Benko Lake, la migliore spiaggia del 2021

Il premio per la miglior spiaggia 2021 stava per andare alla Spiaggia dei Conigli di Lampedusa prima della brillante intuizione del carpentiere Giuseppe Maria Battozzelli: “Mentre annegavo il vibratore nel calcestruzzo per tirar su il pilastro 3B del Waltherpark ho proposto al mio capo di trasformare un problema in una possibilità” ha dichiarato. E così la tanto discussa falda è stata trasformata nel bellissimo Walterlake, chiamato da tutti “Benko Lake”, caratterizzato da acque cristalline, sabbie paradisiache e muri in cemento armato. Verrà coperto per la stagione invernale per garantire anche a Bolzano il suo centro termale.

Autore: Roberto Tubaro

Nostalgia del telefono. Quello vero.

Lo so che sembra impossibile ma è un dato di fatto: noi sapiens sapiens per 40mila anni abbiamo vissuto senza smartphone. Di fatto questo oggetto di uso quotidiano è diventato parte di noi, penetrando nella nostra vita ad un livello tale che senza ci sentiamo perduti. Lo smartphone è infatti molto più di un oggetto essendo di fatto la sintesi di molti oggetti (e luoghi) che anche precedentemente caratterizzavano il nostro vissuto. Facilitato dal fatto che la mia età mi ha regalato una diversa consuetudine e anche per pura curiosità personale, ho provato a stilare una lista (parziale) degli oggetti che oggi si trovano in ogni momento nel nostro palmo della mano. Un computer, un elenco telefonico, un’enciclopedia, uno sportello bancario, una macchina fotografica, una videocamera, una calcolatrice, uno scanner, un telecomando, un’ufficio postale, la biglietteria della stazione dei treni e dell’aeroporto, una biblioteca e una raccolta di dischi, un cinema, una televisione, una biblioteca con tanto di emeroteca, una sala giochi, un contapassi, una sala riunioni, una torcia elettrica, un blocco per gli appunti. Potrei ancora proseguire, naturalmente, aggiungendo la lista il più enorme supermercato che si possa immaginare. Naturalmente è molto comodo avere tutte queste cose a portata di mano, ma in realtà a fare la fortuna dello smartphone e a renderlo l’oggetto per antonomasia della nostra vita negli ultimi 10 anni come sappiamo sono stati i social network. Che per noi sono diventati più che un mezzo di comunicazione un vero e proprio “luogo” di incontro, che in molti casi va addirittura a sostituire la piazza, soppiantandola.
A questo punto a me sorge spontaneo un quesito: siamo proprio sicuri di essere davvero solo contenti di questa rivoluzione sociale e antropologica di cui siamo protagonisti?
Si tratta di una domanda che interpella ognuno di noi e che molti di noi con ogni probabilità si sono già posti. Personalmente, in questa estate che ormai è agli sgoccioli, a più riprese ho provato ad “allontanare da me” per periodi più o meno lunghi l’oggetto in questione. La sensazione che ho provato in montagna, al mare, anche a casa, è stata molto interessante e “liberante”. Avete voglia di provare anche voi
e poi raccontarmi com’è andata?

