Raffaella Carrà

Storie dal multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

Raffaella Carrà, nome d’arte di Raffaella Marie Pelloner, è stata senza dubbio una delle più importanti figure del mondo dello spettacolo altoatesino. Definita dal Guardian “l’icona altoatesina che ha insegnato all’Europa le gioie del sesso” Raffaella, con la canzone “Alles Gute”, proclamava come fosse bello fare l’amore da Salorno in su.

Autore: Roberto Tubaro

Via la mascherina, ma… con calma

Le più recenti disposizioni in merito alla gestione della pandemia ci hanno fatto riconquistare la parte più significativa del cosiddetto “linguaggio non verbale”. Togliere la mascherina, almeno all’aperto, ci sta finalmente consentendo di osservare di nuovo rossetti, barbe, e soprattutto sorrisi, oltre che tutte quelle espressioni della parte inferiore del viso che di norma sono una parte fondamentale del nostro comunicare. Com’è noto infatti nella comunicazione non è presente solo il livello semantico, ovvero quello relativo al significato letterale delle parole (anche se spesso anche qui ogni tanto ci incartiamo, come ci ricordano i teorici dell’analfabetismo funzionale). Insomma: quando ci rivolgiamo agli altri un ruolo importante è rappresentato anche dall’uso che facciamo del nostro corpo e in questo caso ad essere messi in gioco sono specifici “codici” che ci consentono di comprendere i contenuti che le parole esprimono solo parzialmente.
Tornare a vedere la parte inferiore dei volti delle persone è dunque un bel passo in avanti per tornare a capirsi un po’ di più, in un periodo come questo caratterizzato per molti versi dal disorientamento. Anche se – in assenza di sorrisi e smorfie – noi italiani abbiamo anche avuto occasione di distinguerci per la nostra innata capacità (o abitudine, vizio?) di gesticolare. In questo senso paradigmatico è stato negli ultimi giorni il “meme” (contenuto visivo umoristico) che ha spopolato sui social, in merito alla “mano all’italiana” utilizzata dal calciatore Nicolò Barella per chiedere lumi e farsi capire dall’arbitro, durante una partita degli Europei.
La mascherina abbassata in estate senz’altro ci consente di respirare meglio, ma non è il caso di farsi prendere la mano. E particolarmente significativa è stata la smorfia di preoccupazione manifestata dal governatore altoatesino Kompatscher mentre certificava, numeri alla mano, la riluttanza nei confronti del vaccino anti-covid manifestata finora dagli altoatesini under 50. Per convincere gli indecisi si è persino deciso uno stop ai tamponi nasali, finora considerati quasi una sorta di panacea.
In definitiva: prestiamo attenzione e… speriamo bene.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Multe e notifiche via PEC

Novità in materia di notificazione a mezzo PEC delle sanzioni amministrative per violazioni del Codice della Strada. Il Ministero dell’Interno ha di recente fatto seguito alla richiesta del Garante per la protezione dei dati personali di intervenire sull’argomento, imponendo particolari accorgimenti quando il veicolo, con cui è stata commessa la violazione, è intestato ad una persona fisica e non ad un’impresa/persona giuridica.
Ciò in quanto, in tali casi, il veicolo potrebbe essere effettivamente utilizzato dal proprietario a titolo privato e non nell’esercizio di attività imprenditoriale; con la conseguenza che la notifica del verbale all’indirizzo PEC, ottenuto attraverso la consultazione del registro online INI-PEC, può, secondo l’Autorità, determinare un’illecita comunicazione dei dati personali a terzi, essendo la PEC visibile a tutto il personale dell’azienda. La problematica deriva dalla circostanza che, nel registro INI­ PEC, con riferimento alle imprese individuali, non è possibile distinguere l’indirizzo della persona fisica, che ne è titolare, da quello dell’impresa come persona giuridica.
Per tale motivo, il Ministero ha fornito alcune istruzioni operative; prima fra tutte, quella secondo cui, nella ricerca dell’indirizzo PEC del proprietario del veicolo, con cui è stata commessa una violazione, potrà essere utilizzato il codice fiscale della persona fisica (ricavato, ad esempio, dal PRA) solo quando è accertato che il veicolo era stato utilizzato nell’esercizio dell’attività imprenditoriale. In ogni altro caso (ad esempio, violazione accertata con dispositivi di controllo remoto), il codice fiscale della persona fisica intestataria del veicolo può essere utilizzato solo per interrogazioni della sezione “professionisti” del registro INI-PEC.
Seconda – e fondamentale – istruzione operativa è che la notifica del verbale non potrà avvenire a mezzo PEC nel caso di abbinamento del codice fiscale della persona fisica ad una PEC di chiara matrice aziendale; in tali casi, la notifica del verbale di violazione deve essere effettuata nelle forme ordinarie, e non attraverso PEC.

Autore: avvocato Massimo Mira

E-mail che tracciano dove siamo

Ha fatto scalpore, a febbraio di quest’anno, la notizia, apparsa sulla BBC, che un numero impressionante di e-mail che riceviamo contiene un vero e proprio “trucco da prestigiatore” per tracciare informazioni sul ricevente. Per chi è interessato a leggere la notizia originale, basta cercare sul web il titolo “Spy pixels in emails have become endemic”. Il titolo stesso indica che questo trucco si basa sugli “spy” pixel.
Per spiegarvi come funziona, devo brevemente raccontarvi che quando navighiamo sul web, le pagine che vediamo vengono caricate sulla base di informazioni che otteniamo da computer “lontani”. Immaginate che con il mio cellulare (chiamiamolo C) io voglia vedere su web la foto di un hotel che mi piace. Quella foto è memorizzata nel computer dell’hotel (chiamiamolo H) collegato in rete (non possiamo qua approfondire come fa C a trovare H – immaginiamo che lo conosca già). Per ottenere l’immagine da H, C avvia un “protocollo di scambio informazioni”… immaginatelo proprio come due persone che si parlano: C si presenta, H risponde, poi C chiede di avere la foto, H la cerca e la spedisce a C (o meglio, spedisce i bit che permetteranno a C di ricomporre l’immagine).
Adesso immaginatevi lo stesso tipo di interazione, ma avviato in modo “nascosto”. Questo è quello che succede con quei famigerati “spy pixel” all’interno di una e-mail. Gli spy pixel altro non sono che minuscole immagini trasparenti, quindi invisibili all’occhio umano, che vengono inserite all’interno di una e-mail. In realtà, nell’e-mail viene inserito il fatto che quelle piccoli immaginette andranno richieste via internet a un computer lontano (chiamiamolo Z, il computer dell’azienda che ci ha mandato l’e-mail, esattamente come l’immagine dell’hotel memorizzata da H). A quel punto, appena apriamo l’e-mail, viene messo in moto, senza che ce ne accorgiamo, lo stesso protocollo che abbiamo descritto sopra per C e H, solo che questa volta il risultato è che C mostrerà un’immagine trasparente di cui la persona che sta leggendo l’e-mail non si accorgerà. Il fatto è che mentre C e Z si parlano, Z può memorizzare informazioni su C, come ad esempio le informazioni su dove C è localizzato, su quando l’e-mail è stata aperta, e altro. Questo è solo uno dei tanti esempi di come, ad oggi, produciamo continuamente dati senza che ce ne accorgiamo.

Autore: Marco Montali

Costruttori di ponti, contrabbandieri del dialogo

Ricorre in questi giorni l’anniversario della scomparsa di Alexander Langer. Nei giorni scorsi ha avuto luogo, per iniziativa del comune di Bolzano, l’intitolazione ufficiale del ponte pedociclabile che sull’Isarco collega viale Trento alla ciclabile retrostante il Lido di viale Trieste: ponte Langer. Un programma, una visione.

Nelle sue “dieci parole per la convivenza” Langer sottolinea proprio l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Occorrono, dice, “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”. “In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità”. Per questo hanno un ruolo estremamente importante “persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione”. Alex Langer scriveva queste cose, che possono apparire ovvie (ma non lo sono affatto), nell’Alto Adige di oltre 25 anni, mentre a poche centinaia di chilometri, nei Balcani, divampavano guerre sanguinose a matrice etnica. Nulla è facile. Le attività comuni richiedono “una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità”. Fondamentale è che qualcuno, nelle società plurietniche, “si dedichi all’esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”. “In ogni comunità etnica”, concludeva Langer i suoi pensieri, si devono valorizzare “le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”.

Autore: Paolo Bill Valente

I nomi del passato: Agruzzo

A nord di Laives (e a sud di Bolzano), nei pressi dell’attuale aeroporto, per secoli si trovava una zona incolta e insalubre utilizzata dagli abitanti delle due località (e di alcuni paesi montani) soprattutto come pascolo invernale. L’Isarco, che correva minaccioso a ridosso dei centri abitati prima di essere deviato verso Castelfirmiano, allagava costantemente l’area tra Oltrisarco (Oberau) e San Giacomo (Unterau) e perciò ogni coltivazione continuativa era destinata a scomparire rapidamente.
Quest’ampia superficie di quasi 50 ettari veniva chiamata Grutzen o Grutz, in italiano Agruzzo. Nel 1582 un documento noto proprio come “Grutz-Urbar” (Descrizione della Grutz in der Au sotto Bolzano) ne elencava tutti gli appezzamenti di terreno. Ma già nel “1496 i Niederthor bolzanini avevano ottenuto il diritto di assegnare terreni presso l’Isarco”. I piccoli coltivatori dovevano liberare la terra dal pietrame apportato dal fiume, qualcuno vi coltivava un piccolo vigneto o campo, altri erigevano improbabili muri di contenimento delle acque. Nel catasto teresiano è rimasta traccia di queste particelle.
Ma cosa significa Grutz / Agruzzo? Si tratta di una denominazione “tedesca” risalente all’arrivo dei Baiuvari nella valle dell’Adige tra il sesto e l’ottavo secolo? O di un vecchio nome romanico o addirittura preromano poi germanizzato?
I nomi dei campi spesso derivano dall’utilizzo o dalla consistenza degli stessi. Per esempio Laimburg deriva sicuramente da Laim, limo. Perciò la supposizione dei fratelli Grimm che Grutzen derivi da Grütze (frumento frantumato, cosa piccola, dalla radice indogermanica ghreud, sminuzzare) è decisamente pertinente. Un qualche collegamento è possibile anche con il termine “Gries” (Griez, arena) per terreno sabbioso.
L’ipotesi “bavarese” è suggestiva ma poco convincente. Scriveva infatti Karl Finsterwalder: “L’occupazione bavarese (…) trovò le nostre vali tirolesi ancora abitate e i moltissimi toponimi pregermanici dimostrano che la popolazione rimase nei propri paesi”.
Dunque i Baiuvari non sostituirono la vecchia popolazione romanica ma si insediarono accanto ad essa, utilizzando la toponomastica preesistente. Questi eventi tra il VII e l’VIII secolo sono comprovati anche dagli scontri proprio in questa zona tra Longobardi e Baiuvari. Solo nel 769 Bolzano con Laives divennero possedimento dei Baiuvari, dato che allora il loro duca Tassilo III, sposato a Liutberga, figlia dell’ultimo sovrano longobardo Desiderio, appare “in Bauzano rediente de Italia”.
È dunque assai probabile che il termine Grutz trovi origine in quest’epoca e nella lingua longobarda, che conosceva anche il termine grutsa o grutsena con il significato di piccolo podere di una dimensione tra i 12 e i 30 iugeri.

Autore: Reinhard Christanell

Quando Ronca “inventò” le gallerie di Corso della Libertà

Nello scenario collettivo, passare per Corso della Libertà e percorrere una delle due gallerie piene di negozi o per raggiungere la passeggiata Lungo Passirio è una cosa ormai usuale.
Non fu però così semplice, nel 1959, per Ronca progettare e costruire il complesso architettonico commerciale in quell’epoca. Da un lato si trovò contro gli esercenti del centro storico, timorosi dello stravolgimento del commercio meranese, dall’altra i nostalgici della Merano asburgica e dei suoi edifici d’epoca.
Venne organizzata una raccolta di firme per impedirne la sua realizzazione, ma prevalse il buon senso: la città era in pieno rilancio economico, e un edificio al passo coi tempi poteva contribuire a rilanciare Merano a livello europeo. A pochi passi dal centro storico, Ronca porta dunque la prima galleria con negozi, uffici, abitazioni con tutto il linguaggio dell’architettura moderna.
Soffermandosi sull’ aspetto compositivo, l’architettura è contrassegnata da tutte quelle forme a “spigolo” che diventeranno sue caratteristiche a partire dagli anni ‘60. Qui, per la prima volta abbandona le forme del passato, che avevano caratterizzato un’architettura più “morbida”, tipica invece del linguaggio roncaniano degli anni ‘30 / ‘50.
I negozi sul fronte strada e nelle gallerie si sviluppano su due piani con ampie superfici vetrate a “tutta vista”. A Merano diventa interessante da parte del progettista la rivisitazione delle gallerie ottocentesche tipiche delle grandi capitali europee, riconcepite con il linguaggio del moderno. Ronca adegua il suo lessico alle forme architettoniche locali, in primo luogo gli Erker: sul prospetto verso Corso Libertà vengono proposti movimenti di rientro e di sporgenza su tutta la facciata. Marcapiani e pilastri a vista demarcano la struttura compositiva, mentre rivestimenti in tessere ceramicate arricchiscono i prospetti principali. Elementi di completamento – come lampadari, altorilievi bronzei e la cura di altri particolari – ne fanno un insieme piacevole ed armonioso. Un modello come la galleria, portata a Merano, diventerà da subito un archetipo vincente: ultimata nel 1963, vide la quasi contemporanea costruzione di quella di via delle Corse (1960-1965). A queste ne ne seguiranno tante altre.

Autore: Flavio Schimenti

La fontana delle rane in piazza Stazione a Bolzano

Per molti decenni a chi arrivava in treno alla stazione di Bolzano, attraversando la hall della biglietteria e scendendo la scalinata, la prima immagine della città che si palesava era la “fontana delle rane”.
Progettata e realizzata nel 1930 dallo scultore Ignaz Gabloner, la fontana andò a completare lo spazio urbano del parco della Stazione.
La fontana è costituita da elementi in marmo, bronzo e tessere marmoree, contraddistinguendosi rispetto alle altre fontane cittadine ma costituendone anche una sorta di continuità, dal punto di vista simbolico ed iconografico. Il basamento della vasca realizzato interamente in marmo è di forma polilobata; sulle superfici esterne compaiono festoni stilizzati, simili a quelli posti alla base dei pilastri di accesso al ponte Talvera, con lo stemma della città di Bolzano. Un pilastro centrale di forma ottagonale, posto al centro della vasca, sorregge un ampio catino marmoreo svasato, al cui centro sono poste nove anfore in bronzo, con l’aggiunta di una sulla sommità. Le anfore sono di tipo italico, su modello di quelle del primo secolo d.C. che, per inciso, erano quelle che contenevano e trasportavano il vino. Prospetticamente ed in lontananza dalla fontana si può infatti osservare la collina di S.Maria Maddalena con i suoi vigneti, mentre dall’anfora posta al centro scaturisce un forte getto d’ acqua in verticale, con forte impatto scenografico. Alla base della struttura polilobata, tre per ogni parte, compaiono dodici rane, dalle quali scaturisce un getto d’acqua che raggiunge la vasca superiore centrale. Le rane bronzee stilizzate, dalle forme quasi geometriche, rappresentano il principio fondatore dell’acqua. Caro alla divinità egizia Heket, protettrice della vita, l’anfibio nasce e cresce nell’elemento liquido, ma non ne è vincolato. Simbolo portafortuna per gli egizi, per gli altri popoli la rana è metafora del passaggio delle prove della vita, dalle quali si esce rafforzati. Il numero tre e i suoi multipli sono puramente metaforici, come avviene anche nella fontana del Nettuno di piazza delle Erbe. Tre infatti sono i corsi d’acqua che attraversano la piana bolzanina: l’Isarco, il Talvera e l’Adige, e dunque tre rane per parte gettano l’acqua nel catino centrale. Il manufatto – danneggiato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale – venne riposto in essere nel 1955.

Autore: Flavio Schimenti

Duce a cavallo, non maschera ma… spari

Ogni cosa ha un suo perché!
Anche in merito al quesito posto nel numero 12 di Qui Bolzano, concernente il monumentale bassorilievo di Hans Piffrader in Piazza Tribunale e le tavole esplicative di esso nella stessa piazza, si può dare, utile per i lettori, nonché per cittadini e turisti che transitano per la piazza, un chiarimento, del quale ringraziamo Hannes Obermair, dell’Eurac Research di Bolzano. Riguardo alle tavole esplicative del bassorilievo, viene precisato che i pannelli “riprendono fedelmente l’opera piffraderiana stessa che rappresenta un volto di Mussolini fortemente danneggiato e deturpato grazie – suppongo – a degli spari mirati occorsi durante la liberazione dal nazifascismo nel maggio del 1945”. Erano tempi, infatti, con molte persone dal grilletto facile.
Concordiamo con Hannes Obermair, che nuovamente ringraziamo, secondo il quale si tratta di “un segno tangibile del secolo degli estremi, con una propria valenza e una dignità intrinseca, da leggere e da tener presente”.

Autore: Leone Sticcotti

piazza Tribunale a Bolzano
Hannes Obermair

Happy birthday Bob

Sabato 3 luglio alle ore 21 all’arena del Parco delle Semirurali avrà luogo una serata tributo a Bob Dylan, che recentemente ha compiuto 80 anni. Sul palco salirà Bobby Gualtirolo, accompagnato per l’occasione da una band costituita da Manuel Randi, Marco Stagni e Mario Punzi.

Lo scorso 24 maggio Bob Dylan ha compiuto ottant’anni: con la copertura che stampa (specializzata e non), televisione e internet hanno dato all’evento è assai difficile che a qualcuno la cosa possa essere sfuggita. D’altra parte Bob Dylan – che ci piaccia o meno – è stato un punto di riferimento quasi costante da sessant’anni in qua, e non ci riferiamo solamente alla musica, perché Bob Dylan – suo malgrado – è stato anche un modello, un autore, un oggetto di studio infinito, in un certo periodo della sua carriera anche un fenomeno di costume. Ininterrottamente.
Il tutto rimanendo vivo e vegeto: perché a diventare un mito da cadavere, quello riesce bene a molti, anche a quelli che miti altrimenti non lo sarebbero mai diventati (gli eroi son tutti giovani e belli, cantava Francesco Guccini).
Negli ultimi anni, volente o nolente (la sua sfuggevolezza è ormai risaputa), Dylan ha fatto parlare parecchio di sé: per non essersi recato a ritirare il premio Nobel (più che per averlo ricevuto), per aver sfornato una serie di dischi in cui andava cantando le canzoni di Frank Sinatra e non ultimo per il suo disco dello scorso anno, apparentemente realizzato in pieno lockdown, ma probabilmente già più che abbozzato e anche assemblato molto prima.
Le restrizioni vigenti un po’ in tutto il globo non hanno però consentito l’organizzazione di un evento per celebrare gli ottant’anni del musicista, ma nel nostro piccolo posto tra i monti, un cantautore/rocker locale, grande fan e conoscitore del soggetto Dylan, ha ben pensato di omaggiarlo con una serata dal vivo.
Si tratta di Bobby Gualtirolo, che col patrocinio dell’Associazione Provinciale Musicisti sabato 3 luglio alle 21, presso l’arena del Parco delle Semirurali accompagnato da una band d’eccezione per riproporre un sonoro tributo a Bob Dylan basato soprattutto sul repertorio recente.

Bobby Gualtirolo

“I pezzi nuovi di Dylan – ci spiega Gualtirolo, intendendo per nuovi quelli degli ultimi venti, venticinque anni – più li ascolti e più sono dei gran pezzi. Per questo motivo ho scelto di eseguire solo un paio di cose del repertorio più vecchio, e una di queste sarà comunque in un arrangiamento dei primi anni duemila. Mi sembra un repertorio molto interessante, volevo evitare di fare una serata con più musicisti, con molti ospiti e una scaletta per così dire mainstream, mi interessava piuttosto un gruppo compatto, solido, per questo ho chiamato tre fuoriclasse come Manuel Randi, Marco Stagni e Mario Punzi, che tra l’altro sono già un trio preesistente. Volevo fare qualcosa che potesse andare vicino ad un concerto recente di Dylan”.
Dylan stesso, negli ultimi anni nei suoi concerti ha preferito concedere più spazio alle nuove composizioni piuttosto che ridursi a fare un mero e gratuito greatest hits col rischio di finire col sembrare la cover band di sé stesso e dei suoi anni d’oro piuttosto che un artista ancora ostinatamente e sensatamente sulla cresta dell’onda. E la formazione con Randi, Punzi e Stagni è sicuramente in grado di supportare Bobby Gualtirolo in questo progetto per cui, per essere più incisivo sta studiando le pronunce, gli accenti le sfumature con cui Dylan nelle sue esecuzioni dal vivo approccia i brani che figureranno in scaletta.
“Bob Dylan – conclude Gualtirolo – è un po’ il luogo dove, musicalmente parlando, si finisce prima o poi per tornare. Magari lo tralasci un po’ per qualche tempo, provi ad ascoltare altra musica, cerchi altre sonorità, ma poi succede sempre che ci torni, come ad una fonte a cui dissetarsi, è talmente pieno di spunti e di idee che trovi sempre qualcosa da attingere. E al tempo stesso è tradizionale, perché innovativo non è di certo; se musicalmente l’ultima canzone vera e propria è Mississippi che risale al 2001, a livello di testi continua a dire cose sensate. Che non è poco”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale