Sergio Mattarella

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

Con l’inizio del “semestre bianco” per Mattarella è ora di pensare al futuro. “Penso sempre alla Marketenderin che due anni fa mi ha offerto una grappetta durante la mia visita a Merano”, ha dichiarato il Presidente. “Per questo mi trasferirò in Alto Adige: mi metterò i miei pantaloni di pelle e saluterò tutti con un colpo di fucile caricato a salve!”.

Autore: Roberto Tubaro

Elogio del silenzio

Con il termine “silenzio” si intende la relativa o assoluta mancanza di suono o rumore. Dal punto di vista tecnico un ambiente che produca suono inferiore ai 20 db viene solitamente considerato silenzioso. Avete mai provato ad attivare un “fonometro”, ovvero uno di quegli strumenti che servono per misurare la “pressione acustica”? Ebbene: sia che vi troviate in città che in un piccolo paese di montagna i 20 decibel resteranno un miraggio, per la maggior parte della giornata. Il nostro rapporto con il silenzio può assumere forme molto diverse. In generale alcuni di noi lo accolgono, ma per molti altri il solo pensiero di stare seduti in silenzio è sufficiente a far accapponare la pelle. Ma in realtà il silenzio dovrebbe far parte della giornata di tutti noi ed è da tempo che la scienza ne ha riscoperto l’importanza, per migliorare la nostra salute fisica, mentale ed emotiva. Gli studi scientifici hanno provato come il rumore (il contrario del silenzio) abbia un impatto negativo sulla nostra salute perché, fra le altre cose, aumenta i livelli di ormoni dello stress. Invece è provato come il silenzio ci renda più sereni, calmi e rilassati. Secondo la scienza il silenzio è addirittura alla base della creatività e dell’elasticità mentale, in grado com’è di rigenerare il cervello e il corpo, e di farci recuperare abilità cognitive. Negli ultimi anni, “grazie” agli effetti dei cambiamenti climatici si è sviluppata una nuova sensibilità ambientale. L’auspicio è che all’interno di questo processo trovino spazio anche misure volte a ridurre l’inquinamento acustico, che pregiudica la necessità di tutti noi di poter fruire della giusta dose di silenzio. L’augurio è che in questo tempo di ferie per tutti ci sia la possibilità di godere della giusta dose di assenza di rumore. D’altronde il silenzio ha la sua importanza, più metaforica, anche nel mondo della comunicazione, indicando non solo la negazione o interruzione della stessa, ma facendosi anche vero e proprio mezzo di espressione di pensieri ed emozioni. Seneca sosteneva che un bravo oratore non solo deve saper parlare (persuasivamente), ma anche tacere (efficacemente). Il silenzio infatti è messaggio e la scelta di non dire è essa stessa un atto linguistico. Specie in questo periodo di molte (troppe) parole al vento.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Sfratto e minorenni

È possibile sfrattare un inquilino con il quale convivano stabilmente minori?
La risposta è sì, ma occorre fare alcune precisazioni. è certamente possibile ottenere un provvedimento di sfratto, ma la presenza di minori impone cautele particolari nella fase cosiddetta esecutiva, ossia quando il provvedimento debba essere azionato per ottenere la liberazione (con la forza) dell’immobile.
Il principio cardine è che ai minori deve essere garantito un alloggio idoneo alle loro esigenze. Lo stesso discorso è valido se sono presenti disabili.
Per tale ragione, prima di agire, gli ufficiali giudiziari (incaricati di eseguire materialmente lo sfratto) devono attivarsi con i servizi sociali competenti per trovare un altro alloggio, altrimenti non è possibile cacciare la famiglia (la procedura viene concretamente sospesa in attesa di trovare una sistemazione alternativa).
Vi sono poi altre tutele finalizzate a garantire una stabilità psicofisica del minorenne. La legge, infatti, ha previsto alcune agevolazioni per le famiglie che si trovano in difficili situazioni economiche: ad esempio, la possibilità di effettuare i pagamenti con tempi dilazionati, ma entro 90 giorni dalla convalida del provvedimento. Inoltre, lo sfratto può essere interrotto se la famiglia versa in condizioni particolarmente precarie, se il soggetto ha una malattia grave, è disoccupato, o se sono presenti altri problemi. La sanatoria può essere concessa entro il termine di 120 giorni dalla data di convalida dello sfratto, per 4 volte in 4 anni, invece di 3 come avviene di solito.
Nel caso in cui non sia semplice trovare un alloggio idoneo è possibile richiedere la cooperazione di un Giudice Tutelare, che insieme ai servizi sociali può collocare i figli presso una comunità di assistenza, finché i genitori non saranno in grado di sopperire alla mancanza di un impiego e di un reddito.
Altra possibilità è che siano i servizi sociali a pagare direttamente il canone, ma se la situazione è particolarmente complessa e non motivata da circostanze estemporanee, si procede solitamente allontanando i figli dai genitori e affidandoli a delle comunità, finché si trovi un’altra soluzione abitativa. Ciò anche al fine di tutelare gli interessi del proprietario che ha dato in locazione un suo immobile e non percepisce alcun conseguente reddito.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Un vescovo in ascolto delle persone e della storia

Trent’anni fa, nel luglio del 1991, moriva Joseph Gargitter, ultimo vescovo di Bressanone e primo vescovo (fondatore) della diocesi di Bolzano-Bressanone. Fu il vescovo delle scelte lungimiranti e dell’ascolto. Seppe riconoscere le sfide del contesto in cui fu chiamato ad operare. Senza paure. Ebbe il coraggio della solitudine.

Conobbe direttamente le contraddizioni della guerra, delle dittature, dei nazionalismi. Non si fece umiliare da subdole lotte di potere. Non cedette alla violenza delle parole e delle bombe. Seppe cogliere la chance insita nella natura di una terra di confine e di una diocesi plurilingue. Sapeva, avendo contribuito al Concilio Vaticano II, che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.
Gargitter descrisse il ruolo della diocesi in Alto Adige in un’intervista pubblicata dai settimanali diocesani all’inizio del 1970. “La Chiesa locale – disse –, in questi anni difficili e a volte anche estremamente duri, è stata presente sul terreno della pacificazione etnica anzitutto attraverso un magistero pastorale che è stato chiaramente impostato a obiettivi di pace e convivenza”.
Aggiunse: “Ci sono state anche ore buie di intolleranza e di violenza. Proprio in quei momenti si è potuto misurare il ruolo della Chiesa locale”. Essa “ha sempre avuto sommo rispetto per le competenze dei politici … ma ogni qual volta ha potuto incoraggiare e sostenere ipotesi di pace non si è mai tirata indietro”. Attuale anche ai giorni nostri l’appello finale del vescovo: “Sono profondamente convinto che la pace è una realtà da conquistare ogni giorno. Credo ad una pace dinamica da reinventare ogni giorno, in rapporto alle situazioni nuove che si presenteranno”.

In foto: Joseph Gargitter

Autore: Paolo Bill Valente

Seed vicious #2

Mantenere attiva e salda un’associazione in continua espansione è un grande impegno, specie per chi si oppone a quel sistema agricolo tradizionale, che sta agli antipodi e che sfrutta la terra piuttosto che cercarne un equilibrio. Prendersi cura della biodiversità, arricchirla, con un patrimonio genetico di semi antichi e riproducibili è un unicum, un lascito alle future generazioni, che entro la fine del secolo dovranno preoccuparsi degli effetti del riscaldamento globale e della sovrappopolazione. La si può indubbiamente chiamare una storia di resistenza sostenibile e di agroecologia senza veleni, all’interno della quale tante anime, i soci, come formiche, si prodigano a fare fronte comune contro i pericoli per la colonia. Si tratta di singoli comportamenti, di gocce nel mare, di granelli di sabbia, del fare quello che si può, ma con testa e cuore, empatia e con estrema naturalezza qualunque siano le risorse che si hanno a disposizione. A testimonianza di queste righe posso elencarvi i semi che in questi anni – tra balconorto e orto – sono riuscito a far pervenire alla banca sociale di Firenze: cavolo nero precoce, girasoli, lunaria annua, trombetta d’Albenga, cipolla egiziana ligure, calendula.
Negli ultimi anni Seed Vicious ha stretto contatti e sinergie anche con gli apicoltori per dare vita al progetto “Bee-Side / Dalla parte delle api” per contrastare la diminuzione delle popolazioni di insetti impollinatori e promuovere dunque – sia sul balcone, sia in pieno campo – l’utilizzo di piante mellifere per sostentare api domestiche, selvatiche (bombi), solitarie (osmie), api tagliafoglie, terricole, legnaiole e anche le farfalle. L’azienda agricola “Canonica ai Borri” (Incisa V.no – FI), produttrice di miele biologico certificato e l’azienda agricola “Il Cavolo a Merenda” (Colle Val d’Elsa – SI), che produce ortaggi e fiori eduli tramite agricoltura naturale, sperimenteranno l’utilizzo di miscugli di semi di piante mellifere per valutare quelli che possono garantire la migliore resa sia in termini di attrazione per gli impollinatori e sia di durata del periodo di fioritura. Il progetto “Bee-Side / Dalla parte delle api” permette quindi ai soci di trovare molte varietà di semi di piante floreali.
Inoltre Seed Vicious ha recentemente dato vita ad una sezione di formazione (al momento solo on-line), che prevede corsi, lezioni e approfondimenti con agronomi e docenti del settore agricolo tramite collegamenti via web. Schede tecniche, slide e materiale informativo delle lezioni calendarizzate sono a disposizione dei soci. Per informazioni: seedvicious.mail@gmail.com

Autore: Donatello Vallotta

Prent, la valle dei fantasmi

La Vallarsa / Brantental che collega la Bassa Atesina (e in particolare Laives) all’altipiano del Monte Regolo, rientra a buon diritto tra le località fantasma. Ma questa gola stretta tra spaventose pareti porfiriche e attraversata da un torrente impetuoso può vantare un passato di tutto rispetto. Un tempo veniva chiamata semplicemente “Leiferer Tal / Valle di Laives oppure “Valle dei Liechtenstein” (che ne erano i proprietari). Oggi vi si affacciano solo edifici in rovina, masi semiabbandonati, mulini e officine crollati e ponti caduti.
Accanto alle risorse idriche e alle varie miniere che vi venivano coltivate, dal medioevo in poi questa valle ha conquistato grande rilevanza nel commercio di legname e nell’estrazione del porfido. Ma dalla costruzione della strada della val d’Ega a metà 900, questa valle è caduta in un sonno profondo e attende da decenni l’improbabile comparsa di un taumaturgico principe azzurro.

Il nome secolare della valle contiene l’antica parola tedesca “Brand-Prant”, che potrebbe derivare dalle numerose “Brandrodungen” (disboscamento per abbruciamento) che vi venivano praticate. Come la valle si chiamasse prima, non è noto. È presumibile che un luogo di tale rilievo per i collegamenti tra la valle dell’Adige e il Regglberg abbia portato un nome romano o preromano.

Un qualche indizio ci può essere fornito dalla circostanza che la valle nel gergo popolare continua a chiamarsi semplicemente “Val” o, in tedesco, “Tal”. E perciò non si può escludere che anche il suo primo nome sia stato il retico “Vul” o “Val”, da cui successivamente “Vallis” e “Tal”.
A Nova Ponente esistevano in epoca medievale otto quartieri o Roden. Uno di questi si chiamava – e si chiama ancora – Prent. Qui si trova anche il maso Prentner, nominato per la prima volta nel 1336 come “de Prente de nova teutonica”. Prent(e) dovrebbe essere il plurale di Brand (incendio), e la valle potrebbe anche aver preso questo nome “Prentner Tal” da questo maso Prent. A volte viene chiamato anche im Prand, Prüntental oder Präntental.

