I Francescani a Bolzano da 800 anni

Era nell’anno del Signore 1221 che frate Francesco, il Poverello di Assisi, inviò alcuni confratelli in direzione nord, onde piantassero anche nelle terre tedesche l’Ordine dei Frati minori fondato nel 1209. 
Nel Capitolo del 1221 furono scelti 23 partecipanti alla missione, guidati dal tedesco Cesario da Spira. Mentre quattro si fermarono a Trento, gli altri proseguirono raggiungendo la città commerciale di Bolzano. 
Il vescovo di Trento, Adelpreto di Ravenstein, li ospitò nel suo palazzo di Piazza del Grano, permettendo loro di predicare in tutta la diocesi. 
Fu benigno con loro anche il vescovo di Bressanone, Bertold I von Neifen, cedendo loro in uso la chiesetta di S. Erardo, fuori delle mura cittadine, (sorta da precedente cappella dedicata a S. Ingenuino, appartenente per antico diritto alla diocesi di Bressanone), presso la quale i frati costruirono un modesto convento. 
Pare che l’abbiano fatto su indicazione del fondatore, il quale, secondo la leggenda, da giovane soggiornò a Bolzano con il padre Pietro Bernardone, che vendeva tessuti sotto le  volte dei Portici inferiori e offriva scambio di merci ai suoi colleghi tedeschi. 
La cappella di S. Erardo divenne così il nucleo centrale, tuttora esistente, del complesso conventuale dei Francescani di Bolzano, che non rimase a lungo nelle modeste dimensioni iniziali, rivelandosi insufficiente per la predica e per il servizio divino. 
Nel 1250 al suo posto fu costruita una chiesa adibita a predicazione e fu ampliato anche il convento. Ulteriore ampliamento del convento e della chiesa si ebbe nel XIV secolo, finanziato dalla benevolenza della nobiltà (Vanga, Greifenstein, Vintler), nonché della borghesia. 
Circa la prima menzione, la targa bilingue, a firma “HEIMATSCHUTZ-VEREIN BOZEN”, che si trova sul  muro di cinta del complesso, presso il civico 1/A di via Francescani, riporta l’anno 1239. Altre fonti indicano il 1237. 
Ottocento anni di presenza francescana? Buon anniversario!

Autore: Leone Sticcotti

Qual è il nostro orizzonte?

Nei giorni scorsi la giovane insegnante bolzanina Elisa Caneve, vincitrice di un concorso indetto in occasione della festa dell’Europa, è stata invitata in Consiglio Provinciale per leggere il suo racconto intitolato “L’Europa è il suo orizzonte”. Per introdurla il presidente del Consiglio Provinciale Noggler ha avuto la simpatica idea di ricordare la frase del premio Nobel per la letteratura Joseph Brodsky, che disse: “I Parlamenti funzionerebbero in tutt’altro modo se prima di ogni seduta si recitasse una poesia”. Caneve è coinvolta in progetti educativi e sociali con minori con un background migratorio, ha attraversato molte periferie europee e sta tuttora lavorando sulla documentazione di questa esperienza. Il suo racconto accosta significativamente due orizzonti. Il primo è quello da lei osservato dalla torretta del campo di sterminio di Birkenau, raggelante e fortemente evocativo. Il secondo è quello che riguarda il dialogo da lei avuto a Bologna con un quattordicenne con background migratorio che – incaricato dalla scuola di “fare una ricerca sul suo paese” – si trova oggettivamente in imbarazzo essendo i suoi genitori nativi di due diversi stati africani e lui invece… cos’è? Italiano? Bolognese? In definitiva: per lui l’identità, non solo ideale ma anche reale, poggia… sull’orizzonte costituito dall’Europa.
Ebbene: qual è il nostro orizzonte? Noi abitanti della provincia di Bolzano abbiamo davvero il coraggio di contemplarlo anche idealmente e con la necessaria maturità?
Nei giorni scorsi la cronaca ci ha fornito segnali contrastanti in questo senso. Tra questi la positiva apertura dei vaccini anche ai più giovani, ma solo perché molti anziani hanno avuto più paura del vaccino che della malattia. Per non parlare delle centinaia di persone che ancora una volta si sono radunate per rivendicare una malintesa libertà da vaccini e mascherine, esponendo anche cartelli che accostavano Draghi a Hitler e Speranza a Mengele. Per fortuna poi il nostro orizzonte informativo ci ha fatto anche apprezzare il gesto bellissimo di una coppia di anziani bolzanini, che ha donato un’auto elettrica al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano.
La vera libertà è quella che ci indica l’altro come un’occasione per allargare i nostri orizzonti e non solo per occuparci del nostro seppur luccicante piccolo orticello. Non credete?

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Codice del consumo e beni immobili

Il Codice del Consumo, di cui al D.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, disciplina i contratti di compravendita, cui sono equiparati i contratti di permuta e fornitura di beni e servizi, conclusi tra commercianti, professionisti ed imprenditori che agiscono in tale qualità e soggetti che agiscono come semplici consumatori, cioè al di fuori della loro attività professionale.
Tra i principali obblighi del venditore, previsti dal Codice del Consumo, vi è quello di fornire un bene conforme all’uso ed alle caratteristiche intrinseche e privo di difetti; non vi è difetto di conformità se, al momento della conclusione del contratto, il consumatore era a conoscenza del difetto, non poteva ignorarlo con l’ordinaria diligenza o se il difetto di conformità derivi da istruzioni o materiali forniti dal consumatore.
Ma tale disciplina è applicabile anche qualora il bene compravenduto sia un immobile? 
Il caso è stato da ultimo sottoposto all’esame della Corte di Cassazione, con riferimento ad una controversia insorta tra l’acquirente di un bene immobile e la società costruttrice del complesso residenziale di cui l’immobile faceva parte. Il Giudice di primo grado aveva dato ragione a quest’ultima, affermando che le norme contenute nel Codice del Consumo erano riferibili ai soli beni mobili e non potevano ritenersi applicabili alla compravendita di un immobile. 
Investita della questione, la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 497 del 14.1.2021, giunge, invece, ad affermare un principio diverso: l’applicabilità della disciplina del Codice del Consumo agli appalti per la realizzazione o la manutenzione di immobili ed alle convenzioni tra il costruttore\venditore di immobili in condominio e i singoli acquirenti, con riferimento alle previsioni del regolamento condominiale richiamato nei contratti di acquisto, contenente limitazioni d’uso per le porzioni esclusive o comuni o deroghe ai criteri di riparto delle spese (confermando in tal senso la precedente sentenza della Cassazione n. 19832/2019).
Ai fini della tutela del consumatore, infatti, ciò che rileva è la conclusione di un contratto tra un  professionista, che stipuli nell’esercizio dell’attività imprenditoriale o di professionista intellettuale, ed altro soggetto – il consumatore – che contragga per esigenze estranee all’esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Peronospora #1

“Credevo fosse amore, invece era una calesse”: questa pazza primavera non decolla! Le temperature si mantengono leggermente sotto la media, sistemi più o meno organizzati continuano ad interagire nel Mediterraneo, quelli che la meteorologia – in gergo – chiama treno di perturbazioni. Il sole, che si nota solo per brevi tratti, è davvero l’assenza più eclatante. Ai bordi di questo quadro maggese, che ai fotografi comporta soggetti con pochissime ombre, la vita scorre trepida e la storia ripete i conflitti e le ingiustizie con scenari tumultuosi e recrudescenti. Luoghi dove, se si è nati dalla parte sfortunata, non esistono prati di tarassachi dove correre scalzi e scivoli in cui i bambini scendono entusiasti; ma di speranze infrante, piuttosto: le stesse, che a migliaia di chilometri di distanza e in tempo di pace, fanno imprecare agricoltori e contadini contro la peronospora. 
La peronospora è una malattia fungina che colpisce lattughe, cicorie e carciofi, bietole, tutte le crucifere, vite, meloni, cetrioli, angurie, zucche e zucchine, pomodori, patate, melanzane, alchechengi e tabacco, sedani, fragole, rose, cipolle, agli, porri, scalogni, gerani, ornamentali, meli e persino il basilico. Arrivata in Europa nel corso del 1800 coi vitigni americani, portatori asintomatici, può distruggere interi raccolti e comprometterne pesantemente le rese. Ne esistono vari ceppi, che colpiscono di solito piante della stessa varietà senza diffondersi sulle altre, ma che richiamano altre patologie, come oidio, ragnetto rosso, alternaria e muffa grigia. Le spore sopravvivono anche tutto l’inverno nel terreno, mentre le proliferazioni avvengono in periodi che presentano la regola dei tre 10: germogli di 10cm, pioggia di 10mm in 24/48h, temperatura minima di 10°C.
I segnali che le nostre colture sono state attaccate da questo fungo si differenziano a seconda delle specie. Generalmente sulla pagina superiore delle foglie compaiono aree tondeggianti prima di color verde chiaro e quasi trasparenti. In breve tempo il margine di queste macchie si farà irregolare (raggiungeranno un diametro di 2-3cm) tendendo prima verso il giallo e poi verso il marrone scuro fino a necrotizzare.
La pagina inferiore presenterà una muffa grigiastra. Infine le foglie si accartocceranno e cadranno. Parti ipogee, steli e fusti non saranno risparmiati, disseccandosi fino a marcire. 
Il classico filo di rame, privato della sua sottilissima pellicola, infilzato alla base della pianta che ne farebbe assorbire piccole quantità per osmosi non è un rimedio scientifico, bensì una credenza empirica.
(continua)

Autore: Donatello Vallotta

Uscire di casa e “consumare le suole delle scarpe”

Il documento è stato pubblicato a gennaio, nella ricorrenza di S. Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, ma è destinato al mese di maggio, quando in molte chiese si celebra la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Il messaggio di papa Francesco chiede di “comunicare incontrando le persone dove e come sono”.

L’appello a “uscire” e, mettendosi in strada, a “consumare le suole delle scarpe”, questa volta è rivolto a (noi) giornalisti.
“Dobbiamo dire grazie al coraggio e all’impegno di tanti professionisti”, scrive il papa, se oggi conosciamo alcune situazioni di disuguaglianza, di ingiustizia, di violenza in varie parti del pianeta. “Sarebbe una perdita non solo per l’informazione, ma per tutta la società e per la democrazia se queste voci venissero meno”. D’altra parte “voci attente lamentano da tempo il rischio di un appiattimento in ‘giornali fotocopia’ o in notiziari tv e radio e siti web sostanzialmente uguali, dove il genere dell’inchiesta e del reportage perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, ‘di palazzo’, autoreferenziale”. Lo stesso giornalismo che si autodefinisce “d’inchiesta” cerca spesso lo scandalo piuttosto che la verità. Mira ad alzare l’indice di ascolto, anziché elevare la qualità dell’informazione.
Ecco dunque l’invito a “uscire” perché se no “c’è il rischio di raccontare la pandemia, e così ogni crisi, solo con gli occhi del mondo più ricco”. “Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti. Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa? Così le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza”.
Parole profetiche a gennaio, ancora più vere in questo maggio 2021.

Autore: Paolo Bill Valente

Gli antichi quartieri: Raut

I primi nomi propri riferiti al territorio furono sicuramente quelli dei corsi d’acqua. Molti idronimi, secondo lo studioso Hans Krahe, risalgono ad una lingua proto-europea antecedente le invasioni dei popoli indoeuropei. La ragione è pratica: i fiumi fungevano da confini e spesso anche da vie di comunicazione. È significativo il fatto che questi autentici fossili linguistici siano rimasti in vita per millenni passando indenni – o con piccoli adattamenti – da un popolo all’altro, da un’epoca a quella successiva. 
Allo stesso modo, la nascita degli insediamenti stabili produsse un’infinità di denominazioni attribuite a villaggi, poderi, campi, ruscelli eccetera. I nomi erano scelti in base all’aspetto, all’utilizzo, all’origine o anche al proprietario del luogo (come i prediali romani, molto frequenti anche in Alto Adige). 
Nel comune di Laives, vecchi documenti come il catasto teresiano, bandi d’asta fallimentare o contratti di compravendita o donazione di epoca medievale (per esempio l’urbarium di Mainardo II del XIII secolo elenca i nomi di alcuni masi da lui acquisiti a Laives: der hof bi der Aiche overo Aichner, hof in der Ekke, Wigand) sono ricchi di microtoponimi oggi purtroppo completamente dimenticati. In una vecchia cronaca del periodico “Volksblatt” leggiamo per esempio: “La scorsa domenica è scoppiato un furioso incendio nella casa di tale Johann Curti in località Rauth”. Già nel 1863 medici e levatrici del luogo erano obbligati “a garantire i loro servizi nelle località di Lent, Raut, Spital, Kölbeln, Thaler, Biegeleben, Welschmühle … “
Uno dei toponimi storici è pertanto quello di Raut. Esso si riferisce ad una zona che originariamente comprendeva una vasta area tra le odierne vie Marconi e F.Fizi fino al maso presso la fossa provinciale chiamato per l’appunto Rautgut. Oggi questo nome è quasi scomparso e si parla piuttosto della zona “Curti” dal nome dell’ultimo proprietario.
Ma che significa Raut? Sappiamo che è, con varie varianti (Rungg, Ronca, Reut), una denominazione molto diffusa in Trentino Alto Adige. Il termine deriva dall’antico verbo tedesco “reuten”, oggi roden, ossia dissodare o disboscare. Secondo Grimm, reuten o roden significa rendere coltivabile un terreno mediante l’eliminazione di cespugli e alberi. 
È dunque evidente che in origine quella zona fosse ricoperta da vegetazione e nel corso del medioevo, probabilmente in concomitanza con una massiccia immigrazione da Nova Ponente, dove nel XIII secolo molte famiglie furono costrette ad emigrare verso la Bassa Atesina o il Trentino a causa di una carenza di terreno coltivabile e una notevole crescita demografica. Allo stesso tempo il fatto che fosse scelto questo nome significa anche che le altre aree del comune erano già state precedentemente rese coltivabili.

Autore: Reinhard Christanell

Knillenberg: il “buen retiro” dopo la guerra contro i Turchi

A causa della sua posizione privilegiata, panoramica e climaticamente mite, nel corso del XVII / XVIII secolo Maia Alta venne scelta dalla nobiltà meranese come luogo ideale per soggiornarvi. Vi sorsero numerose residenze nobiliari: Winkl, Rundegg, Reichenbach, Erlach, Rottenstein e Knillenberg. La storia di quest’ultima, in particolare, parte qualche secolo prima, quando Andrea Knillenberg, eroe della guerra contro i Turchi del 1493, chiese all’imperatore Massimiliano I la concessione per costruire una propria dimora nel meranese.
Egli acquistò nel 1513 un terreno a Maia Alta dagli allora proprietari, i signori di Zekolf, già in possesso di un castello del XIII secolo. La precedente costruzione venne in parte ristrutturata con l’aggiunta di una torre occidentale, mentre il palazzo residenziale venne sviluppato su tre piani sul lato nord ed altre costruzioni di servizio sorsero sul lato sud. Nel 1614 i Knillenberg cedettero il castello ad Hans Eckhard von Rosenberg; il nuovo proprietario vi apportò delle modifiche sostanziali, ponendo mano a forti interventi di trasformazione.
Il castelletto divenne una dimora tardo – rinascimentale, seguendo le nuove esigenze dell’epoca. Per eseguire tale intervento venne chiamato uno degli architetti più brillanti di quel periodo presenti nel territorio tirolese: Francesco Lucchese. Il progettista di origine italiana aveva operato con successo ad Innsbruck, riportando gli echi dell’architettura manierista lombarda e romana nelle vallate alpine. Fra il 1614 ed il 1616 mise mano alla residenza nobiliare, trasformandola in comoda abitazione rinascimentale. 
Mantenendo l’aspetto severo del castello, come avviene in quasi tutti i manieri dell’ Alto Adige, lo trasformò in una maestosa architettura adorna di lesene, losanghe, timpani, frontoni e quant’altro. I torrioni medievali vennero trasfigurati in splendidi elementi verticali a base quadrata sui quali venirono a dipanarsi, su più livelli, tutti i linguaggi architettonici del mondo classico. La torre principale venne fatta culminare con una lanterna a base ottagonale sovrastata da una base quadrangolare. 
A detti interventi ne seguiranno altri, apportati dagli altri proprietari che si sono succeduti.
Nella metà del ‘700 i Knillenberg tornarono proprietari della nobile residenza e nel 1776 il pittore Josef Wengenmayr adornò le sale degli interni con scene di gusto settecentesco. Lo stesso artista decorò la cappella ricavata sul torrione del lato sinistro. Nel 1960 il barone Kripp provvederà quindi al restauro dell’intero ciclo di affreschi.

Autore: Flavio Schimenti

1759: la nascita di Palazzo Pock in piazza della Mostra

Nel 1759 sull’area di piazza della Mostra dove prima sorgeva il complesso architettonico dei conti Liechtenstein, ormai ridotto in rudere, Franz Anton Pock decide di costruire un nuovo manufatto. L’intuizione sarà geniale ed innovativa. 
A Bolzano erano innumerevoli gli alberghi presenti,  sorti sin dall’epoca medievale per fornire servizi a vari livelli, in primo luogo a commercianti, forestieri ed avventori di passaggio che giungevano in città. 
Pock decide di alzare il livello dell’offerta: la nuova costruzione doveva poter offrire tutti i comfort e i pregi di una residenza nobiliare di quell’epoca a nobili, ricchi commercianti, cardinali ecc.  
Il progetto venne affidato all’architetto Christian Aigentler, il quale sviluppò una pianta ad L sul sedime del precedente edificio. La facciata esterna è ridondante con tutti gli stilemi dell’architettura rococò, nei quali stucchi, intonaci, portali e ferri battuti si intrecciano con i motivi del rochei e foglie di acanto. 
La sfarzosità dell’edificio ben si confaceva con le nobili residenze adiacenti di palazzo Menz e Campofranco. La nuova struttura alberghiera registrò ben presto la presenza di ospiti illustri. Fra questi,  l’arciduca Giuseppe d’ Austria nel 1765, papa Pio VI nel 1782, Johann Wolfgang Goethe nel 1786, Johann Gottlieb Herder nel 1788 e l’imperatore Francesco I nel 1822. Denominato inizialmente “zum blauen Bock”, dopo la visita imperiale a partire dal 1830 l’albergo venne ribattezzato “zum Kaiserkrone”(alla corona imperiale). Nel 1804 venne dipinta la volta dell’atrio di ingresso, nel 1805 l’edificio venne arricchito, nel giardino interno, con il teatro opera dell’architetto roveretano Andrea Caminada. Il teatro, il primo della città, della capienza di 800 posti, restò in funzione fino al 1905, sostituito dal nuovo Teatro Civico. La parte sul lato sud, in via della Posta, verrà modificata  con la realizzazione dell’edificio della Rinascente (poi Upim) nel 1928, ad opera degli architetti Amonn e Fingerle, dove verranno ricavati anche gli spazi per ospitare il famoso “Cinema Centrale”. 
Palazzo Pock costituisce il prototipo degli alberghi di lusso che verranno realizzati a Bolzano nel corso dell‘800 e del ‘900.

Autore: Flavio Schimenti

La chiesa di San Giovanni in Villa

Tra i “fiori all’occhiello” di Bolzano, in fatto di arte e storia, se va menzionato tra i primi il duomo, va considerata anche una chiesa minore, quella di S. Giovanni in Villa, in tedesco St. Johann im Dorf; si tratta dell’antico nucleo di Villa-Dorf. La chiesa, che si trova in vicolo San Giovanni, raggiungibile da via Cavour, all’altezza del civico 9, fu menzionata già nel 1180, all’interno della “Bozner Chronik”, in occasione della sua consacrazione da parte del vescovo Salomone (vescovo di Trento dal 1173 al 1183); va ricordato che fino al 1964 Bolzano fece parte della diocesi di Trento. Tale vescovo nella sua trasferta del maggio 1180 consacrò varie chiese di Bolzano e dintorni. La menzione della chiesa è attestata dalla targa bilingue, a firma “Heimatschutz-Verein Bozen”, che si trova sul muro della chiesa. La chiesa di S. Giovanni in Villa, più antica del duomo,  ebbe la funzione di centro della comunità cristiana fino alla costruzione (1184) del duomo, ora concattedrale della diocesi di Bolzano-Bressanone. La chiesa di S. Giovanni in Villa, di origini romaniche, fu ricostruita in forme romanico-gotiche al principio del ‘300, con l’inserimento della volta a botte e l’innalzamento della torre campanaria. La chiesa conserva affreschi eseguiti nel corso del Trecento da artisti locali, con fusione di tradizione nordica e influssi giotteschi. Si tratta di due strati sovrapposti di affreschi, che furono oggetto di restauro, ultimato nel 1984. Il primo strato, risalente agli anni 1330-1340, è opera di un maestro di origine tedesca, il cosiddetto  Maestro del coro di San Giovanni Battista; il secondo ciclo di affreschi, commissionato da Boccione de’ Rossi, avente per oggetto Storie dell’Evangelista e del Battista,  sono opera (1365) degli artisti, chiamati Primo e Secondo Maestro di San Giovanni in Villa, fortemente influenzati dall’opera del pittore padovano Guariento di Arpo, di educazione giottesca, attivo negli anni dal 1338 al 1368.

Autore: Leone Sticcotti

I sogni coerenti di Davide Marciano

Lo scorso 30 aprile il cantautore bolzanino Davide Marciano ha dato alle stampe un EP intitolato Sogno in cui sono raccolte le sue ultime fatiche oltre ad un paio di notevoli brani che erano stati già pubblicati online in altra veste nel 2017 e nel 2018. 

Si è perso il conto degli anni da quando Davide Marciano ha cominciato a calcare i palchi musicali come cantautore, un cantautore fortemente ispirato dalla scena italiana di fine anni settanta, eppure in tutti questi anni la sua musica, pur acquistando ovviamente in maturità, non ha perso una virgola della freschezza di quando era teenager né di quando da un momento all’altro si trovò a bordo del carrozzone della Liederszene scoprendo che le sue canzoni in italiano (l’hit dell’epoca era Ma dove sono andate le ragazze pazze) piacevano e non poco anche al pubblico di madrelingua tedesca.
Nel corso degli anni Marciano ha diradato le apparizioni in pubblico, come capita a molti che mettono su famiglia, ma non ha certo smesso di scrivere canzoni, anzi, negli ultimi anni tramite le piattaforme musicali ha messo in giro diverse nuove composizioni e lo scorso 30 aprile ha dato alle stampe un EP intitolato Sogno in cui sono raccolte le sue ultime fatiche oltre ad un paio di notevoli brani che erano già stati pubblicati on line (ma in altra veste) nel 2017 e nel 2018.
“Quando nel 2017 ho pubblicato in rete il brano La coerenza – ci racconta Davide – è stato molto importante, ero reduce da un momento in cui, per un attimo, la mia vita si era fermata e quando è ripartita in piena normalità ho sentito l’esigenza di riprendere le redini della mia attività di cantautore. Negli ultimi anni avevo sempre fatto le cose in autonomia, lavorando nel mio studio casalingo, ma per quel brano sentivo il bisogno di affidarmi ad un produttore e questo mi ha portato a contattare Lorenzo Sebastiani (produttore che ha lavorato con Celentano, Pavarotti, Jovanotti, n.d.r.)”.
Dall’incontro con Sebastiani è nata una collaborazione proficua: Davide Marciano e il produttore romagnolo hanno cominciato a lavorare a nuove cose e anche a mettere mano su canzoni precedenti, come la splendida Il paese dei pagliacci, che era già uscita come singolo su Spotify ma che nella nuova veste, con la chitarra solista di Andrea Morelli (dal curriculum altisonante quanto quello di Sebastiani), si guadagna a pieno merito l’onore di essere il brano d’apertura dell’EP.
“Fino ad ora – prosegue il cantautore – per quanto riguarda la distribuzione mi ero affidato alla musica virtuale, ma ora ho voluto farne anche una versione solida, forse anche come segnale visto il momento particolare: ci tenevo a fare qualcosa di tangibile, qualcosa da poter toccare con mano e poter anche donare con mano. Ed è solo l’inizio, la pandemia ci ha rallentati è vero, ma oltre alle canzoni nuove, come quella che intitola il disco e che è stata scelta per il mio primo video, con Sebastiani sto lavorando anche a qualche vecchia canzone, mantenendo i concetti e i contenuti ma magari rivedendo i testi dal punto di vista lessicale”.
La grafica del disco, assai indovinata, è opera di Thomas, figlio di Marciano, regista di professione e autore del bel video realizzato per il lancio di Sogno, brano dall’arrangiamento fresco, estivo, che con un pizzico di fortuna e grazie alla decisione di pubblicarne anche una versione editata per le stazioni radio potrebbe ambire a divenire un hit intelligente.
“Le mie canzoni – racconta Marciano – nascono nella mia testa e suonano già come vorrei che fossero, poi Lorenzo ci mette del suo essendo un polistrumentista capace. Riguardo al video mi preme dire che sono molto soddisfatto, oltre che orgoglioso di essere il padre del regista… senza dimenticare Gabriele Mazzoni, che è l’attore principale del video e che lavora da anni con Thomas. Ma alla realizzazione hanno partecipato altre persone che voglio ringraziare: Giordano Di Stasio responsabile della fotografia e Luciano Tatalo, che recita una piccolissima parte”.
Il sogno più urgente di Davide Marciano, come per molti altri, è al momento di poter tornare ad un po’ di normalità, ma ovviamente, a ruota, viene il sogno di tornare a suonare dal vivo, magari col la formazione con cui si esibito l’ultima volta, nel settembre 2020 a Bressanone, accompagnato da due componenti storici delle sue band, il bassista Marco Perrone e Massimo Marabese, che faceva parte addirittura della primissima formazione e ora suona il cajòn. 
Il disco, oltre che sulle piattaforme digitali è distribuito nei negozi cittadini.

Autore: Paolo Crazy carnevale