La storia di Bolzano, città dipinta, ieri, oggi e domani

Se, recentemente, la città di Trento è stata definita come “città dipinta” grazie ai suoi magnifici palazzi pregni di affreschi nelle facciate e per il suo centro storico, lo stesso per molti versi lo si può dire anche per la città di Bolzano. La differenza, sostanziale, consiste nelle differenti vicende storiche che hanno coinvolto i due capoluoghi.
L’iniziativa del principe-vescovo di Trento aveva incentivato i ricchi signori della città, a dipingere le facciate dei principali edifici cittadini per diverse ragioni e Bolzano non poteva che fare altrettanto. Ma purtroppo le tragiche vicende che si sono succedute nelle due città e le diverse scelte drastiche hanno portato all’attuale stato di fatto. In sintesi: nel centro storico bolzanino i palazzi dipinti si contano sul palmo di una mano, al contrario di Trento.
Ma cosa ha inciso nella sostanza per determinare questi due percorsi così diversi?
In effetti si tratta di un argomento molto attuale, a mutare l’ordine delle cose sono state le epidemie, o come si dice attualmente le pandemie, dei secoli passati.
A Bolzano, come noto, si sono succedute le pesti del 1347, quella del 1478 ed altre gravi pandemie. Dei bei palazzi dipinti di Bolzano dunque se ne salvarono solo alcuni. Il rimedio adottato per “sanare” tutto fu infatti la calce, cosicché a Bolzano nei dipinti o nelle rappresentazioni del centro storico a partire dal XVII sec. troviamo per lo più facciate di un irrimediabile “bianco”. In pratica si salvarono solo: il palazzo Troilo di via Argentieri, l’edificio al nr. 43 di via dr. Streiter e qualche palazzo dei Portici (tra i quali l’antico Municipio) e di via Bottai.
Nel seicentesco palazzo Troilo appartenente alla nota famiglia di commercianti di origine roveretana possiamo ammirare una composizione geometrica a lombi composti a scacchiera di colore bianco e rosso, mentre intorno alle finestre compaiono cornici che mimano elementi scultorei.
Nell’ edificio di via dr. Streiter invece le immagini sono molto più complesse in un gioco di chiari e scuri, con due cavalieri si fronteggiano in un richiamo allegorico e simbolico che rimanda la lotta fra “il bene ed il male”, fra le “virtù” e la “perdizione”.
Solo a partire dall’800 a Bolzano si tornò alla pratica di dipingere le facciate e le opere principali si vennero realizzate dai pittori cittadini della famiglia Stolz.
Bella mostra ne sono: il palazzo Amonn di piazza Municipio, l’edificio della farmacia “alla Madonna” e tanti altri.
Nel nostro secolo si è tornati a dipingere le facciate, valorizzando soprattutto le periferie, per opera di tanti artisti. Per tale motivo oggi possiamo dire che anche Bolzano è una “città dipinta”.

Autore: Flavio Schimenti

Esempi per tutti

Risultati straordinari, conseguiti attraverso un lungo e faticoso percorso portato avanti con coraggio, umiltà, continuità e grande passione, anche se spesso senza poter fruire dei migliori supporti logistici e tecnici, e per di più dopo un anno e mezzo che è poco definire complicato a causa dell’emergenza pandemica.
Questo significano in sintesi le 40 medaglie olimpiche, conseguite dagli atleti italiani durante le Olimpiadi di Tokyo svoltesi tra la fine di luglio e l’inizio di agosto. Per due settimane i nostri olimpionici hanno conquistato le prime pagine di tutti i media, sulla scia di successi conseguiti anche in discipline dove gli atleti italiani avevano sempre fatto fatica a primeggiare. E i nostri atleti hanno avuto finalmente un’occasione, unica e irripetibile, per spiegare cosa li ha spinti a sacrificare per anni tempo libero, affetti, sonno e molto altro, per cercare di raggiungere il loro sogno da sempre: la medaglia olimpica. Nel descrivere il loro percorso tutti hanno auspicato che il loro esempio e i loro risultati possano invogliare le nuove generazioni, non tanto ad emularli quanto a sperimentare il fascino del misurarsi con sé stessi e con una disciplina sportiva, nella sana competizione con altri atleti nella difficile ma non impossibile realizzazione di un sogno. Particolarmente stupefacenti sono stati i racconti di come i nostri atleti durante la pandemia sono riusciti non solo a proseguire la loro preparazione ma a renderla addirittura vincente, tra l’altro dovendo fare i conti con una difficile riprogrammazione fisica legata al rinvio dei giochi olimpici di un anno. Quasi tutti giovani universitari, diversi anche non professionisti e la maggior parte componenti dei gruppi sportivi militari, gli atleti azzurri hanno dimostrato a tutti i loro connazionali (e non solo) quanto sia importante porsi obiettivi, riorganizzarsi, trovare un modo per superare ogni difficoltà.
L’auspicio ora è che il clamoroso risultato delle Olimpiadi 2020 possa essere un volano per tutti e nello stesso tempo un’opportunità per rilanciare l’importanza dello sport di base nelle politiche nazionali del settore. Mai come oggi abbiamo bisogno di alimentare in modo permanente i sogni, specie quelli dei nostri giovani.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Tutela degli eredi #1

Il codice civile italiano prevede che, alla morte di un soggetto, una parte del suo patrimonio debba forzatamente essere trasferito ad alcuni eredi; di qui la nota differenziazione tra quota disponibile, ossia che può essere lasciata a chiunque, anche non erede, e quota di legittima, ossia “riservata” ad alcune categorie di eredi, detti legittimari (ossia, il coniuge, i figli e gli ascendenti, se in vita).
Quali tutele vi sono se uno di questi soggetti riceve meno di quanto previsto dalla legge?
Una di queste è la cosiddetta azione di riduzione, riconosciuta ai legittimari per ottenere giudizialmente la quota di legittima, così come determinata dall’articolo 556 del codice civile. L’azione di riduzione spetta anche agli eredi ed agli aventi causa dei legittimari.
Essa costituisce un’azione giudiziale che trova compiuta disciplina agli articoli 554 e seguenti del codice civile.
Nel caso di successione senza testamento, l’art. 553 stabilisce un automatismo in base al quale, le quote di eredità si espandono per fare spazio ai diritti di legittima; non si può quindi parlare di vera e propria azione di riduzione.
Diversa è la circostanza in cui il defunto abbia fatto testamento, e quest’ultimo sia lesivo dei diritti di legittima. In quest’ultimo caso trovano applicazione gli articoli 554 e 558 del codice civile. Il legittimario leso potrà in questo caso agire in riduzione contro le disposizioni testamentarie lesive dei propri diritti di legittima.
Quando l’azione di riduzione avente ad oggetto le disposizioni testamentarie lesive non sia sufficiente ad integrare i diritti dei legittimari, gli stessi potranno agire in riduzione contro le donazioni effettuate in vita dal defunto (che vengono dalla legge considerate, in sostanza, come anticipi di eredità). L’articolo 559 stabilisce in particolare come le donazioni si riducano a partire dall’ultima per poi andare alle anteriori. L’azione di riduzione delle donazioni è dunque subordinata all’incapienza del patrimonio ereditario.

(continua nel prossimo numero)

Autore: Massimo Mira

Vaccinarsi è espressione di responsabilità, solidarietà e rispetto

Il vescovo Ivo Muser nella sua lettera di Ferragosto (“In anima e corpo”) prende nuovamente posizione a favore della vaccinazione, che fino ad ora si è dimostrata l’unico modo efficace – oltre alle misure di protezione e distanziamento – per combattere il coronavirus o per ridurne drasticamente le conseguenze.

La lettera è dedicata alla “corporeità” che “è molto più che fisicità”.
Essa è “il corpo-vissuto, è la nostra vita nello spazio e nel tempo, la nostra sessualità, il nostro volto, la stretta di mano, il sorriso e il pianto, le nostre esperienze, gli atteggiamenti e le relazioni, il nostro agire, il nostro evolverci e la nostra inevitabile fine”. Non c’è dubbio che la pandemia ha messo a dura prova il nostro corpo e la nostra psiche.
Il vescovo, come aveva fatto anche papa Francesco (“Io credo che eticamente tutti debbano prendere il vaccino, è un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri”), si inserisce in modo indiretto ma deciso nella querelle sulla vaccinazione. “Il Covid”, scrive, “è ancora un tema molto presente, in quanto strettamente legato alla salute, un ambito che riguarda l’intera società e quindi di carattere prioritario”.
Ed ecco: “Senza dubbio la protezione della salute fisica, anche attraverso una vaccinazione, è necessaria, buona e importante – e anche espressione di responsabilità, solidarietà e rispetto”.
Vero anche che il virus ci mette “di fronte a una verità che la nostra società trova particolarmente difficile da accettare: la vita umana è e rimane vulnerabile, in pericolo, fragile e mortale – prima e dopo la pandemia”.
Riconoscere i propri limiti, i limiti della vita e della natura umana è una sorta di vaccinazione per la nostra anima e sarebbe un buon antidoto a certi atteggiamenti fanatici e negazionisti.
“Quando ricominceremo a capire che l’essere è più importante di ogni avere e di ogni cupidigia, ci avvicineremo al dono e al mistero della vita”.

Autore: Paolo Bill Valente

QR code: cosa sono

Nella faticosa bagarre legata al green pass, in molti hanno per
la prima volta avuto a che fare con un QR Code: un’immagine quadrata contenente quadratini neri e bianchi, che viene letta da dispositivi (come i cellulari equipaggiati di un’opportuna app) per decifrarne il contenuto. Ma da dove vengono questi QR code? E che cosa sono?
I QR Code nascono nel 1994 in Giappone: un’invenzione della DENSO Wave, divisione della DENSO Corporation, multinazionale produttrice di componenti per l’industria automobilistica. Il modo più semplice per capire cosa sia un QR Code è di pensarlo come una forma più sofisticate di “codice a barre”.
I codici a barre codificano in modo compatto informazioni utili, come le principali informazioni di un prodotto o di un biglietto del treno, i dati di una persona, l’indirizzo web di un’azienda, ecc. Si prestano ad essere stampati e applicati su contenitori e manifesti pubblicitari, oppure ad essere mostrati in un cellulare, grazie alla loro semplicità e ridotte dimensioni.
I codici a barre codificano informazione lungo una singola dimensione nello spazio: guardandoli in senso perpendicolare alle linee, si può immaginare che una linea nera rappresenti un “1”, e una linea bianca rappresenti uno “0”. Questo pone dei limiti su quanta informazione si può in effetti codificare in un codice a barre… si narra che fin dagli anni ‘60 in Giappone ci fosse un dibattito aperto su come superare questo limite, per poter aumentare l’informazione da associare ai prodotti nei supermercati.
Il QR Code affronta questo problema codificando l’informazione lungo due dimensioni: non più linee, bensì quadratini, dando quindi “significato” sia alla larghezza che all’altezza del codice. Per poter leggere il contenuto di un QR Code, così come di un codice a barre, serve un dispositivo (o un software associato a una fotocamera) che sia capace di leggere l’informazione ivi nascosta, e decifrarlo. Questo ci porta ad un problema centrale, ovvero: quanto è facile per un lettore leggere il codice e decifrarlo? Si tratta di un problema molto complesso, perché il codice potrebbe essere inquadrato con qualunque orientamento. Il QR Code risolve questo problema introducendo degli “elementi di controllo” che permettono di ricostruire molto velocemente come riorientare l’immagine per poterla poi decifrare. è proprio da questa “velocità di decodifica” che viene il nome stesso: QR sta per “Quick Response” – “risposta veloce”.
I cellulari di ultima generazione sono capaci di decifrare i QR code semplicemente usando la fotocamera del telefono. Per creare dei QR code che nascondano un’informazione voluta servono invece delle app dedicate – ce ne sono moltissime disponibili per iOS e Android.

Autore: Marco Montali

Enzbirch, il castelliere sul Montelargo #1

È davvero singolare il destino dei toponimi: alcuni attraversano indenni – o con trasformazioni minime che, al pari di certe creature camaleontiche, ne favoriscono l’adattamento alle mutate condizioni ambientali – varie epoche e lingue, acquisendo con il tempo un alto grado di autonomia dai contesti storici; altri invece scompaiono nel nulla dopo una breve esistenza come suoni caduti nel vuoto della memoria.
Il nome e il luogo preistorico di cui ci occupiamo oggi è forse il più distante dall’odierna realtà cittadina di Laives. Se alziamo gli occhi al cielo e lasciamo vagare lo sguardo sulla sommità arrotondata del Montelargo, rimaniamo inevitabilmente delusi. Nulla si scorge sopra le ampie pietraie o l’ultimo maso incastonato sul versante scosceso del monte; la fitta coltre di alberi nasconde la vista di quello che, forse, per la sua lontananza dal fondovalle e per l’incredibile vista offerta su tutta la valle dell’Adige, è stato il primo e più importante insediamento o luogo di culto della popolazione preromana di questo territorio oltre 2500 anni fa. Infatti lì si nasconde uno dei più grandi tesori storico-archeologici dell’intera Bassa Atesina: il sito di Enzbirch. Un insediamento ancora tutto da esplorare, circondato da una poderosa cinta muraria ancora visibile, una sorta di inaccessibile Machu Picchu nostrana. Molte le domande che attendono risposta. Chi l’ha creato? Chi vi abitava? In quale epoca? Perché quassù, a precipizio sulla Vallarsa? Era un luogo di culto? Un riparo? E, infine, perché è stato abbandonato?
Oltre mille metri sotto i nostri piedi sorge il paese di Laives. La stretta gola del Vallarsa incute rispetto e vista da quassù anche timore con le sue pareti perpendicolari, il silenzio sepolcrale del passato.
Tornando ai nostri toponimi, per quanto riguarda la l’arcana “Wallburg” (come vengono chiamati gli insediamenti fortificati caratteristici di questa zona alpina) ovvero castelliere sopra Laives denominato Enz-birch o Trens-birg, scoperta per caso negli anni ‘20 del 900, è facile indovinare, data la vetustà del sito e anche del suo nome, che siamo di fronte ad una storia antica e non facilmente decifrabile. Va ricordato, in questo contesto, che i nostri antenati privilegiavano soluzioni semplici ai loro problemi quotidiani – anche nel campo della toponomastica.
Il nome – che non è un elemento esclusivamente locale in quanto compare anche in altre località come per esempio nella regione tedesca del Baden-Wurttemberg, dove esiste un “Enzberg”, mentre in Alto Adige è diffuso il cognome Enzenberg – esiste in varie varianti. Ciò non ci deve stupire perché il fatto che un nome subisca lievi correzioni è del tutto naturale. Ogni cultura cerca di adeguare i nomi alle proprie esigenze e alle proprie competenze linguistiche. In casi estremi può accadere che non rimanga nulla del nome originario e perciò resta ingrato il compito dei ricercatori di asportare, strato dopo strato, i suoni sovrapposti per ritrovarne la forma originale.

(continua)

Autore: Reinhard Christanell

La prima stazione di Bolzano Gries Dodiciville

Nel 1859 l’architetto civico Sebastian Altmann realizzò la stazione ferroviaria di Bolzano-Gries-Dodiciville.
Il territorio bolzanino all’epoca era ancora diviso in tre Comuni. Bolzano contava 7388 abitanti, Dodiciville 2221 e Gries 1769. La linea ferroviaria Bolzano-Verona era stata inaugurata in quello stesso anno e la città, divisa in tre frazioni , si proiettava verso il nuovo secolo con tutta la forza motrice della locomotiva. Altmann edificò il complesso edilizio della stazione ferroviaria sul terreno comunale di Dodiciville, in quella che è la collocazione della stazione di Bolzano. Sorta in aperta campagna, lontana dal centro storico, la stazione verrà collegata solo l’anno successivo con il viale della Stazione in direzione del Duomo.
Il blocco edilizio principale – con la hall, la biglietteria ed i servizi per i viaggiatori – era costituito da un manufatto di forma trapezoidale, con tre frontoni, metaforicamente rivolti nelle tre direzioni della città (Dodiciville, Bolzano, Gries).
Un’agile pensilina in ferro battuto, ingentilita da lampioni pensili, accoglieva i viaggiatori del primo binario. Caduto l’impero Austro-ungarico, il 24 maggio del 1928, la prima stazione subì un’opera di completo “restyling”. Di per sè l’architetto Angiolo Mazzoni, incaricato della sua trasformazione, non modificò di molto l’impronta originaria di Sebastian Altmann, confermando in toto il blocco edilizio precedente, ma applicando alle superfici un nuovo linguaggio architettonico.

Il primo binario ad inizio ‘900


Il prospetto principale, quello rivolto verso il centro storico, venne arricchito da otto semicolonne di ordine gigante. Un’imponente trabeazione superiore con fregio e cornice rimarcò quindi le cinque porte d’accesso principale della stazione, mentre ai due lati opposti del prospetto vennero collocate due composizioni scultoree, opere di Franz Ehrenhofer. La prima figura, allegorica , rappresentava “la trazione a vapore”, mentre la seconda faceva riferimento alla “trazione elettrica”.
Le figure sono volutamente fortemente caratterizzate. Il gesto è tutto rivolto nell’azione fisica di muovere e fare azionare i meccanismi e gli ingranaggi delle due forme di energia.
Sul lato rivolto a nord venne collocata una torre di forma quadrangolare e, sotto di essa, una composizione scultorea realizzata sempre da Ehrenhofer raffigurante simbolicamente i quattro maggiori fiumi che attraversano l’Alto Adige.
Personaggi illustri o poco conosciuti, vicende storiche tragiche e felici vedranno poi il loro succedersi, nel corso del tempo, in quello che è stato e resta uno dei più importanti manufatti architettonici della nostra città.

Autore: Flavio Schimenti

Merano e la sua stratificazione storica tutta da rileggere

Scriveva Tomas Maldonado in “La speranza progettuale” nel 1970: “Da sempre abbiamo vissuto in un ambiente costruito in parte da noi stessi. Tuttavia la consapevolezza di un tale ambiente, d’essere circondati e condizionati da un territorio specificamente nostro, da un intorno fisico e socioculturale che oggi definiamo ‘ambiente umano, è paradossalmente una conquista recente”.
Per la città di Merano, ciò cosa implica?
Per secoli, per millenni, chi ha detenuto il potere ed i progettisti che si sono succeduti hanno immaginato un insediamento urbano che fosse conseguente alla loro concezione spaziale.
I conti di Tirolo hanno immaginato un borgo commerciale che fosse direttamente soddisfacente ai propri interessi territoriali. Nel corso dell’Ottocento e Novecento la città ha scoperto la propria vocazione turistica. Sono nate quindi le grandi strutture alberghiere e tutti i manufatti urbani ed architettonici di supporto: ponti, stazioni, passeggiate, luoghi di divertimento e di svago (quali il teatro Civico o il Kursaal).
Ogni progettista ha immaginato un concetto di città che fosse direttamente conseguente alla propria idea di spazio, con una declinazione del gusto di una specifica epoca.
I magnifici disegni del Kursaal del viennese Fr. Ohmann del 1912 o i grandi alberghi disegnati dagli architetti Munsch & Lun, ci testimoniano tutto il gusto di un’epoca, ma anche una ricca immagine che la città del Passirio poteva essere. La sua vocazione di “città giardino”, con i suoi viali alberati e le belle villette immerse nel verde concepita nel corso del XIX secolo e portata avanti anche nel secolo successivo, sono state in parte stravolte dalle speculazioni edilizie del XX e XXI secolo.
Merano rappresentata una stratificazione storica tutta da rileggere: essa è il frutto, oggi, di una concezione di diversi spazi urbani che si sono sovrapposti. Tornando al professor Tomas Maldonado, egli ci ricorda come bisogna necessariamente tornare al nostro sistema biotico: l’acqua, l’aria ed il suolo. Solo così si potrà tornare ad immaginare una città vivibile, ecologicamente sostenibile e socialmente più umana senza che essa rinneghi il proprio passato o che venga stravolta la propria struttura urbana.

Autore: Flavio Schimenti

L’origine dell’Hotel Laurin di Bolzano

Da Piazza della Stazione il turista può imbattersi tre volte nel nome di Laurin-Laurino: percorrendo via Laurin, a destra può ammirare, in piazza Silvius Magnago, la fontana con la statua di Re Laurino (vd. Qui Bolzano 30.7.2020), poi a sinistra l’imponente complesso alberghiero, il Parkhotel Laurin. Lo presenta in breve la targa trilingue sulla facciata: “ Hotel Laurin – Prestigioso albergo cittadino, con ampio parco. Opera neobarocca degli architetti A. e G. Ludwig di Monaco (1909-1910). Nel bar affreschi di B. Goldschmitt con storie di Re Laurino (1911).”
Il prestigio dell’Hotel Laurin è dovuto a quanto intrapreso con passione e competenza dalla famiglia Staffler nel corso di più un secolo, tanto che si può considerare l’Hotel Laurin un tempio: tempio dell’arte, dove regna lo Jugendstil, per la ricchezza di opere d’arte originali di artisti contemporanei (una collezione di circa 350 opere); nel salone del pianoterra, il Laurinbar, nel ciclo di umoristici affreschi, opera di Bruno Goldschmitt, originario di Norimberga (1881-1964), vi è la riproduzione della Saga più famosa dell’Alto Adige, quella di Re Laurino, il sovrano dei nani.
L’Hotel Laurin è tempio della cultura, per i molti eventi musicali, con grandi nomi del jazz internazionale e artisti locali, per le serate con ottimi pianisti e illustri conferenzieri; ciò con l’uso delle varie sale a disposizione (sala storica, delle dame, del caminetto, degli specchi, salone ovale ecc.).
È tempio inoltre, l’Hotel Laurin, dell’accoglienza: il tutto, confortevoli camere, ampio parco privato, piscina, e altro, per far sentire a suo agio l’ospite, più o meno noto. È anche tempio, l’Hotel Laurin, del gusto, per i prelibati piatti di cucina mediterranea e della tradizione locale. L’Hotel Laurin, costruito (1909-1910) dai fratelli Alois e Gustav Ludwig, attivi a Monaco di Baviera e a Vienna, fu ristrutturato negli anni 1990-1993. Anche il ciclo di affreschi, riportato alla luce, fu oggetto di restauro negli anni 1986-1987.

Autore: Leone Sticcotti

Singoli e intingoli

Anche i nostri artisti locali non sfuggono alla consuetudine delle canzoni estive. Ecco una selezione delle ultime “uscite” che spaziano tra i vari generi musicali. Tra essi: Underscore, Eziogroove e Elisa Venturin, Giulia Martinelli, Ronnie, Berise e Hubert Dorigatti.

L’estate è da sempre la stagione delle canzoni tormentone, dei singoli trascinanti. O meglio lo era in ere geologiche passate in cui era di rigore la fantasia: siamo convinti che da anni ci si sia persi per strada in cotal senso, le canzoni/tormentone sono divenute tormentose, uguali una all’altra, e non certo da quest’anno. Prendiamo ad esempio il video singolo di Underscore, artista bolzanino che ha debuttato poche settimane fa col suo Tutto bene, ci sono tutti i luoghi comuni della bisogna, tutto suona già sentito dagli “Ohò, ohò” del refrain al cantato che fa troppo Baby Kay (una che già di per sé sono anni che canta sempre la stessa cosa). Il genere si chiama reggaton e Underscore, che all’anagrafe si chiama Simone Melchiori e dichiara di detestarlo (!), vanta un curriculum di studi importanti ed ha parecchie ambizioni riguardo al suo futuro nel settore musicale. Certo, il brano è dichiaratamente scritto con l’intento di essere un hit estivo, scanzonato, spensierato, se è quello di cui avete bisogno il video si trova a questo bit.ly/3jsYR2E, se dalla musica vi attendete però qualcosa di più, vi conviene rivolgere le attenzioni altrove.
Ad esempio l’interessante connubio tra il percussionista Ezio Vaccari (in arte Eziogroove), con una lunga esperienza nel campo dell’afro music in Germania, e la cantante bolzanina Elisa Venturin, che hanno pubblicato a fine primavera il singolo Sherwood, un brano di musica elettronica dalle atmosfere chillout lanciato da un video girato nei boschi del lago di Monticolo. Dimenticate la Venturin del recentissimo disco di canzoni in sanscrito e immaginatela in questo progetto assolutamente alternativo in cui la sua voce si adatta molto bene al tessuto musicale elettronico creato da Eziogroove.
Sponde di altro lago, quello di Caldaro, per un altro recentissimo singolo, Mentiroso, pubblicato di recente dalla cantautrice meranese Giulia Martinelli. Dopo il bell’esperimento country pop prodotto da Chris Kaufmann lo scorso autunno, The Crown, e dopo i tre EP realizzati in precedenza, la cantautrice ci prova stavolta con una canzone in spagnolo. Se l’idea al momento può sembrare spiazzante, in realtà si tratta solo della voglia di cantare un brano in una lingua che la Martinelli per altro conosce molto bene, avendo studiato in Spagna per un certo periodo, siccome però non le piace fare le cose alla carlona, dopo aver composto il testo se lo è fatto correggere da persone di madrelingua.
Il risultato è abbastanza in linea con le produzioni precedenti della cantautrice, anche se stavolta in regia c’è Riccardo Cesari, che al sound molto essenziale si è limitato ad aggiungere una furba chitarra vagamente spagnoleggiante.
Niente singoli e niente video invece per un’altra cantante bolzanina, Veronica Carlotta – in arte Ronnie –, che ha rilasciato un intero EP virtuale composto di cinque brani intitolato Tatoo (Sulla pelle), praticamente una sorta di concept album in miniatura sul tema del tatuaggio, sviscerato attraverso cinque composizioni dai titoli emblematici di AGO (Ora chi dormirà), INCHIOSTRO (Dono), DISEGNO (Milano), PELLE (Tattoo), IO (Sarò me), come a significare tutta l’operazione che c’è appunto dietro un tattoo e gli elementi di cui esso è composto, dall’ago al destinatario del tatuaggio.
A maggio poi è uscito anche il singolo Roadblock firmato in proprio da Berise (Bertrand Risè) uno dei fondatori, nonché la voce principale degli Shanti Powa; per concludere, ma ne parleremo approfonditamente a tempo debito, dall’11 giugno è disponibile Mr. Nolan, il nuovo vibrante singolo di Hubert Dorigatti, che prelude all’uscita di un intero album dell’artista pusterese per Appaloosa Records, una delle più rinomate etichette indipendenti della penisola per quanto riguarda le sonorità rock e blues.

Autore: Paolo Crazy Carnevale