Ancora un richiamo alla responsabilità. What else?

Negli ultimi giorni una serie di fatti avvenuti hanno rilanciato il dibattito su alcuni temi chiave.
Per prima cosa alcuni gravi incidenti stradali hanno posto nuovamente l’attenzione sulle regole del gioco in vigore e suoi nostri comportamenti in questi contesti, ma anche sui luoghi in cui la viabilità si esplica, per come sono fatti e organizzati. Le molte segnalazioni da parte degli utenti sulle criticità e gli snodi pericolosi dovranno essere oggetto di grande attenzione da parte di chi, nella sfera pubblica, è chiamato a garantire la sicurezza. Ma allo stesso tempo tutti i rappresentanti delle categorie in gioco – pedoni, ciclisti, scooteristi, motociclisti, automobilisti, conduttori di grandi mezzi pubblici e privati – sono chiamati ad una nuova presa di coscienza nei confronti del senso stesso delle regole. Che, lo ricordiamo, sono fatte per essere rispettate anche da noi e non solo “dagli altri”.
Altri lutti ci hanno richiamato ad una vera attenzione nei confronti del profondo disagio umano che nella nostra terra apparentemente felice colpisce invece molte persone, alcune di esse anche di giovanissima età. Personalmente a me ha colpito nel profondo l’appello rivolto alla cittadinanza da parte di un padre reduce dalla tragica esperienza di dover accettare la scelta del figlio di interrompere la propria vita anzitempo.
La forza di questo genitore nel richiamarci a vigilare e ad essere vicini a chi ci sta accanto deve servirci a superare il pudore che tradizionalmente viviamo in queste situazioni. Spingendoci a rilanciare un patto di solidarietà che invece è garanzia per tutti, in una società degna di chiamarsi tale.
La terza notizia che a mio avviso merita attenzione è quella che riguarda l’ennesimo appello lanciato nel capoluogo (ma non solo) in merito all’ormai certificata scarsa capacità di accoglienza nella nostra terra, in termini di offerta di appartamenti in affitto.
Come è stato spiegato si tratta di una chiusura che fa male, perché mette i bastoni tra le ruote da una parte all’arrivo di manodopera qualificata di cui abbiamo bisogno e dall’altra all’accoglienza di giovani che scelgono la nostra università per qualificarsi. La vittoria del sì nel recente referendum a Berlino volto ad aprire la strada alla possibilità espropriare le case sfitte ai colossi immobiliari forse può farci riflettere,
anche in questo senso.

Autore: Luca Sticcotti

Responsabilità, responsabilità, responsabilità

Come avrete visto dalla nostra copertina ci siamo. Dopo un anno di commissariamento il Comune di Merano ci riprova, o meglio sono le cittadine e i cittadini stessi che – tornando alle urne – cercano di uscire dal vicolo cieco creatosi lo scorso autunno con le elezione comunali e il successivo fallimento delle trattative per dare un governo alla città, stante il risultato acquisito. La città di Merano merita di essere guidata da una politica attenta ai problemi reali e alle esigenze vere delle persone. Alcuni quartieri della città del Passirio hanno addirittura preso carta e penna per esprimere le proprie richieste ed aspirazioni, ricordando ancora una volta ai candidati e alle formazioni politiche che li esprimono, quanto poco agli elettori interessino le beghe, le ripicche, i veti e i giochi di potere. Merano è una città dalla storia “plurale”, fatta da cittadini operosi da generazioni e da nuovi residenti giunti per dare il loro contributo in un’ottica di prosperità. Allo stesso tempo il capoluogo del Burgraviato è un punto di riferimento per un’ampia fetta della provincia, che insieme ha affrontato il periodo di difficoltà legato al lockdown e alla pandemia. L’auspicio è allora che i cittadini il prossimo 10 ottobre possano premiare tra i candidati, sia alla carica di sindaco che a quella di consiglieri/assessori, quelli in grado di guardare in prospettiva e con maggiore coraggio (e intelligenza) nell’ottica del bene comune. La politica, va da sé, è fatta anche di ambizione e pure di lobbismo che da sempre, inteso nel giusto modo, ha senz’altro il suo perché. Ma a partire dal 10 ottobre tutti si attendono che gli eletti siano finalmente in grado di rilanciare il dialogo da sempre necessario per riuscire a produrre un nuovo equilibrio, che è il vero sale della politica. Da qualche decennio quando ci si riferisce alle forze in campo in democrazia, si tende ad abbinare al termine “maggioranza” non tanto il suo contrario “minoranza”, quanto piuttosto il termine “opposizione”, che ben rappresenta ahinoi le dinamiche conflittuali che recentemente ha assunto la politica in Italia. Ebbene: il conflitto non può essere fine a sé stesso e all’insegna dell’individualismo. A Merano i cittadini hanno già potuto sperimentare a cosa porta.

Autore: Luca Sticcotti

Mutuo e recesso: tempistiche chiare

Di recente, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è intervenuta sulla questione relativa alle modalità per calcolare i tempi di recesso da un contratto di mutuo, statuendo come esse debbano essere indicate in modo chiaro e conciso. Ha inoltre evidenziato che, per non compromettere il diritto del consumatore a recedere, non basta il rinvio alle norme generali, ma è necessaria un’informazione specifica nel contratto. L’innovativa pronuncia della Corte europea è destinata a incidere sull’articolo 125-ter del decreto legislativo n. 141/2010 con il quale è stata recepita la direttiva 2008/48 sui contratti di credito ai consumatori. La questione nasce dalla controversia tra un consumatore e un istituto di credito: il primo aveva comunicato il recesso dal proprio contratto di mutuo; recesso considerato non tempestivo da parte della Banca, che aveva sul punto richiamato le norme generali del codice civile. Un quadro non chiaro, secondo la Corte di Giustizia perché, in sostanza, il contratto rinviava a una norma (che a sua volta, nello specifico, richiamava altre disposizioni). È evidente – osservano gli eurogiudici – che in questo modo il consumatore non riceve le informazioni previste dall’articolo 10 della direttiva citata. La norma, infatti, prevede non solo l’indicazione della possibilità o dell’assenza del diritto di recesso, ma anche del periodo durante il quale può essere esercitato e le condizioni per attivarlo. Solo così il consumatore è messo nelle condizioni di conoscere i diritti e gli obblighi per sciogliersi dal contratto ed è garantito un livello “elevato ed equivalente di tutela degli interessi dei consumatori”, necessario per un “efficiente mercato interno del credito al consumo”. La catena prevista da un ordinamento interno che per le informazioni obbligatoriamente previste dall’articolo 10 della direttiva rinvia a una disposizione nazionale, la quale a sua volta richiama eventualmente un’altra norma, non è compatibile con la direttiva perché il dies a quo del termine di recesso dal contratto (informazione obbligatoria) non è contenuto nel testo e costringe il consumatore a una caccia tra diversi atti legislativi. Per la Corte questo vuol dire che il consumatore “non è in grado di determinare la portata del proprio impegno contrattuale, così come non può definire il termine dal quale decorre il diritto di recesso.”

Autore: Massimo Mira

Occhi di bosco

Occhi di bosco è un bambino che trascorre ore alla finestra e sul balcone ad ammirare la natura, curioso osserva fulmini e saette illuminare il cielo e impaurito dai tuoni si nasconde quando sente vibrare i vetri dopo ogni boato. Occhi di bosco è un adolescente che conta i secondi tra lampi e tuoni, intuendone la distanza dalla sua testa. Occhi di bosco è un ragazzo intento a legare pomodori e girasoli contro il vento, mentre tende l’orecchio al rumore secco della grandine sui coppi. Occhi di bosco è un adulto che consulta l’evoluzione radar per capire il dove e il quando, l’intensità e i mm caduti. Occhi di bosco è felice quando c’è il temporale: sia esso locale di calore, stazionario per lo stau innescato dal libeccio e dall’ostro, sia quello cattivo, provocato da irruzioni fredde da nord ovest. Occhi di bosco ora appallottola carta di giornale da infilare nei plantari degli scarponcini da montagna per asciugarli dall’umidità della recente escursione. Poi, tornato il sole, la surrene di occhi di bosco pompa così tanta adrenalina da inculcargli il desiderio di cercare funghi immerso nei boschi.
Luglio, agosto e settembre sono un copione di speranze e migliaia di passi su pareti boschive impervie, con finferli grandi protagonisti nella prima parte estiva in cui Russole, Tylopilus felleus e Rozites caperatus hanno fruttificato abbondanti. Nonostante le piogge, forse troppe, il vento, le basse temperature e qualche periodo di siccità la stagione dei porcini non è invece mai partita sulle Alpi. Pochissime crescite e concentrate solo in alcuni punti, alle quote alte dove i pecci si diradano e lasciano spazio prima ai rododendri e poi alle radure prative. Anche adesso che la stagione volge al termine spuntano Amanite, Craterellus, Armillarie, Macrolepiote, Gymnopilus, Cortinarius e Clitocybe nebularis; ma porcini… nemmeno l’ombra! Arvicole, animali selvatici, gasteropodi hanno pasteggiato coi pochi carpofori superstiti facendoci trovare solo gambi privi del cappello o addirittura solo brandelli di porcino, a rimarcarne ancor più la penuria. Per carità, un anno storto ci può stare. Occhi di bosco è un esploratore che sa che i boschi ed i loro habitat sono minacciati – non dai lupi e dagli orsi – ma dall’uomo e dalla sue manie di cementificazione e dal bostrico tipografo, un coleottero, che dopo la tempesta Vaia ha iniziato ad attaccare anche alberi sani portandoli in breve tempo alla morte. Quegli occhi sanno che dove hanno potuto il legname inerte è stato rimosso, ma non dappertutto: ci sono peccete troppo ripide e difficilmente accessibili in cui è difficile andare a recuperare il materiale. Zone senza strade forestali e prive di sicurezza per operatori e mezzi, per non parlare dei costi, che la renderebbero un’operazione insostenibile. Basta guardarlo il bosco, attentamente, per vedere alberi ancora in piedi completamente rinsecchiti, interi versanti sradicati e pani radicali sollevati. Quegli occhi sanno che al momento non si può procedere a nuove piantumazioni fintantoché non si riuscirà a ridimensionare il bostrico. Speriamo che chi di dovere provveda ad arginare queste criticità.

Autore: Donatello Vallotta

Fare scelte per cambiare, nella prospettiva del bene comune

In un suo discorso ai giovani nel lontano 1936, Josef Mayr-Nusser si chiedeva come fosse possibile che in Europa si sviluppasse una fede cieca nei leader – nel suo caso Hitler e Mussolini – mentre si era “in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica”.

Il giovane Pepi Nusser contrapponeva la scienza all’ideologia e all’irrazionalità del culto del capo e delle liturgie dove il singolo individuo e la sua personalità si perdono nell’anonimità della massa. Mentre ricorre il 77mo l’anniversario del “no” di Mayr-Nusser al giuramento a Hitler (4 ottobre 1944), le sue riflessioni restano di estrema attualità. Anche noi viviamo in un’epoca di disorientamento, sempre in balia dell’irrazionalità delle emozioni, circondati da relazioni fasulle, virtuali, che a lungo andare aumentano il senso di estraneità e di solitudine.
“Intorno a noi c’è il buio”, scriveva il nostro conterraneo all’inizio del 1938. “Il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione”. La testimonianza personale, per Josef, si rende necessaria perché il buio possa essere inondato di luce. “Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace”.
Sul come dare testimonianza in un’epoca tragica come quella delle grandi dittature, si discute da decenni. Si tratta sempre e comunque di assumersi delle responsabilità. Di fare delle scelte non per sé stessi ma nell’ottica del bene comune.
Mayr-Nusser, il testimone, lui non ha soluzioni facili. Sa della complessità di un tempo in cui “due mondi si stanno scontrando”. Riflette: “Non si tratta, dapprincipio, di essere testimoni attraverso la parola, nemmeno attraverso l’azione. Spesso può essere più opportuno tacere; spesso anche la migliore azione può essere distorta. Ma sempre dobbiamo essere testimoni. Esserlo con semplicità e senza pretese. Ecco la più grande testimonianza!”

Autore: Paolo Bill Valente

Un capolavoro seminascosto nel duomo di San Nicolò

In una gelida notte di inverno, quasi alla vigilia di Natale, mi trovai a passare sotto le arcate della torre campanaria del duomo meranese. Lì alla luce quasi crepuscolare mi colpì un bell’affresco, inserito dentro una lesena gotica dove compare il dipinto affrescato col tema della Santa Croce di due pellegrini e di un giardino “mistico” e quasi incantato.
Il tema è un po’ atipico nell’arco dei cicli pittorici di inizi del quattrocento, ma ha diverse affinità iconografiche e linguistiche con altri dipinti del periodo sia in Alto Adige che altrove. L’opera è attribuita a Maestro Venceslao (1352 – 1411), pittore boemo artefice del bel ciclo di affreschi del Castello del Buonconsiglio a Trento (1390 – 1400), dove il pittore boemo si caratterizza per l’intreccio fra il mondo cavalleresco, la natura ed il quotidiano. L’incarico trentino all’artista avvenne tramite il principe – vescovo Giorgio di Liechtenstein, quello meranese per passaparola dal vescovo di Coira. La datazione è attribuita all’inizio del ‘400, subito dopo l’incarico di Trento.
A Merano – come nell’analogo esempio trentino – la natura ha un aspetto preponderante per il novanta per cento del campo visivo; l’opera è composta da un folto giardino nel quale compaiono sul lato destro inginocchiati un pellegrino con accanto ad un uomo con abiti orientaleggianti, sul lato opposto compare una semplice croce. Essa si caratterizza per un particolare: il tronco verticale è del classico colore ligneo, mentre quello orizzontale è di un netto colore azzurro, che rappresenta il Cielo; vuole indicare che il martirio del Cristo è stato solo un “passaggio” verso la definitiva Resurrezione. I due personaggi a lei rivolgono lo sguardo e l’Orientale indica all’Occidentale dove guardare.
Il bosco è rappresentato come se fosse un giardino, le file degli alberi sono composte in maniera ordinata ed il pittore si concede a rappresentazioni realistiche, dipingendo un’infinità di specie arboree e di piante. Sopra la scena, delimitata da tre colline, in uno spicchio di cielo compare un Sole ardente. La composizione è gentile e per niente consolatoria, lascia all’osservatore un senso di gradevole armonia fra il mondo reale e quello spirituale.
Qui a Merano il Maestro Venceslao anticiperà di novant’anni quello che Friedrich Pacher farà nel ciclo di affreschi del chiostro dei Domenicani a Bolzano e l’opera del pittore olandese Hieronymus Bosch.

Autore: Flavio Schimenti

Vescovi, nobili e abati: i proprietari di Laives

A differenza di altri paesi, e con l’eccezione temporanea dei Lichtenstein, Laives non ha mai avuto una vera nobiltà, nessun convento e neppure un’alta borghesia residente in paese. I “siori” (die Herrschaften) abitavano a Bolzano o Gries, qualcuno anche più lontano come gli abati dei ss. Ulrico e Afra di Augsburg. I Lichtenstein stessi, che possedevano anche un palazzo in piazza della Mostra a Bolzano, si spostarono a Cornedo nel XIII secolo, lasciando l’amministrazione dei loro beni ad un “Pfleger” (curatore).
A metà ‘700, l’abbazia imperiale di Augsburg acquistò per 40000 fiorini tutte le proprietà e rendite che i Lichtenstein nel corso dei secoli avevano ottenuto dai principi-vescovi di Trento: e parliamo di una trentina o più tra masi e poderi, dalla Pfleg a Sottomonte, da Weisshaus a Casagrande, da Gutleben a Koelbl e ai masi del Montelargo. Insomma, si può ben dire tutto ciò che poteva fruttare una piccola o grande rendita e un tempo era appannaggio dei Vescovi e dei loro ministeriali, passò in mano all’abbazia bavarese.
Insediati dai Vescovi di Trento, che occuparono il territorio di Laives e tutto ciò che vi sorgeva dopo l’anno 1027, i Lichtenstein furono i primi veri signori di Laives. Due di loro, Georg I. e Ulrich IV., divennero vescovi a Trento, conferendo alla casata ulteriore prestigio e potere.
I Lichtenstein (che dal 1499 si chiamarono anche Castelcorno in quanto gli era stato assegnato l’omonimo castello di Isera) devono il loro nome al “castrum de Liethenstaine” (lo storico Stolz lo ritiene il primo toponimo documentato della zona) che sorgeva sul Peterköfele, su una “pietra chiara”: forse chiamata così perché il primo sole del mattino illumina proprio questo promontorio. Nulla di preciso si sa sul loro luogo d’origine ma pare probabile che si trattasse della città di Coira nel Canton Grigioni.
L’amministrazione delle vaste proprietà vescovili veniva affidata a “ministeriales” e ai “homines de nobili macinata casadei sancti Vigilii”, termine dal quale deriva anche il dialettale “masnada”. Il 18 aprile 1189 la “wardia et custosia castri de Liethenstaine” (ossia un “appartamento” del castello) venne affidato ad Adelaide di Castelrotto (probabilmente vedova di un precedente affidatario), al figlio di primo letto Enrico ed al secondo marito Otto di Weineck. Di fatto il castello rimase a disposizione dei Vescovi (e da ciò si comprende la rilevanza dello stesso nello scacchiere strategico dei potenti clerici trentini) e la vera residenza dei ministeriali si trovava presso il “castrum inferius”, noto come “Pfleg”.
Qui si trovava, fino all’estinzione della casata nel 1761, la sede amministrativa di tutte le sterminate proprietà della famiglia, inclusi la grande “Reif”, da cui transitava gran parte del legname diretto a sud, e i diritti sull’acqua potabile del paese prelevata dal Vallarsa nonché di pesca nei fossati e canali da loro realizzati nella “Leiferer Au”.

Autore: Reinhard Christanell

L’antico fienile dell’Abbazia Muri-Gries

La notizia è di questi giorni: l’antico fienile di via Fago, appartenente alla vicina Abbazia di Muri-Gries, probabilmente verrà demolito. Manca il vincolo di tutela da parte della Soprintendenza ai Beni culturali della provincia di Bolzano e, malgrado esista un progetto per farne un centro culturale di quartiere appoggiato dal Comune e da diversi cittadini, incombe un altro progetto nell’ottica della sua completa demolizione. Lo scopo è quello di realizzare sull’area un complesso edilizio immobiliare.
Da secoli l’immensa costruzione domina, dietro il complesso conventuale di Gries, la storica via Fago. L’edificio si presenta in realtà articolato in più corpi aggregati ad esso. Il corpo principale è costituito da un blocco di forma rettangolare, al quale si accede da un grande portone centrale, lievemente inclinato su una rampa d’accesso. L’ invito ad esso è costituito da un apparecchiatura in blocchi lapidei, simili agli altri muri di cinta del complesso conventuale. La copertura è con il tetto “alla slava”, tipico degli edifici a partire dal 1600.
Nelle antiche rappresentazioni della città l’edificio è raffigurato di piccole dimensioni, come in quella di Merian del 1645, mentre in un’altra del 1767 ci appare nelle forme attuali. Il fienile è impostato su due livelli. La parte sottostante è destinata al ricovero degli animali, mentre quella superiore all’accatastamento delle balle da fieno. Sui lati superiori compaiono finestre con griglie in laterizio ornamentale, per dare aria al magazzino del sottotetto.
Il Fienile ha una architettura di tipo “colto”, differenziandosi per forma e sostanza rispetto agli altri fienili ancora presenti a Gries ed alle tipologie rurali in uso nella piana bolzanina.
Un’altorilievo, posto a metà del fabbricato sul lato destro, fa ancora bella mostra di sé, con i monogrammi araldici dell’Abbazia di Muri-Gries. Alcuni decenni fa, un noto architetto bolzanino, aveva presentato un progetto per farne la sede del nuovo teatro cittadino, mantenendo integra la struttura. Tutto ciò, quando quello di Gries era diventato insufficiente e il nuovo teatro di Zanuso in piazza Verdi doveva essere ancora costruito.
La demolizione dell’antico fienile porterà per sempre via, ancora una volta, un pezzo della storia della città e priverà i suoi abitanti di uno spazio comune, utile da vivere.

Autore: Flavio Schimenti

Storia di Annette von Menz, la benefattrice

“Passaggio Annette von Menz”: è uno dei vicoli con i quali si può transitare dai Portici a via Streiter. Chi era Annette e che ruolo ebbe nella città di Bolzano? Anna von Menz era nata a Bolzano il 30 gennaio 1796; i genitori facevano parte della cerchia di famiglie, come i Menz e i Gumer, più stimate e ricche di Bolzano. Fino all’età di 15 anni Anna, oltre a giocare con l’amica veronese Elisabetta de Mori, passò il tempo a dipingere quadri, leggere libri per ragazze, cucire, suonare il pianoforte. Fu infatti a 15 anni, morta nel 1811 la madre (il padre era morto nel 1801), che Anna divenne la più ricca ereditiera di Bolzano. Fino al raggiungimento dei 24 anni, oltre al tutore dottor Anton Grabmayr, secondo il codice napoleonico ci doveva essere anche un consiglio di famiglia. Anna ebbe anche, dal maggio 1811, una governante, Madame Nizolle; da allora Anne divenne Annette. Il consiglio di famiglia si allarmò al sapere che il colonnello francese barone Gaston de la Croix aspirava alla mano di Annette. Informatisi meglio su di lui, si scoprì che era vedovo e aveva un’amante; il colonnello cercava di apparire più giovane, oltre ad essere un tipo superficiale e litigioso. Madame Nizolle e il colonnello de la Croix lasciarono Bolzano. Anna von Menz, passate le emozioni della storia con l’ufficiale francese, il 6 marzo 1816 si sposò a Rovereto con Carlo de Panzoldi di Monteolivo, che morì pochi mesi dopo le nozze. Tre anni dopo, il 19 aprile 1819, Anna von Menz sposò di nuovo il conte Ludwig von Sarnthein. Ludwig, oltre ad amministrare i beni dei Menz, doveva pensare alla propria residenza nobiliare Rottenbuch e ai tre castelli sarentinesi; ma era anche molto attivo nella vita pubblica.
La contessa Anna von Menz dal 1820 al 1837 ebbe sette figli, tre maschi e quattro femmine. La famiglia visse per lo più nell’attuale palazzo Toggenburg. Morto Ludwig nel 1867, Anna von Menz, oculata amministratrice del patrimonio personale ma anche anche grande benefattrice, morì a Soprabolzano il 1° luglio 1869.

Autore: Leone Sticcotti

The Shea: un nuovo album tra strumenti vintage e sonorità british

All’anagrafe si chiama Othmar Schönafinger, ma da diversi anni si è creato un seguito nel settore della musica online con lo pseudonimo The Shea (ogni riferimento allo stadio newyorchese in cui si esibirono i Beatles è tutt’altro che casuale), dapprima con degli interessanti singoli sempre accompagnati da belle copertine, perché nella vita The Shea fa il grafico, poi con un LP uscito nel 2018 per l’etichetta viennese Konkord. Tutto rigorosamente fatto in casa, nel suo studio in cui ha assemblato programmi e strumentazione d’epoca per ricostruire le sonorità che stanno alla base del nuovo lavoro, Disappear, uscito lo scorso 30 luglio.

“Si tratta di un disco che in realtà era già pronto quando la Konkord ha dato alle stampe quello precedente – ci racconta l’artista –, doveva anzi essere questo il disco previsto per il 2018, poi alla casa discografica mi hanno detto che a loro piacevano molto i brani che avevo messo in rete negli anni passati e così questo Disappear è stato messo in lista d’attesa. Un anno fa mi hanno detto che avevano deciso di non proseguire la collaborazione, erano contenti di come il disco era andato ma che avevano altri progetti. All’inizio di quest’anno però mi hanno ricontattato dicendo che avevano riascoltato il materiale è che si erano dimenticati che fosse così buono e che volevano a tutti i costi pubblicarlo. Non solo, stavolta lo hanno fatto in più formati: il vinile nero col CD allegato, il download digitale, l’edizione limitata in vinile colorato color marmo, il CD, il vinile colorato con allegato il 45 giri a tiratura limitata. Io non me lo aspettavo, ero comunque contento dell’esperienza fatta col primo disco, ma devo ammettere che essere stato ricontattato da loro, per il mio ego è stata una cosa davvero appagante”.
Rispetto al disco precedente Disappear vira più verso il sound degli anni settanta, con la scelta di usare strumenti ben precisi: The Shea conosce i suoni che vuole e quelli a cui si rifà, si suona tutte le parti strumentali e cura tutte le voci; stavolta però si è avvalso dell’aiuto di Alex Eschgfäller (già cantante dei John’s Revolution, precedente creatura di Othmar), che in un paio di canzoni suona la batteria. Inoltre, il nostro ha voluto provare l’ebbrezza di andare a registrare almeno un brano del disco, Murder Serenade, in uno studio professionale londinese, quello di Gilles Barrett che in questo brano si occupa anche del basso: tutto il resto è farina del sacco e delle mani di The Shea.
“Ero curioso – ci dice The Shea a questo proposito – di vedere e sentire come sarebbe suonata una mia canzone registrata con le orecchie di un inglese che conosce a menadito questi suoni. Nel mio DNA musicale c’è il pop inglese, dai Beatles ai Libertines e ai Babyshambles, e un tecnico inglese come Gilles sa come questa musica deve suonare, inoltre al Soup Studio vi sono chitarre Gretsch, batteria Ludwig, microfoni Neumann, tutti strumenti originali d’epoca. Poi in tutti i brani c’è la tastiera Eko Tiger che ho avuto in regalo da un amico che l’avrebbe buttata, io l’ho messa a posto e ora il suo sound è parte integrale della mia musica”.
Nel complesso il nuovo disco è un passo avanti rispetto ai già importanti risultati del suo predecessore, innanzitutto può contare su due accattivanti singoli usciti come video realizzati sempre in proprio e intitolati Liar (molto immediata e con un video che è un omaggio dichiarato a Elvis Presley) e Pumping In Your Chest (che in qualche modo richiama anche il periodo bubble gum di Giorgio Moroder, ben prima di Donna Summer e del successo interplanetario).
In Liar poi, c’è, ben inserita tra le pieghe del tessuto musicale, una chitarra che suona molto George Harrison.
“I Beatles – continua The Shea – sono un punto fermo. Anche se non cerco di fare musica beatlesiana, in qualche modo la loro lezione fa sempre capolino”.
Il sound del gruppo spunta anche nell’ultima canzone del disco, Got To Get To, l’esplicita The Bombs è invece un atto d’accusa alla politica di Trump, mentre nel brano che chiude il lato A, Sundance, è evidente la passione dell’artista per il cinema western e per le colonne sonore di Ennio Morricone: fin dalle prime note è perfettamente intuibile la sensazione dell’andatura stanca del cavallo che va incontro al sole che tramonta.
Unico rammarico l’impossibilità di eseguire il disco dal vivo: “Suonando tutto da solo – conclude Othmar – avrei bisogno di una band, ma per questa musica ci vogliono musicisti che siano appieno dentro il mood di questo suono, a partire dal suono per arrivare al look!”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale