Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.
Sono passati quarant’anni dalla morte del re della Volkmusik Bob Marling. Nato da padre italiano e da madre di Termeno, Robert è stato Cantautore, schuhplattler e attivista. Ha contribuito, col suo gruppo “Bob Marling & The Walschen” a diffondere la cultura sudtirolese, lo stile e la musica Volk al di fuori dello stesso Südtirol con brani che vanno da No Roma, no Rai a Tramin’, passando per Tirol Unite.
Anche in Alto Adige è straordinario lo sforzo economico messo in campo dalla politica per affrontare le conseguenze della pandemia. Gli esempi si sprecano e si contano in milioni se non addirittura in decine di milioni di euro i “pacchetti” predisposti in merito. Ultimi in ordine di tempo tra questi i soldi spesi i tamponi nasali sperimentali che stanno dando, dati alla mano, un’affidabilità del 50% per quanto riguarda i contagi presunti che poi vengono sottoposti a test più attendibili. I segnali che la politica sta dando all’intero sistema Alto Adige sono forti ma non hanno trovato finora un corrispettivo per quanto riguarda i giovani, ovvero – a ben vedere – coloro che saranno i veri protagonisti del nostro futuro, a medio e lungo termine. Se ogni impegno è stato profuso per far tornare i bambini a scuola, non altrettanto infatti è stato pensato per gli adolescenti e i giovani che si affacciano agli studi superiori. Anzi. Per l’anno accademico 2021/22, la Giunta provinciale ha deciso di non assegnare borse di studio agli studenti universitari meritevoli, ufficialmente per mancanza di soldi. Non solo: sono stati annullati anche i fondi per i libri di testo che da anni venivano messi a disposizione degli studenti degli ultimi trienni delle scuole superiori, fondamentali per aiutare le famiglie a basso reddito. A tutto ciò si aggiunge la cronica miopia dell’amministrazione provinciale nei confronti dei giovani altoatesini che sognano un futuro di studio alta qualificazione in paesi “altri” rispetto ad Austria e Germania e ai quali non viene assegnato alcun contributo. A mio avviso serve un deciso cambio di passo. La scossa che è stata portata dalla pandemia dovrebbe essere l’anticamera per una nuova consapevolezza politica, in grado di uscire dalle logiche di basso cabotaggio legate alle scadenze elettorali locali per consentire ai nostri giovani talenti di sviluppare le loro competenze in una prospettiva davvero globale. Non investire su questo potrebbe avere in futuro la gravissima conseguenza di rendere il nostro territorio sempre meno competitivo, privo di visione e conservativo. Davvero non ce lo possiamo permettere.
L’aumento improvviso ed esponenziale del costo di alcune materie prime è un effetto, ormai tangibile, del lungo periodo di incertezza, anche economica, in cui viviamo a causa del Covid. Si è rivolta al sottoscritto legale un’azienda che realizza manufatti ed arredi in legno. Il costo del legno è aumentato negli ultimi mesi del 30% circa. L’azienda ha in essere un accordo commerciale con una ditta fornitrice; sulla base di detto accordo, quest’ultima si impegna a fornire alla prima, periodicamente, un certo quantitativo di legname ad un prezzo fisso e predeterminato. Vi è qualche rischio alla luce della nuova situazione creatasi? La questione va inquadrata nell’ambito dell’articolo 1467 c.c., secondo cui: “nei contratti a esecuzione continuata o periodica (…), se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto. (…) La parte contro la quale è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto”. L’eccessiva onerosità che rileva ai presenti fini consiste in quella sensibile alterazione del rapporto fra le prestazioni dedotte in contratto, che determina uno squilibrio dei rispettivi valori e che sconvolge l’iniziale rapporto di equivalenza, incidendo, così, sul valore dell’una rispetto all’altra. In tali casi, il rischio sta nel fatto che il nostro ordinamento riconosce il diritto ad un’azione finalizzata a far dichiarare dal Giudice la risoluzione del contratto. Si badi, l’eccessiva onerosità sopravvenuta non produce alcun effetto automatico; la parte, la cui prestazione divenga eccessivamente onerosa, non è esonerata dall’adempimento, né è legittimata a sospendere l’esecuzione della prestazione, ma dovrà – per non incorrere in responsabilità contrattuale da inadempimento – agire per richiedere la risoluzione del contratto. Il rimedio ha, pertanto, esclusivamente valore risolutorio: esso è, infatti, unicamente volto ad ottenere la risoluzione del contratto. Nulla vieta, d’altra parte, che il creditore della prestazione (ossia chi deve ricevere quella prestazione divenuta eccessivamente onerosa) possa “salvare” il contratto, offrendosi di modificare equamente le condizioni del contratto originario e ristabilendo l’equilibrio tra le due prestazioni.
Nell’ultimo numero della “Città digitale” ci eravamo lasciati con questo intento: digitare nei traduttori online la coppia di frasi “Dorme e mangia con suo papà. Stira e mangia con suo papà”, per vedere come vengono tradotte in inglese. Il punto, come avrete immaginato, è capire il genere del soggetto: si tratta di un “lui”? O di una “lei”? Non lo sappiamo: il testo è ambiguo. Quello che si riscontra, però, usando questi software, è che in molti casi “decidono” di indicare in un “lui” (“he”) il soggetto della prima frase, e in una “lei” (“she”) il soggetto della seconda. Questo tipo di output è stato spesso commentato parlando dei preconcetti (in inglese, “bias”) degli algoritmi… come se gli algoritmi possano anche solo avere un intento discriminatorio. È su questo punto centrale che termina la nostra serie sugli algoritmi. Come è possibile che un algoritmo decida autonomamente che chi dorme è uomo, mentre chi stira è donna? La spiegazione è molto semplice, e viene, di nuovo, dai dati. Abbiamo già scritto che questi algoritmi di ultima generazione vengono “allenati” su una vastissima mole di dati, ed è su questa mole di dati che plasmano il proprio comportamento. Se in quei dati, statisticamente, quando si parla di “stirare” si trovano spesso soggetti femminili, l’algoritmo imparerà, implicitamente, a collegare questi due concetti. Non decide, semplicemente si adegua ai dati. La domanda seguente a questo punto è: perché si riscontra questa statistica nei dati? Perché è l’umanità stessa (o meglio, quell’umanità che produce dati per il mondo digitale) ad associare questi due concetti: i testi che parlano di “stirare” spesso si riferiscono a soggetti femminili, questi testi diventano dati per l’apprendimento degli algoritmi, e gli algoritmi ricostruiscono, indirettamente, gli stessi preconcetti (o distribuzioni statistiche che dir si voglia) presenti negli uomini e donne che quei dati li hanno generati. Non sta a noi qui dibattere sull’opportunità o meno di questo collegamento, né sul funzionamento di questi servizi di traduzione (anche se forse basterebbe, per sciogliere il nodo, che l’algoritmo chiedesse all’utente umano, invece di decidere autonomamente…). Ci preme semplicemente sensibilizzare i lettori su questo tema: a chi darete la “colpa” la prossima volta che vi troverete ad aver a che fare con un algoritmo che “non si comporta bene”?
La Festa dell’Europa – 9 maggio – torna a ricordarci che l’Unione non è una gabbia né un costrutto di alta burocrazia, ma una meta da raggiungere nel dialogo paziente, nella mediazione tra culture e tradizioni, nella tutela del diritto e dei diritti, nella creazione di istituzioni che siano al servizio della persona umana.
L’Europa, è stato detto, è un progetto di pace (cosa che oggi pochi capiscono, perché più nessuno ha fatto esperienza della guerra). Poiché la meta è ambiziosa, gli strumenti devono però essere adeguati. Ciò che ancora non si vede all’orizzonte dell’Unione Europea è una politica comune. Questo tema era già presente ai padri fondatori. Alcide Degasperi si espresse come segue nel discorso, intitolato “La nostra patria Europa”, che tenne alla Conferenza parlamentare europea di Parigi nell’aprile 1954: “È la volontà politica unitaria che deve prevalere. È l’imperativo categorico che bisogna fare l’Europa per assicurare la nostra pace, il nostro progresso e la nostra giustizia sociale che deve anzitutto servirci da guida… Tutta la nostra costruzione politico-sociale presuppone un regime di moralità internazionale. I popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati. Lo sforzo di mediazione e di equità che è compito necessario dell’Autorità europea le darà un nimbo di dignità arbitrale che si irradierà al di là delle sue attribuzioni giuridiche e ravviverà le speranze di tutti i popoli liberi”. Il 9 maggio è Festa dell’Europa perché quel giorno, nel 1950, il ministro degli esteri francese Robert Schuman pronunciò la famosa Dichiarazione che si considera il concepimento del progetto unitario europeo. Disse tra l’altro: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.
Per i popoli che ci hanno preceduto, il fattore religioso-magico rivestiva grande rilievo. I compiti che oggi assolvono le previsioni del tempo, le scoperte scientifiche o semplicemente Google, un tempo erano affidati alla sola forza dell’immaginazione. Ogni aspetto della vita quotidiana, dall’alimentazione agli spostamenti, dal lavoro nei campi ai rapporti con i propri simili sottostava al “favore” di qualche nume. Ciò che valeva per i singoli, a maggior ragione valeva per le comunità: i riti propiziatori e di ringraziamento erano codificati nei secoli e si svolgevano in luoghi “eletti”: con preferenza per sommità o sacre sorgenti (coma la retica Cisa del Süssenbach o rio Dolce in Pineta). Che culti si praticavano all’epoca dei Reti (Isarci, Tridentini, Anauni) della valle dell’Adige? Quali erano le divinità predilette? E quali erano i luoghi in cui si celebravano i riti? Nonostante il pregevole lavoro degli archeologi, il territorio della Bassa Atesina rimane ancora poco esplorato. Specialmente a Laives è presumibile che molti reperti antichi (dal mesolitico ai Romani) siano ancora sepolti sotto il poderoso conoide porfirico costantemente alimentato dal rio Vallarsa. Sono comunque state rinvenute varie tracce di roghi votivi: per esempio in via Dante e Marconi o in zona Jauch. Ma manca, per esempio, un ritrovamento simile a quello straordinario, risalente all’età del Rame (epoca dell’uomo del Similaun, per intenderci), del Pigloner Kopf sopra Vadena, dove sono state scoperte asce e altri doni votivi. I roghi votivi o Brandopferplätze sono noti in tutta l’area alpina e anche oltre. Vi venivano svolti due tipi di cerimonie, spesso accompagnate da sacrifici di animali, ricche libagioni e offerte di doni: una prettamente religiosa e consacrata alle divinità locali, una inerente i riti funerari con la combustione dei defunti e il “legame” con il mondo degli antenati. Secondo alcuni studi, questi luoghi di culto nella valle dell’Adige, dal Doss Trento alla Val d’Ega e in particolar modo in Val di Non, sono caratterizzati dalla presenza di una divinità legata all’agricoltura e alla fertilità dei suoli. Si tratta di un dio che, sotto vare spoglie, compare dal Bronzo finale fino ai Romani, i quali, mantenendo invariati i riti, lo chiamavano Saturno. Iscrizioni votive, doni in ceramica e metallo e non ultimo alcuni nomi di adepti del culto ci parlano di una tradizione tramandata nei secoli almeno fino all’epoca del vescovo Vigilio, noto per aver gettato una statuetta di questo dio nel torrente Sarca ed essere stato percosso per questo motivo dagli infuriati “pagani”. È dunque probabile che sui due promontori o acropoli di Laives il culto celebrato fosse proprio quello di Saturno (ricordiamo che successivamente il patrono del paese divenne Dioniso, da cui la leggendaria Nisselbrunn – fonte di Dionisio – semidistrutta dal Vallarsa) e in particolare sul colle di S. Pietro, dove anche in epoche successive continuarono ritualità “propiziatorie” della pioggia note fino al XIX secolo. Sulla Gampnerknott (detta Comp/camp o Crozet) è più facile che i culti praticati riguardassero i rapporti con l’aldilà e dunque i riti funerari.
Dell’ingegnere Armando Ronca e di come abbia inciso fortemente nella storia urbanistica ed architettonica di Merano nel corso del ‘900, ne abbiamo scritto anche di recente. Questa volta parleremo invece di un precedente architettonico che stravolgerà l’estetica e le costruzioni locali, nei primi trent’anni del novecento. Nel 1935 il giovanissimo Ronca ottiene l’incarico di realizzare in via Cavour 66 a Merano una residenza per il Cavalier Antonio Cembran. La collocazione del sito è spettacolare, leggermente in posizione elevata rispetto al centro storico meranese e poteva godere di una visione privilegiata sulla città. Il progettista ha praticamente “carta bianca” da parte della committenza e non vi sono vincoli urbanistici o paesaggistici particolari. Tutte le fantasie progettuali di Ronca possono dunque essere attuate, proprio a Merano, anticipando di qualche anno ciò che realizzerà in Alto Adige ed altrove. L’obiettivo è quello di avere grandi superfici vetrate che guardano verso la città ed il suo contesto verde ed ambientale. Il progettista opterà per una “pianta libera” alla maniera razionalista, il linguaggio è quindi geometrico e non formale. La costruzione verrà realizzata su due livelli, dove una scalinata con un ampio terrazzo introduce i visitatori ad un ampio salone d’ingresso di 9 metri per 9,30. Il piano sottostante è destinato a studio e in parte ad abitazione. La pianta è sostanzialmente quasi quadrangolare, con una leggera traslazione sul lato sinistro. Sul lato dove colloca gli studi del cavaliere, Ronca realizza anche un grande terrazzo con il “giardino d’inverno”, il quale si estende per tutta la lunghezza della facciata. Le dimensioni degli ambienti sono tutti ampi e spaziosi ed i percorsi abitabili sono tutti concettuali e razionali. Come in gran parte degli edifici realizzati da Ronca, per la distribuzione degli spazi interni il concetto di “corridoio” è abolito. Uno spazio centrale, distribuisce infatti tutti gli spazi abitati interni. C’è un po’ di cultura veneta in tutto questo: Ronca era nato a Verona e le ville venete, nonché quelle palladiane, sono proprio impostate su tale concetto. Le superfici esterne rivestite in travertino di un bianco abbagliante – in contrasto col giardino verdissimo, trattato all’inglese – ne fanno una delle ville più belle ed invidiate di Merano e non solo. A questa magnifica villa mancano le quattro statue che erano previste nei due scaloni di ingresso, forse bocciate dalla committenza per gli eccessivi costi, ma che ne avrebbero fatto a tutti gli effetti una residenza hollywoodiana.
Parliamo di una nota ancora, dolorosa, per la recente storia architettonica, culturale e sociale di Bolzano. Nell’estate del 1986 le ruspe entrano in azione fra via Virgilio e Corso Libertà. A niente erano valsi la raccolta di firme di cittadini e commercianti presentata in Comune, gli appelli dei diversi Ordini professionali, la presentazione del vincolo di tutela alla Sovrintendenza ai Beni culturali artistici ed architettonici della Provincia di Bolzano. Un cavillo giuridico permise la demolizione di un edificio, ritenuto da molti uno dei più belli esempi dell’architettura razionalista eretti a Bolzano. Erano gli anni nei quali “il piccone demolitore” aveva come unica scusante quella di affermare “è un edificio costruito dal fascismo, quindi va demolito”; oppure “gli edifici costruiti da quel regime sono tutti uguali…”. Fortunatamente, ne è passata di acqua sotto i ponti. Sulle macerie di quella demolizione sono stati realizzati convegni, pubblicazioni, opere di sensibilizzazione e visite culturali. Con buona pace di molti… le architetture dagli anni ‘30/’40 non sono tutte uguali. Esiste l’architettura monumentale-piacentiniana nella quale il regime fascista veicolava tutto il suo linguaggio retorico e reazionario ed esiste l’architettura razionalista nella quale il linguaggio è libero e non formale, legata alle scuole di pensiero europee e internazionali. Le due realtà coesistevano in quel periodo. Gli edifici maggiormente celebrativi erano legati alla filosofia piacentiniana, quelli funzionali alla scuola di pensiero razionalista.
Il Palazzo del Turismo si colloca, appieno, nel secondo assioma. Realizzato su progetto dell’ingegnere Armando Ronca viene costruito fra il 1938 e il 1940. Il progettista si trova a dover raccordare il fronte monumentale di Corso IX Maggio (attuale Corso Libertà) con una impostazione pienamente libera di piazza Virgilio. Egli creerà due blocchi. Uno più alto, sul prospetto della via principale – ma ne romperà lo schema compositivo, alternando mattoni a faccia vista con ampie superfici finestrate poste in verticale. Mentre nella facciata a fronte della piazza compone un frontone rivestito in travertino bianco intervallato da nove fornici rimarcate da esili colonne in marmo verde (serpentino del Brennero). Dalla scalinata di accesso si accedeva al grande salone dominato da una plastica scala d’onore – una delle più belle realizzate in Alto Adige – che portava all’ ampio teatro. Oltre alla sala teatrale, l’edificio ospitava gli uffici dell’ Azienda di Soggiorno e di Cura di Bolzano, sale di rappresentanza, gli uffici del Reale Automobil Club e altre attività legate al rilancio del turismo. La guerra fermò la destinazione d’uso iniziale e quando arrivarono gli americani a Bolzano il teatro, non ancora ultimato, venne arredato con i suppellettili provenienti dal cinema Roma. Nel 1946 la sala teatro venne trasformata in cinematografo, nota ai bolzanini come il “Corso” e rimase in funzione fino alla sua demolizione. Senza il sacrificio del Corso, non avremo potuto salvare l’ex Gil, il Lido, lo stadio Druso, gran parte della zona industriale e tanti altri edifici dell’epoca.
Il 3 maggio è per Bolzano uno dei giorni in cui si ricordano eventi tragici del “secolo breve”, come quelli della “Battaglia di Bolzano”. Mentre le armate tedesche erano in fase di ripiegamento, ci furono incidenti e scontri a fuoco tra reparti tedeschi e pattuglie della Divisione partigiana Alto Adige, con episodi ancora al centro della discussione storica. Ci si chiede anche da chi fu scatenata la “Battaglia di Bolzano”. Da una parte si imputava ai soldati e alle autorità militari tedesche di aver sparato sugli operai della zona industriale, intervenuti per salvare le installazioni industriali. Ebbe un certo ruolo, però, la disorganizzazione di entrambe le autorità, quella del CLN e quella tedesca, nella delicata fase di passaggio, con varie trattative, dalla guerra alla pace. Quando dei paracadutisti, circondata l’area, irruppero nella stabilimento Lancia per liberarvi soldati tedeschi, al rinvenimento di cadaveri di commilitoni la rappresaglia fu tremenda. Si contarono 41 morti (39 uomini e 2 donne, 17 civili e 24 partigiani) e 35 feriti. Tra i civili venne ucciso anche uno studente bolzanino di 15 anni, Giorgio Sarri. A ricordo di ciò, lungo il muro dell’IVECO (ex Lancia) si trova una targa a firma “I compagni della Lancia” (vd. Qui Bolzano 4.10.2018). Va ricordato che nel 1946 all’interno dell’ex Distilleria federale era stato inaugurato un cippo dedicato agli operai Virgilio Lorenzetto e Romolo Re; tale cippo si trova ora, girando a sinistra da ponte Resia, all’inizio di via Siemens, dopo Biasion Gardencenter. I due partigiani sono così ricordati “Esemplari operai che per la liberazione e redenzione d’Italia e la difesa di questo stabilimento colpiti dagli ultimi conati della barbarie nazista caddero avvolti nella luce del loro ideale. A perenne ricordo e monito la maestranza pose – 3 maggio 1945”. Virgilio Lorenzetto, manovale, nato nel padovano il 19 giugno 1906, era sposato con Clelia Bellini; Romolo Re, impiegato, originario di Modena, era nato il 2 dicembre 1904.
Nelle scorse settimane, insieme ad altri dischi di cui ci siamo occupati o comunque ci occuperemo, ha visto la luce Akshaya Tritiya, disco d’esordio di Elisa Venturin, brava cantante bolzanina dall’importante e titolato curriculum, sia per quanto riguarda gli studi che le collaborazioni. Ma se per qualcuno sarebbe stato legittimo attendersi dalla cantante una raccolta di standard, Elisa ci ha stupiti con un progetto discografico ben preciso, cantato per lo più in sanscrito, ispirato e dedicato al suo maestro spirituale, Paramahamsa Sri Swami Vishwananda, ed è stato sostenuto da un gruppo di amici tramite i quali si è avvicinata ai suoi insegnamenti.
“Per la cultura indiana – ci racconta Elisa –, il guru è un Maestro. Per noi che seguiamo i suoi insegnamenti, Paramahamsa Sri Swami Vishwananda è il nostro Maestro o, più semplicemente, Guruji. La sua vita è dedicata a ispirare tutte le persone ad amare al di là di ogni barriera culturale, religiosa, di genere e di età”. Una scelta sicuramente coraggiosa, soprattutto in un’epoca in cui in campo musicale scegliere di abbracciare una fede, qualunque essa sia, non è certo premiante, sono lontani i tempi in cui artisti come George Harrison prima e Bob Dylan poi (tanto per dire i due più famosi) potevano permettersi di portare in musica il proprio credo senza rischiare di rimetterci, come è accaduto invece ad altri (pensate a Yusuf Islam prima di tornare a essere Cat Stevens). Il disco di Elisa Venturin in questo senso sembra essere in bilico tra le due possibilità: se da un lato ci offre alcune pregevoli composizioni che ne evidenziano le qualità a livello di cantautrice (ci viene in mente la prima Rickie Lee Jones), dall’altro dobbiamo fare i conti con una buona metà di brani in cui il testo in sanscrito non è facilmente assimilabile. “Il sanscrito – ci viene in aiuto la cantautrice – è un linguaggio vibrazionale che è stato usato nei rituali di preghiera per migliaia di anni. Le frequenze vibrazionali generate dal canto dei mantra sanscriti calmano la mente e permettono di scendere fino al tuo cuore, dove risiede il Divino. Tutti i brani a parte il Lingashtakam, che è una potente preghiera per il Shivalingam, sono mantra o preghiere con melodie e testi scritti da me. E ci sono delle composizioni corali perché i cori sono fondamentali nella tradizione indiana”. Così, se determinate tracce del disco sembrano indirizzate ad un fruitore/ascoltatore già addentro la materia anche a livello di idioma, evidentemente, non si può prescindere da quei brani cantati in inglese, o anche parzialmente in sanscrito, in cui emerge maggiormente la vocalità dell’autrice e in cui il tessuto musicale è di una certa consistenza, più vicina al pop che non ai mantra o alla cultura indiana. Parliamo in particolare di All My Love For You, la composizione posta in aperture del disco, ma anche di Om Sri Swami Vishwananda, in cui appunto la lingua usata è il sanscrito, e ancora da non sottovalutare sono Melody For You, You’re The Truth e We Are Gurudeva, molto corale ma interessante e proposta anche in fondo al disco col testo in italiano.
Venturin, oltre a comporre e cantare, si occupa anche del paino elettrico, mentre per la produzione e gli altri strumenti, oltre ad un quintetto di coriste nei brani più mantrici, si è affidata al bassista Mirko Giocondo e agli Shanti Powa Thomas Maniacco, Florian Gamper e Fabian Pichler. “Sono stati gli amici che hanno prodotto il disco finanziariamente – spiega Elisa – a suggerirmi di rivolgermi a Thomas e Florian per quanto riguarda la produzione artistica, io in realtà non li conoscevo, anche se sapevo dell’esistenza degli Shanti Powa. Florian si è occupato oltre che della ritmica anche della parte tecnica, nello studio ad Aicha di Fiè dove lavora in team con Thomas. Mirko Giocondo invece lo conoscevo ed è stato un connubio perfetto. Hanno tutti messo la loro sensibilità nel disco, cosa che in un prodotto a sfondo spirituale è quanto mai importante. Ora spero di trovare un’etichetta interessata a produzioni di questo tipo, che nel mondo anglosassone sono abbastanza frequenti ma in Italia sono piuttosto rare”. Intanto il disco è disponibile sulle principali piattaforme musicali o tramite il sito www.ellisonweb.com.