Autore: Luca Sticcotti

Responsabilità verso terzi nell’appalto

I danni derivanti a terzi dall’esecuzione di un contratto di appalto possono essere imputabili o all’attività svolta dall’appaltatore, ovvero direttamente alla cosa oggetto di appalto.
Sotto il primo profilo, la responsabilità è imputabile all’impresa esecutrice a seguito della dimostrazione, da parte del danneggiato, della verificazione di un fatto che abbia cagionato un danno ingiusto in capo ad esso e che tale danno sia causalmente riconducibile al predetto fatto secondo gli ordinari criteri in materia di responsabilità civile, improntati al criterio della causalità adeguata.
Sotto il secondo profilo, è applicabile l’art. 2051 del codice civile. In tale ipotesi al danneggiato sarà sufficiente provare il fatto dannoso, l’evento e il nesso di causalità (materiale) tra questo e l’evento. La rigorosa prova dell’esonero da responsabilità graverà invece in capo all’appaltatore, il quale sarà tenuto a dimostrare il cosiddetto caso fortuito, ossia la prova dell’intervento di un fattore esterno (quindi indipendente dalla sua eventuale colpa) tale da recidere il nesso di causalità.
è poi necessario verificare se vi possa essere spazio per una concorrente responsabilità del committente. Tale responsabilità, il più delle volte, non è configurabile, in virtù dell’autonomia gestionale riconosciuta all’appaltatore. La giurisprudenza è concorde nel ritenere che: a) di regola risponde dei danni cagionati ai terzi dall’esecuzione di un appalto solamente l’appaltatore; b) tuttavia, qualora il committente si sia ingerito nell’attività con specifiche direttive che hanno limitato l’autonomia dell’appaltatore risponde in concorso anch’esso; c) se poi le direttive del committente sono particolarmente “invasive”, con prova a carico del danneggiato, solamente il primo risponde dei danni; d) in ogni caso il committente risponde laddove si sia avvalso di una impresa palesemente inadeguata.
Chiaramente, il committente potrà contestare la sua responsabilità, allegando e dimostrando che l’esecuzione dell’opera da parte dell’appaltatore non è stata conforme al contratto e/o alle norme, anche tecniche, di esecuzione, al punto che tale condotta difforme dalle regole di diligenza, sia stata essa stessa causa esclusiva nella verificazione dell’evento dannoso.

Autore: Massimo Mira

SPID (prima parte)

Nel 2013, il deputato Stefano Quintarelli ebbe un’idea pionieristica: quella di rendere più semplice l’accesso ai servizi pubblici utilizzando le tecnologie informatiche. L’idea era quella di superare l’intricata burocrazia del cartaceo e dei classici “mille uffici” da consultare per ottenere un servizio, permettendo ai cittadini di accedere a quello stesso servizio tramite internet. Tra i problemi più difficili da risolvere, ce n’era in particolare uno. Quando si va in un ufficio, la prima cosa da fare è mostrare la propria identità. Come rendere possibile questo nel mondo digitale, garantendo sicurezza e privacy? Dalla soluzione di questo problema è nato l’ormai famoso SPID – letteralmente “Sistema Pubblico di Identità Digitale”, attualmente riconosciuto come sistema di riconoscimento della propria identità valido in tutti i paesi membri della Comunità Europea. Per poter richiedere lo SPID, è necessario rivolgersi a enti accreditati capaci di fornire l’identità digitale, e quindi creare “l’alter ego” digitale del cittadino. Questi enti, chiamati “identity provider”, sono riconosciuti e vigilati da AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale, agenzia pubblica che opera sotto la vigilanza diretta del presidente del Consiglio dei ministri. Come si può evincere facilmente visitando il sito ufficiale di SPID (www.spid.gov.it), nove sono gli “identity providers” attualmente accreditati. Tali enti definiscono specifiche procedure per creare l’identità digitale di un cittadino. Queste procedure si basano principalmente sul riconoscimento del cittadino effettuato da una persona preposta, tramite tesserino del codice fiscale, carta di identità, e riconoscimento facciale – esattamente come accade di solito. Ciò può avvenire in presenza o, per vari enti, utilizzando la videocamera del proprio computer o cellulare. Una volta effettuato questo primo passaggio, è possibile accedere a tutti i servizi associati a SPID utilizzando la propria identità digitale. In base alla tipologia di servizio e alla corrispondente esigenza di sicurezza, ci sono tre diverse modalità per poter provare la propria identità, corrispondenti a tre livelli di sicurezza. Per i servizi di primo livello, al cittadino viene richiesta la classica coppia “nome utente” e “password”… con il vantaggio che questa stessa coppia può essere definita una volta per tutte, e poi utilizzata per accedere a tutti i servizi collegati a SPID. Per i servizi di secondo livello, oltre al nome utente e alla password viene anche richiesta una ulteriore password “usa e getta” (in inglese OTP – one-time password), che viene generata da una app specifica da installare sul proprio cellulare. Per i servizi di terzo livello, viene anche richiesto l’uso di una smartcard – modalità di autenticazione supportata solo da alcuni degli “identity provider” attualmente accreditati.
In pratica, SPID ci permette di ricorrere ad un’unica modalità di autenticazione per provare la nostra identità nel mondo digitale. Ma a quali servizi possiamo accedere a quel punto? Ne parleremo nel prossimo numero della “città digitale”.

continua…

Autore: Marco Montali

Holzmeister, quell’architetto che cambiò l’immagine delle chiese

Clemens Holzmeister, Luis Trenker e Merano. Cosa hanno in comune un grande architetto, il primo, un altro architetto e noto alpinista, scrittore, regista il secondo, e la città sul Passirio?
Clemens Holzmeister nasce a Fulpmes in Austria il 27 marzo del 1886 da genitori tirolesi emigrati in Brasile e tornati in patria. Si diploma ad Innsbruck e prosegue i propri studi a Vienna, dove si laurea con una tesi sulla architettura dell’ Abbazia Cistercense di Stams. Nel 1924 apre uno studio di architettura con l’amico, di vecchia data, Luis Trenker.
Sarà proprio Trenker ad incentivarlo ed a stimolarlo nei grandi progetti architettonici. Agli inizi degli anni Trenta conta già la realizzazione di tre grandi opere architettoniche : l’Hotel Adler ad Ortisei, l’Hotel Tre Cime a Sesto e Villa Pretz a Bolzano.
Holzmeister nel 1935 è a Merano dove gli viene affidato l’impegnativo incarico di ricostruzione e ristrutturazione della chiesa parrocchiale di San Vigilio di Maia Bassa. Negli schizzi preparatori dal tratto fortemente espressionista, egli dà luogo ad una basilica dalla facciata neoromanica, con due campanili gemelli, alla maniera Normanna. Negli interni esegue un intervento rivoluzionario per quell’epoca: mantiene una parte consistente della primitiva impostazione della chiesa medievale facendo sì che il Coro ed il presbiterio precedente diventino cappella laterale posta sul lato sinistro.
L’edificio nella planimetria diventa una chiesa con formazione di pianta a “croce greca”. Anche qui è qualcosa di innovativo ed interessante. Nei coevi esempi dell’epoca veniva privilegiata l’impostazione della basilica tradizionale a “croce latina”, mentre quella scelta permette di avvicinare i fedeli alle funzioni religiose, cosa che avverrà solo con la riforma ecclesiale a partire dal 1965 (Concilio Vaticano Il, normative sugli edifici ecclesiastici).
Grande cura viene destinata al recupero degli elementi precedenti, affreschi e altorilievi, arricchendo la chiesa con nuove opere, quali l’affresco del nuovo altare opera di Rudolf Stolz (1936 / 38) e le nuove vetrate opera di Hans Pruester.
Sicuramente la sua formazione culturale e poetica, a partire dalla tesi di laurea, ha fatto sì che Holzmeister diventasse a partire da Merano uno dei più ascoltati e realizzatore di edifici ecclesiastici (una decina costruiti fra Austria e Germania ).
Allontanato dai regimi fascista e nazista, dal 1938 si rifugia in Turchia dove vi resterà fino al 1954 e dove continuerà la sua opera di architetto realizzando strutture di notevole pregio architettonico.
A Merano ed in tutto l’Alto Adige lascerà il segno. E sarà da guida per tutte le future generazioni di architetti e progettisti europei.

