Una festa per riscoprire la felicità che abbiamo nascosto

È tradizione che il primo giorno di novembre ci si rechi al cimitero a porre un fiore o ad accendere un lume sulla tomba dei propri cari defunti. In questo modo vengono rinsaldate le relazioni con coloro che non ci sono più o, per chi crede, sono vive in un altro modo, più vero. In una “eternità” che è già qui.

È particolarmente significativo che la tradizione fissi la visita al camposanto non nel giorno dedicato ai defunti (2 novembre), ma nella festività di tutti i santi (1 novembre). Il motivo è proprio quello per cui non si intende celebrare la morte, ma piuttosto le vita e una vita piena.
Non è un caso che la liturgia di Ognissanti metta al centro una parola: beato. Il brano evangelico proclamato nelle chiese, tratto dal capitolo quinto del Vangelo di Matteo, è quello delle cosiddette “beatitudini”. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.
Beato significa felice e la felicità è il bene più prezioso a cui tutti tendiamo. È lo scopo della vita. Disse una volta Roberto Benigni in uno dei suoi memorabili monologhi: la felicità “ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo, in dote ed era un regalo così bello che l’abbiamo nascosto…” “Dobbiamo pensarci sempre alla felicità e anche se a volte lei si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei. Fino all’ultimo giorno della nostra vita. Saltate dentro all’esistenza ora, perché se non trovate niente ora, non troverete nulla mai più. È qui l’eternità, non ce n’è un’altra”.
Noi e i nostri morti apparteniamo a una stessa dimensione che vuole essere esplorata e accolta.

Autore: Paolo Bill Valente

Quel palazzo municipale a firma dell’architetto Ettore Sottsass Senior

Fra i Portici della città una struttura architettonica si differenzia dalle altre e non può essere non notata. Si tratta di un blocco monumentale lapideo rivestito in marmo grigio: in questo palazzo ha sede la municipalità meranese. Si denota per l’utilizzo dei materiali, le forme e gli stili ornamentali usati, volutamente diversi rispetto alle architetture adiacenti.
L’ artefice di tale opera è l’architetto Ettore Sottsass Senior. Nativo di Nave San Rocco (Trento – 1892), frequentò la Scuola di Architettura e l’Accademia di belle Arti a Vienna sotto la guida dell’ architetto Friedrich Ohmann.
Dopo la prima guerra mondiale tornò in Italia, dove iniziò a partecipare a diversi concorsi per la realizzazione di edifici pubblici. Il suo primo incarico di rilievo fu proprio la progettazione del nuovo Municipio di Merano. Siamo nel 1928, in piena epoca fascista, e si decide di dare una discontinuità simbolica, rispetto al centro storico meranese. La presenza di tale architettura doveva denotare tutta la forza del nuovo corso della storia, con una rottura netta col passato. Il tentativo tuttavia , effettuato da Sottsass è quello di dialogare invece con esso.
Forte della sua formazione viennese, Sottsass cercò di mettere in contatto visivo la sua struttura con quella vicina del palazzo Principesco e degli altri edifici storici. Il risultato fu un edificio fortemente eclettico, con richiami al classicismo, allo storicismo ed alla modernità. Non un edificio monumentale, come nell’architettura piacentiniana del regime volute per Bolzano, ma un edificio in dialogo col passato.
Non mancò però un tono retorico con la “torre civica”, che caratterizzava all’epoca tutti i municipi, le G.i.l. e le Case del Fascio. Sotto di essa vi è tuttora scolpita la scritta “Anno VII dell’era fascista”… Ma, se gli esterni della architettura municipale sono basati su una architettura puramente formale, diverso è il discorso per quanto riguarda gli interni. Qui , Sottsass sfruttò al massimo le sue potenzialità creative, dando luogo a soluzioni architettoniche moderne ed ormai prossime al razionalismo, visibili in particolar modo per quanto riguarda gli spazi dei vani scala. In quegli stessi anni l’architetto trentino realizzò insieme a Willy Weyhenmeyer lo stabilimento balneare del Lido di Bolzano, uno dei capolavori riconosciuti dell’architettura razionalista a livello europeo.
Trasferitosi a Torino nel 1929, Sottsass collaborò attivamente con gli architetti razionalisti e nel 1931 fu fra i firmatari del Movimento Italiano per l’architettura razionale. Anche nel caso di Sottsass, come per altri progettisti ed artisti, Merano fu la città che diede il via ad una nuova maturazione creativa e concettuale.

Autore: Flavio Schimenti

C’era una volta… piazza Gries

C’era una volta… piazza Gries. Tale affermazione sembrerà un po’ azzardata o pretestuosa. In realtà non è così lontana dalla realtà. Oggi la piazza ci appare solo come arteria di transito. Questo anche se i tratti iniziali dell’antico insediamento municipale agricolo, autonomo da Bolzano (fino al 1925), sono di fatto ancora tutti presenti.
Il complesso abbaziale, gli edifici storici sorti difronte ad esso, il municipio, la casa della Zecca ecc. Manca invece la caratteristica qualificante del luogo: la piazza. il problema sta nella conformazione attuale della stessa, che oggi ci appare estesa ed articolata. La zona su cui si trova la casa della Zecca, con il piccolo giardino e la Galleria Telser, fa ancora parte di Corso Libertà. La vera e propria piazza Gries inizia dal negozio “Lichtstudio” e si conclude con l’ex ristorante da “Abramo”, oggi da “Piero”. La “piazza” risulta ridotta e delimitata ulteriormente, al centro, da fioriere spartitraffico per incanalare gli automezzi nei vari sensi di marcia.
L’origine della situazione attuale è per lo più di natura storica. Nel 1935, quando Marcello Piacentini presentò in Comune il progetto del piano regolatore di Bolzano, tracciando il Corso IX Maggio (Corso Libertà) da ponte Talvera fino al centro di Gries, ne stravolse per sempre la sua conformazione originaria. A Gries da Bolzano si arrivava da via Venosta (oggi via A. Diaz) e la strada proseguiva per Merano dall’attuale via Vittorio Veneto in direzione San Maurizio e verso via Fago. Lì sorgevano i maggiori alberghi e residenze dell’alta borghesia e della nobiltà dell’impero Austro-ungarico. Quando arrivò il tram che collegava Gries a Bolzano (29.09.1908), esso ricalcava esattamente il vecchio tracciato storico. Lo spazio difronte alla chiesa fino agli anni ‘30 del Novecento era usato per mercati e fiere agricole, questo almeno fino alla costruzione del foro Boario di via Vittorio Veneto, oggi demolito. Negli anni ‘60 si propose di far confluire via Duca d’Aosta direttamente in piazza Gries. L’ingegnere Armando Ronca si oppose e propose invece la costruzione della galleria Telser con il relativo teatro comunale, evitando così un ulteriore stravolgimento del nucleo originario.
Oggi si tratterebbe di risanare le vecchie ferite e di proporre un concorso internazionale di idee per poter nuovamente valorizzare e recuperare la piazza nel suo peculiare valore ambientale, storico, artistico ed urbanistico.

Autore: Flavio Schimenti

Occhi di bosco #2

Il sole si è abbassato, tanto che da mezzogiorno fino al primo pomeriggio la luce entra di traverso dalle finestre e regala un tepore piacevole, quasi più che in estate, ora che i muri esterni si raffreddano velocemente. Occhi di bosco sta raccogliendo gli ultimi pomodorini e friggitelli dalle piante in vaso nel BalconORTO, quando riceve la chiamata di Mirella, che gli chiede se ha funghi da regalarle, perché quest’anno non li ha ancora assaggiati. Occhi di bosco le risponde di esserci andato in settimana nel bosco, ma che era tutto secco; le ha promesso che entro la fine della stagione le avrebbe sicuramente raccolto un sacchettino. Terminata la telefonata occhi di bosco sente una voce “scusi, signore!” provenire dalla facciata delle casa e si sporge per capire la situazione: è il vicino del piano di sotto che gli chiede se c’entri qualcosa con la caduta di una polvere gialla che gli sta sporcando tutto il balcone. Occhi di bosco è abbastanza ordinato con le colture sul balcone, non innaffia eccessivamente per rischiare percolazioni ai piani sottostanti e rimuove anche le foglie secche; occhi di bosco spiega al sig. Rezzonico che si tratta del polline del cedro, una conifera molto diffusa in ambiente antropico, la cui fioritura avviene proprio in questo periodo (a differenza del cugino abete rosso, la cui pollinazione si verifica in primavera); trovarsi davanzali, biancheria stesa, piante, vasi e fughe delle piastrelle ricoperte di una pruina gialla è normalissimo in questi giorni, specie se nelle vicinanze vive un cedro del Libano: niente che una passata con secchio, stracci e acqua non riesca a rimuovere! Occhi di bosco ama la fotografia e segue con molta attenzione il foliage, sia in città che in montagna, perché i colori ed i riflessi delle foglie illuminate dal sole gli regalano una piacevole sensazione di bellezza e di benessere e trasformano in positivo anche gli angoli più anonimi o dove il cemento ha il sopravvento; tuttavia, non c’è da perdere tempo, perché la luce cala in fretta, come anche la resistenza delle foglie aggrappate alle piante, il vento è sempre in agguato e trovare giornate limpide con una luce adatta non è sempre così semplice. Per chi ama faticare con un cambio di vestiario, un sacco di stoffa, panini e acqua nello zaino; per chi parte senza itinerario e non sa dove arrivare o semplicemente si ferma ad ammirare i giochi di ombra e di luce sopra un letto di foglie a crepitare; per chi cerca l’armonia e sa che basta poco, ma che quel poco, oggi più che mai, venga preservato; per i solitari ed i timidi introversi, che nel grembo di muschi e licheni, di aghi e di foglie trovano sempre una strada, una fronda cui sostenersi, la montagna da ottobre si colora con le felci di giallo-arancione nel sottobosco, prosegue con le latifoglie fino alla doratura dei larici. Occhi di bosco, nel frattempo, è riuscito a raccogliere Cantharellus e Craterellus da donare a Mirella per una cenetta a base di funghi, nell’ultima uscita si è aggregato anche l’amico Nicholas per immortalare i colori autunnali.

Autore: Donatello Vallotta

La Laives napoleonica e il maso Fuchser

Napoleone non doveva tenere in gran simpatia i Laivesotti. Infatti, quando nel 1810 Bolzano e la Bassa Atesina furono incluse nel Département du Haut-Adige (Departement Oberetsch), Laives, tirolese dal 1259, venne staccata dal capoluogo e aggregata al comune di Bronzolo.
L’unione tra i due paesi durò soltanto fino al 1816 ma lasciò diverse tracce nei documenti ufficiali e sulla stampa. Così il 22 febbraio 1815 “Der Bote von Tirol” annuncia che “l’11 di marzo avrà luogo presso l’albergo “Grosshaus” l’asta del cosiddetto Fuchserhof, ubicato nel comune di Bronzolo”.
Il maso apparteneva allora alla diciannovenne Anna von Menz, figlia ed erede universale del magnate e commerciante bolzanino Anton Melchior von Menz, proprietario anche del Buchner sul Montelargo, deceduto nel 1801 a soli 43 anni. “Si compone – si legge ancora – di una egregia casa di abitazione, corte, torchio, fienile e stalle”. Ne fanno parte anche “un vigneto di 75 Klaster (1 Klaster = 0,5 ettari), un campo di 5 Tagmahd (1 Tagmahd corrispondeva alla superficie che si poteva mietere in un giorno), un bosco di 360 Klaster, una campagna di 239 Klaster, una palude di 8 Klaster” eccetera. “Il prezzo è fissato in 10.000 fiorini da versare in dieci rate annue ogni Lichtmess (2 febbraio) in monete d’oro e d’argento.”
Il “Fuchser”, di proprietà dei Lichtenstein, era un maso storico di Laives. Viene citato per la prima volta nel 1528, quando muore l’affittuario dell’epoca Paul Hoerwarter. Il maso pasa alla vedova e, poi, ai vari figli, tra cui il controverso “Caspar Herwardt detto Fuchser”. Costui, sposato più volte, per un certo periodo rivestì anche la carica di delegato giudiziario di Laives. Si indebitò fino al punto da essere dichiarato insolvente e le sue proprietà vennero rilevate dal curatore dei Lichtenstein, tale Christof Feichtner.
Tra il 1598 e il 1777, quando il maso venne acquistato da von Menz, compaiono nell’elenco degli affittuari e proprietari anche Melchior Zieglauer, il figlio Caspar (che possedeva anche il Teissl e il Burger e ricopriva la carica di responsabile dell’ente che curava gli argini dell’Adige e del Vallarsa nonché i fossi di drenaggio), il figlio di costui Adam, poi l’oste bolzanino Johann Schlechtleitner, morto nel 1695. Dopo alterne vicende, il maso venne ceduto a von Menz e, finalmente, all’asta del 1815, acquistato da tale Johann Plattner.
Nel 1828 compare come proprietario Anton Orsi ma anche costui accumula debiti e il maso viene venduto all’asta per 3550 fiorini il giorno 25 marzo 1840. Gli ultimi proprietari, ma con il maso già diviso in più parti, rispondono a nomi ancora noti a Laives: Alois Lunger, Josef Gerber del Tschuegg e Alois Tomasi. Costui l’aveva acquistato nel 1895 e rivenduto nel 1905 a Clemens Demattio, che a sua volta nel 1910 la cedette a Alois Martinelli. Infine compaiono nell’elenco Johann Koch, Eduard Gianeselli e la famiglia Rizzoli.

Autore: Reinhard Christanell

Hubert, l’americano

A giudicare dal folto (ma distanziato) pubblico ritrovatosi un paio di settimane fa al Ca’ de’ Bezzi per il concerto di presentazione del nuovo disco, c’era davvero molta attesa per questo Stop, nuovo lavoro del chitarrista brunicense Hubert Dorigatti; il quinto disco da quando l’artista è passato dal jazz strumentale degli esordi ad un rock blues molto radicato nella cultura e nel sound degli Stati Uniti, nonché il primo per la casa discografica milanese Appaloosa, piccola ma determinata label, molto impegnata nella promozione e produzione di artisti italiani d’ambito rock e di artisti americani e britannici di nicchia ma importanti.

“È stato Fabrizio Poggi –racconta Hubert – a suggerirmi di contattare questa etichetta. Lui aveva già collaborato come armonicista al mio disco precedente e come solista ha diverse pubblicazioni su Appaloosa. Così ho provato a mandare a Milano un po’ di tracce di prova del disco che avrei voluto fare e loro mi hanno incoraggiato. Il risultato è Stop che adesso è finalmente distribuito e che sto promuovendo anche dal vivo”.
Il giudizio sul disco è decisamente positivo, ogni singola nota sembra confermare prepotentemente la felice vena compositiva dell’autore e la sua propensione a realizzare dischi che sembrano prodotti in America, suonando talvolta anche più americani dei dischi di certi artisti che dagli Stati Uniti provengono.
Si tratta di un disco decisamente vario, mai ripetitivo, con una dozzina di nuove composizioni registrate tra il Mcwave Studio di Brescia e il Newport di San Lorenzo di Sebato, rispettivamente da Paolo Costola e Armin Rainer, con uguale perizia, mescolando nazionale e locale, come avviene anche per la scelta dei musicisti.
“Avevo finalmente l’occasione di fare un disco che potesse contare su una certa distribuzione anche in Italia – ci spiega Dorigatti – e mi sono detto che volevo i musicisti migliori. Così al basso ho chiamato Paolo Legramandi, che ha un curriculum eccellente, c’è naturalmente Poggi all’armonica, Michele Bonivento suona piano elettrico e un eccezionale Hammond, perché, ci tengo a dirlo allo studio Macwave abbiamo suonato con strumenti veri, praticamente dal vivo, tutti insieme. Mi piace lavorare col vecchio metodo, avere un vero Hammond e non un plug-in che ne riproduce il suono. E poi ci sono il banjoista inglese Dan Walsh, il vibrafono di Mirko Pedrotti, la batteria di Matteo Giordani, Max Castlunger e Adrian Kirchler alle percussioni”.
Il risultato è un disco molto equilibrato, arricchito poi dai cori di Laura Willeit, Evi Mair e Martin Perkmann, un disco che spazia dal rock blues, a volte puro rock (la turgida Mr. Nolan, uscita come singolo apripista qualche mese fa), a incursioni country (come in Good Old Days in cui primeggia il banjo di Walsh), fingerpicking (ascoltate Mama Will Do It Right in cui la chitarra acustica dialoga col vibrafono di Pedrotti) o addirittura d’atmosfera dixie come Walking con un eccelso lavoro vocale di Laura Willeit.
“Credo sia una delle mie peculiarità – prosegue il musicista – il jazz è stato molto importante per me, l’ho studiato molto a fondo e mi piace infilarlo senza esagerare in ciò che suono adesso. È il mio pallino, inserire nelle composizioni cose che vadano fuori dalla pentatonica, restando però sempre saldo nella musica che faccio, non per fare il figo o esibire un virtuosismo fine a sé stesso, piuttosto per non rimanere impastoiato in definizioni che mi stanno strette. Vedo che poi c’è la risposta da parte del pubblico, che apprezza. E non parlo solo del pubblico nostrano o europeo con cui ho a che fare di solito: avendo suonato in più occasioni anche negli Stati Uniti ho avuto dei feedback positivi, cosa che non è del tutto automatica. Mi dicono che la pronuncia inglese è buona, ma ci sto ancora lavorando, non credo sarò mai perfetto, l’importante è esserne consapevole”.
Per quanto riguarda la promozione di questo nuovo disco, Dorigatti punterà sulla formazione a trio vista in azione al Ca’ de’ Bezzi, con la voce di Laura Willeit e il bassista (e background vocalist) Giacomo Da Ros.
Nello specifico possiamo comunicarvi che sarà possibile vederli di nuovo in azione in città il prossimo 26 novembre al Laurin, dove sarà presente come ospite anche Fabrizio Poggi.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Ricordando le Frauen für den Frieden

All’inizio della Passeggiata Guncina si trova, dall’autunno 1986, un’aiuola che adorna una lapide commemorativa, a forma di bomba, con incisa una scritta bilingue; in italiano : “TESTIMONIARE IL PASSATO ATTRAVERSO IL PRESENTE PENSANDO AL FUTURO * BOLZANO ALLE VITTIME DEI BOMBARDAMENTI * DONNE PER LA PACE”. Appare anche il nome di ISOLDE DOLDI DIEFFENBACH, ideatrice dell’iniziativa, a coronamento dei sette anni di attività del gruppo denominato “Frauen für Frieden”. Dal primo incontro a Bolzano del 26 febbraio 1980 e dal “Friedenszeitung” dell’aprile 1980, scaturì una serie di iniziative per sensibilizzare la popolazione sui temi della pace e della guerra, in particolare sul problema dei missili nucleari. Feste per la pace, come quella a Bressanone (18-19 ottobre 1980), Marce per la pace, come quelle sul Colle, ripetute dal 1980 al 1984, e quella a Naz-Sciaves del 4 aprile 1983; la partecipazione alla manifestazione con corteo per le vie di Bolzano del 12 dicembre 1981 e alla Giornata per la pace in Sudtirolo (Bolzano 10 dicembre 1983). Da ricordare le “Schweigestunden” in piazza Erbe, i Seminari sul Colle, “Nonviolenza attiva “ (6-7 febbraio 1982) e “Vivere senza violenza” (6 maggio 1984). Le “Frauen für Frieden” furono attive anche fuori provincia, partecipando a manifestazioni a Monaco di Baviera (8 maggio 1980), Francoforte (6-8-marzo 1981), Ginevra (25 gennaio 1982), Vienna (15 maggio 1982), ma anche in varie località italiane (Verona, Aviano, Roma, Comiso, Peschiera); parteciparono anche, nel settembre 1981, alla Marcia Perugia-Assisi. Da ricordare la manifestazione europea al Ponte Europa, presso Innsbruck (23 aprile 1984), con i due “Treni della pace”, uno da Monaco e uno da Verona. Anche il Monte Piana nelle Dolomiti di Sesto, uno dei teatri della prima guerra mondiale, fu luogo di manifestazioni (1° settembre 1985-31 agosto 1986-30 agosto 1987).

Autore: Leone Sticcotti

Biscotti di Claudia al cioccolato e ricotta

INGREDIENTI

  • 1 uovo
  • 250 g di ricotta
  • 70 g di cioccolato fondente
  • 270 g di farina 00
  • 30 g di cacao amaro in polvere
  • 8 g di lievito in polvere
  • per dolci
  • 120 g di zucchero semolato

Altro

  • qb zucchero semolato
  • qb zucchero a velo

PREPARAZIONE

Sciogliete a bagnomaria i 70 gr di cioccolato fondente e lasciate raffreddare.

Amalgamate con una spatola la ricotta con i 120 gr di zucchero. Una volta ottenuta una crema, aggiungete l’uovo intero.

Incorporate il cioccolato fuso ormai raffreddato ed aggiungete il cacao amaro, la farina ed il lievito, fino ad ottenere un impasto abbastanza consistente.
Riponete in frigorifero il composto coperto con la pellicola per 30 minuti.

Trascorso il tempo, formate delle palline della grandezza di una noce, passatele prima nello zucchero semolato e poi nello zucchero a velo, e ponetele sulla teglia coperta da carta forno.

Da questo impasto ricaverete circa 20 biscotti.

Infornate a 180° per circa 15 minuti e il gioco è fatto!

Südtiroler Volksquid Game

Con milioni di spettatori nel primo mese di programmazione, Südtiroler Volksquid Game batte persino le visualizzazioni del video del guardiacaccia Markus (quello de’ “il l’orso”). Indebitati fino al collo, 456 altoatesini decidono di partecipare ad un gioco di sopravvivenza per vincere un grosso premio in denaro. Tra i principali protagonisti troviamo un imprenditore che ha anticipato soldi per comprare mascherine non certificate, un politico che ha speso fondi pubblici in yogurt e caramelle, un altro che ha puntato tutto sui test di massa e un medico che ha lasciato il lavoro per sostenere le campagne no-vax.

Autore: Roberto Tubaro

L’Euregio sanitario mancato

Negli ultimi 18 mesi l’emergenza legata al Coronavirus ha evidenziato come non mai l’importanza di disporre un sistema sanitario efficiente, ben organizzato e al passo con i tempi. Un sistema sanitario pubblico, lo ricordiamo, perché pagato dai contribuenti.
Durante la pandemia è risultato ancora più chiaro il fatto che le professioni sanitarie in realtà non sono – per così dire – al primo posto nei desiderata formativi dei nostri giovani. E che dunque i professionisti già formati in questo settore sono merce rara ed è necessario corteggiarli, per non andare incontro a carenze di personale che si traducono automaticamente in calo di qualità dei servizi offerti. Si tratta di un problema che riguarda tutti i territori, nessuno escluso. Non c’è benessere che tenga, anzi. Più la qualità della vita è alta e più alto è anche il costo della vita, come ben sappiamo.
Fino a due anni fa sembrava che “i problemi” nel reperimento di personale sanitario stabile fossero bilinguismo e proporzionale, difesi come dei totem oltre ogni ragionevole pragmatismo. La pandemia ha invece reso evidente a tutti l’esigenza di andare oltre, trovando un modo efficace per formare e quindi ospitare come si deve medici, infermieri e operatori sanitari di ogni genere. Per questo appare assurdo che sulla formazione universitaria dei medici ancora una volta Bolzano e Trento abbiamo scelto percorsi diversi. O meglio: che Bolzano abbia scelto, ancora una volta, di non considerare una partnership individuata all’interno del tanto decantato Euregio. Al di là di questo è quindi incredibile che tra i tre atenei di Bolzano, Trento e Innsbruck non esista ancora nessuna collaborazione vera, degna di questo nome.
L’impressione è che l’autonomia sia concepita, oltre che come una sacrosanta salvaguardia delle specificità del nostro territorio, anche come un paraocchi campanilistico rispetto ai territori vicini. Lo sappiamo: Belluno e Sondrio sono in altri… “continenti”. Innsbruck poi negli ultimi tempi non è più così “amico” ed ha scelto altre strade durante la pandemia. E la provincia di Trento? Viene vista solo come concorrenza? Se sì, qualcuno ci spiega il perché?

Autore: Luca Sticcotti