se si è sportivi di primo piano, a livello mondiale.
Lo sciatore – che tutt’oggi vive a Trafoi nel suo paese natale dove continua a portare avanti l’albergo di famiglia – il proprio massimo equilibrio fu sempre in grado di manifestarlo nelle innumerevoli occasioni in cui venne tirato per la giacchetta (pardon, per la giacca a vento) nell’interminabile e noiosa discussione se si sentisse più un atleta “sudtirolese” o “italiano”.
In conclusione possiamo sicuramente affermare che la flemma di Gustav – unita alla sua umiltà e semplicità – ha dato davvero un contributo fondamentale per sdrammatizzare la questione etnica. Grazie Gustav, lunga vita!

A Bolzano il ricordo di Albin Egger-Lienz

Via Egger-Lienz: la via tra il convento Muri-Gries e il Palazzo Ducale, che dal 1880 era denominata Wendlandweg, dal 1948 è intitolata ad Albin Egger-Lienz. Chi era e cosa e fece?
Nato il 21 gennaio 1868 a Striebach presso Lienz (Tirolo orientale), avendo come maestro il padre Georg, pittore e fotografo, Albin frequentò dal 1884 l’Accademia di Belle Arti a Monaco di Baviera. Già da studente ebbe riconoscimenti per i suoi lavori: la piccola Medaglia d’Argento per il dipinto “Sacra Famiglia”, e quella grande per “Karfreitag” (Venerdì santo), dipinto per il quale ottenne a Vienna la piccola Medaglia d’Oro statale. Medaglia di Bronzo l’ebbe all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 per il dipinto “Feldsegen”. Stabilitosi a Vienna, nel 1900 divenne membro dell’Associazione viennese degli artisti.
Nel 1911 si trasferì ad Hall (Tirolo). Insegnò all’Università di Weimar dal 1912 al 1913, anno in cui si trasferì con la famiglia (la moglie, Laura Helena Dorotea von Egger-Möllewald, e tre figli, Lörli, Fred e Ila) a S. Giustina, nei pressi di Bolzano. Nel 1916 lavorò come pittore di guerra a Folgaria e Trento; dipinse quadri dal fronte; tra le sue creazioni fu il grandioso “Den Namenlosen 1914”.
Va ricordata l’opera del 1906, la “Der Totentanz von Anno Neun” (La danza macabra dell’anno nove), una mesta riflessione sul destino dell’uomo mandato a combattere, una sorta di presagio di ciò che sarebbe scoppiato dopo otto anni.
Albin Egger-Lienz, al quale negli ultimi anni di vita fu conferita la Laurea ad honorem dell’Università di Innsbruck e la cittadinanza onoraria di Lienz, morì a 58 anni il 4 novembre 1926 nel maso Grünwald di S. Giustina.
Tra le opere di Albin Egger-Lienz, che dipinse sopratutto quadri ad olio, vi sono i Kriegsbilder (quadri di guerra) e i “Gedankenbilder” (quadri del pensiero, che si concentrano sulla vita contadina e rurale); i suoi dipinti si trovano sopratutto nei musei del Tirolo, ma anche in alcuni musei di Vienna, e altrove.

Autore: Leone Sticcotti