Autore: Flavio Schimenti

Padri, madri, figli dell’autonomia altoatesinasudtirolese

È difficile dire se personaggi come Silvius Magnago e Alcide Berloffa siano da considerarsi “padri” dell’autonomia o non piuttosto semplicemente “figli” della storia altoatesina. Figli di una terra particolare, che può mostrare la sua specialità da ben prima del 1972 (o del 1969). Terra di confine, terra di contraddizioni.

Il percorso “Autonomiae”, installato all’inizio del mese in mezzo ai palazzi provinciali, ruota attorno a questi due nomi: Magnago e, più defilato (come sempre fu), Berloffa.
Di Silvius Magnago leggiamo che, “considerato unanimemente il padre dell’autonomia sudtirolese, durante il suo lungo mandato ha avuto il grande merito di aver perseguito la pacifica convivenza tra i gruppi linguistici e avviato l’Alto Adige sulla strada del benessere e dello sviluppo”. Di Alcide Berloffa: “È considerato uno dei protagonisti della storia dell’autonomia altoatesina. Nel corso del suo lungo percorso politico ha seguito con grande sensibilità e capacità di mediazione le trattative tra Roma, Vienna e Bolzano”.
Diciamo pure che senza i Berloffa, i Moro, i Gargitter, l’autonomia che oggi conosciamo non avrebbe mai visto la luce. Se Magnago fu il padre, loro furono – se mi è permesso – la madre. Loro che, come succede ahimè a molte madri, lavorarono spesso dietro le quinte con umiltà, a volte a correggere gli errori dei padri.
Ma se vogliamo dare completezza al racconto del cammino dell’autonomia che, come giustamente si sottolinea, è sempre “dinamica”, non si può non pronunciare un terzo nome, quello di Alexander Langer. Fu Langer, sottolineandone le contraddizioni e le aberrazioni, a dare all’autonomia un’anima che andasse oltre i concetti di riparazione e rivendicazione, oltre l’approccio politico-diplomatico, oltre l’equilibrio instabile tra i nazionalismi. Un’anima europea in comunicazione col mondo.

Autore: Paolo Bill Valente

Laives 1850: arrivano le “Part” e i vaccini…

Se per un istante si concretizzasse il sogno di girare indietro la ruota del tempo e potessimo osservare il paesino di Laives di metà ‘800, faremmo fatica a credere che si tratti dello stesso luogo che vediamo oggigiorno. Ma se questa opportunità ci è giocoforza negata nella realtà, un singolare testo dal curioso titolo “Physisch-medizinisch-statistische Topographie der Stadt Bozen mit den drei Landgemeinden zwölf Malgreien, Gries und Leifers, oder des ehemaligen Magistratbezirkes Bozen”, edito (“a proprie spese!”, ci informa l’autore in copertina) nel 1854 dal medico comunale di Bolzano Andrä J. Bergmeister, ci apre una ricca finestra sulla vita (di Bolzano, Dodiciville, Gries e Laives) di quell’epoca. In seguito alla riforma comunale del 1849, i tre comuni rurali si erano di fatto staccati dalla città-circoscrizione di Bolzano e dotati di autonomia amministrativa. In particolare, scopriamo che Laives era governata da un sindaco e due consiglieri comunali. Da non più di un decennio, dopo secoli bui di miseria e insalubrità del suo territorio flagellato dalla malaria (der Leiferer Tod), Laives era diventato uno dei comuni più prosperi della zona.
Il benessere, secondo Bergmeister, era dovuto principalmente alla bonifica della “Leiferer Au”, l’estesa palude adibita a pascolo ai piedi del conoide del Vallarsa, e la sua trasformazione in terreni agricoli. Infatti nel 1843 le famose “Part / Toaler” furono assegnate ai piccoli coltivatori del luogo e a famiglie immigrate dal Trentino. Dove prima si trovavano sterpaglie e rovi, ora facevano bella mostra di sé floridi campi di granturco. Anche la popolazione subì profonde trasformazioni e nel giro di poco tempo arrivarono in paese molte famiglie dal vicino Welschtirol, un terzo degli abitanti totali. Laives divenne un comune “italiano”. Accanto al mais iniziò la massiccia produzione di bachi da sete e Laives ne forniva oltre 150 quintali annui. Anton Giorgi fece costruire la filanda.
Nel circondario di Bolzano abitavano 13.127 persone, suddivise in 2829 famiglie. A Laives risiedevano 1202 abitanti (contro i 1078 del 1841) e 218 famiglie. Le case erano 113, di cui 70 a Laives-paese e le altre suddivise nei quartieri di Unterau, Breitenberg e Seit. Curiosamente, Laives era l’unico paese in cui c’erano più uomini che donne: 635 contro 567. A molti maschi laivesotti non rimase che cercar moglie altrove o rimanere scapoli.
Altra curiosità: dopo la scoperta del vaccino contro il vaiolo a cura di Edward Jenner nel 1796 (iniettò del materiale purulento nel braccio di un ragazzino che divenne immune), anche nel circondario di Bolzano ogni anno furono promosse campagne di vaccinazione contro questa malattia. Inizialmente vi aderì quasi l’80% della popolazione, dopo il 1830 iniziarono le resistenze e si creò un movimento che oggi definiremmo di “no vax”.
Le vaccinazioni ripresero con maggior successo dopo una grave epidemia scoppiata a Gries ed anche a Laives si registrarono 2 casi “importati da Nova Levante”: il mondo, si sa, era più piccolo, allora, e la Cina ancora lontana…

Autore: Reinhard Christanell

La Scuola di Arti e Mestieri nel convento dei Domenicani

Nel 1785 fu soppresso il convento di San Domenico per ordine dell’ imperatore Giuseppe II e nel 1794 una parte di esso viene destinato ad ospedale. Dal 1803/20 il complesso architettonico viene trasformato in caserma. Fra il 1876/77 subisce altre trasformazioni, e rimane in attesa di altre destinazioni d’uso. Nel 1883 si inizia a pensare a una scuola per “Arti e mestieri” da realizzare in città, alla maniera analoga a ciò che era avvenuto a Vienna con la “Secessione” a partire dal 1867 con l’opera di Gustav Klimt, Josef Hoffman, Josef Maria Olbrich ed altri. Nel 1884, la scuola trova inizialmente i propri spazi in vicolo Vintola, un paio di aule, magazzini e laboratori divenuti ben presto insufficienti. Vi avranno sede da subito laboratori per il legno e l’intaglio. Altre aule e altri spazi troveranno collocazione provvisoria, in via Francescani. La Camera di commercio di Bolzano, vedendo in tale scuola delle enormi potenzialità economiche e culturali per la città, inizia a stanziare fondi per la costruzione di una nuova sede ed ad aiutare le famiglie degli studenti in difficoltà economica. Nel 1902 è pronto il progetto per trasferire in toto la scuola, con spazi adeguati nell’ex convento dei Domenicani. Nel 1903 la nuova scuola è pronta. Il corpo docente è notevolmente qualificato, insegnanti provenienti da Vienna e da altre città dell’Impero, insieme ad insegnanti locali, si succedono nell’insegnamento.
Dalla scuola d’ arte e mestieri escono elementi di arredo, sculture, oggetti della vita comune, col nuovo gusto dell’epoca, con elementi di altissimo rilievo. I suoi studenti e la scuola vengono premiati nelle più importanti esposizioni internazionali. Vengono tenuti contatti frequenti con i diversi artisti locali e vicini alle tendenze artistiche del Jugendstil. Giovanni Segantini, August Rodin ed altri verranno inviati spesse volte a Bolzano. Il banco di prova della scuola di Arti e mestieri sarà l’odierna scuola Dante di via Cassa di Risparmio, dove gli studenti ed i loro insegnanti progetteranno e realizzeranno dalle sculture alle maniglie e tutti gli elementi di arredo. Seguiranno gli interessanti arredi realizzati per il ristorante “Il torchio”, il “Voegele” ed altri. Da tale grande laboratorio creativo che era la Fachschule, usciranno, fra l’altro, artisti che svolgeranno un ruolo incisivo nella storia artistica della città, quali Ignazio Gabloner. Una mostra tutt’ora in corso al palazzo Mercantile di Bolzano ci mostra in sintesi le opere prodotte dal 1884/21.
Abolita la scuola, una parte di essa venne assorbita dall’Istituto Tecnico Industriale, ma con tutt’altre caratteristiche.

Autore: Flavio Schimenti

Il busto dedicato a Giacomo Matteotti

Sono in fiduciosa attesa gli abitanti del rione per quanto si sta facendo per la riqualificazione di Piazza Matteotti. Ma altrettando lo sono stati fino a pochi giorni fa, per quanto concerne la ricollocazione del busto ritratto di Giacomo Matteotti, opera in bronzo dello studio Scaramella, scoperta il 22 aprile 2009. A lungo posto ai margini della piazza, con un piedistallo che a qualcuno pareva un tubo di grondaia piegato, il busto si è senz’altro meritato l’attuale ricollocazione, centrale come chi fu apostolo della giustizia sociale e paladino della verità.
Giacomo Lauro Matteotti, nato a Fratta Polesine il 12 maggio 1885, laureatosi in Giurisprudenza nel 1907, da giovane socialista fu tra i protagonisti della vita politica e amministrativa di Rovigo. Deputato al Parlamento nel 1919, fu rieletto nel 1921 e nel 1924; lottò con la parola e con la penna: disegni di legge e relazioni, 106 interventi in Aula, discorsi su temi tecnici, amministrativi e finanziari. Fu lui a far conoscere, con le inchieste del 1921 e del 1923, gli atti di violenza fascista contro gli oppositori. Fu cofondatore e segretario del Partito Socialista Unitario. Il 30 maggio 1924 intervenne alla Camera per contestare i risultati delle elezioni svoltesi il 6 aprile. Finì l’intervento con le parole rivolte ai compagni di partito: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”. Il 10 giugno si stava recando in Parlamento quando sul Lungotevere Arnaldo da Brescia fu aggredito, caricato a forza su una Lancia Lambda, percosso e infine accoltellato. Il corpo fu ritrovato il 16 agosto in un boschetto di Riano Flaminio, noto come la Macchia della Quartarella. Ci fu un processo nel 1926 e la sua revisione nel 1947. Tra gli storici emerse una diversa ipotesi sulla causa del delitto Matteotti: più che il discorso denuncia del 30 maggio 1924, sarebbe stato il possesso di documenti attestanti le tangenti versate dalla Sinclair Oil Company a membri del governo; infatti dalla macchina usata per l’aggressione fu estratta anche una borsa di documenti.

Autore: Leone Sticcotti

Shanti Powa: un nuovo disco per il sognatore che è in noi

Il concetto che ciascun essere vivente debba avere un sogno fa parte di molte culture, e non poteva che essere raccolto da una band come gli Shanti Powa, che di sogni ne ha avuti e continua ad averne molti, anche se uno grande come una casa lo ha realizzato proprio col suo quarto disco, che ha visto la luce (per ora in formato digitale, ma il vinile è atteso caldamente) a fine primavera e porta giustamente il titolo di Dreamer.

“Il titolo dell’album – ci racconta Jonas Tutzer, sassofonista, una delle new entry del folto gruppo – viene da una delle canzoni scritte da Berti (a.k.a. Berise, il fondatore e cantante degli Shanti Powa, n.d.r), una canzone intitolata Never Let Go, in cui l’ascoltatore è invitato calorosamente a sognare, a farsi sognatore e non mollare, anche in relazione al periodo da cui l’umanità intera sta cercando di uscire”.
Un periodo che per gli Shanti Powa non è stato facile: alla fine del 2018 si erano infatti autoimposti uno stop per riorganizzare la formazione che aveva visto allontanarsi alcuni componenti, il 2019 era stato dunque l’anno del ritorno in pista e il 2020 avrebbe dovuto veder concretizzato il nuovo disco, slittato invece fino ad oggi per i problemi legati alla pandemia e all’impossibilità di trovarsi a suonare (soprattutto quando si è in tanti come loro) e a promuovere questo Dreamers. Diciamo che almeno ne è valsa l’attesa, visto che per questo disco gli Shanti Powa, che finora si erano sempre egregiamente autoprodotti, hanno avuto l’onore di avere in cabina di regia Gaudi, uno dei produttori più richiesti ed affermati del globo terracqueo per quanto riguarda la musica dub, molto vicina al reggae e al ragamuffin dei ragazzi. La storia dell’incontro ha il sapore delle più belle leggende rock.
“Avevo contattato Gaudi via email tempo prima – è Berise, il cantante a raccontare ora – e poi ci siamo trovati in cartellone insieme al Boomtown Festival, lui su uno dei palchi principali, noi su uno più piccolo. Thomas ed io lo abbiamo incontrato dopo il suo spettacolo psychotrance e abbiamo parlato un po’ invitandolo alla nostra esibizione. In realtà non ci aspettavamo che venisse, invece era lì in prima fila e dopo il concerto ci ha raggiunti nel backstage con una bottiglia di tequila annunciando di volerci produrre perché gli piaceva la nostra attitudine punky, non comune nel mondo del reggae.”
L’intesa tra il produttore e la band è stata subito notevole e il risultato che ora possiamo finalmente ascoltare ha del prodigioso, Gaudi è riuscito a colorare la ulteriormente la già variopinta miscela musicale della formazione bolzanina aggiungendo il suo enorme bagaglio di esperienza e le sei canzoni originali (presenti anche in versione dub) ne escono davvero a testa alta, da quella del singolo iniziale, Rainy Day, uscita anche su 45 giri, alla già citata Never Let Go alla cover della Uncertain Smile dei The The, la prima cover in assoluto per la band.
“Per la prima volta – parla ora il trombettista e backing vocalist Thomas Maniacco – abbiamo avuto l’occasione di lavorare con un produttore, per di più di talento sconfinato, ed è stata un po’ una sfida anche per noi lasciargli campo. Siccome poi è uno dei migliori dub-master in circolazione, fin dall’inizio si è deciso che di ogni brano ci sarebbe stata una dub-version. Quando uscirà il vinile una facciata sarà con le versioni originali ed una con quelle dub; a me piace pensare che è un po’ come ascoltare la stessa storia da due voci diverse e concepita con orecchie diverse. Come gli altri dischi anche questo lo abbiamo registrato nel nostro studio ad Aica di Fiè, un luogo. Siamo anche molto contenti di come la nuova formazione si è amalgamata: oltre a noi tre, c’è sempre il batterista Florian Gamper, che però ha deciso per un po’ di suonare a distanza, Lukas Pichler suona il basso e Fabian Pichler la chitarra, il nuovo DJ è Alessandro Tarabelli, mentre la sezione fiati si completa con Andreas Galante e Gabriele Marchettini, mentre al didgeridoo c’è sempre Sir Gulliver J. Klauser e dopo la registrazione del disco è tornato anche il chitarrista degli esordi (e dei primi tre dischi) Peter Burchia. Siccome poi nel nostro nuovo corso Berti è rimasto l’unica voce degli Shanti, nel disco ci sono ospiti diversi amici come Amelia Wattson, Tom Spirals, Raggabound, CW Jones e Danny Lawda.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale