I più famosi esseri mitologici con la lettera “c”

Tra gli esseri mitologici che iniziano con la lettera “C” il più famoso è senza dubbio la Circonvallazione di Bolzano. Metà tunnel e metà svincoli fu progettata da Efesto per contrastare il continuo aumento di traffico di quello che attualmente è il capoluogo altoatesino. Poco prima della sua realizzazione ci fu una grossa protesta da parte di Demetra, dea protettrice della terra coltivata, per via dei grossi scavi previsti dal progetto. Dopo 124 anni di litigi continui, Zeus dovette prendere posizione e lanciò una maledizione: “La Circonvallazione non vedrà mai la luce e Bolzano sarà destinata a rimanere paralizzata dal traffico, soprattutto nelle giornate di pioggia”.

Autore: Roberto Tubaro

Incastrati

È sotto gli occhi di tutti. Nelle ultime settimane il traffico nel capoluogo e sulla A22 ha raggiunto il limite, portando ad una serie di blocchi nella circolazione che preoccupano molto, dato che si sono manifestati in giorni feriali “qualsiasi”, senza grandi lavori in corso, in assenza di pioggia (e dell’annesso noto fenomeno della discesa a valle di turisti) e prima della ripartenza delle scuole. A tutti è risultato evidente un sostanziale aumento del traffico privato, sia locale che turistico, dovuto con ogni probabilità ai timori (legittimi) di contagio da Coronavirus sul trasporto pubblico. Si tratta di una mutazione di abitudini (i pullman turistici sono quasi del tutto scomparsi dalla circolazione ed i treni sono vuoti) che rischia di diventare se non permanente comunque di lunga durata. Suscitando forti preoccupazioni nel capoluogo, ad esempio in vista della paventata ripresa dei mercatini natalizi. In sintesi: l’autunno è alle porte, la scuola riprende in presenza e non occorre essere profeti di sventura per prevedere che il prossimo inverno sarà probabilmente una durissima prova per la tenuta dell’intero sistema della mobilità altoatesina. Perché – va detto una volta per tutte – da A22 e dal traffico nel capoluogo dipende tutta la mobilità in provincia di Bolzano. In primo luogo non ci sono varianti locali che tengano: volenti o nolenti il nocciolo e il cuore del sistema sta nella città di Bolzano. Non c’è più tempo per timidezze ed eterne trattative, false partenze e tentennamenti. Fa bene la giunta comunale di Bolzano a minacciare la chiusura degli accessi per convincere i comuni limitrofi, il comparto turistico e la Provincia, che il tempo è scaduto e che la revisione del sistema viario del capoluogo va posta come priorità delle priorità. 
In secondo luogo e a maggior ragione il discorso vale per la A22. Quale interesse possono avere azionisti e concessionario nel rimandare all’infinito le decisioni sul futuro dell’arteria e le necessarie grandi opere per renderla adeguata ai tempi?
Recentemente si parla molto (e spesso a proposito) di libertà negate. Ecco: nei prossimi mesi correremo il concreto rischio di metterci da soli in una sorta di lockdown involontario. Incapaci di muoverci a casa nostra, solo perché non abbiamo saputo avere il coraggio di intervenire in modo tempestivo.
Il tempo è quasi scaduto. Diamoci una mossa.

Autore: Luca Sticcotti

Tutela degli eredi #2

(continua dal numero precedente)

All’azione di riduzione può conseguire l’azione di restituzione, avente ad oggetto gli immobili dell’eredità. Vengono generalmente identificate due azioni di restituzione. La prima è l’azione di restituzione contro il donatario o il legatario. Si tratta dell’azione disciplinata all’articolo 560 del codice civile. In questo caso, ove l’immobile ecceda di oltre un quarto la quota disponibile, lo stesso rimarrà nell’eredità per intero. La seconda è l’azione di restituzione contro i terzi aventi causa dal donatario acquirente. Disciplinata dall’articolo 563, l’azione prevede che “se i donatari contro i quali è stata pronunziata la riduzione hanno alienato a terzi gli immobili donati e non sono trascorsi venti anni dalla trascrizione della donazione, il legittimario, premessa l’escussione del beni del donatario, può chiedere ai successivi acquirenti, nel modo e nell’ordine in cui si potrebbe chiederla ai donatari medesimi, la restituzione degli immobili”. L’esistenza di tale azione giustifica la maggior attenzione che un acquirente deve avere nel momento in cui procede all’acquisto di un immobile di provenienza donativa, ossia un immobile che il venditore ha ricevuto in seguito ad una donazione a suo favore. L’articolo 564 del codice civile individua i presupposti per l’azione di riduzione. In primo luogo il legittimario deve aver accettato l’eredità con beneficio d’inventario (procedura particolare che prevede la redazione di un inventario dei beni del defunto da parte del Tribunale), fatto salvo il caso in cui le donazioni e i legati da ridurre siano disposti a favore di suoi coeredi (ciò significa che l’accettazione con beneficio di inventario è necessaria solo per agire contro soggetti non coeredi). In secondo luogo il legittimario, deve imputare alla propria quota le donazioni ed i legati ricevuti dal defunto (anche se nel testamento si può prevedere la dispensa del legittimario da detta imputazione). Il termine prescrizionale dell’azione di riduzione è quello ordinario di dieci anni. Nel caso in cui le diposizioni da ridurre siano le donazioni, detto termine prescrizionale inizia a decorrere dalla data di apertura della successione del donante (la data in cui il donante muore), anche qualora le donazioni siano più risalenti nel tempo. Una volta promossa l’azione di riduzione con il patrocinio di un legale, al Giudice è demandato, in primo luogo, l’accertamento della lesione della legittima del legittimario al netto della imputazione a sé di quanto ricevuto. Accertata l’eventuale lesione, il Giudice dichiarerà l’inefficacia parziale o totale delle disposizioni testamentarie o donative lesive, reintegrando il legittimario nei diritti spettanti per legge. Un’ultima precisazione: secondo l’articolo 5, comma 1-bis del Decreto Legislativo 28 del 2010, l’azione di riduzione è soggetta alla mediazione obbligatoria. Il giudizio relativo all’azione di riduzione deve quindi essere preceduto da un tentativo di mediazione, alla presenza di un mediatore designato da un organismo abilitato dal Ministero della Giustizia. Il procedimento costituisce una vera e propria condizione di procedibilità, nel senso che non è possibile attivare il giudizio senza aver prima promosso la mediazione.

Autore: Massimo Mira

L’Accordo di Parigi, base di un’autonomia territoriale

Esattamente 75 anni fa, il 5 settembre 1946, i ministri Karl Gruber e Alcide Degasperi firmavano a Parigi l’accordo su cui si fonda l’autonomia altoatesina. Dal 2014 il 5 di settembre si celebra in Alto Adige la Giornata dell’Autonomia. Un’autonomia che tutela le minoranze, che è di tutti, territoriale e non etnica.

Con la firma dell’Accordo di Parigi nasceva un pezzetto di Europa. Si trasferiva il rapporto tra Stati dal piano della conflittualità e della contrapposizione a quello della cooperazione e collaborazione. Della corresponsabilità. Si diceva in sostanza che le dinamiche di convivenza tra gruppi, lingue, culture non si governano spostando i confini ma condividendo le responsabilità. Sia tra Stati che tra livelli di governo. Ognuno è chiamato a fare la sua parte, dallo Stato alla Provincia, dal Comune al singolo cittadino. Questa è l’autonomia, quella vera.
Si tratta di un’autonomia territoriale e non “etnica”, come ogni tanto si sente dire. Cioè il soggetto dell’autonomia non è un gruppo linguistico, ma tutta la popolazione che vive sul territorio. L’Accordo Gruber-Degasperi ne parla all’articolo 2: “Alle popolazioni delle zone sopraddette [ovvero dell’attuale provincia di Bolzano] sarà concesso l’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo autonomo, nell’ambito delle zone stesse. Il quadro nel quale detta autonomia sarà applicata sarà determinato, consultando anche elementi locali rappresentanti la popolazione di lingua tedesca”.
Si vede bene che si tratta di un’autonomia territoriale e non di un gruppo soltanto. L’autonomia è data “alle popolazioni delle zone sopraddette”. Allo stesso tempo si vuole garantire che essa sia davvero a tutela delle minoranze linguistiche, perciò devono essere consultati i rappresentanti della popolazione di lingua tedesca. Oggi probabilmente si direbbe: “consultando i rappresentanti di tutti i gruppi linguistici conviventi sul territorio”.

Autore: Paolo Bill Valente

Le bombe di semi di Fukuoka

Era il 27 aprile 2018, mi trovavo a Firenze nel Giardino dell’Orticoltura per l’evento “Libera Semina”, un altro appuntamento organizzato da Seed Vicious. A pochi passi dallo splendido Tepidarium del Roster, la serra di vetro e acciaio, allestimmo un laboratorio per i bambini. Con pazienza e leggerezza, alla presenza di genitori curiosi, imparammo e insegnammo questa pratica, quella dei proiettili di semi. Lì, per la prima volta, ho sentito parlare delle bombe di semi di Fukuoka. Ma cosa sono le bombe di semi? Le bombe di semi sono una pratica arcaica nata nell’Antico Egitto dei Faraoni dopo le inondazioni primaverili del Nilo. Una tecnica presente anche in Giappone con l’antica conoscenza “tsuchi dango” ovvero gnocco di terra, ripresa da Fukuoka. L’idea rivoluzionaria si basa sull’assecondare la natura, ridurre al minimo l’intervento umano e salvaguardare la biodiversità. Masanobu Fukuoka, botanico e filosofo giapponese, è stato il pioniere dell’agricoltura naturale o del non fare, il padre della permacultura, un modo di coltivare senza lavorare il terreno e senza mai lasciare scoperto il suolo. è colui che si è avvicinato maggiormente alle rese industriali senza mai ricorrere alla chimica. In tempi più recenti le bombe di semi sono diventate una pratica adottata perfino da guerrilla gardening: nato negli anni 70 a New York e diffusosi rapidamente in tutto il mondo è un movimento di persone attivamente impegnate nell’utopica – ma concreta – missione di strappare le loro città dal grigiore e dal degrado. Potremmo definirli anche dei moderni Robin Hood, che, stanchi di aspettare che aiuole e parchi trascurati tornino a rifiorire da soli o che qualcuno intervenga per riqualificarli, si rimboccano le maniche e, zappe in spalla, scendono in strada, di giorno o di notte, per piantumare o prendersi cura del verde pubblico.
Non ci sono quantità fisse di ingredienti per creare le bombe di semi, l’importante è che l’argilla inglobi terriccio, compost, semi e acqua. Dopo averle fatte asciugare e compattare possiamo lanciarle o adagiarle semplicemente sul terreno, aspettando che la natura faccia il suo corso. Gli ingredienti necessari allo sviluppo delle bombe sono terriccio, compost, semi e argilla che le aiuteranno a svilupparsi e ad essere protette dallo strato di argilla appunto.
Possiamo testarle nel BalconORTO e finanche nel giardino di casa. Si tratta di un esperimento pedagogico -botanico molto interessante, che in futuro potrebbe essere ripreso anche da enti istituzionali, quale programma scolastico. Con qualche accorgimento potrebbe essere la chiave di volta di arboricoltori e tecnici del verde per rimboschire impervie aree boschive completamente andate perdute a causa di maledetti piromani o per opera di elementi naturali, come i fulmini nelle foreste siberiane e Vaia, bostrico tipografo permettendo.

Autore: Donatello Vallotta

La città di pietra sul Rio Enz

Grande è lo stupore che ci coglie quando raggiungiamo lo sperduto e affascinante sito in cima al Montelargo, una vera e propria città di pietra. Immersi nel profondo silenzio del bosco, i resti delle mura ciclopiche, profonde fosse scavate nel terreno, enormi cumuli di pietra e, soprattutto, un grosso blocco di porfido sistemato a pochi metri dall’abisso che si apre sulla valle dell’Adige e la selvaggia Vallarsa. Questa enorme pietra orizzontale (vedi foto) fungeva probabilmente da altare per i riti sacrificali celebrati in onore di qualche divinità.
Ma torniamo al nome del luogo. Esso si compone, nelle varie versioni note, di due parole: “Enz-Ens-Ennts-Trens” e “Birch-Birg-Berg”. Di primo acchito è identificabile solo il secondo, poiché “Berg” ci riporta immediatamente al termine tedesco per montagna ma anche a “Burg”, castello, derivati entrambi dal preindoeuropeo “pir” e dal successivo “borz” con il significato di altura, rocca, dirupo. Invece “Ens-Enz-Trens” non dice molto. Gli studiosi hanno azzardato varie interpretazioni: alcune propendono per la derivazione di “Trens” (che in Alto Adige compare anche in altri toponimi come per esempio “Maria Trens”) dal latino “torrens” (ruscello, rio), ma questa ipotesi rappresenta probabilmente una variante romanica di una forma molto più antica; altre sostengono che “Trens” sia comunque errato mentre la forma corretta sarebbe “Enz”. Costoro fanno riferimento al termine dialettale bavarese “enz”, che secondo il noto linguista Grimm, “premesso ad altre parole ne fa risaltare l’aspetto mostruoso”: come nel caso di “enz-mann (uomo gigantesco) o enz-kerl, derivati da “ent” ovvero “enz” = gigante e “enterisch”, “entisch”. Questa interpretazione, che ci condurrebbe ad un significato come “grande montagna” o, forse, “montagna dei giganti”, non ci pare convincente in quanto tutte le montagne sono alte e specialmente in questa zona ve ne sono di molto più imponenti del Montelargo.
Secondo Hans Krahe, linguista a Würzburg, “Enz” sarebbe un antichissimo idronimo europeo. Nella sua forma più antica, “Enzin”, riaffiora infatti l’originale “Antin”, che deriva dall’indoeuropeo “antina”, confine, che a sua volta trae origine da antios, antistante. Già nell’835 si parla di “flumine enzin”, nel 1150 di “Enze fluvius”, nel 1100 di “Enzeberch”. Nel Canton Lucerna esiste il nome di una montagna Änzi (da Antinosi), che designa la cima dirimpetto. Da qui l’interpretazione del nome come “parete antistante, termine, confine, ciglio “, dall’antico indoeu. “Hent”. Tutti questi termini si adattano bene anche al nostro sito, esposto a precipizio su Laives e la valle dell’Adige. Dunque l’antico “Enz” potrebbe significare “ruscello che viene dalle montagne” e non è escluso che l’odierno Rio Vallarsa, nome di periodo medievale, in origine si chiamasse proprio “Enz”, e da questo rio potrebbe aver preso il nome l’antico e prestigioso insediamento di “Enz-birch”, la città sacra sopra il Rio Enz e l’origine dell’odierna Laives.

Autore: Reinhard Christanell

Quando Sinigo era Borgo Vittoria

Percorrendo la vecchia strada nazionale che da Bolzano conduce verso Merano, uno degli edifici che mi ha sempre particolarmente colpito, prima di giungere nella città del Passirio, è la cosiddetta “palestra” di Sinigo.
Sorge sul lato sinistro della carreggiata per chi proviene da Bolzano.
Sinigo, oggi secondo quartiere di Merano per popolazione, un tempo chiamato “Borgo Vittoria”, deve la sua nascita alla bonifica compiuta fra il 1926 ed il 1937.
Esso sorgerà con l’opera di drenaggio del fondovalle paludoso ed acquitrinoso del fiume Adige, per volontà dell’Opera Nazionale Combattenti e dell’insediamento dello stabilimento della Montecatini. Tale nuovo insediamento urbano, strappato all’acqua (come ha scritto Andrea Rossi nel suo libro “L’acqua ci correva dietro”) portò in quegli anni ad un nuovo nucleo urbano con più di mille abitanti, provenienti da tutte le regioni d’Italia.
La bonifica di Sinigo anticipò di quasi dieci lustri quelle compiute dal fascismo nell’Agro Pontino e nel resto della Penisola, servendo da presupposto e da modello in altre regioni.
Insieme alla fabbrica ed alle strutture connesse vennero create tutta una serie di servizi legati al dopolavoro, ma soprattutto alle strutture sportive. Ed è ben noto a tutti quale rilevanza avesse lo sport e l’attività fisica in generale durante gli anni del regime fascista. Venne così realizzata nei primi anni Trenta una palestra. Una bella palestra, con una struttura e molto semplice e lineare, ed i miei attenti lettori riconosceranno subito che si tratta di un edificio in puro stile razionalista.
Una breve scalinata di accesso ci introduce ad una facciata realizzata con rivestimenti di blocchi in laterocemento di produzione autarchica, sulla quale fanno bella vista di sé quattro portali disposti simmetricamente. Anche qui il “modello di Sinigo”, anticipa scelte progettuali ed architettoniche compiute dai grandi architetti decine di anni dopo. Non vi è retorica nel linguaggio visivo materico edilizio, anzi la struttura risulta calda, studiata ed accogliente. E come in tutti i complessi edilizi sportivi dell’epoca, le strutture di servizio erano tutte moderne ed all’avanguardia.
Sulla scia della palestra si rafforzerà anche l’attività della squadra di calcio Sinigo – Montecatini, fondata nel 1928 e partecipante all’allora Terza categoria di campionato. Fu non solo una palestra, ma anche un luogo di socialità e di aggregazione per generazioni di abitanti di Sinigo e non solo.

Autore: Flavio Schimenti

La targa dedicata a Wilhelmina von Kofler

Prima del civico 16 di via Vintler (Ufficio Anagrafe), vi è una targa, al civico 14, con la scritta “FONDAZIONE KOFLER STIFTUNG”.
Di cosa si tratta?

Il riferimento è alla benefattrice Wilhelmine Grätzl von Kofler (nata a Bolzano il 25 ottobre 1802), una delle più attive dame del Comitato, che aveva il compito di raccogliere i fondi necessari alla gestione dell’Asilo infantile fondato nel 1847.
Le dame erano chiamate “Bezirksfrauen”, con riferimento alla zona della città in cui ciascuna aveva il compito di raccogliere i fondi necessari alla gestione dell’Asilo; Wilhelmine, sposa dal 1829 del medico Josef Kofler, era competente per via Francescani e piazza Erbe.
La prima sede fu in un vecchio edificio (nel passato adibito a lazzaretto) nella Pfarrgasse (ora via Isarco); nuova sede fu poi trovata nella Maurergasse (ora via Vanga); ampliato l’edificio, nel 1853 fu istituito un orfanotrofio e nel 1854 fu allestita una scuola di maglieria.
Un altro trasferimento fu reso possibile dal lascito di Wilhelmine Kofler, deceduta il 14 aprile 1866. Dispose per testamento la devoluzione del patrimonio, suo e di quello ereditato dal padre Josef Anton Grätzl, dirigente commerciale, e dal proprio fratello Anton; consisteva in estesi terreni agricoli, presso Ponte Adige e a Gries.
In merito la Luogotenenza di Innsbruck promosse l’ istituzione della “Fondazione Wilhelmine Kofler”, avente per scopo di finanziare, con i redditi annui, le due Istituzioni eredi, l’Asilo infantile e la Casa dei poveri (via della Roggia).
Nel 1867 con la vendita di due terreni fu possibile il trasferimento nella nuova Hintergasse n. 14 (ora via Vintler).
L’immobile, acquistato nel 1872, fu ampliato nel 1878 con l’acquisto dell’edificio confinante, al n. 12.
Assunta dalla Provincia Autonoma la competenza sulle scuole per l’infanzia, fu istituito, poco distante, l’Asilo Weggenstein. L’ex asilo fu ristrutturato e adibito a collegio femminile, il moderno “Mädchenheim Kofler Stiftung”, fiore all’occhiello della Fondazione Kofler.

Autore: Leone Sticcotti

Quarant’anni spolpi

La storia andò diversamente: in occasione di un concerto a cui Madder non ebbe possibilità di prendere parte, il resto del gruppo, per non perdere l’ingaggio, decise di arruolare un altro front man, un DJ senza esperienze da cantante ma con una grinta e una capacità di calcare il palco davvero uniche. Quel DJ era Agostino Accarrino, gli Stary Most finirono lì e da lì – nel nome dello spirito del rock’n’roll – cominciò la storia della Spolpo Bluers Band.
Era il 1981, esattamente quarant’anni fa. Della Spolpo originale è rimasto solo Accarrino, ma dei suoi quattro soci attuali, a ben vedere, uno (il chitarrista Eric Siviero) è in formazione dal 1989, il batterista Jack Alemanno dal 1990, il bassista Haifisch Heidegger è con loro dal 1995 e l’ultimo arrivato Alex Trebo (tastiere e direzione d’orchestra) si è unito alla Spolpo nel 2000; e se la matematica non è un’opinione, vuol dire che la formazione è la stessa ormai da ben ventun anni, vale a dire oltre metà della propria esistenza.
La Spolpo Blues Band è la mischung ideale di cui l’Alto Adige avrebbe bisogno non solo a livello musicale, se la politica imparasse infatti dalla musica tutto sarebbe più facile. Nella Spolpo convivono infatti più culture e più etnie: italiani, tedeschi, ladini, mistilingui riescono a stare perfettamente in equilibrio generando energia che sul palco – a livello locale – fa ancor invida, al di là dei personali gusti dell’ascoltatore.


“Quando ci troviamo a fare le prove nella saletta ARCI di Vipiteno – ci racconta Accarrino – in realtà non diciamo che facciamo prove, diciamo facciamo musica, perché la voglia di suonare insieme è tale che riusciamo ad andare avanti per tre ore senza fermarci. Soprattutto ci divertiamo e ci facciamo delle gran risate. E i brani che abbiamo suonato in tutti questi anni sono talmente tanti che a volte non ci ricordiamo neppure di averli mai eseguiti. Certo prima suonavamo molto in giro, ora ognuno di noi è coinvolto in altre realtà musicali affini alla Spolpo, ma tutte con una propria peculiarità che le rende indipendenti da quello che facciamo quando siamo noi cinque. Se siamo noi cinque è come se si scatenasse una reazione chimica unica e irripetibile. È la Spolpo e non ci sono altri termini per definirla”.
È lo spirito del rock’n’roll, puro e semplice, vissuto come lo si viveva dagli anni settanta in poi, qualcuno lo chiama classic rock, qualcun altro lo giudica una musica finita o quanto meno senza più nulla da dire. A molti però continua piacere, e non è solo una questione anagrafica. Per questo la Spolpo Blues Band per festeggiare i suoi quarant’anni di concerti ha deciso di organizzare un mini tour regionale di quattro date, col proposito di riproporsi al suo variopinto e fedelissimo pubblico pescando nell’immenso catino del rock-blues, sia esso di marca sudista, virato verso l’hard britannico o verso certa musica californiana.
Il primo concerto del tour sarà quello di Merano venerdì 3 settembre, con inizio alle ore 18, col duo Ghirardini/Biscuola e il trio di Lukas Insam in qualità di gruppi spalla: sede dell’evento il Pido DFL (già dopolavoro ferroviario il Pidocchietto).
Si prosegue domenica 5 alle ore 11 a Monte Cavallo, sopra Vipiteno, presso il rifugio Sterzingerhaus, anche stavolta con il Lukas Insam Trio ad aprire le danze.
Sabato 11 settembre la Spolpo sarà invece, senza opening act, al teatro tenda di Laives per il concerto Stop AIDS, inizio alle 21.30.
Ultima data del tour domenica 12, quando il gruppo tornerà ad esibirsi in altura, alle 12, al rifugio alpino Ütia de Börz, a Passo delle Erbe, con apertura a cura di Manuel Rainer e del trio Insam.
“Il repertorio – conclude Accarrino – è naturalmente quello che ci si può o deve attendere da noi, con qualche rispolverata, tipo brani degli ZZ Top, in onore del loro bassista Dusty Hill, mancato poche settimane fa”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Christian Ronaldo

Storie dal multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

“Ero venuto a Bolzano per un colloquio nell’FC Südtirol ma il destino mi ha portato verso un’altra meta”, ha affermato Cristiano Ronaldo sorseggiando un Holundersaft nel suo nuovo maso nel Burgraviato. Il pluri Pallone d’Oro ha deciso di lasciare il mondo del calcio e aprire una nuova attività. “Il mio Ronaldenhof Sieben è il luogo perfetto per il mio stile di vita, produrrò un latte da Champions. Dannke Südtirol!”