Ma il nome “Brant” non è univoco. Molti studiosi ritengono che toponimi con la radice Pre- o Pren- o Bran- siano da porre in collegamento con il popolo dei Breoni che a suo tempo frequentavano l’area alpina. Nomi come Brenner, Brenta, Brentonico, Breguzzo, Brione, Breno e molti altri ancora deporrebbero a favore di questa ipotesi. Se anche Brantental / Vallarsa rientri in questo novero non si sa.
Interessante ci sembra invece l’ipotesi delio studioso Ernst Forstemann, che ritiene che i nomi con “Brand” non derivino dal fuoco e da brennen (ardere) ma dall’acqua: “Questi nomi ci suggeriscono che deve essere esistita una radice Brand o Brant per corsi d’acqua, come per esempio nei fiumi Brend e Brenz, che trovano la loro origine nell’indogermanico brendh (sgorgare). Anche Hans Krahe riconobbe nel termine la radice bhrondhi, fonte.
Si pone dunque il quesito se la Brantental / Vallarsa abbia preso il suo nome dalla “Rode Prent” o se il nome di questa derivi dal rio che la attraversa.

Autore: Reinhard Christanell

Quando i cittadini andavano in vacanza al fresco di Soprabolzano

Estate, periodo di ferie per molti. Ma nei secoli precedenti dove andavano i bolzanini in vacanza ? Tenuto comunque conto che il concetto di vacanza è relativamente recente, a Bolzano si “fuggiva dalla città” sin dal ‘600. E il periodo di ferie canonico andava dal 29 giugno (santi Pietro e Paolo) fino al 12 settembre.
Nel capoluogo, già allora, durante la bella stagione le temperature erano elevate e forse anche allora immondizia ed “interminabili lavori stradali” facevano fuggire nobili e ricchi commercianti della città . Essi cominciarono a costruire le loro residenze estive in altura. Luogo privilegiato prescelto era Soprabolzano, a pochi chilometri dall’“urbe”, ricco di boschi e di aria salubre e fresca. Tale “vacantia”, denominata in tedesco “Sommerfrische” (estate al fresco) caratterizzò la vita dei bolzanini benestanti, come gli antichi romani, nella costruzione di ville suburbane. Nel giro di pochi decenni quasi tutte le famiglie di un certo rilievo realizzarono una propria villa con giardino sul Renon, costruendo anche una chiesa per i villeggianti (Santa Maria Assunta), e un edificio per il tiro al bersaglio. Gli edifici si concentravano quasi tutti in prossimità della chiesa in modo da ricreare una piccola Bolzano sull’altipiano. Le famiglie, così, potevano prevalentemente dedicarsi all’“otium” (passeggiate, letture, caccia…).

Franz von Gumer ritratto da Martin Knoller


Fra le ville più note e prestigiose citiamo quella del banchiere e sindaco di Bolzano Gumer. Realizzata a metà del settecento, presenta una “stanza della caccia” di forma ottagonale, interamente dipinta da uno dei più famosi pittori operanti in quel periodo, Martin Knoller (autore di tutto il ciclo pittorico della chiesa abbaziale di Gries), insieme al più prestigioso e raffinato pittore, Carl Henrici (palazzo Menz), autore di un pergolato dipinto trompe – l’oeil lungo i corridoi. Ogni villa, quasi in concorrenza con l’altra, chiamò a dipingere le volte delle stanze i più importanti pittori del periodo presenti a Bolzano. Troviamo così concentrate a pochi metri una dall’altra opere, oltre a quelle già citate, di Ulrich Glantschnigg (Palazzo mercantile), Christoph Schgachnes e tanti altri. La chiesa per i villeggianti bolzanini eretta nel 1668 alla fine del Settecento venne ampliata, in quanto era diventata insufficiente per i numerosi cittadini presenti a Soprabolzano. Le spese di ampliamento furono interamente a carico del nobile Josef Felix von Eberschlager e le pale d’altare affidate a Cristoforo Unterpergher. Nel corso degli inizi del Novecento altre ville vennero realizzate; fra queste la particolarissima villa Staffler progettata dall’architetto M. Amonn. Ecco quindi spiegato il legame antico tra la città di Bolzano e l’amena contrada alpina, ricca di boschi e di prati fioriti, oltre che di pace e serenità.

In foto principale: La chiesa di Santa Maria Assunta sul Renon

Autore: Flavio Schimenti

Una villa intitolata alla Duse dall’impresario innamorato della città

La cosa potrà stupire o trarre in inganno: cosa ci fa la villa Eleonora Duse a Merano?
Ricordiamo che l’attrice italiana, forse la più famosa ed omaggiata a cavallo tra l’ottocento ed il novecento, sublime interprete di William Shakespeare, di Dumas e di Ibsen, e notoriamente musa ispiratrice di Gabriele D’Annunzio (compose per essa numerose opere), non abitò ufficialmente, mai a Merano.
L’attrice morì in America, a Pittsburgh, nel 1924, lontana dalla città del Passirio e dall’Italia. E, dunque, per quale motivo esiste una villa col suo nome ?
La Duse, come tante attrici, aveva un famoso impresario, il suo nome era Joseph Mandelkern. Diventato molto facoltoso grazie all’attrice, si innamorò di Merano e volle proprio, in questa città, una propria residenza. Riconoscente ed in nome della diva del teatro e del cinema, battezzò la propria villa col suo nome. Alla costruzione della propria residenza meranese nel 1932, chiamò un giovane architetto, Franz Lottersberger, il quale progettò per il ricco impresario una villa in puro stile razionalista. Egli, forte dell’esperienza precedente, della realizzazione di villa Kloeckner, sempre a Merano del 1931 ripropose nei modi formali un modello molto simile.
La città è in piena trasformazione del linguaggio architettonico, tutta rivolta verso il moderno, ed egli, nato nel Tirolo orientale nel 1903, ma già a Merano dal 1922, allievo dell’ architetto razionalista Clemens Holzmeister, ne ripropone i modi interpretativi del linguaggio architettonico.
A Bolzano Holzmeister aveva realizzato con successo villa von Pretz nel 1930, e quell’edificio per Lottersberger è un modello da poter reintepretare. Già nella villa Kloechner egli aveva sviluppato la sua configurazione spaziale architettonica in un unico volume, un cubo: in maniera sorprendente, nella villa Duse egli concepisce due volumi cubici, di dimensioni diverse, uno maggiore ed uno minore, affiancandoli ma facendo emergere il maggiore con un arretramento del secondo e sviluppandolo il primo in altezza.
Le forme sono semplici e geometriche, le ampie finestre sono poste in maniera regolare, la superficie del tetto è piana, come richiede una casa in stile razionalista. Con villa Duse si apre a Merano la ricca stagione della trasformazione urbana, seguita da villa Ceran (A.Ronca, 1935), e da tanti altri esempi.

La musa di Gabriele D’Annunzio

Attrice teatrale e cinematografica, Eleonora Duse conquistò una grande fama a livello internazionale per le sue interpretazioni teatrali, tanto che negli anni Trenta il regista Rouben Mamoulian avrebbe voluto fare un film su di leiinterpretato da Greta Garbo, ma per la complessità del personaggio vi rinunciò.

Figlia di commedianti in costante peregrinazione, si accostò al teatro giovanissima (aveva quattro anni, quando, a Chioggia, recitò nella parte di Cosetta dei “Miserabili” di Victor Hugo), ma fu in seguito alla malattia della madre che dal 1870 si trovò a sostituirla, e quindi ad affrontare ruoli di maggior impegno. Nel 1884 l’incontro con Gabriele D’Annunzio a Venezia: i due già si erano già incontrati di sfuggita a Roma, mentre lui era cronista mondano della “Tribuna”. Ma l’incontro decisivo ci sarà l’anno seguente, sempre a Venezia: Eleonora lo ispirerà per otto anni, a lei D’Annunzio dedicherà “La città morta” e “Il Fuoco”.
Nel 1898 partirono assieme per l’Egitto e per la Grecia, ma la loro storia d’amore finì, nel 1904, per la conflittualità dei caratteri ma anche per i debiti che la diva accumulò per aiutarlo e per la grande umiliazione che ricevette in quello stesso anno, quando “La figlia di Iorio” esordì al Teatro Lirico di Milano con Irma Gramatica nella parte di Mila. Ripresa l’attività teatrale in Italia nel 1921, nel 1923 fu in tournée a Londra e Vienna. Recatasi negli Stati Uniti nell’ottobre dello stesso anno, ottenne gli ultimi successi in teatro. Poco dopo si ammalò e morì a Pittsburgh.

Autore: Flavio Schimenti

Una chiesa per celebrare il Sacro cuore

Percorrendo via della Roggia si può ammirare, prima di imboccare via dei Vanga, l’imponente facciata di una chiesa, facciata su cui si apre l’ampio rosone e ai cui lati troneggiano le due torri campanarie. Si tratta, lo sappiamo, dalla tabella trilingue, di una “Chiesa neoromanica a tre navate (1897-1899), costruita assieme all’annesso convento su progetto dell’architetto J. Bittner in occasione del centenario del voto dei Tirolesi al Sacro Cuore per l’adorazione del SS. Sacramento”.
Circa il convento, è quello dei Sacramentini (o Eucarestini), la Congregazione del Santissimo Sacramento istituita a Parigi nel 1856 dal sacerdote marista Pierre-Julien Eymard (1811-1868). Di tale Congregazione nel 1897 giunsero da Roma a Bolzano alcuni membri di lingua tedesca, sacerdoti e fratelli laici; va ricordato l’appello, su impulso dato nel 1894 dal parroco Johann Künzle, per l’istituzione di una filiale dei Sacramentini nell’area di lingua tedesca. Il possidente Franz von Zallinger, messa a disposizione un’area edificabile in via della Roggia, il 28 giugno 1896 ottenne dall’imperatore Francesco Giuseppe l’autorizzazione all’istituzione. Dell’elaborazione dei progetti e dell’esecuzione dei lavori fu incaricato Johann Bittner, membro del consiglio edilizio di Bolzano. Dalla posa della prima pietra del 25 giugno 1897 – festa del Sacro Cuore -, nel giro di due anni la chiesa, che già dall’aspetto voleva ispirare serietà, dignità e maestà, fu terminata nel giugno 1899. Così il 9 giugno 1899, festa del Sacro Cuore, l’arcivescovo di Trento, Eugenio Carlo Valussi, poté solennemente consacrare la chiesa del SS. Cuore di Gesù. Delegato dell’imperatore fu l’arciduca Francesco Ferdinando (1863-1914, assassinato il 28 giugno a Sarajevo). Schützen e bande musicali fecero da pittoresca cornice alla memorabile festa. Dopo la prima esposizione del Santissimo ebbe luogo il rinnovo del patto al Sacro Cuore; da allora il Santissimo rimane esposto giorno e notte.

Autore: Leone Sticcotti

King’s Friends: nuovo disco, vecchi amici

Nei mesi scorsi sono tornati a farsi sentire i gloriosi King’s Friends, tra le formazioni storiche bolzanine, una delle più longeve e sicuramente la più costantemente attiva a livello concertistico, anche se dal beat del 1965 (ma alcuni di loro erano già in circolazione come Kings e basta già dal 1961) il quintetto si è evoluto diventando una godibile mini orchestra swing-jazz che da anni anima serate sia in città che, a richiesta, anche fuori regione.

La forzata impossibilità di calcare i palchi non ha fermato del tutto i King’s Friends, che hanno così trovato il tempo di terminare il loro nuovo disco, una raccolta di 15 brani intitolata King’s Friends & Friends, in cui, contrariamente al solito hanno deciso di avvalersi delle voci di cari amici per consegnarci le loro versioni di alcune celebri canzoni che altrimenti sarebbero divenute degli strumentali, secondo la tradizione del gruppo da oltre vent’anni in qua.
Il risultato è un disco col classico marchio di fabbrica (e naturalmente anche il logo) che vede Brunetti, Garbin, Gazzignato , Messori e Morrocchi sfoggiare la ben nota classe al servizio di un repertorio stavolta più pop, ma per questo non meno gradevole e oltre alle voci si sono avvalsi anche di qualche strumentista amico, o addirittura ex del gruppo (come nel caso della chitarra di Alberto Magri in Uomini soli). Ecco così sfilare le voci dell’incontenibile Renato Capon alle prese con la sinatriana My Way, di Manuela Fogli (ricordate i suoi dischi degli anni ottanta?) che rifà Lucio Dalla, e ancora Vittorio Seidl, Loredana Merlin e Vittoria Brunetti (nel disco c’è anche suo padre Bruno al violoncello!); ovviamente ci sono anche standard strumentali però.
Contemporaneamente al CD è arrivato anche un breve, commovente DVD realizzato sempre all’insegna dell’artigianato e per la gioia degli amici, messo insieme dal bassista Gianni «Occultis» Messori, autentica memoria storica e archivista del gruppo.
“Ho sempre avuto la passione per la storia – ci racconta Messori (autore tra l’altro anche di un libro su Piazza Erbe) mentre sfoglia il suo ricco album dei ricordi – e ho sempre conservato tutto, ogni piccola cosa che riguardasse il nostro gruppo, dalle locandine dei primi concerti, o come si diceva allora tè danzanti, al Circolo della stampa, al mio libretto Empals, alle foto storiche. Quando ho avuto da mio nipote il primo computer ho fatto un corso per imparare ad usarlo e poi ho cominciato a digitalizzare foto e articoli e tutto il resto, mettendo insieme questo album, parte del quale è diventato il DVD con la storia dei King’s Friends. In cui oltre a quattro registrazioni recenti è inclusa, come commento sonoro anche una chicca del 1966, una nostra versione in sala prove del Tema dei Giganti”.
Pur con le limitazioni dovute all’epoca, la registrazione di questo brano è molto preziosa perché ci dà un esempio della professionalità che questi ragazzi avevano fin da teenager, in particolare con un ottimo arrangiamento vocale con il batterista Giannarturo «Tullo» Busellato che mette sul piatto una replica notevole delle toanlità basse che nell’originale erano di Enrico Maria Papes.
“‘Tullo’ – prosegue Messori – era una forza della natura, era stato lui a fondare i Kings nel 1961 ed è rimasto quasi fino alla fine degli anni sessanta. Siccome eravamo tre Gianni e io allora avevo degli occhialetti che ricordavano un personaggio dei fumetti del grande Blek, mi hanno sempre chiamato «Occultis», nome d’arte che è riportato anche sul mio libretto Empals di quando suonavamo come ospiti fissi per la sede RAI locale e che mi è rimasto appiccicato addosso ancora adesso.”
L’album dei ricordi di Messori, che il tastierista Brunetti sta covando di rendere pubblico in formato libro, offre imperdibili foto come quella della chitarra a sedici corde di Roberto Morrocchi, o quelle fantastiche di quando i King’s Friends per un’estate furono ingaggiati a Rimini per suonare nel locale di Carlo Alberto Rossi (autore di un certo successo che ha scritto anche per Mina e Mia Martini).
Imperdibile poi il diploma conseguito dal gruppo a Palermo quando si classificò terzo al concorso di arte varia promosso dall’ENAL:
“Fu un viaggio pazzesco – conclude Messori – era il 1965, immaginate un viaggi in treno, naturalmente in seconda classe, e da Napoli in poi su un treno coi sedili di legno, eravamo tutti stipati in uno scompartimento, noi, i nostri bagagli e i nostri strumenti, tastiera compresa!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale